
di Vittoria Guardì
NC-369
30.11.2025
Con Les Olympiades (Parigi, 13Arr, 2020), il regista francese Jacques Audiard realizza un ritratto generazionale stilisticamente audace, confermando quell’interesse per le tensioni e le complessità dei rapporti umani che ha sempre caratterizzato il suo cinema. Lo fa con uno sguardo più intimista e urbano rispetto ai suoi lavori precedenti. Se in Dheepan (2015) la narrazione era segnata da fuga, violenza e sopravvivenza in contesti sociali estremi, e in Un prophète ( Il profeta, 2009) l’attenzione era rivolta alla costruzione di potere e identità all'interno di un carcere, Les Olympiades trasla l’osservazione dei personaggi in un contesto quotidiano e metropolitano, focalizzandosi sul microcosmo delle relazioni sentimentali e sul desiderio. Analogamente, in De rouille et d’os (Un sapore di ruggine e ossa, 2012), Audiard indaga l’intimità dei corpi e la fragilità dei legami, ma lo fa attraverso un’epica più drammatica e fisicamente intensa; in Les Olympiades, invece, la forza emotiva emerge dalla leggerezza dei gesti, dai silenzi e dai piccoli dettagli della vita quotidiana.
La sceneggiatura del lungometraggio si regge su tre linee, a tratti parallele, a tratti intersecate tra loro per e con quel senso di casualità che ha al tempo stesso un sentore di una certa, laica, provvidenza, proprio delle coincidenze della vita. Camille - professore di lettere presso un liceo di Ivry-sur-Seine – banlieue di Parigi sud, appena sotto il XIII arrondissement - in cerca di una sistemazione, si ritrova a bussare alla porta dell’appartamento di Émilie, ragazza di origini cinesi che lavora in un call center, la quale aveva messo un annuncio per una stanza in affitto. I due, dapprima scettici e distanti, si trovano immediatamente coinvolti in una relazione carnale frenetica. “Compenso la frustrazione professionale con un’intensa attività sessuale” è tra prime battute di Camille, parole che descrivono una verità profonda di cui la pellicola si fa portatrice. L’equilibrio che si sviluppa nel nascente legame tra i due coinquilini viene a scontrarsi con due eventi contestuali: l’insorgere di un sentimento amoroso profondo di Émilie nei confronti di Camille e l’entrata in scena nella vita di Camille della figura di Nora, terza grande protagonista del film.
Nora ha trentatré anni quando si trasferisce a Parigi da Bordeaux. Dopo un passato da agente immobiliare nella sua città, cerca un nuovo inizio presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parigi 1 (Campus Tolbiac). Lo sviluppo del suo personaggio è ispirato al racconto del graphic novel Amber Sweet contenuto nella raccolta Killing and Dying di Adrian Tomine. In Amber Sweet, la protagonista è una studentessa universitaria che scopre, o meglio le accade di essere frequentemente scambiata per Amber Sweet, una celebre attrice porno. Questo equivoco d’identità crea imbarazzo, fraintendimenti, relazioni complicate a causa della sua sosia virtuale. Alla fine, la protagonista e Amber Sweet, la pornostar, si incontrano. Lo stesso accade a Nora che, durante una festa universitaria, si accorge degli sguardi insoliti e divertiti degli altri studenti, per poi scoprire con stupore e orrore l’esistenza della pornostar Amber Sweet e la sua precisa somiglianza. Decide di contattarla dal suo sito e da questo momento le due ragazze cominciano a sentirsi in videochiamata, instaurando una relazione di affetto e amicizia sempre più fitta, fino a loro incontro di persona.

Il regista Jacques Audiard

De rouille et d’os (Un sapore di ruggine e ossa, 2012)
L’architettura della pellicola è segnata da una fitta trama di incontri, continue diramazioni affettive, nascita di nuovi legami. Al primo incontro tra Émilie e Camille, segue quello di Camille con una collega del liceo, Stéphanie, con cui instaura una breve relazione sentimentale, e poi di Émilie con Stéphanie nell’appartamento a Olympiades. Entrano poi in scena colleghe del nuovo lavoro da cameriera di Émilie (era stata licenziata dal precedente a causa di alcuni comportamenti indisciplinati), che le consigliano di scaricare un’app di incontri, cosa che lei farà, forse per allegria, forse per noia, forse per fare ingelosire Camille. C’è poi la relazione conflittuale di Nora con una sua compagna di corso, Leïla e il gruppo di insegnanti colleghi di Camille.
Parallelamente a queste storie, Audiard non manca di dare valore al rapporto con le rispettive famiglie. Viene mostrato il rapporto di amore e odio fraterno con la sorella maggiore Karin attraverso diverse chiamate di Émilie e, al contrario, un atteggiamento paternalistico di Camille nei confronti di sua sorella minore Éponine e invece vagamente conflittuale con il padre, vedovo della moglie.
Le strade dei tre protagonisti convergono quando Camille decide di sospendere per un periodo l’insegnamento e aiutare un amico proprietario di un’agenzia immobiliare e Nora, dopo seri episodi di violento bullismo, lascia l’università per cercare un lavoro. Il primo periodo da colleghi in agenzia è di continue inquadrature di sguardi di Camille verso Nora, da subito sono manifesti i sentimenti nei suoi confronti; al contrario lei mantiene uno rapporto strettamente professionale. La loro relazione è però destinata a cambiare ancora, come del resto tutte quelle raccontate in Les Olympiades.

I personaggi di Emilie e Camille in Les Olympiades (Parigi, 13Arr, 2020)
La scelta del bianco e nero della fotografia di Paul Guilhaume – che ha accompagnato Audiard durante tutta la sua carriera fino al più recente Émilia Perez (2024) – richiama un certo realismo urbano, in continuità con l’estetica di La Haine (Mathieu Kassovitz, 1995), film che ha segnato la storia della produzione cinematografica francese, dove l’architettura moderna e razionalista dei grandi complessi residenziali del XIII arrondissement diventa protagonista assoluta. L’occhio della cinepresa cattura i volti e gli spazi con la stessa precisione di un osservatore metropolitano, sottolineando la concretezza delle emozioni così come la fisicità della città. La città in questione non è però la Parigi delle cartoline: il XIII arrondissement è multietnico, probabilmente il meno tipico e agli occhi di un parigino forse il meno vivibile, come suggerisce anche la descrizione impietosa di Michel Houellebecq nel romanzo Serotonina. Audiard riesce a trasformare questi spazi in scenografie vive, dove le tensioni, le fragilità e i desideri dei suoi giovani protagonisti si riflettono nei cortili, nei corridoi e nei volumi geometrici dei palazzi, facendo dialogare la città con l’interiorità dei personaggi.
Sul piano narrativo, la pellicola si inscrive in una filiazione rohmeriana: la sessualità è rappresentata nella sua confusione e malleabilità, spesso come
auto-affabulazione dei personaggi. I dialoghi, le pause e i silenzi costruiscono un tessuto narrativo capace di raccontare ciò che le parole non dicono, esplorando il desiderio in tutte le sue forme, dall’attrazione improvvisa alla fragilità dei legami quotidiani. In questo contesto, il desiderio emerge come forza sottile e multiforme, intrecciata alla curiosità, all’incertezza e alla vulnerabilità dei protagonisti, senza ridursi a semplice attrazione o convenzione romantica. Si confondono e si riconfigurano continuamente i confini tra amore e amicizia in quell’unico atto di fondo che sono le relazioni umane.
Il tema delle relazioni complesse e dei triangoli sentimentali in Parigi, 13Arr trova un parallelo interessante in Challengers (Luca Guadagnino, 2023). Entrambi i film esplorano dinamiche amorose intricate tra giovani adulti, mettendo in luce la fragilità dei legami, i conflitti di desiderio e le tensioni emotive che si sviluppano quando più persone si intrecciano nella stessa rete affettiva. Tuttavia, se Guadagnino colloca la vicenda in un contesto spettacolare e competitivo come il mondo del tennis professionistico, Audiard mantiene un approccio intimista e quotidiano, dove il desiderio e la conflittualità emergono attraverso gesti minimi, leggeri, dialoghi sospesi e silenzi significativi. In Challengers, le relazioni sono spesso drammatizzate dalla pressione esterna, dai successi sportivi e dalle ambizioni personali, creando un contesto dove la passione diventa conflitto e performance. In Parigi, 13Arr, al contrario, i protagonisti navigano le loro emozioni in un contesto ordinario, multietnico e razionalista, dove ogni spazio – un corridoio, un cortile, un appartamento – diventa teatro delle piccole crisi quotidiane e dei desideri sottili. La concretezza della vita della grande città elimina simbolismo e teatralità. Entrambi, però, confermano che il desiderio è al centro del racconto, motore che scuote le relazioni e mette in discussione identità, ruoli e aspettative reciproche.

Il triangolo alla base di Challengers (Luca Guadagnino, 2023)
Questa esplorazione si inserisce anche nella tradizione francese della letteratura del desiderio, che va dall’emblematico Madame Bovary fino alle riflessioni più recenti di René Girard sul desiderio mimetico: come in Flaubert, i personaggi cercano negli altri un modello per il proprio desiderio, sperimentando confusione, insoddisfazione e tensione tra realtà e idealizzazione. Audiard trasferisce questa dinamica nel contesto contemporaneo, urbano e tecnologico, trasformando Parigi in un palcoscenico dove il desiderio si gioca in modo immediato, fragile e spesso ironico.
La complessa trama di rapporti che sembra diramarsi con continui collegamenti e connessioni che riflettono, forse, l’intessitura delle relazioni all’interno della società, può essere ricondotta a due triangoli fondamentali, in linea proprio con il pensiero girardiano. Il primo, fondamentale e portante è quello composto da Camille, Émilie e Nora. Il reciproco confronto tra le due ragazze è evidente in diverse scene, da entrambe le parti, di gelosia, velata o meno. Ciascuna vede nell’altra una propria mancanza, e al tempo stesso e per altri motivi, si sente migliore. Il desiderio muta, aumenta, diminuisce, si può dire che si potenzi e depotenzi proprio in funzione delle loro interazioni. Vero è che un ruolo importante è attribuito al personaggio di Amber Sweet, che modifica gli equilibri in gioco, soprattutto nella parte finale del film, portando alla dissoluzione finale del triangolo.
Il risultato è un film che fonde estetica urbana, introspezione sentimentale e tradizione letteraria, restituendo uno sguardo nuovo sulle relazioni dei giovani adulti e sul desiderio che le anima, capace di essere al contempo concreto, poetico e profondamente "francese". La città, con le sue geometrie e la sua multiculturalità, non è solo sfondo, ma co-protagonista della storia, rendendo ogni gesto, ogni silenzio e ogni incontro un piccolo specchio della vita della società contemporanea.

Noémie Merlant nel ruolo di Nora Ligier in Les Olympiades (Parigi, 13Arr, 2020)
di Vittoria Guardì
NC-369
30.11.2025

Il regista Jacques Audiard
Con Les Olympiades (Parigi, 13Arr, 2020), il regista francese Jacques Audiard realizza un ritratto generazionale stilisticamente audace, confermando quell’interesse per le tensioni e le complessità dei rapporti umani che ha sempre caratterizzato il suo cinema. Lo fa con uno sguardo più intimista e urbano rispetto ai suoi lavori precedenti. Se in Dheepan (2015) la narrazione era segnata da fuga, violenza e sopravvivenza in contesti sociali estremi, e in Un prophète ( Il profeta, 2009) l’attenzione era rivolta alla costruzione di potere e identità all'interno di un carcere, Les Olympiades trasla l’osservazione dei personaggi in un contesto quotidiano e metropolitano, focalizzandosi sul microcosmo delle relazioni sentimentali e sul desiderio. Analogamente, in De rouille et d’os (Un sapore di ruggine e ossa, 2012), Audiard indaga l’intimità dei corpi e la fragilità dei legami, ma lo fa attraverso un’epica più drammatica e fisicamente intensa; in Les Olympiades, invece, la forza emotiva emerge dalla leggerezza dei gesti, dai silenzi e dai piccoli dettagli della vita quotidiana.
La sceneggiatura del lungometraggio si regge su tre linee, a tratti parallele, a tratti intersecate tra loro per e con quel senso di casualità che ha al tempo stesso un sentore di una certa, laica, provvidenza, proprio delle coincidenze della vita. Camille - professore di lettere presso un liceo di Ivry-sur-Seine – banlieue di Parigi sud, appena sotto il XIII arrondissement - in cerca di una sistemazione, si ritrova a bussare alla porta dell’appartamento di Émilie, ragazza di origini cinesi che lavora in un call center, la quale aveva messo un annuncio per una stanza in affitto. I due, dapprima scettici e distanti, si trovano immediatamente coinvolti in una relazione carnale frenetica. “Compenso la frustrazione professionale con un’intensa attività sessuale” è tra prime battute di Camille, parole che descrivono una verità profonda di cui la pellicola si fa portatrice. L’equilibrio che si sviluppa nel nascente legame tra i due coinquilini viene a scontrarsi con due eventi contestuali: l’insorgere di un sentimento amoroso profondo di Émilie nei confronti di Camille e l’entrata in scena nella vita di Camille della figura di Nora, terza grande protagonista del film.
Nora ha trentatré anni quando si trasferisce a Parigi da Bordeaux. Dopo un passato da agente immobiliare nella sua città, cerca un nuovo inizio presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parigi 1 (Campus Tolbiac). Lo sviluppo del suo personaggio è ispirato al racconto del graphic novel Amber Sweet contenuto nella raccolta Killing and Dying di Adrian Tomine. In Amber Sweet, la protagonista è una studentessa universitaria che scopre, o meglio le accade di essere frequentemente scambiata per Amber Sweet, una celebre attrice porno. Questo equivoco d’identità crea imbarazzo, fraintendimenti, relazioni complicate a causa della sua sosia virtuale. Alla fine, la protagonista e Amber Sweet, la pornostar, si incontrano. Lo stesso accade a Nora che, durante una festa universitaria, si accorge degli sguardi insoliti e divertiti degli altri studenti, per poi scoprire con stupore e orrore l’esistenza della pornostar Amber Sweet e la sua precisa somiglianza. Decide di contattarla dal suo sito e da questo momento le due ragazze cominciano a sentirsi in videochiamata, instaurando una relazione di affetto e amicizia sempre più fitta, fino a loro incontro di persona.

De rouille et d’os (Un sapore di ruggine e ossa, 2012)
L’architettura della pellicola è segnata da una fitta trama di incontri, continue diramazioni affettive, nascita di nuovi legami. Al primo incontro tra Émilie e Camille, segue quello di Camille con una collega del liceo, Stéphanie, con cui instaura una breve relazione sentimentale, e poi di Émilie con Stéphanie nell’appartamento a Olympiades. Entrano poi in scena colleghe del nuovo lavoro da cameriera di Émilie (era stata licenziata dal precedente a causa di alcuni comportamenti indisciplinati), che le consigliano di scaricare un’app di incontri, cosa che lei farà, forse per allegria, forse per noia, forse per fare ingelosire Camille. C’è poi la relazione conflittuale di Nora con una sua compagna di corso, Leïla e il gruppo di insegnanti colleghi di Camille.
Parallelamente a queste storie, Audiard non manca di dare valore al rapporto con le rispettive famiglie. Viene mostrato il rapporto di amore e odio fraterno con la sorella maggiore Karin attraverso diverse chiamate di Émilie e, al contrario, un atteggiamento paternalistico di Camille nei confronti di sua sorella minore Éponine e invece vagamente conflittuale con il padre, vedovo della moglie.
Le strade dei tre protagonisti convergono quando Camille decide di sospendere per un periodo l’insegnamento e aiutare un amico proprietario di un’agenzia immobiliare e Nora, dopo seri episodi di violento bullismo, lascia l’università per cercare un lavoro. Il primo periodo da colleghi in agenzia è di continue inquadrature di sguardi di Camille verso Nora, da subito sono manifesti i sentimenti nei suoi confronti; al contrario lei mantiene uno rapporto strettamente professionale. La loro relazione è però destinata a cambiare ancora, come del resto tutte quelle raccontate in Les Olympiades.

I personaggi di Emilie e Camille in Les Olympiades (Parigi, 13Arr, 2020)
La scelta del bianco e nero della fotografia di Paul Guilhaume – che ha accompagnato Audiard durante tutta la sua carriera fino al più recente Émilia Perez (2024) – richiama un certo realismo urbano, in continuità con l’estetica di La Haine (Mathieu Kassovitz, 1995), film che ha segnato la storia della produzione cinematografica francese, dove l’architettura moderna e razionalista dei grandi complessi residenziali del XIII arrondissement diventa protagonista assoluta. L’occhio della cinepresa cattura i volti e gli spazi con la stessa precisione di un osservatore metropolitano, sottolineando la concretezza delle emozioni così come la fisicità della città. La città in questione non è però la Parigi delle cartoline: il XIII arrondissement è multietnico, probabilmente il meno tipico e agli occhi di un parigino forse il meno vivibile, come suggerisce anche la descrizione impietosa di Michel Houellebecq nel romanzo Serotonina. Audiard riesce a trasformare questi spazi in scenografie vive, dove le tensioni, le fragilità e i desideri dei suoi giovani protagonisti si riflettono nei cortili, nei corridoi e nei volumi geometrici dei palazzi, facendo dialogare la città con l’interiorità dei personaggi.
Sul piano narrativo, la pellicola si inscrive in una filiazione rohmeriana: la sessualità è rappresentata nella sua confusione e malleabilità, spesso come
auto-affabulazione dei personaggi. I dialoghi, le pause e i silenzi costruiscono un tessuto narrativo capace di raccontare ciò che le parole non dicono, esplorando il desiderio in tutte le sue forme, dall’attrazione improvvisa alla fragilità dei legami quotidiani. In questo contesto, il desiderio emerge come forza sottile e multiforme, intrecciata alla curiosità, all’incertezza e alla vulnerabilità dei protagonisti, senza ridursi a semplice attrazione o convenzione romantica. Si confondono e si riconfigurano continuamente i confini tra amore e amicizia in quell’unico atto di fondo che sono le relazioni umane.
Il tema delle relazioni complesse e dei triangoli sentimentali in Parigi, 13Arr trova un parallelo interessante in Challengers (Luca Guadagnino, 2023). Entrambi i film esplorano dinamiche amorose intricate tra giovani adulti, mettendo in luce la fragilità dei legami, i conflitti di desiderio e le tensioni emotive che si sviluppano quando più persone si intrecciano nella stessa rete affettiva. Tuttavia, se Guadagnino colloca la vicenda in un contesto spettacolare e competitivo come il mondo del tennis professionistico, Audiard mantiene un approccio intimista e quotidiano, dove il desiderio e la conflittualità emergono attraverso gesti minimi, leggeri, dialoghi sospesi e silenzi significativi. In Challengers, le relazioni sono spesso drammatizzate dalla pressione esterna, dai successi sportivi e dalle ambizioni personali, creando un contesto dove la passione diventa conflitto e performance. In Parigi, 13Arr, al contrario, i protagonisti navigano le loro emozioni in un contesto ordinario, multietnico e razionalista, dove ogni spazio – un corridoio, un cortile, un appartamento – diventa teatro delle piccole crisi quotidiane e dei desideri sottili. La concretezza della vita della grande città elimina simbolismo e teatralità. Entrambi, però, confermano che il desiderio è al centro del racconto, motore che scuote le relazioni e mette in discussione identità, ruoli e aspettative reciproche.

Il triangolo alla base di Challengers (Luca Guadagnino, 2023)
Questa esplorazione si inserisce anche nella tradizione francese della letteratura del desiderio, che va dall’emblematico Madame Bovary fino alle riflessioni più recenti di René Girard sul desiderio mimetico: come in Flaubert, i personaggi cercano negli altri un modello per il proprio desiderio, sperimentando confusione, insoddisfazione e tensione tra realtà e idealizzazione. Audiard trasferisce questa dinamica nel contesto contemporaneo, urbano e tecnologico, trasformando Parigi in un palcoscenico dove il desiderio si gioca in modo immediato, fragile e spesso ironico.
La complessa trama di rapporti che sembra diramarsi con continui collegamenti e connessioni che riflettono, forse, l’intessitura delle relazioni all’interno della società, può essere ricondotta a due triangoli fondamentali, in linea proprio con il pensiero girardiano. Il primo, fondamentale e portante è quello composto da Camille, Émilie e Nora. Il reciproco confronto tra le due ragazze è evidente in diverse scene, da entrambe le parti, di gelosia, velata o meno. Ciascuna vede nell’altra una propria mancanza, e al tempo stesso e per altri motivi, si sente migliore. Il desiderio muta, aumenta, diminuisce, si può dire che si potenzi e depotenzi proprio in funzione delle loro interazioni. Vero è che un ruolo importante è attribuito al personaggio di Amber Sweet, che modifica gli equilibri in gioco, soprattutto nella parte finale del film, portando alla dissoluzione finale del triangolo.
Il risultato è un film che fonde estetica urbana, introspezione sentimentale e tradizione letteraria, restituendo uno sguardo nuovo sulle relazioni dei giovani adulti e sul desiderio che le anima, capace di essere al contempo concreto, poetico e profondamente "francese". La città, con le sue geometrie e la sua multiculturalità, non è solo sfondo, ma co-protagonista della storia, rendendo ogni gesto, ogni silenzio e ogni incontro un piccolo specchio della vita della società contemporanea.

Noémie Merlant nel ruolo di Nora Ligier in Les Olympiades (Parigi, 13Arr, 2020)