

Critica, rituali e modernità
nell’opera di un autore controcorrente,
di Antonio Orrico
TR-137
22.11.2025
Gli anni ’80 hanno segnato il Giappone in modo irreversibile, spalancando il terreno a dei risvolti alquanto contraddittori. Da un lato, infatti, il decennio ha simboleggiato la rinascita dell’economia e l’apice del boom industriale, che hanno infuso una progressiva fiducia negli abitanti giapponesi per quanto riguarda stabilità sociale e sviluppo urbano. Dall’altro, proprio questa trasformazione così netta dell’ambiente orientale ha portato a una radicale sofisticazione dei consumi e a una ritualizzazione delle relazioni, gettando l’ancora per un processo di iper-amministrazione che, dalla burocrazia, si sono spostate direttamente sul quotidiano. Anche il cinema si ridimensiona, e case storiche come Nikkatsu, Shōchiku e Toei vivono un periodo di magra, favorendo la formazione di realtà progressivamente sempre più indipendenti e di registi - tra cui Kiyoshi Kurosawa, Shinji Sōmai e Nobuhiko Ōbayashi - fondamentali per il prosieguo della storia cinematografica asiatica. Tra questi, però, sorgono veri e propri “alieni”, come nel caso di Jūzō Itami.
In un panorama che tende a rispondere alla Bubble Economy con nuove forme di alienazione urbana (Ishii e Tsukamoto) o revisioni generazionali (Ōbayashi e Sōmai), Itami si posiziona come autore eccentrico capace di offrire uno sguardo etnografico e satirico sul quotidiano amministrato dell’era Showa. Per Itami, la società giapponese è ormai ghiacciata, incastonata in sistemi di regolazione minuziosa, che teatralizzano le proprie norme e che portano ad emergere i paradossi della vita quotidiana. È un Giappone satirico, parossistico, che può essere raccontato solamente attraverso la commedia post-moderna, unico specchio capace di coglierne e svelarne gli ingranaggi che alimentano le distorsioni della società.
Non è un caso che, nelle commedie di Jūzō Itami, i soggetti scelti siano fenomenologici, portati all’estremizzazione dalla stessa vita quotidiana che affrontano, sia dal punto di vista lavorativo che delle relazioni sociali. Ne risulta che l’idea di cinema del regista giapponese va a ribaltare, in modo anti-conformista, pilastri cardine del Giappone tra cui la famiglia, l’industria/il lavoro, la sacralità del rito e le fratture generazionali che si creano tra il vecchio e il nuovo.

Jūzō Itami
I primi approcci
Fin dal suo cortometraggio d’esordio, Rubber Band Pistol (1962), Jūzō Itami mostra già la tendenza a osservare la socialità nei suoi aspetti più minuti. Nella rappresentazione di questo gruppo di adolescenti alle prese con dei giochi a base di pistole giocattolo, vi è già la volontà di registrare l’umano nei suoi comportamenti più semplici, nelle sue interazioni primordiali. La gioventù, di fatto, non è quella ribelle delle opere della contemporanea Nūberu Bāgu, ma appare piuttosto scanzonata e desiderosa, più di ogni altra cosa, di creare delle relazioni sociali.
Il cineasta evita la narrativa convenzionale per concentrarsi sui gesti - molti sono i primi e primissimi piani sulle mani dei giovani protagonisti – sulle micro-gerarchie e sulle interazioni informali tra i giovani protagonisti. La scelta di un approccio quasi documentario anticipa la futura predilezione di Itami per una regia attenta ai comportamenti, più che alla psicologia o al dramma. Come si vedrà successivamente, questi ultimi non provengono mai dagli apparati burocratici, piuttosto risultano radicati nella struttura profonda della società, che però non riesce più a sostenerne la tradizione, pena il sovvertimento in qualcosa di profondamente grottesco, come avviene nel suo esordio nel lungometraggio con The Funeral (1984), primo “scardinamento” nella ritualità del Paese orientale.
Il funerale tradizionale, oggetto del film, parte da un soggetto “ozuiano” per scivolare rapidamente in un climax audio-visivo incontrovertibile, che mette in primo piano l’obsolescenza delle convenzioni formali e la discrepanza tra rito codificato e vissuto individuale. Itami non deride il rito, ma lo analizza con precisione quasi etnografica, evidenziandone le procedure, le aspettative, le dinamiche familiari e le contraddizioni - tra manuali da consultare per una buona cerimonia, etichette da seguire e posture del tutto incoerenti da assumere - per far apparire la società giapponese come un sistema di protocolli interiorizzati, in cui l’individuo è al tempo stesso attore e spettatore del proprio ruolo.
La commedia civile, dunque, diventa già il terreno fertile per esplorare la realtà circostante, usando il quotidiano come lente per riflettere sulle strutture profonde della comunità, come nel caso del successivo Tampopo (1985), rilasciato quarant’anni fa.

Rubber Band Pistol (1962)
Il caso unico di Tampopo
Per alcuni versi, Tampopo è un film importantissimo per inquadrare l’evoluzione del Giappone nel mezzo degli anni ’80. Un Giappone in piena ascesa espansionistica, che però proprio per questo motivo fatica ad avere un’identità ben precisa, avviandosi verso una dissoluzione che avrà poi il suo culmine nel decennio successivo. Nel raccontare una storia “culinaria”, di personaggi alla ricerca del “ramen perfetto”, Itami utilizza il cibo come chiave di lettura sociale, costituendo un modello di scrittura filmica unico nella produzione giapponese del periodo.
Tampopo è un prodotto in cui il linguaggio tipico di Itami esplode radicalmente. Tra contaminazione di generi - tra cui il western, chiave di volta per contestualizzare questa mescolanza anche a livello culturale, portando il Giappone ad essere un vero e proprio surrogato USA - e un registro che, con il passare del tempo, assume caratteri sempre più esagerati e grotteschi, il film del 1985 rappresenta una satira dello spaghetti-western americano, dove risultano dissacrati tutti gli archetipi del genere, ma soprattutto rappresenta il più grande atto di sfida di Itami nei confronti del suo stesso pubblico.
Il film, infatti, attraverso un finissimo gioco meta-cinematografico, porta lo spettatore - attraverso il maestoso character di Koji Yakusho - a riflettere sulle proprie abitudini cinematografiche e a dissacrarne la ritualità, in una commedia dal raro cinismo dove anche un dispositivo di piacere come quello alimentare può trasformarsi in metafora mortuaria. Il cibo diventa un oggetto culturale complesso, capace di ergersi a sistema di valori – come nel caso dei due camionisti, che ne sottovalutano l’importanza nella sequenza con il vecchio Ryutaro Otomo – e metodo d’osservazione attraverso il quale Itami osserva le relazioni tra individui, portandole ad essere un laboratorio sociale in cui emergono gerarchie, desideri e fallimenti di una popolazione che solo apparentemente è in preda a una crescita.
L’impianto situazionale di Tampopo, al crocevia tra commedia popolare e saggio antropologico, guida lo spettatore attraverso il cuore della satira del regista, evidenziando la disconnessione che rende preda la dimensione rituale e simbolica della vita contemporanea dell’Oriente intero. Itami compie così la sua opera di “rottura” dei codici, rafforzata dal dittico successivo, A Taxing Woman (1987) e A Taxing Woman’s Return (1988), emblemi della satira burocratica “itamiana”.

Tampopo (1985)
La burocrazia e la Yakuza
Nella storia di Jūzō Itami, la rappresentazione della società come pura macchina amministrativa, caotica e senza un centro preciso, ricopre un’importanza fondamentale. Dopo Tampopo, i due successivi film, A Taxing Woman e A Taxing Woman’s Return, mostrano la burocrazia come vero e proprio materiale narrativo, lontana dalle sue connotazioni opache. È la rappresentazione di un Giappone che ha perso completamente contatto con l’umanità, ormai ingabbiato in un mondo regolato dal denaro e dalle procedure, in cui ogni gesto è registrato e controllato e dove ogni ruolo non ha ormai una connotazione negativa o positivamente precisa, ma appare piuttosto sfumato.
Il caso dell’esattrice Ryōko Itakura - interpretata da Nobuko Miyamoto - agente morale che gira tutto il Giappone tentando di stanare gli evasori fiscali, è la metafora perfetta della modernità, testimoniata anche da un crescente benessere e da un fervore che si ripercuote anche nella continua mobilità della macchina da presa di Itami, che dirige con lo stesso ritmo di un film action questo affresco della nuova criminalità in cui la violenza risulta obsoleta, mentre appare piuttosto importante la speculazione finanziaria all’interno dell’ambiente, sempre più febbricitante, della Bubble Era ottantiana. La Yakuza, nel dittico, dismette radicalmente i panni della criminalità organizzata tipica dei film di Kinji Fukasaku e piuttosto diventa una versione 2.0, in una cronaca satirica che diventa entomologia del tessuto di un Paese che sta cambiando i suoi connotati anche dal punto di vista della criminalità.
La diegesi, per Itami, diventa sintomo di coreografia. Le operazioni di Nobuko Miyamoto e dei funzionari protagonisti di A Taxing Woman e A Taxing Woman’s Return assumono un umorismo che si basa esclusivamente sulla prossemica e sulla visibilità dei meccanismi, riportati in un modo esagerato e sguaiato, tra sequenze di body shaming ante-litteram nei confronti del caschetto nero della protagonista alla sequenza di “felliniana” memoria che coinvolge Shōtarō Takeuchi nell’ospedale. Ma ciò che colpisce davvero è il cambio di percezione stilistica del regista giapponese.

A Taxing Woman (1987)
Si può notare, infatti, un notevole rigore che appare decisamente in contrasto con la libertà formale condotta nella prima parte della sua carriera. Una dissonanza accentuata da un ritmo molto preciso, da dialoghi essenziali e da inquadrature puntigliose che portano alla ribalta il tono tagliente della satira in quello che è il momento più esplicitamente conflittuale della carriera di Itami, ovvero l’uscita del bellissimo Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion (1992).
La lotta contro la Yakuza non è più trattata come folklore, ma come presenza capillare nella vita economica. Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion è la dimostrazione della pervasività criminale nel tessuto sociale giapponese, attraverso un meccanismo d’intimidazione ordinaria. Ancora una volta, Nobuko Miyamoto, qui scaltrissima avvocatessa che mette in piedi una task force per abbattere la “spacconeria” del crimine, si trova di fronte ad una reazione violenta, ed è proprio la figura femminile a rappresentare la resistenza etica contro la logica dell’intimidazione, in un cinema che dunque assume caratteri d’impegno civile, strabordando - purtroppo - anche al di fuori dello schermo.
Dopo la pubblicazione di Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion, infatti, e dopo aver toccato questo nervo scoperto della società, Itami fronteggiò un’aggressione violenta proprio da parte della stessa Yakuza, che sfregiò il regista. Un atto che trasforma il film in un’opera rarissima di resistenza, e che, molto probabilmente, ha avuto poi delle ripercussioni irreversibili anche sulla vita dello stesso cineasta.

Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion (1992)
La svolta interiore prima della misteriosa fine
La presenza impellente di un intervento civile all’interno del cinema di Itami porta alla sua fase crepuscolare, che di fatto ne conclude la carriera. Da questo punto di vista, Daibyônin (1993), in inglese tradotto The Last Dance, e l’adattamento del romanzo Shizuka na seikatsu (1990), che in inglese viene tradotto in A Quiet Life (1995), diventano alquanto esplicativi di una fase discendente della carriera del cineasta giapponese, dove alle inquietudini dettate dalle minacce extra-filmiche segue una progressiva introspezione e un allontanamento, seppur momentaneo, degli argomenti satirici. Il quotidiano diventa così uno spazio di cura, un mondo in cui ci si concentra soprattutto sulle fragilità umane e sull’interiorità come pausa.
I due film svelano un nuovo lato, finora sconosciuto, del cineasta giapponese: quello legato all’introspezione, dove l’osservazione tipica della sua poetica non è più antropologica, atta a svelare i meccanismi di funzionamento della società nipponica, ma assume piuttosto dei caratteri di elaborazione nei confronti dell’esperienza umana. In The Last Dance, Itami utilizza la vita di un attore/regista televisivo coinvolto in situazioni sociali e familiari caotiche, mettendone in scena il lato performativo e mediato dell’identità pubblica. Ne emerge un cortocircuito che risalta soprattutto la fragilità di una società in cui la dimensione personale e quella morale diventano fondamentali per la sopravvivenza dell’essere, la cui fine dell’esistenza è però trattata attraverso un tono agrodolce. Nonostante la gravosità del tema, infatti, in Itami permane comunque l’umorismo e la leggerezza, attraverso il quale costruisce uno sguardo che strizza l’occhio sicuramente al classico – trovando in Ikiru (1952) di Kurosawa più di una semplice ispirazione - restando, però, sicuramente contemporaneo.
Una strada introspettiva che ricalca poi anche A Quiet Life, in cui la vita bucolica familiare getta uno sguardo sulla complessità affettiva delle relazioni familiari. Itami resta in disparte, con una camera sempre impersonale e distaccata da osservatore antropologo, ma allo stesso tempo quest’osservazione riesce a creare una notevole empatia nei suoi protagonisti, la cui dignità è messa in risalto attraverso la frase che la sorella (Hinako Saeki) del protagonista Iiyo (Atsuro Watabe) pronuncia proprio a quest’ultimo, ovvero “una persona non è uno strumento per un'altra”. In essa si ritrova un riassunto dell’umanesimo dell’ultima fase di Itami, costituita da atti molto più intimisti e da una poetica interiore che si rapporta con il senso della vita.

The Last Dance (1993)
Lo spirito umanista contamina anche Supermarket Woman (1996), che rimpolpa l’empowerment femminile tipico del regista giapponese, mostrando la protagonista interpretata da Nobuko Miyamoto come un elemento pratico e pragmatico, in grado di salvare il mondo giapponese, pienamente disfunzionale a causa dello scoppio della bolla finanziaria, combattuta attraverso l’unico strumento in grado di cambiare il mondo dall’interno: l’etica. Nel suo umorismo secco e nella rapidità del montaggio, incredibilmente cadenzato, si ritrova la mano dell’Itami esplosivo degli anni ’80, ma in aggiunta a questa dirompenza, vi è anche un rinnovato spirito umanista, che invita soprattutto a riflettere sulla decadenza dei rapporti sociali all’interno del contesto materialista giapponese.
Il tutto porta poi all’atto finale di Itami, Woman In Witness Protection (1997), in cui si respira la pressione crescente esercitata dalla criminalità organizzata sul suo lavoro dopo l’uscita di Minbo. La scelta di raccontare la storia di una donna ordinaria coinvolta, suo malgrado, in un programma di protezione testimoni permette a Itami di sviluppare un duplice movimento: da un lato osserva le istituzioni statali nel loro funzionamento quotidiano, mentre dall’altro mette in scena il tema della vulnerabilità umana dentro sistemi più grandi, spesso opachi e imprevedibili. La potenziale sorveglianza offerta da questi sistemi si rivela, alla fine, inutile, in quanto il mondo osservato dal regista giapponese è ormai instabile e ne è irreversibile la sua decadenza.
Un’opera nera che mostra come l’individuo, per sopravvivere, debba solamente sparire e cancellarsi. Il film, a questo punto, se rapportato alla vita di Itami, appare quasi disgraziatamente profetico. Il regista infatti morirà di lì a poco, il 20 Dicembre 1997, gettandosi dal tetto del palazzo di Tokyo in cui era situato il suo ufficio in seguito a uno scandalo per violenza sessuale. Una morte che ancora oggi rende perplessi, in quanto si sospetta che non ci sia dietro un suicidio, quanto un omicidio orchestrato proprio dalla Yakuza, oggetto a più riprese delle sue satire filmiche.
L’aura attorno al regista, dunque, si è tinta di giallo, e il mistero ancora appare irrisolto.

Critica, rituali e modernità
nell’opera di un autore controcorrente,
di Antonio Orrico
TR-137
22.11.2025
Gli anni ’80 hanno segnato il Giappone in modo irreversibile, spalancando il terreno a dei risvolti alquanto contraddittori. Da un lato, infatti, il decennio ha simboleggiato la rinascita dell’economia e l’apice del boom industriale, che hanno infuso una progressiva fiducia negli abitanti giapponesi per quanto riguarda stabilità sociale e sviluppo urbano. Dall’altro, proprio questa trasformazione così netta dell’ambiente orientale ha portato a una radicale sofisticazione dei consumi e a una ritualizzazione delle relazioni, gettando l’ancora per un processo di iper-amministrazione che, dalla burocrazia, si sono spostate direttamente sul quotidiano. Anche il cinema si ridimensiona, e case storiche come Nikkatsu, Shōchiku e Toei vivono un periodo di magra, favorendo la formazione di realtà progressivamente sempre più indipendenti e di registi - tra cui Kiyoshi Kurosawa, Shinji Sōmai e Nobuhiko Ōbayashi - fondamentali per il prosieguo della storia cinematografica asiatica. Tra questi, però, sorgono veri e propri “alieni”, come nel caso di Jūzō Itami.
In un panorama che tende a rispondere alla Bubble Economy con nuove forme di alienazione urbana (Ishii e Tsukamoto) o revisioni generazionali (Ōbayashi e Sōmai), Itami si posiziona come autore eccentrico capace di offrire uno sguardo etnografico e satirico sul quotidiano amministrato dell’era Showa. Per Itami, la società giapponese è ormai ghiacciata, incastonata in sistemi di regolazione minuziosa, che teatralizzano le proprie norme e che portano ad emergere i paradossi della vita quotidiana. È un Giappone satirico, parossistico, che può essere raccontato solamente attraverso la commedia post-moderna, unico specchio capace di coglierne e svelarne gli ingranaggi che alimentano le distorsioni della società.
Non è un caso che, nelle commedie di Jūzō Itami, i soggetti scelti siano fenomenologici, portati all’estremizzazione dalla stessa vita quotidiana che affrontano, sia dal punto di vista lavorativo che delle relazioni sociali. Ne risulta che l’idea di cinema del regista giapponese va a ribaltare, in modo anti-conformista, pilastri cardine del Giappone tra cui la famiglia, l’industria/il lavoro, la sacralità del rito e le fratture generazionali che si creano tra il vecchio e il nuovo.

Jūzō Itami
I primi approcci
Fin dal suo cortometraggio d’esordio, Rubber Band Pistol (1962), Jūzō Itami mostra già la tendenza a osservare la socialità nei suoi aspetti più minuti. Nella rappresentazione di questo gruppo di adolescenti alle prese con dei giochi a base di pistole giocattolo, vi è già la volontà di registrare l’umano nei suoi comportamenti più semplici, nelle sue interazioni primordiali. La gioventù, di fatto, non è quella ribelle delle opere della contemporanea Nūberu Bāgu, ma appare piuttosto scanzonata e desiderosa, più di ogni altra cosa, di creare delle relazioni sociali.
Il cineasta evita la narrativa convenzionale per concentrarsi sui gesti - molti sono i primi e primissimi piani sulle mani dei giovani protagonisti – sulle micro-gerarchie e sulle interazioni informali tra i giovani protagonisti. La scelta di un approccio quasi documentario anticipa la futura predilezione di Itami per una regia attenta ai comportamenti, più che alla psicologia o al dramma. Come si vedrà successivamente, questi ultimi non provengono mai dagli apparati burocratici, piuttosto risultano radicati nella struttura profonda della società, che però non riesce più a sostenerne la tradizione, pena il sovvertimento in qualcosa di profondamente grottesco, come avviene nel suo esordio nel lungometraggio con The Funeral (1984), primo “scardinamento” nella ritualità del Paese orientale.
Il funerale tradizionale, oggetto del film, parte da un soggetto “ozuiano” per scivolare rapidamente in un climax audio-visivo incontrovertibile, che mette in primo piano l’obsolescenza delle convenzioni formali e la discrepanza tra rito codificato e vissuto individuale. Itami non deride il rito, ma lo analizza con precisione quasi etnografica, evidenziandone le procedure, le aspettative, le dinamiche familiari e le contraddizioni - tra manuali da consultare per una buona cerimonia, etichette da seguire e posture del tutto incoerenti da assumere - per far apparire la società giapponese come un sistema di protocolli interiorizzati, in cui l’individuo è al tempo stesso attore e spettatore del proprio ruolo.
La commedia civile, dunque, diventa già il terreno fertile per esplorare la realtà circostante, usando il quotidiano come lente per riflettere sulle strutture profonde della comunità, come nel caso del successivo Tampopo (1985), rilasciato quarant’anni fa.

Rubber Band Pistol (1962)
Il caso unico di Tampopo
Per alcuni versi, Tampopo è un film importantissimo per inquadrare l’evoluzione del Giappone nel mezzo degli anni ’80. Un Giappone in piena ascesa espansionistica, che però proprio per questo motivo fatica ad avere un’identità ben precisa, avviandosi verso una dissoluzione che avrà poi il suo culmine nel decennio successivo. Nel raccontare una storia “culinaria”, di personaggi alla ricerca del “ramen perfetto”, Itami utilizza il cibo come chiave di lettura sociale, costituendo un modello di scrittura filmica unico nella produzione giapponese del periodo.
Tampopo è un prodotto in cui il linguaggio tipico di Itami esplode radicalmente. Tra contaminazione di generi - tra cui il western, chiave di volta per contestualizzare questa mescolanza anche a livello culturale, portando il Giappone ad essere un vero e proprio surrogato USA - e un registro che, con il passare del tempo, assume caratteri sempre più esagerati e grotteschi, il film del 1985 rappresenta una satira dello spaghetti-western americano, dove risultano dissacrati tutti gli archetipi del genere, ma soprattutto rappresenta il più grande atto di sfida di Itami nei confronti del suo stesso pubblico.
Il film, infatti, attraverso un finissimo gioco meta-cinematografico, porta lo spettatore - attraverso il maestoso character di Koji Yakusho - a riflettere sulle proprie abitudini cinematografiche e a dissacrarne la ritualità, in una commedia dal raro cinismo dove anche un dispositivo di piacere come quello alimentare può trasformarsi in metafora mortuaria. Il cibo diventa un oggetto culturale complesso, capace di ergersi a sistema di valori – come nel caso dei due camionisti, che ne sottovalutano l’importanza nella sequenza con il vecchio Ryutaro Otomo – e metodo d’osservazione attraverso il quale Itami osserva le relazioni tra individui, portandole ad essere un laboratorio sociale in cui emergono gerarchie, desideri e fallimenti di una popolazione che solo apparentemente è in preda a una crescita.
L’impianto situazionale di Tampopo, al crocevia tra commedia popolare e saggio antropologico, guida lo spettatore attraverso il cuore della satira del regista, evidenziando la disconnessione che rende preda la dimensione rituale e simbolica della vita contemporanea dell’Oriente intero. Itami compie così la sua opera di “rottura” dei codici, rafforzata dal dittico successivo, A Taxing Woman (1987) e A Taxing Woman’s Return (1988), emblemi della satira burocratica “itamiana”.

Tampopo (1985)
La burocrazia e la Yakuza
Nella storia di Jūzō Itami, la rappresentazione della società come pura macchina amministrativa, caotica e senza un centro preciso, ricopre un’importanza fondamentale. Dopo Tampopo, i due successivi film, A Taxing Woman e A Taxing Woman’s Return, mostrano la burocrazia come vero e proprio materiale narrativo, lontana dalle sue connotazioni opache. È la rappresentazione di un Giappone che ha perso completamente contatto con l’umanità, ormai ingabbiato in un mondo regolato dal denaro e dalle procedure, in cui ogni gesto è registrato e controllato e dove ogni ruolo non ha ormai una connotazione negativa o positivamente precisa, ma appare piuttosto sfumato.
Il caso dell’esattrice Ryōko Itakura - interpretata da Nobuko Miyamoto - agente morale che gira tutto il Giappone tentando di stanare gli evasori fiscali, è la metafora perfetta della modernità, testimoniata anche da un crescente benessere e da un fervore che si ripercuote anche nella continua mobilità della macchina da presa di Itami, che dirige con lo stesso ritmo di un film action questo affresco della nuova criminalità in cui la violenza risulta obsoleta, mentre appare piuttosto importante la speculazione finanziaria all’interno dell’ambiente, sempre più febbricitante, della Bubble Era ottantiana. La Yakuza, nel dittico, dismette radicalmente i panni della criminalità organizzata tipica dei film di Kinji Fukasaku e piuttosto diventa una versione 2.0, in una cronaca satirica che diventa entomologia del tessuto di un Paese che sta cambiando i suoi connotati anche dal punto di vista della criminalità.
La diegesi, per Itami, diventa sintomo di coreografia. Le operazioni di Nobuko Miyamoto e dei funzionari protagonisti di A Taxing Woman e A Taxing Woman’s Return assumono un umorismo che si basa esclusivamente sulla prossemica e sulla visibilità dei meccanismi, riportati in un modo esagerato e sguaiato, tra sequenze di body shaming ante-litteram nei confronti del caschetto nero della protagonista alla sequenza di “felliniana” memoria che coinvolge Shōtarō Takeuchi nell’ospedale. Ma ciò che colpisce davvero è il cambio di percezione stilistica del regista giapponese.

A Taxing Woman (1987)
Si può notare, infatti, un notevole rigore che appare decisamente in contrasto con la libertà formale condotta nella prima parte della sua carriera. Una dissonanza accentuata da un ritmo molto preciso, da dialoghi essenziali e da inquadrature puntigliose che portano alla ribalta il tono tagliente della satira in quello che è il momento più esplicitamente conflittuale della carriera di Itami, ovvero l’uscita del bellissimo Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion (1992).
La lotta contro la Yakuza non è più trattata come folklore, ma come presenza capillare nella vita economica. Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion è la dimostrazione della pervasività criminale nel tessuto sociale giapponese, attraverso un meccanismo d’intimidazione ordinaria. Ancora una volta, Nobuko Miyamoto, qui scaltrissima avvocatessa che mette in piedi una task force per abbattere la “spacconeria” del crimine, si trova di fronte ad una reazione violenta, ed è proprio la figura femminile a rappresentare la resistenza etica contro la logica dell’intimidazione, in un cinema che dunque assume caratteri d’impegno civile, strabordando - purtroppo - anche al di fuori dello schermo.
Dopo la pubblicazione di Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion, infatti, e dopo aver toccato questo nervo scoperto della società, Itami fronteggiò un’aggressione violenta proprio da parte della stessa Yakuza, che sfregiò il regista. Un atto che trasforma il film in un’opera rarissima di resistenza, e che, molto probabilmente, ha avuto poi delle ripercussioni irreversibili anche sulla vita dello stesso cineasta.

Minbo: the Gentle Art of Japanese Extortion (1992)
La svolta interiore prima della misteriosa fine
La presenza impellente di un intervento civile all’interno del cinema di Itami porta alla sua fase crepuscolare, che di fatto ne conclude la carriera. Da questo punto di vista, Daibyônin (1993), in inglese tradotto The Last Dance, e l’adattamento del romanzo Shizuka na seikatsu (1990), che in inglese viene tradotto in A Quiet Life (1995), diventano alquanto esplicativi di una fase discendente della carriera del cineasta giapponese, dove alle inquietudini dettate dalle minacce extra-filmiche segue una progressiva introspezione e un allontanamento, seppur momentaneo, degli argomenti satirici. Il quotidiano diventa così uno spazio di cura, un mondo in cui ci si concentra soprattutto sulle fragilità umane e sull’interiorità come pausa.
I due film svelano un nuovo lato, finora sconosciuto, del cineasta giapponese: quello legato all’introspezione, dove l’osservazione tipica della sua poetica non è più antropologica, atta a svelare i meccanismi di funzionamento della società nipponica, ma assume piuttosto dei caratteri di elaborazione nei confronti dell’esperienza umana. In The Last Dance, Itami utilizza la vita di un attore/regista televisivo coinvolto in situazioni sociali e familiari caotiche, mettendone in scena il lato performativo e mediato dell’identità pubblica. Ne emerge un cortocircuito che risalta soprattutto la fragilità di una società in cui la dimensione personale e quella morale diventano fondamentali per la sopravvivenza dell’essere, la cui fine dell’esistenza è però trattata attraverso un tono agrodolce. Nonostante la gravosità del tema, infatti, in Itami permane comunque l’umorismo e la leggerezza, attraverso il quale costruisce uno sguardo che strizza l’occhio sicuramente al classico – trovando in Ikiru (1952) di Kurosawa più di una semplice ispirazione - restando, però, sicuramente contemporaneo.
Una strada introspettiva che ricalca poi anche A Quiet Life, in cui la vita bucolica familiare getta uno sguardo sulla complessità affettiva delle relazioni familiari. Itami resta in disparte, con una camera sempre impersonale e distaccata da osservatore antropologo, ma allo stesso tempo quest’osservazione riesce a creare una notevole empatia nei suoi protagonisti, la cui dignità è messa in risalto attraverso la frase che la sorella (Hinako Saeki) del protagonista Iiyo (Atsuro Watabe) pronuncia proprio a quest’ultimo, ovvero “una persona non è uno strumento per un'altra”. In essa si ritrova un riassunto dell’umanesimo dell’ultima fase di Itami, costituita da atti molto più intimisti e da una poetica interiore che si rapporta con il senso della vita.

The Last Dance (1993)
Lo spirito umanista contamina anche Supermarket Woman (1996), che rimpolpa l’empowerment femminile tipico del regista giapponese, mostrando la protagonista interpretata da Nobuko Miyamoto come un elemento pratico e pragmatico, in grado di salvare il mondo giapponese, pienamente disfunzionale a causa dello scoppio della bolla finanziaria, combattuta attraverso l’unico strumento in grado di cambiare il mondo dall’interno: l’etica. Nel suo umorismo secco e nella rapidità del montaggio, incredibilmente cadenzato, si ritrova la mano dell’Itami esplosivo degli anni ’80, ma in aggiunta a questa dirompenza, vi è anche un rinnovato spirito umanista, che invita soprattutto a riflettere sulla decadenza dei rapporti sociali all’interno del contesto materialista giapponese.
Il tutto porta poi all’atto finale di Itami, Woman In Witness Protection (1997), in cui si respira la pressione crescente esercitata dalla criminalità organizzata sul suo lavoro dopo l’uscita di Minbo. La scelta di raccontare la storia di una donna ordinaria coinvolta, suo malgrado, in un programma di protezione testimoni permette a Itami di sviluppare un duplice movimento: da un lato osserva le istituzioni statali nel loro funzionamento quotidiano, mentre dall’altro mette in scena il tema della vulnerabilità umana dentro sistemi più grandi, spesso opachi e imprevedibili. La potenziale sorveglianza offerta da questi sistemi si rivela, alla fine, inutile, in quanto il mondo osservato dal regista giapponese è ormai instabile e ne è irreversibile la sua decadenza.
Un’opera nera che mostra come l’individuo, per sopravvivere, debba solamente sparire e cancellarsi. Il film, a questo punto, se rapportato alla vita di Itami, appare quasi disgraziatamente profetico. Il regista infatti morirà di lì a poco, il 20 Dicembre 1997, gettandosi dal tetto del palazzo di Tokyo in cui era situato il suo ufficio in seguito a uno scandalo per violenza sessuale. Una morte che ancora oggi rende perplessi, in quanto si sospetta che non ci sia dietro un suicidio, quanto un omicidio orchestrato proprio dalla Yakuza, oggetto a più riprese delle sue satire filmiche.
L’aura attorno al regista, dunque, si è tinta di giallo, e il mistero ancora appare irrisolto.