
di Lorenzo Messina
NC-375
16.12.2025
La nuova opera di Yorgos Lanthimos, distribuita nelle sale pochi mesi fa, fotografa un momento storico in cui la realtà sembra avere infinite sfaccettature. Tra teorie complottiste, sfiducia nelle istituzioni, manipolazioni mediatiche e disparità economiche, Bugonia (2025) mostra l’alienazione di una società dove ognuno porta con se la sua alterata verità e dove la spasmodica caccia al "cattivo" sostituisce la ricerca di un "senso delle cose".
Guardando Bugonia si ha, per buona parte del film, la sensazione che Lanthimos stia ponendo una domanda tanto semplice quanto scomoda: che cosa accade a una persona che non cura la propria salute mentale? Non è una provocazione banale. Il lungometraggio ci presenta un protagonista che non ha mai fatto i conti con le proprie nevrosi, con la rabbia che accumula, con la perdita di quel "senso" che, non elaborata, finisce per prendere le forme della paranoia. Lanthimos lo espone, a volte lo ridicolizza. E poi, quando sembra aver chiarito le regole del gioco, le infrange.
All’inizio tutto sembra prevedibile: un uomo problematico, che ha trasformato una convinzione personale in una verità assoluta, coinvolge suo cugino nel rapimento di una delle donne più influenti del pianeta. Ma presto la storia subisce un corto circuito. Quello che sembrava il semplice racconto di una follia individuale si espande rapidamente, fino a diventare una diagnosi collettiva. La patologia del singolo rivela qualcosa di più ampio: una società incapace di riconoscere le proprie responsabilità.

Yorgos Lanthimos e Emma Stone si preparano a girare una scena sul set di Bugonia (2025)

Teddy Gatz (Jesse Plemons), protagonista alienato seduto sotto il ritratto fotografico della potente CEO Michelle Fuller (Emma Stone)
Lanthimos ci colloca subito in una posizione scomoda, quella dei due rapitori. Figure bizzarre, ignoranti, osservate con un’ironia crudele e con poco spazio all’empatia. Sembrano vittime della loro stessa stupidità, e il regista esplora i limiti della loro follia.
Di fronte a loro, Emma Stone interpreta Michelle, una figura di potere lucida, fredda, mai davvero in "balia degli eventi". Anche quando è prigioniera, non risulta mai sconfitta. Il suo personaggio incarna l’autorità contemporanea: comprensiva, politicamente corretta, ambigua. È attorno a lei che il film costruisce un equilibrio che vacilla con il passare dei minuti.
Come una trappola, Bugonia è appositamente costruito per mettere a nudo un meccanismo sociale riconoscibile: quando non si capisce cosa va storto nella propria vita, si cerca un capro espiatorio. Teddy è convinto che Michelle sia responsabile di ogni male: la diminuzione delle api, lo stato di salute della madre, la precarietà della vita di molti. Ha una fede semplice, quasi infantile, nel fatto che sia un’aliena venuta sulla Terra per decidere le sorti dell’umanità. È una metafora semplice, e per questo efficace, che conosciamo bene anche fuori dallo schermo: la colpa è sempre di qualcun altro, mentre le cause reali restano indecifrabili.

Una sequenza del lungometraggio
Nel rielaborare il lungometraggio coreano Save the Green Planet! (2003), Lanthimos non riscrive tanto la storia del film quanto il suo clima emotivo. Rispetto alla pellicola originale di Jang Joon-hwan, Bugonia non chiede allo spettatore di scegliere quale "fazione" sia della parte della ragione, ma di osservare come ogni posizione produca la propria verità e la difenda con la stessa violenza. L'impalcatura narrativa di entrambe le pellicole si fonda sul sospetto. Il sospetto che l’altro sia una minaccia; che l’autorità menta; che la realtà sia una costruzione manipolata da chi detiene il potere.
In questo senso, Bugonia segna anche il momento in cui Yorgos Lanthimos viene definitivamente assorbito dal sistema hollywoodiano, ma senza aderirvi del tutto. Hollywood lo porta in alto, e lui risponde con un film che utilizza i suoi mezzi per raccontare un’umanità accecata dal potere.
All’interno di questo percorso, Emma Stone non rappresenta semplicemente un’interprete ricorrente, ma una vera e propria controparte artistica. La sua collaborazione con il cineasta di origini greche si esprime attraverso un dialogo continuo sul corpo e sull’identità: da The Favourite (La Favorita, 2018) a Poor Things (Povere creature!, 2023), passando per Kinds of Kindness (2024), fino all’enigmaticità di Bugonia, Emma Stone diventa il terreno su cui Lanthimos esercita i suoi esperimenti sulla natura umana.

The Favourite (La Favorita, 2018), Poor Things (Povere creature!, 2023), Kinds of Kindness (2024), Bugonia (2025), Emma Stone secondo Yorgos Lanthimos
Si presenta un quesito inevitabile: Bugonia può essere annoverato tra i migliori film di Yorgos Lanthimos? Le performance sono eccezionali, ovviamente c'è Emma Stone, ma anche Jesse Plemons, un interprete prezioso, capace di infondere infiniti toni e sfaccettature al suo personaggio. Il lungometraggio ha un ritmo straordinario, ogni cosa mette a disagio ed è, allo stesso tempo, ricca di una struggente ironia.
Forse, nel finale, il regista spinge un tantino l'acceleratore sull’assurdo, così tanto da incrinare quella provocazione che aveva costruito abilmente lungo tutta la storia. L’epilogo colpisce tutti, paranoici e privilegiati, ma lo fa in un modo così surreale da rischiare di lasciare allo spettatore solo il ricordo di quella stranezza, non del suo significato. Il cinismo prende il posto della rivelazione.
Eppure, l'ultima fatica di Lanthimos rimane un'opera che continua a generare domande anche quando sullo schermo sfilano ormai i titoli di coda. Fa parte di quella categoria di pellicole che, alla seconda visione, potrebbero rivelarsi diverse, come se cambiassero insieme allo sguardo di chi le osserva. Forse la risposta se Bugonia sia o meno uno dei migliori film nella carriera di un indiscusso protagonista del cinema contemporaneo dipende proprio dal nostro atteggiamento di fronte a una seconda visione. Per ora, resta un interrogativo aperto. E questo, già, non è poco.

Lo splendido gioco attoriale di Jesse Plemons e Emma Stone
di Lorenzo Messina
NC-375
16.12.2025

Yorgos Lanthimos e Emma Stone si preparano a girare una scena sul set di Bugonia (2025)
La nuova opera di Yorgos Lanthimos, distribuita nelle sale pochi mesi fa, fotografa un momento storico in cui la realtà sembra avere infinite sfaccettature. Tra teorie complottiste, sfiducia nelle istituzioni, manipolazioni mediatiche e disparità economiche, Bugonia (2025) mostra l’alienazione di una società dove ognuno porta con se la sua alterata verità e dove la spasmodica caccia al "cattivo" sostituisce la ricerca di un "senso delle cose".
Guardando Bugonia si ha, per buona parte del film, la sensazione che Lanthimos stia ponendo una domanda tanto semplice quanto scomoda: che cosa accade a una persona che non cura la propria salute mentale? Non è una provocazione banale. Il lungometraggio ci presenta un protagonista che non ha mai fatto i conti con le proprie nevrosi, con la rabbia che accumula, con la perdita di quel "senso" che, non elaborata, finisce per prendere le forme della paranoia. Lanthimos lo espone, a volte lo ridicolizza. E poi, quando sembra aver chiarito le regole del gioco, le infrange.
All’inizio tutto sembra prevedibile: un uomo problematico, che ha trasformato una convinzione personale in una verità assoluta, coinvolge suo cugino nel rapimento di una delle donne più influenti del pianeta. Ma presto la storia subisce un corto circuito. Quello che sembrava il semplice racconto di una follia individuale si espande rapidamente, fino a diventare una diagnosi collettiva. La patologia del singolo rivela qualcosa di più ampio: una società incapace di riconoscere le proprie responsabilità.

Teddy Gatz (Jesse Plemons), protagonista alienato seduto sotto il ritratto fotografico della potente CEO Michelle Fuller (Emma Stone)
Lanthimos ci colloca subito in una posizione scomoda, quella dei due rapitori. Figure bizzarre, ignoranti, osservate con un’ironia crudele e con poco spazio all’empatia. Sembrano vittime della loro stessa stupidità, e il regista esplora i limiti della loro follia.
Di fronte a loro, Emma Stone interpreta Michelle, una figura di potere lucida, fredda, mai davvero in "balia degli eventi". Anche quando è prigioniera, non risulta mai sconfitta. Il suo personaggio incarna l’autorità contemporanea: comprensiva, politicamente corretta, ambigua. È attorno a lei che il film costruisce un equilibrio che vacilla con il passare dei minuti.
Come una trappola, Bugonia è appositamente costruito per mettere a nudo un meccanismo sociale riconoscibile: quando non si capisce cosa va storto nella propria vita, si cerca un capro espiatorio. Teddy è convinto che Michelle sia responsabile di ogni male: la diminuzione delle api, lo stato di salute della madre, la precarietà della vita di molti. Ha una fede semplice, quasi infantile, nel fatto che sia un’aliena venuta sulla Terra per decidere le sorti dell’umanità. È una metafora semplice, e per questo efficace, che conosciamo bene anche fuori dallo schermo: la colpa è sempre di qualcun altro, mentre le cause reali restano indecifrabili.

Una sequenza del lungometraggio
Nel rielaborare il lungometraggio coreano Save the Green Planet! (2003), Lanthimos non riscrive tanto la storia del film quanto il suo clima emotivo. Rispetto alla pellicola originale di Jang Joon-hwan, Bugonia non chiede allo spettatore di scegliere quale "fazione" sia della parte della ragione, ma di osservare come ogni posizione produca la propria verità e la difenda con la stessa violenza. L'impalcatura narrativa di entrambe le pellicole si fonda sul sospetto. Il sospetto che l’altro sia una minaccia; che l’autorità menta; che la realtà sia una costruzione manipolata da chi detiene il potere.
In questo senso, Bugonia segna anche il momento in cui Yorgos Lanthimos viene definitivamente assorbito dal sistema hollywoodiano, ma senza aderirvi del tutto. Hollywood lo porta in alto, e lui risponde con un film che utilizza i suoi mezzi per raccontare un’umanità accecata dal potere.
All’interno di questo percorso, Emma Stone non rappresenta semplicemente un’interprete ricorrente, ma una vera e propria controparte artistica. La sua collaborazione con il cineasta di origini greche si esprime attraverso un dialogo continuo sul corpo e sull’identità: da The Favourite (La Favorita, 2018) a Poor Things (Povere creature!, 2023), passando per Kinds of Kindness (2024), fino all’enigmaticità di Bugonia, Emma Stone diventa il terreno su cui Lanthimos esercita i suoi esperimenti sulla natura umana.

The Favourite (La Favorita, 2018), Poor Things (Povere creature!, 2023), Kinds of Kindness (2024), Bugonia (2025), Emma Stone secondo Yorgos Lanthimos
Si presenta un quesito inevitabile: Bugonia può essere annoverato tra i migliori film di Yorgos Lanthimos? Le performance sono eccezionali, ovviamente c'è Emma Stone, ma anche Jesse Plemons, un interprete prezioso, capace di infondere infiniti toni e sfaccettature al suo personaggio. Il lungometraggio ha un ritmo straordinario, ogni cosa mette a disagio ed è, allo stesso tempo, ricca di una struggente ironia.
Forse, nel finale, il regista spinge un tantino l'acceleratore sull’assurdo, così tanto da incrinare quella provocazione che aveva costruito abilmente lungo tutta la storia. L’epilogo colpisce tutti, paranoici e privilegiati, ma lo fa in un modo così surreale da rischiare di lasciare allo spettatore solo il ricordo di quella stranezza, non del suo significato. Il cinismo prende il posto della rivelazione.
Eppure, l'ultima fatica di Lanthimos rimane un'opera che continua a generare domande anche quando sullo schermo sfilano ormai i titoli di coda. Fa parte di quella categoria di pellicole che, alla seconda visione, potrebbero rivelarsi diverse, come se cambiassero insieme allo sguardo di chi le osserva. Forse la risposta se Bugonia sia o meno uno dei migliori film nella carriera di un indiscusso protagonista del cinema contemporaneo dipende proprio dal nostro atteggiamento di fronte a una seconda visione. Per ora, resta un interrogativo aperto. E questo, già, non è poco.

Lo splendido gioco attoriale di Jesse Plemons e Emma Stone