
NC-363
11.11.2025
Si può avere nostalgia di un periodo che non si è mai vissuto? Desiderare di camminare per la Parigi di fine Ottocento e fermarsi a prendere un caffè a La Rotonde in mezzo ad artisti come Monet o Degas; immaginarsi seduti nel 1601 in quello che ora è uno dei teatri più celebri di Londra ad assistere alla prima rappresentazione di una tragedia che parla del principe di Danimarca impazzito dopo la morte del padre, scritta da un certo William Shakespeare; sedere alla corte di Francia nel 1785, non sapendo ancora che la fine di quel mondo splendente, fatto di scandali e intrighi, da lì a qualche anno sarebbe stato spazzato via.
Il Passato ha sempre rappresentato un elemento di grande fascino, e il cinema, da sempre, cerca di trasportarci, come se fosse una macchina del tempo personale, in periodi che non abbiamo mai vissuto. Entriamo in punta di piedi nelle vite di chi ci ha preceduto: re, regine, imperatori, artisti, scienziati, personaggi di spessore che hanno plasmato il mondo come lo conosciamo ora. Il cinema, però, non racconta solo dei grandi uomini del passato, ma delle persone semplici esistite in quei determinati periodi. Raccontando storie di coloro che magari hanno vissuto un amore proibito nel Far West, come nel film The World to Come (Il mondo che verrà, 2020) di Mona Fastvold, o prendendo il punto di vista di chi ha vissuto per tutta la vita (e la morte) all’ombra di un marito famoso, come nel film in uscita Hamnet (2025)di Chloé Zhao.
Ci sono anche film che attraverso il passato provano a parlare del nostro presente e di ciò che rischiamo di perdere e dimenticare: la natura, le relazioni sociali e la famiglia. Cédric Klapisch - regista francese da noi noto soprattutto per L'auberge espagnole (L’appartamento spagnolo, 2002) - torna al cinema (giovedì 13 novembre) con La venue de l’avenir (I colori del tempo), mescolando passato e presente non per raccontare una storia epica alla “Nolan”, ma per mostrarci una famiglia alla costante ricerca delle proprie radici. Non a caso, in questi anni di confusione e incertezza, diversi cineasti hanno sfruttato la Settima Arte per raccontare le proprie paure e speranze.

La venue de l’avenir (I colori del tempo, 2025) di Cédric Klapisch
Ad esempio, con Silent Friend - presentato alla Mostra del cinema di Venezia di quest’anno - Ildikò Enyedi affronta il rapporto tra uomo e natura. Tre storie, tre linee temporali diverse e un unico filo conduttore: un giunco secolare nel giardino di un’università. Enyendi attraverso le vite di un docente di neuroscienze bloccato in università a causa del covid 19 nel 2020, uno studente confuso dalla vita e dall’amore degli anni ’70 e una ragazza pioniera per essere una delle prime donne ad accedere agli studi universitari, ci mostra quel rapporto con la natura che l'essere umano sembra aver smarrito. In tempi dove nelle nostre città il verde diminuisce sempre più e la crisi ambientale incombe (anche se in tanti fingono di non vederla), ci dimentichiamo totalmente della natura, delle emozioni, del benessere e della vita che ci dona. Enyendi affronta tre periodi temporali che sembrano completamente distanti l’uno dall’altro ma che, alla fine, racchiudono le stesse sensazioni: storie di persone che ritrovano la forza di affrontare le difficoltà della vita riconnettendosi con la terra, ritrovando se stessi in dialogo con un albero che li fa sentire vivi e meno soli.
Un altro film dove il passato - ma anche il futuro - racconta maggiormente del nostro presente è La bête (2020) di Bertrand Bonello. Bonello porta in scena quella che potrebbe sembrare una storia d’amore che supera lo spazio e il tempo, ma che poi si rivela l’incontro tra due anime che vorrebbero amarsi, ma non possono. Anche in questo lungometraggio la struttura prevede tre linee temporali che dialogano tra loro, inizialmente in armonia per poi impazzire in un delirio visivo che sintetizza il vero messaggio dell'opera. Se nella prima linea temporale, ambientata nell’800, i due amanti non riescono a coronare i loro sentimenti per le diverse regole sociali, nelle due linee successive che sono ambientate negli anni ’10 del 2000 e in un futuro prossimo, sono le loro ansie e paure ad allontanarli sempre di più. Bonello riflette come il passato, all’apparenza più rigido, permettesse invece maggiori libertà. Non si aveva paura delle proprie emozioni, mentre oggigiorno ci sembrano sempre più delle gabbie che costruiamo intorno a noi. Abbiamo paura di soffrire e pertanto rinunciamo fin dal principio a provare sentimenti che temiamo di non essere in grado di gestire.

Silent Friend (2025) di Ildikò Enyedi
In I Colori del tempo, Klapisch si focalizza sui rapporti familiari, sulla necessità di ritrovare le proprie origini e di riscoprire dei legami che ormai diamo sempre più per scontati. Il film si divide su due linee temporali, in una segue la storia di quattro cugini alla lontana, che dopo aver scoperto di aver ereditato una casa in Normandia, cercano di scoprire di più della propria antenata Adèle, la seconda segue le vicende di quest’ultima che invece lascia la Normandia per recarsi a Parigi a cercare la madre che non ha mai conosciuto. Nel corso di questi due viaggi paralleli, sia i cugini che Adèle scopriranno che i legami di parentela sono più complessi e imprevedibili di quanto si pensi. I quattro cugini riscoprono la bellezza di avere dei legami e un passato condiviso con qualcuno, imparando a conoscersi meglio tra loro e dentro di loro. Adèle, invece, imparerà che il vero concetto di famiglia non è strettamente rappresentato dal cosiddetto "legame di sangue", ma può essere "incarnato" anche dalle persone che la vita ti pone davanti.
Ognuno di questi tre film affronta a modo suo il dialogo cinematografico tra presente e passato. Ildikò Enyedi, in Silent Friend, gioca di transizioni, con una fotografia che cambia in base al periodo narrato, ma poi rimane il filo conduttore dell’elemento naturale, intervallando i vari racconti con sequenze che mostrano video di fiori che sbocciano o piante che crescono. Bonello, invece, in La bête, basa la struttura su un montaggio (a tratti calmo e a tratti frenetico) che verso la fine tende a sovrapporre le diverse linee temporali suscitando un senso d’ansia e angoscia.

La bête (2020) di Bertrand Bonello
Klapisch nel suo nuovo film, invece, oltre a un brillante montaggio, gioca con i colori e nel dialogo tra i luoghi del passato e del futuro. Il regista francese rende chiaro fin dai titoli di testa che nel suo lungometraggio presente e passato non saranno mai in contrasto, ma coesi. Nella scena iniziale, infatti, vediamo un gruppo di visitatori al Museo D’Orangerie, nella stanza che conserva in tutta la loro grandezza le tele di Monet Nuvole e ninfee. Un esplosione di colori che vanno dall’azzurro al blu, dal verde al giallo, creando un’esperienza visiva unica.
In questo modo si viene a creare un dialogo tra le tele impressioniste, che subito ci riportano in un passato lontano da noi e dalle persone presenti - quasi come fossero in contrasto, ma così non è. Rimane impressa, infatti, la prima sequenza dei titoli di testa, dove una ragazza coi capelli rosso fuoco e vestita in stile urban passa davanti all’opera del maestro dell’impressionismo e sembra come entrare nel dipinto. Klapisch con il titolo originale del suo film, La venue de l’avenir, ci invita a vedere il passato non come qualcosa di lontano da noi, ma come l’inizio di un viaggio che ancora oggi stiamo vivendo e che ci insegna ad essere più umani.
NC-363
11.11.2025
Si può avere nostalgia di un periodo che non si è mai vissuto? Desiderare di camminare per la Parigi di fine Ottocento e fermarsi a prendere un caffè a La Rotonde in mezzo ad artisti come Monet o Degas; immaginarsi seduti nel 1601 in quello che ora è uno dei teatri più celebri di Londra ad assistere alla prima rappresentazione di una tragedia che parla del principe di Danimarca impazzito dopo la morte del padre, scritta da un certo William Shakespeare; sedere alla corte di Francia nel 1785, non sapendo ancora che la fine di quel mondo splendente, fatto di scandali e intrighi, da lì a qualche anno sarebbe stato spazzato via.
Il Passato ha sempre rappresentato un elemento di grande fascino, e il cinema, da sempre, cerca di trasportarci, come se fosse una macchina del tempo personale, in periodi che non abbiamo mai vissuto. Entriamo in punta di piedi nelle vite di chi ci ha preceduto: re, regine, imperatori, artisti, scienziati, personaggi di spessore che hanno plasmato il mondo come lo conosciamo ora. Il cinema, però, non racconta solo dei grandi uomini del passato, ma delle persone semplici esistite in quei determinati periodi. Raccontando storie di coloro che magari hanno vissuto un amore proibito nel Far West, come nel film The World to Come (Il mondo che verrà, 2020) di Mona Fastvold, o prendendo il punto di vista di chi ha vissuto per tutta la vita (e la morte) all’ombra di un marito famoso, come nel film in uscita Hamnet (2025)di Chloé Zhao.
Ci sono anche film che attraverso il passato provano a parlare del nostro presente e di ciò che rischiamo di perdere e dimenticare: la natura, le relazioni sociali e la famiglia. Cédric Klapisch - regista francese da noi noto soprattutto per L'auberge espagnole (L’appartamento spagnolo, 2002) - torna al cinema (giovedì 13 novembre) con La venue de l’avenir (I colori del tempo), mescolando passato e presente non per raccontare una storia epica alla “Nolan”, ma per mostrarci una famiglia alla costante ricerca delle proprie radici. Non a caso, in questi anni di confusione e incertezza, diversi cineasti hanno sfruttato la Settima Arte per raccontare le proprie paure e speranze.

La venue de l’avenir (I colori del tempo, 2025) di Cédric Klapisch
Ad esempio, con Silent Friend - presentato alla Mostra del cinema di Venezia di quest’anno - Ildikò Enyedi affronta il rapporto tra uomo e natura. Tre storie, tre linee temporali diverse e un unico filo conduttore: un giunco secolare nel giardino di un’università. Enyendi attraverso le vite di un docente di neuroscienze bloccato in università a causa del covid 19 nel 2020, uno studente confuso dalla vita e dall’amore degli anni ’70 e una ragazza pioniera per essere una delle prime donne ad accedere agli studi universitari, ci mostra quel rapporto con la natura che l'essere umano sembra aver smarrito. In tempi dove nelle nostre città il verde diminuisce sempre più e la crisi ambientale incombe (anche se in tanti fingono di non vederla), ci dimentichiamo totalmente della natura, delle emozioni, del benessere e della vita che ci dona. Enyendi affronta tre periodi temporali che sembrano completamente distanti l’uno dall’altro ma che, alla fine, racchiudono le stesse sensazioni: storie di persone che ritrovano la forza di affrontare le difficoltà della vita riconnettendosi con la terra, ritrovando se stessi in dialogo con un albero che li fa sentire vivi e meno soli.
Un altro film dove il passato - ma anche il futuro - racconta maggiormente del nostro presente è La bête (2020) di Bertrand Bonello. Bonello porta in scena quella che potrebbe sembrare una storia d’amore che supera lo spazio e il tempo, ma che poi si rivela l’incontro tra due anime che vorrebbero amarsi, ma non possono. Anche in questo lungometraggio la struttura prevede tre linee temporali che dialogano tra loro, inizialmente in armonia per poi impazzire in un delirio visivo che sintetizza il vero messaggio dell'opera. Se nella prima linea temporale, ambientata nell’800, i due amanti non riescono a coronare i loro sentimenti per le diverse regole sociali, nelle due linee successive che sono ambientate negli anni ’10 del 2000 e in un futuro prossimo, sono le loro ansie e paure ad allontanarli sempre di più. Bonello riflette come il passato, all’apparenza più rigido, permettesse invece maggiori libertà. Non si aveva paura delle proprie emozioni, mentre oggigiorno ci sembrano sempre più delle gabbie che costruiamo intorno a noi. Abbiamo paura di soffrire e pertanto rinunciamo fin dal principio a provare sentimenti che temiamo di non essere in grado di gestire.

Silent Friend (2025) di Ildikò Enyedi
In I Colori del tempo, Klapisch si focalizza sui rapporti familiari, sulla necessità di ritrovare le proprie origini e di riscoprire dei legami che ormai diamo sempre più per scontati. Il film si divide su due linee temporali, in una segue la storia di quattro cugini alla lontana, che dopo aver scoperto di aver ereditato una casa in Normandia, cercano di scoprire di più della propria antenata Adèle, la seconda segue le vicende di quest’ultima che invece lascia la Normandia per recarsi a Parigi a cercare la madre che non ha mai conosciuto. Nel corso di questi due viaggi paralleli, sia i cugini che Adèle scopriranno che i legami di parentela sono più complessi e imprevedibili di quanto si pensi. I quattro cugini riscoprono la bellezza di avere dei legami e un passato condiviso con qualcuno, imparando a conoscersi meglio tra loro e dentro di loro. Adèle, invece, imparerà che il vero concetto di famiglia non è strettamente rappresentato dal cosiddetto "legame di sangue", ma può essere "incarnato" anche dalle persone che la vita ti pone davanti.
Ognuno di questi tre film affronta a modo suo il dialogo cinematografico tra presente e passato. Ildikò Enyedi, in Silent Friend, gioca di transizioni, con una fotografia che cambia in base al periodo narrato, ma poi rimane il filo conduttore dell’elemento naturale, intervallando i vari racconti con sequenze che mostrano video di fiori che sbocciano o piante che crescono. Bonello, invece, in La bête, basa la struttura su un montaggio (a tratti calmo e a tratti frenetico) che verso la fine tende a sovrapporre le diverse linee temporali suscitando un senso d’ansia e angoscia.

La bête (2020) di Bertrand Bonello
Klapisch nel suo nuovo film, invece, oltre a un brillante montaggio, gioca con i colori e nel dialogo tra i luoghi del passato e del futuro. Il regista francese rende chiaro fin dai titoli di testa che nel suo lungometraggio presente e passato non saranno mai in contrasto, ma coesi. Nella scena iniziale, infatti, vediamo un gruppo di visitatori al Museo D’Orangerie, nella stanza che conserva in tutta la loro grandezza le tele di Monet Nuvole e ninfee. Un esplosione di colori che vanno dall’azzurro al blu, dal verde al giallo, creando un’esperienza visiva unica.
In questo modo si viene a creare un dialogo tra le tele impressioniste, che subito ci riportano in un passato lontano da noi e dalle persone presenti - quasi come fossero in contrasto, ma così non è. Rimane impressa, infatti, la prima sequenza dei titoli di testa, dove una ragazza coi capelli rosso fuoco e vestita in stile urban passa davanti all’opera del maestro dell’impressionismo e sembra come entrare nel dipinto. Klapisch con il titolo originale del suo film, La venue de l’avenir, ci invita a vedere il passato non come qualcosa di lontano da noi, ma come l’inizio di un viaggio che ancora oggi stiamo vivendo e che ci insegna ad essere più umani.