
NC-387
30.01.2026
Difficile resistere alla tentazione di confrontare Marty Supreme e The Smashing Machine. Come in una partita di ping pong, come un incontro sul ring: mettere fratello maggiore contro fratello minore, come fanno i parenti meno sensibili alla pedagogia nei pranzi in famiglia. Figli di un gioielliere cine-amatore e di una casalinga, i fratelli Safdie nascono entrambi a New York, in una famiglia di origine ebrea siriana: Josh nell’anno di Once Upon a Time in America (C’era una volta in America, 1984), Benny in quello di Blue Velvet (Velluto Blu, 1986). I genitori divorziano e loro crescono dilettandosi col Super8 tra Manhattan e il Queens. Il grande si iscrive a cinema, il piccolo ad astrofisica, ma dopo aver visto Il posto (1961) di Ermanno Olmi, sceglie la stessa facoltà del fratello.
In fondo, il confronto, se lo sono cercato loro: divisi nei progetti ma quasi sincroni nelle uscite, come a voler fare dei due film un dittico, una biforcazione in cui si spartiscono temi, figure, stili propri alla loro filmografia. Successo e fallimento, diversi ma inseparabili come fratelli, sono i poli antipodici in cui si muovono tante delle trame urbane e arrese della New Hollywood, della quale la filmografia dei Safdies è da tempo eletta a prosecuzione, aggiornamento. E di fatto, il dittico di cazzotti e racchette composto da questi due film, sembra continuare a indagare il tema della sopravvivenza, intesa come epidermide sottile che separa ambizione e umiliazione, dove il sogno di una vita migliore, di affermazione e riconoscimento porta i protagonisti a rovinarsi, a ledere le proprie relazioni.

I fratelli (Ben e Josh) Safdie

The Smashing Machine (2025)
In The Smashing Machine, Benny calca sullo sguardo intimo al fallimento agonistico che già c’era nel doc sul cestista Lenny Cooke, trasponendone i temi nel micro-mondo della MMA. Ma nel film con Dwayne Johnson c’è anche la tetra danza della dipendenza da sostanze che c’era in Heaven Knows What. Tutto, nel film, sembra teso all'obiettivo di spegnere l'enfasi, l'esagerazione, l'agone, a sguarnire il wrestler dei suoi muscoli, privare il cinema dei suoi più facili ammiccamenti, trasformare il ring in un appartamentino sfasciato, la lotta in un amore imperfetto. Un cinema grezzo, sporco, o meglio sporcato, rispetto a quello lucidissimo del fratello Josh.
Anche Marty Supreme, sulla carta, è un biopic sportivo. Ma se The Smashing Machine aderisce così tanto alla biografia del suo soggetto, il film di Josh la usa come ispirazione per volteggiare lontano dalla “storia vera”. Il primo è tanto attinente al reale da essere il remake di un documentario, da finire con il cameo del vero Marc Kerr, l’altro così lontano da dimenticarsi completamente di Marty Reisman, trasformato in Mauser. Anti-spettacolare il primo, letteralmente sognante il secondo (Dream big, recita il tagline), sembrano sfidarsi dichiaratamente, seduti ai lati opposti dello stesso tavolo, dello stesso ring. A Benny la cruda materia della vita di un lottatore, a Josh l’edulcorazione della vita di un giocatore di Ping pong, che in fondo, già di per sé, è l’edulcorazione dello sport in formato gioco da tavolo. Le varianti imprevedibili del conflitto fisico a Benny, la coreografia ripetitiva del tennis tavolo a Josh. Il corpo e la sua fragilità sono al centro del primo, l’immagine, intesa come auto-rappresentazione, proiezione di sé, sono il nucleo del secondo.
Anche nella forma è lo stesso: se da una parte c’è un approccio tende all'effetto di realismo, dall’altra troviamo l'asservimento a un cinema di genere, oltre che ad una spessa coltre di agguerrite branded strategies. Il Marc Kerr di The Rock è la restituzione della mortalità di un corpo scevro dell'idolatria e del fanatismo da tifo, il Marty Mauser di Chalamet un fascio di nervi pronto a farsi promoter, commercializzato e replicato in immagini, foto, interviste. The Smashing machine è la fine della mitologia, Marty Supreme la sua calcolata e agognata ideazione. Un film per svelare il reale, un altro per fantasticarci sopra. Laddove Benny fende e ferisce il corpo di un atleta, Josh trova nell’idolatria e nella megalomania di una star la cura iperbolica per quella fallibilità. Mentre Marty sbraccia per la consacrazione, Marc tenta di sopravvivere alla sua fine agonistica.

Josh Safdie e Timothée Chalamet sul set di Marty Supreme (2025)
Entrambi, come già avevano fatto con Adam Sandler in Uncut Gems: uniscono l’attore, la sua carriera e il personaggio, in un tutt’uno che sta sempre un piede fuori dalla finzione, un dialogo schietto tra interprete e interpretato che, come nel caso di Sandler, porta sia Johnson, sia Chalamet a realizzare le migliori performance della loro carriera. Nella fame di Marty, c’è la dichiarata corsa all’Oscar di Timotheè, nel suo ardore auto-promozionale, l’enorme attenzione al marketing e alla pubblicità del film stesso. Nelle sconfitte di Marc Kerr, c’è la decostruzione del kayfabe del wrestling, la messa in discussione dell’icona che è The Rock. Mentre Johnson intenerisce citando i toni crepuscolari di Città amara di John Huston, Chalamet unisce East of Eden (La valle dell’Eden, 1955) e Catch Me If You Can (Prova a prendermi, 2002) in un personaggio magnetico, che esploderà in un pianto fragoroso - punto di contatto con quello del finale di Call Me by Your Name (Chiamami col tuo nome, 2017), ideale passaggio dalla condizione di figlio a quella di padre.
Mentre The Smashing Machine si avviluppa sulla onesta crudezza della vita, tutto in Marty Supreme sembra voler rimescolare il cinema passato. Il film di Josh Safide inietta nella finzione rimandi e citazioni di altri universi dell’immaginario, a partire dal caotico cast: tra tanti non professionisti (mimi, divulgatori, funamboli, cestisti), c’è David Mamet, Abel Ferrara (già presente in Daddy Longlegs), la Fran Drescher di Tata Francesca ribaltata in un ruolo dimesso e drammatico, Gwyneth Paltrow (incomprensibilmente ignorata dall’awards season) in un personaggio che echeggia la distanza dell’attrice dal cinema negli ultimi anni, gli amici del protagonista Tayler The Creator e Géza Röhrig, che come a citare Saul fia (Il Figlio di Saul, 2015) torna in un flashback nel campo di concentramento. Infine, nel ruolo dell’antagonista tycoon pseudo-trumpiano, c’è il produttore e personaggio televisivo Kevin O'Leary. Come Guy Pearce in The Brutalist (2024) - altro simile ribaltamento del mito americano nel dopoguerra - il suo Milton Rockwell incarna il potere economico in grado di innalzare e umiliare il talento, in bilico tra finanziamento e abuso, carezza e spanking.
Non è un caso se chi possiede il potere di permettere a Marty di sbocciare è interpretato da un volto noto per il suo ruolo di giudice del reality show Shark Tank. Sotto l’apparente struttura classica di un coming of age sportivo con catarsi hollywoodiana infatti, c’è il racconto di un personaggio tenero e ottuso, mosso dal solo desiderio di arrivare, di essere visto. Se la camera a mano di The Smashing Machine sta sempre incollata al suo soggetto, quella distante di Marty Supreme lo deve scovare coi suoi zoom tra una folla di decine di giocatori: Marty, insomma, deve emergere. Se il film con The Rock è girato attraverso i codici della reality tv, quello con Chalamet ne tematizza la vertigine narcisistica.

Adam Sandler nell'iconico ruolo di Howard Ratner in Uncut Gems (2019)
La sfida alla sopravvivenza nel territorio metropolitano dei primi protagonisti dei Safdies (Good Times, Uncut Gems), come in parte già accadeva nella serie The Curse (2023), si trasferisce nel più affollato e caotico territorio dei media: dove riconoscersi è essere riconosciuti, dove su una vittoria grava innanzitutto il suo peso simbolico, il significato che questa darebbe alla definizione di sé stessi. Come l'esordio di The Pleasure of Being Robbed (2008), è un cinema cleptomane, con personaggi avaramente ossessionati dal verbo "ottenere", innamorati di macguffin che si riveleranno piste false: i soldi, le palline, la collana, il cane in Marty Supreme, i farmaci, i muscoli in The smashing machine. È un cinema che, pur attraversato dalla vita, risulta contemporaneo proprio perché incapace di distogliere lo sguardo dal torneo dell'ego.
Se il successo fosse una sostanza stupefacente, Marty Supreme sarebbe drogato, The Smashing Machine in piena astinenza: un cinema sia centrifugo che centripeto, in fuga dalle sue specificità (Benny) eppure imponente nel contenere generi, storie, caratteri diversi (Josh). Mentre Josh satura di cliffhanger, climax e match point la sua storia, Benny non va oltre la semifinale. Tra sottrazione e saturazione, quelle di entrambi i Safdie rimangono autorialità consce della miriade di immagini diverse che attraversano oggi il cinema. In questo senso, le loro filmografie, continuano a dialogare anche a distanza, voci diverse dello stesso discorso (pensate alle filmografie di Brady Corbet e Mona Fastvlod), due modi diversi di decostruire ciò che amiamo tanto chiamare "iconico": un ex-wrestler diventato star, un imperituro teen idol, un mito sportivo, il cinema stesso con le sue formule. In ogni caso, una bella sfida.

Robert Pattinson, indimenticabile protagonista di Good Time (2017)
NC-387
30.01.2026

I fratelli (Ben e Josh) Safdie
Difficile resistere alla tentazione di confrontare Marty Supreme e The Smashing Machine. Come in una partita di ping pong, come un incontro sul ring: mettere fratello maggiore contro fratello minore, come fanno i parenti meno sensibili alla pedagogia nei pranzi in famiglia. Figli di un gioielliere cine-amatore e di una casalinga, i fratelli Safdie nascono entrambi a New York, in una famiglia di origine ebrea siriana: Josh nell’anno di Once Upon a Time in America (C’era una volta in America, 1984), Benny in quello di Blue Velvet (Velluto Blu, 1986). I genitori divorziano e loro crescono dilettandosi col Super8 tra Manhattan e il Queens. Il grande si iscrive a cinema, il piccolo ad astrofisica, ma dopo aver visto Il posto (1961) di Ermanno Olmi, sceglie la stessa facoltà del fratello.
In fondo, il confronto, se lo sono cercato loro: divisi nei progetti ma quasi sincroni nelle uscite, come a voler fare dei due film un dittico, una biforcazione in cui si spartiscono temi, figure, stili propri alla loro filmografia. Successo e fallimento, diversi ma inseparabili come fratelli, sono i poli antipodici in cui si muovono tante delle trame urbane e arrese della New Hollywood, della quale la filmografia dei Safdies è da tempo eletta a prosecuzione, aggiornamento. E di fatto, il dittico di cazzotti e racchette composto da questi due film, sembra continuare a indagare il tema della sopravvivenza, intesa come epidermide sottile che separa ambizione e umiliazione, dove il sogno di una vita migliore, di affermazione e riconoscimento porta i protagonisti a rovinarsi, a ledere le proprie relazioni.

The Smashing Machine (2025)
In The Smashing Machine, Benny calca sullo sguardo intimo al fallimento agonistico che già c’era nel doc sul cestista Lenny Cooke, trasponendone i temi nel micro-mondo della MMA. Ma nel film con Dwayne Johnson c’è anche la tetra danza della dipendenza da sostanze che c’era in Heaven Knows What. Tutto, nel film, sembra teso all'obiettivo di spegnere l'enfasi, l'esagerazione, l'agone, a sguarnire il wrestler dei suoi muscoli, privare il cinema dei suoi più facili ammiccamenti, trasformare il ring in un appartamentino sfasciato, la lotta in un amore imperfetto. Un cinema grezzo, sporco, o meglio sporcato, rispetto a quello lucidissimo del fratello Josh.
Anche Marty Supreme, sulla carta, è un biopic sportivo. Ma se The Smashing Machine aderisce così tanto alla biografia del suo soggetto, il film di Josh la usa come ispirazione per volteggiare lontano dalla “storia vera”. Il primo è tanto attinente al reale da essere il remake di un documentario, da finire con il cameo del vero Marc Kerr, l’altro così lontano da dimenticarsi completamente di Marty Reisman, trasformato in Mauser. Anti-spettacolare il primo, letteralmente sognante il secondo (Dream big, recita il tagline), sembrano sfidarsi dichiaratamente, seduti ai lati opposti dello stesso tavolo, dello stesso ring. A Benny la cruda materia della vita di un lottatore, a Josh l’edulcorazione della vita di un giocatore di Ping pong, che in fondo, già di per sé, è l’edulcorazione dello sport in formato gioco da tavolo. Le varianti imprevedibili del conflitto fisico a Benny, la coreografia ripetitiva del tennis tavolo a Josh. Il corpo e la sua fragilità sono al centro del primo, l’immagine, intesa come auto-rappresentazione, proiezione di sé, sono il nucleo del secondo.
Anche nella forma è lo stesso: se da una parte c’è un approccio tende all'effetto di realismo, dall’altra troviamo l'asservimento a un cinema di genere, oltre che ad una spessa coltre di agguerrite branded strategies. Il Marc Kerr di The Rock è la restituzione della mortalità di un corpo scevro dell'idolatria e del fanatismo da tifo, il Marty Mauser di Chalamet un fascio di nervi pronto a farsi promoter, commercializzato e replicato in immagini, foto, interviste. The Smashing machine è la fine della mitologia, Marty Supreme la sua calcolata e agognata ideazione. Un film per svelare il reale, un altro per fantasticarci sopra. Laddove Benny fende e ferisce il corpo di un atleta, Josh trova nell’idolatria e nella megalomania di una star la cura iperbolica per quella fallibilità. Mentre Marty sbraccia per la consacrazione, Marc tenta di sopravvivere alla sua fine agonistica.

Josh Safdie e Timothée Chalamet sul set di Marty Supreme (2025)
Entrambi, come già avevano fatto con Adam Sandler in Uncut Gems: uniscono l’attore, la sua carriera e il personaggio, in un tutt’uno che sta sempre un piede fuori dalla finzione, un dialogo schietto tra interprete e interpretato che, come nel caso di Sandler, porta sia Johnson, sia Chalamet a realizzare le migliori performance della loro carriera. Nella fame di Marty, c’è la dichiarata corsa all’Oscar di Timotheè, nel suo ardore auto-promozionale, l’enorme attenzione al marketing e alla pubblicità del film stesso. Nelle sconfitte di Marc Kerr, c’è la decostruzione del kayfabe del wrestling, la messa in discussione dell’icona che è The Rock. Mentre Johnson intenerisce citando i toni crepuscolari di Città amara di John Huston, Chalamet unisce East of Eden (La valle dell’Eden, 1955) e Catch Me If You Can (Prova a prendermi, 2002) in un personaggio magnetico, che esploderà in un pianto fragoroso - punto di contatto con quello del finale di Call Me by Your Name (Chiamami col tuo nome, 2017), ideale passaggio dalla condizione di figlio a quella di padre.
Mentre The Smashing Machine si avviluppa sulla onesta crudezza della vita, tutto in Marty Supreme sembra voler rimescolare il cinema passato. Il film di Josh Safide inietta nella finzione rimandi e citazioni di altri universi dell’immaginario, a partire dal caotico cast: tra tanti non professionisti (mimi, divulgatori, funamboli, cestisti), c’è David Mamet, Abel Ferrara (già presente in Daddy Longlegs), la Fran Drescher di Tata Francesca ribaltata in un ruolo dimesso e drammatico, Gwyneth Paltrow (incomprensibilmente ignorata dall’awards season) in un personaggio che echeggia la distanza dell’attrice dal cinema negli ultimi anni, gli amici del protagonista Tayler The Creator e Géza Röhrig, che come a citare Saul fia (Il Figlio di Saul, 2015) torna in un flashback nel campo di concentramento. Infine, nel ruolo dell’antagonista tycoon pseudo-trumpiano, c’è il produttore e personaggio televisivo Kevin O'Leary. Come Guy Pearce in The Brutalist (2024) - altro simile ribaltamento del mito americano nel dopoguerra - il suo Milton Rockwell incarna il potere economico in grado di innalzare e umiliare il talento, in bilico tra finanziamento e abuso, carezza e spanking.
Non è un caso se chi possiede il potere di permettere a Marty di sbocciare è interpretato da un volto noto per il suo ruolo di giudice del reality show Shark Tank. Sotto l’apparente struttura classica di un coming of age sportivo con catarsi hollywoodiana infatti, c’è il racconto di un personaggio tenero e ottuso, mosso dal solo desiderio di arrivare, di essere visto. Se la camera a mano di The Smashing Machine sta sempre incollata al suo soggetto, quella distante di Marty Supreme lo deve scovare coi suoi zoom tra una folla di decine di giocatori: Marty, insomma, deve emergere. Se il film con The Rock è girato attraverso i codici della reality tv, quello con Chalamet ne tematizza la vertigine narcisistica.

Adam Sandler nell'iconico ruolo di Howard Ratner in Uncut Gems (2019)
La sfida alla sopravvivenza nel territorio metropolitano dei primi protagonisti dei Safdies (Good Times, Uncut Gems), come in parte già accadeva nella serie The Curse (2023), si trasferisce nel più affollato e caotico territorio dei media: dove riconoscersi è essere riconosciuti, dove su una vittoria grava innanzitutto il suo peso simbolico, il significato che questa darebbe alla definizione di sé stessi. Come l'esordio di The Pleasure of Being Robbed (2008), è un cinema cleptomane, con personaggi avaramente ossessionati dal verbo "ottenere", innamorati di macguffin che si riveleranno piste false: i soldi, le palline, la collana, il cane in Marty Supreme, i farmaci, i muscoli in The smashing machine. È un cinema che, pur attraversato dalla vita, risulta contemporaneo proprio perché incapace di distogliere lo sguardo dal torneo dell'ego.
Se il successo fosse una sostanza stupefacente, Marty Supreme sarebbe drogato, The Smashing Machine in piena astinenza: un cinema sia centrifugo che centripeto, in fuga dalle sue specificità (Benny) eppure imponente nel contenere generi, storie, caratteri diversi (Josh). Mentre Josh satura di cliffhanger, climax e match point la sua storia, Benny non va oltre la semifinale. Tra sottrazione e saturazione, quelle di entrambi i Safdie rimangono autorialità consce della miriade di immagini diverse che attraversano oggi il cinema. In questo senso, le loro filmografie, continuano a dialogare anche a distanza, voci diverse dello stesso discorso (pensate alle filmografie di Brady Corbet e Mona Fastvlod), due modi diversi di decostruire ciò che amiamo tanto chiamare "iconico": un ex-wrestler diventato star, un imperituro teen idol, un mito sportivo, il cinema stesso con le sue formule. In ogni caso, una bella sfida.

Robert Pattinson, indimenticabile protagonista di Good Time (2017)