
NC-367
25.11.2025
Olivia Laing, classe 1977, è una scrittrice e giornalista inglese che si divide tra saggistica e produzione romanzesca. Vincitrice del premio letterario Windham–Campbell nel 2018 per la categoria Saggistica e del James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 2019 per il suo romanzo Crudo – scegliendo però di dividere le diecimila sterline del premio tra gli altri tre finalisti ritenendo che non c’è spazio per la competizione nell’arte – collabora con il Guardian, il New York Times e Frieze. In Italia la sua casa editrice è Il Saggiatore, che ha pubblicato negli ultimi anni i saggi Viaggio a Echo Spring, Gita al fiume, Everybody e Il giardino contro il tempo (e il già citato romanzo Crudo). Esce adesso - per Il Saggiatore, appunto - Specchio d’Argento, particolare e originale romanzo storico meta-cinematografico, che conferma ancora una volta la capacità della Laing di muoversi tra generi diversi pur mantenendo un’identità cristallina, imponendosi nella mente del lettore per una scrittura che unisce sensibilità critica, profondità psicologica e una rara attenzione alla vulnerabilità dei corpi e delle storie.
Con Specchio d’Argento, Olivia Laing firma il suo romanzo più ambizioso e perturbante: un’opera che affonda le mani nel mito del cinema italiano degli anni settanta per restituirne la materia viva, fragile, a tratti brutale. È un libro che si muove come una lanterna magica su un decennio carico di tensione politica e fermento artistico, e lo fa seguendo traiettorie intime, quasi segrete, illuminate da una scrittura che trasmette al tempo stesso desiderio, nostalgia e disincanto. Ambientata tra il 1974 e il 1975, la storia ha inizio a Londra, tra le ombre dell’arte performativa e i relitti emotivi di Nicholas, giovane artista inglese in fuga da un passato che non trova più il coraggio di guardare. È la sua inquietudine a condurlo a Venezia, dove un incontro casuale con Danilo Donati – scenografo e costumista di immaginazione leggendaria, collaboratore di registi del calibro di Fellini, Visconti, Pasolini, Rossellini e Zeffirelli, premio Oscar nel 1969 per Romeo e Giulietta e nel 1977 per Il Casanova felliniano – gli spalanca le porte di un universo in cui la creazione è insieme gioco, disciplina e tormento. Nei capannoni della lavorazione di Casanova di Federico Fellini, tra bozzetti, stoffe, piume e lacche, il romanzo trova la sua prima dimensione: un teatro della metamorfosi, in cui ogni oggetto è al tempo stesso artigianato e rivelazione. Ma la Laing non si limita a rievocare la magia del set: con uno stile narrativo chirurgico e sottile, conduce il lettore dietro la superficie dorata, là dove gli artisti si spogliano della loro maschera e restano vulnerabili, esposti.
La relazione tra Nicholas e Danilo è costruita con delicatezza e ambiguità: non è solo un’educazione sentimentale, ma una lenta immersione nella logica della creazione artistica, che chiede sempre un tributo di sé, un rischio, una ferita. L’ingresso nella vita e nelle ossessioni di Pier Paolo Pasolini rappresenta il vero punto di non ritorno del romanzo. Attratti dalla forza magnetica del regista, in un momento di fermo della pre-produzione de Il Casanova (1976), Nicholas e Danilo si ritrovano invischiati nella preparazione di Salò (1975), un’opera che già nel suo farsi appare circondata da un’aura di presagio, come se tutto – la politica, la Storia, il corpo, la violenza – dovesse convergere in un unico, insostenibile punto di combustione. Laing racconta questo processo con rara finezza: non indulge nei dettagli morbosi, preferisce evocare, suggerire, lasciare che sia il lettore a percepire la densità morale e simbolica di ciò che sta accadendo.

La scrittrice Olivia Laing

La copertina del volume
Finito Salò, dove Donati si occupava solamente dei costumi con il futuro premio Oscar Dante Ferretti in carico delle scenografie, Nicholas e Danilo si immergono nuovamente nel mondo de Il Casanova, che finalmente ha trovato i finanziamenti necessari per partire nonché il suo protagonista, Donald Sutherland, con cui Fellini mantenne sempre rapporti freddi e scostanti, a volte del tutto umilianti e scortesi. Tra gli alti e i bassi della sua relazione con Danilo Donati, mentre girano Il Casanova, Nicholas si fa coinvolgere nel furto di una parte dei negativi di Salò e dello stesso film di Fellini ancora sul set dal leggendario stabilimento della Technicolor Italia in via Tiburtina 1138, secondo l’autrice dovuta a una non meglio specificata situazione debitoria-ricattatoria in cui era implicato Alberto Grimaldi, produttore di entrambe le pellicole; e il romanzo della Laing sposa la tesi più volte sostenuta che Pasolini nella notte tra il 1° e il 2 novembre fosse andato all’Idroscalo di Ostia, dove trovò la morte in un brutale assassinio tuttora avvolto dal mistero, attirato nella trappola dalla promessa di poter riottenere i negativi perduti del suo film.
Come in molti romanzi storici da Walter Scott e Stendhal in poi, anche in Specchio d’argento vediamo un protagonista di finzione interagire con celebri personaggi storici: ma l’originalità del romanzo della Laing sta proprio nella scelta di ambientare la sua storia ai margini dei set di due dei più celebri film italiani degli anni settanta. Se molti film e adesso anche serie televisive hanno ricostruito set realmente esistiti – si pensi a Trumbo del 2015, biopic sul grande sceneggiatore hollywoodiano emarginato negli anni cinquanta dal maccartismo per le sue posizioni comuniste, alla miniserie The Offer (2022) sul making-of del primo Il padrino (1972) di Francis Ford Coppola, o al recente Anna (2025) di Monica Guerritore sulla Magnani, per fare solo qualche esempio, oppure, per andare più indietro nel tempo, alla geniale scena meta-cinematografica di Viale del Tramonto (1950) di Billy Wilder in cui l’immaginaria Norma Desmond incontra il vero Cecil B. DeMille nei teatri di posa della Paramount – è molto raro che un libro elegga a sua ambientazione il set di un film storicamente esistito. Il romanzo che è stato un po’ l’apripista delle narrazioni letterarie ambientate nell’industria cinematografica, l’incompiuto Gli ultimi fuochi di Francis Scott Fitzgerald, si muove comunque in una dimensione immaginaria: tra i pochi esempi che si possono fare che vanno nella stessa direzione di Specchio d’argento della Laing, Beautiful Ruins di Jess Walter, ambientato in parte sul set del kolossal Cleopatra, e Blonde di Joyce Carol Oates, incentrato sulla figura di Marilyn Monroe.
Lo stile della Laing si rivela nella sua piena forza tanto nei passaggi che tratteggiano il desiderio omosessuale maschile quanto nella descrizione dei rapporti creativi, e di forza, alla base della creazione cinematografica. Entrambe queste dimensioni sono ben incarnate nel racconto del primo, casuale incontro tra il protagonista Nicholas e Danilo Donati a Venezia: “è lì che Danilo le vede per la prima volta, accovacciato su un gradino di fronte a San Vidal, all’angolo di Campo Santo Stefano. Lui somiglia a Vivaldi, con quella pelle chiara, i capelli fiammeggianti. Sembra un angelo rinascimentale, benché inglese, ovviamente. Il primo pensiero di Danilo, con suo grande disappunto, è che a Federico quel viso pallido piacerebbe molto. Lo irrita il fatto che le preferenze di Federico siano inscritte in lui così profondamente da affiorare prima che possa scoprire le proprie, più sotterranee”.

Il rapporto tra Fellini e Donati, che pure rimase al fianco del grande regista riminese fino al suo penultimo film, Intervista (1987), fu complesso e contraddittorio e, nella ricostruzione della Laing, arrivò a un punto di particolare tensione in occasione de Il Casanova, il film di Fellini più articolato e stratificato quanto a scenografie e costumi:“non sono le richieste pressanti a farlo arrabbiare, nemmeno se gli viene chiesto di produrre l’impossibile. È il suo lavoro, dopotutto. Ciò che odia, ciò che non può tollerare, è l’interferenza. Ha passato tutta l’estate a Roma a soffrire, gli sembra ora, per evocare dal nulla il diciottesimo secolo. Ogni palazzo, ogni banchetto, ogni clavicembalo, ogni parrucca di cameriere, ogni bustino, tetto, orologio; persino l’Adriatico deve prima essere immaginato da lui. Sa creare illusioni autentiche. Sa quando attenersi alla cronaca e quando essere splendidamente anacronistico”, per poi concludere “se Federico è il maestro, lui è il mago che rimescola il calderone nell’antro oscuro”.
Belle pagine sono dedicate anche al ritratto di Pier Paolo Pasolini e all’individuazione del senso profondo di Salò o le centoventi giornate di Sodoma: “il passato non esiste, ama dire Pasolini. Invade il presente costantemente. Danilo crede che sia vero. Sa che quello che è successo a Salò non è finito per sempre. Sa quanto facilmente potrebbe tornare. Il fascismo non è mai davvero morto, ha solo cambiato forma, è diventato clandestino e periodicamente riesplode e torna visibile”, come nei ricorrenti attentati a cavallo tra la fine degli anni sessanta e tutti gli anni settanta all’interno della cosiddetta strategia della tensione, ampiamente analizzati nel loro significato sociale e politico profondo da Pasolini nei suoi articoli sul Corriere della Sera e su Il mondo poi confluiti tra gli Scritti corsari e le Lettere luterane. Però Danilo vede anche, con lo stesso sguardo in tralice, che il suo amico è all’inferno, che è completamente solo, e che il film viene da questo luogo disperato, da questa landa desolata. Se è difficile guardare, quanto più difficile è vivere. Fai il film, pensa tra sé e sé. Fallo come un esorcismo. Poi vedremo dove siamo”.
Specchio d’argento è un romanzo che vive di contrasti: la leggerezza veneziana contro la gravità del set, il gioco dell’artificio contro la crudezza del reale, l’eros contro il potere, l’intimità contro lo sguardo pubblico. Laing orchestra questi elementi con una sensibilità che ricorda la sua produzione saggistica: la sua capacità di osservare l’umano nelle sue zone liminali, in ciò che resta in ombra, in ciò che non trova linguaggio. La prosa italiana beneficia dell’elegante traduzione di Katia Bagnoli, che restituisce con estrema cura i registri molteplici dell’autrice: la sensualità trattenuta, il lirismo improvviso, la precisione documentaria, la malinconia amorosa. È una resa che protegge la complessità del testo senza appesantirlo, mantenendo intatta la trasparenza emotiva che caratterizza tutta la narrazione. Il risultato è un romanzo intenso, capace di rievocare con precisione quasi cinematografica, se non rabdomantica, un’epoca irripetibile, ma soprattutto di portare in scena ciò che il cinema, lo specchio d’argento, non mostra: la vita nuda che pulsa dietro le immagini, le relazioni che consumano e salvano, il costo intimo della creazione artistica.

NC-367
25.11.2025

La scrittrice Olivia Laing
Olivia Laing, classe 1977, è una scrittrice e giornalista inglese che si divide tra saggistica e produzione romanzesca. Vincitrice del premio letterario Windham–Campbell nel 2018 per la categoria Saggistica e del James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 2019 per il suo romanzo Crudo – scegliendo però di dividere le diecimila sterline del premio tra gli altri tre finalisti ritenendo che non c’è spazio per la competizione nell’arte – collabora con il Guardian, il New York Times e Frieze. In Italia la sua casa editrice è Il Saggiatore, che ha pubblicato negli ultimi anni i saggi Viaggio a Echo Spring, Gita al fiume, Everybody e Il giardino contro il tempo (e il già citato romanzo Crudo). Esce adesso - per Il Saggiatore, appunto - Specchio d’Argento, particolare e originale romanzo storico meta-cinematografico, che conferma ancora una volta la capacità della Laing di muoversi tra generi diversi pur mantenendo un’identità cristallina, imponendosi nella mente del lettore per una scrittura che unisce sensibilità critica, profondità psicologica e una rara attenzione alla vulnerabilità dei corpi e delle storie.
Con Specchio d’Argento, Olivia Laing firma il suo romanzo più ambizioso e perturbante: un’opera che affonda le mani nel mito del cinema italiano degli anni settanta per restituirne la materia viva, fragile, a tratti brutale. È un libro che si muove come una lanterna magica su un decennio carico di tensione politica e fermento artistico, e lo fa seguendo traiettorie intime, quasi segrete, illuminate da una scrittura che trasmette al tempo stesso desiderio, nostalgia e disincanto. Ambientata tra il 1974 e il 1975, la storia ha inizio a Londra, tra le ombre dell’arte performativa e i relitti emotivi di Nicholas, giovane artista inglese in fuga da un passato che non trova più il coraggio di guardare. È la sua inquietudine a condurlo a Venezia, dove un incontro casuale con Danilo Donati – scenografo e costumista di immaginazione leggendaria, collaboratore di registi del calibro di Fellini, Visconti, Pasolini, Rossellini e Zeffirelli, premio Oscar nel 1969 per Romeo e Giulietta e nel 1977 per Il Casanova felliniano – gli spalanca le porte di un universo in cui la creazione è insieme gioco, disciplina e tormento. Nei capannoni della lavorazione di Casanova di Federico Fellini, tra bozzetti, stoffe, piume e lacche, il romanzo trova la sua prima dimensione: un teatro della metamorfosi, in cui ogni oggetto è al tempo stesso artigianato e rivelazione. Ma la Laing non si limita a rievocare la magia del set: con uno stile narrativo chirurgico e sottile, conduce il lettore dietro la superficie dorata, là dove gli artisti si spogliano della loro maschera e restano vulnerabili, esposti.
La relazione tra Nicholas e Danilo è costruita con delicatezza e ambiguità: non è solo un’educazione sentimentale, ma una lenta immersione nella logica della creazione artistica, che chiede sempre un tributo di sé, un rischio, una ferita. L’ingresso nella vita e nelle ossessioni di Pier Paolo Pasolini rappresenta il vero punto di non ritorno del romanzo. Attratti dalla forza magnetica del regista, in un momento di fermo della pre-produzione de Il Casanova (1976), Nicholas e Danilo si ritrovano invischiati nella preparazione di Salò (1975), un’opera che già nel suo farsi appare circondata da un’aura di presagio, come se tutto – la politica, la Storia, il corpo, la violenza – dovesse convergere in un unico, insostenibile punto di combustione. Laing racconta questo processo con rara finezza: non indulge nei dettagli morbosi, preferisce evocare, suggerire, lasciare che sia il lettore a percepire la densità morale e simbolica di ciò che sta accadendo.

La copertina del volume
Finito Salò, dove Donati si occupava solamente dei costumi con il futuro premio Oscar Dante Ferretti in carico delle scenografie, Nicholas e Danilo si immergono nuovamente nel mondo de Il Casanova, che finalmente ha trovato i finanziamenti necessari per partire nonché il suo protagonista, Donald Sutherland, con cui Fellini mantenne sempre rapporti freddi e scostanti, a volte del tutto umilianti e scortesi. Tra gli alti e i bassi della sua relazione con Danilo Donati, mentre girano Il Casanova, Nicholas si fa coinvolgere nel furto di una parte dei negativi di Salò e dello stesso film di Fellini ancora sul set dal leggendario stabilimento della Technicolor Italia in via Tiburtina 1138, secondo l’autrice dovuta a una non meglio specificata situazione debitoria-ricattatoria in cui era implicato Alberto Grimaldi, produttore di entrambe le pellicole; e il romanzo della Laing sposa la tesi più volte sostenuta che Pasolini nella notte tra il 1° e il 2 novembre fosse andato all’Idroscalo di Ostia, dove trovò la morte in un brutale assassinio tuttora avvolto dal mistero, attirato nella trappola dalla promessa di poter riottenere i negativi perduti del suo film.
Come in molti romanzi storici da Walter Scott e Stendhal in poi, anche in Specchio d’argento vediamo un protagonista di finzione interagire con celebri personaggi storici: ma l’originalità del romanzo della Laing sta proprio nella scelta di ambientare la sua storia ai margini dei set di due dei più celebri film italiani degli anni settanta. Se molti film e adesso anche serie televisive hanno ricostruito set realmente esistiti – si pensi a Trumbo del 2015, biopic sul grande sceneggiatore hollywoodiano emarginato negli anni cinquanta dal maccartismo per le sue posizioni comuniste, alla miniserie The Offer (2022) sul making-of del primo Il padrino (1972) di Francis Ford Coppola, o al recente Anna (2025) di Monica Guerritore sulla Magnani, per fare solo qualche esempio, oppure, per andare più indietro nel tempo, alla geniale scena meta-cinematografica di Viale del Tramonto (1950) di Billy Wilder in cui l’immaginaria Norma Desmond incontra il vero Cecil B. DeMille nei teatri di posa della Paramount – è molto raro che un libro elegga a sua ambientazione il set di un film storicamente esistito. Il romanzo che è stato un po’ l’apripista delle narrazioni letterarie ambientate nell’industria cinematografica, l’incompiuto Gli ultimi fuochi di Francis Scott Fitzgerald, si muove comunque in una dimensione immaginaria: tra i pochi esempi che si possono fare che vanno nella stessa direzione di Specchio d’argento della Laing, Beautiful Ruins di Jess Walter, ambientato in parte sul set del kolossal Cleopatra, e Blonde di Joyce Carol Oates, incentrato sulla figura di Marilyn Monroe.
Lo stile della Laing si rivela nella sua piena forza tanto nei passaggi che tratteggiano il desiderio omosessuale maschile quanto nella descrizione dei rapporti creativi, e di forza, alla base della creazione cinematografica. Entrambe queste dimensioni sono ben incarnate nel racconto del primo, casuale incontro tra il protagonista Nicholas e Danilo Donati a Venezia: “è lì che Danilo le vede per la prima volta, accovacciato su un gradino di fronte a San Vidal, all’angolo di Campo Santo Stefano. Lui somiglia a Vivaldi, con quella pelle chiara, i capelli fiammeggianti. Sembra un angelo rinascimentale, benché inglese, ovviamente. Il primo pensiero di Danilo, con suo grande disappunto, è che a Federico quel viso pallido piacerebbe molto. Lo irrita il fatto che le preferenze di Federico siano inscritte in lui così profondamente da affiorare prima che possa scoprire le proprie, più sotterranee”.

Il rapporto tra Fellini e Donati, che pure rimase al fianco del grande regista riminese fino al suo penultimo film, Intervista (1987), fu complesso e contraddittorio e, nella ricostruzione della Laing, arrivò a un punto di particolare tensione in occasione de Il Casanova, il film di Fellini più articolato e stratificato quanto a scenografie e costumi:“non sono le richieste pressanti a farlo arrabbiare, nemmeno se gli viene chiesto di produrre l’impossibile. È il suo lavoro, dopotutto. Ciò che odia, ciò che non può tollerare, è l’interferenza. Ha passato tutta l’estate a Roma a soffrire, gli sembra ora, per evocare dal nulla il diciottesimo secolo. Ogni palazzo, ogni banchetto, ogni clavicembalo, ogni parrucca di cameriere, ogni bustino, tetto, orologio; persino l’Adriatico deve prima essere immaginato da lui. Sa creare illusioni autentiche. Sa quando attenersi alla cronaca e quando essere splendidamente anacronistico”, per poi concludere “se Federico è il maestro, lui è il mago che rimescola il calderone nell’antro oscuro”.
Belle pagine sono dedicate anche al ritratto di Pier Paolo Pasolini e all’individuazione del senso profondo di Salò o le centoventi giornate di Sodoma: “il passato non esiste, ama dire Pasolini. Invade il presente costantemente. Danilo crede che sia vero. Sa che quello che è successo a Salò non è finito per sempre. Sa quanto facilmente potrebbe tornare. Il fascismo non è mai davvero morto, ha solo cambiato forma, è diventato clandestino e periodicamente riesplode e torna visibile”, come nei ricorrenti attentati a cavallo tra la fine degli anni sessanta e tutti gli anni settanta all’interno della cosiddetta strategia della tensione, ampiamente analizzati nel loro significato sociale e politico profondo da Pasolini nei suoi articoli sul Corriere della Sera e su Il mondo poi confluiti tra gli Scritti corsari e le Lettere luterane. Però Danilo vede anche, con lo stesso sguardo in tralice, che il suo amico è all’inferno, che è completamente solo, e che il film viene da questo luogo disperato, da questa landa desolata. Se è difficile guardare, quanto più difficile è vivere. Fai il film, pensa tra sé e sé. Fallo come un esorcismo. Poi vedremo dove siamo”.
Specchio d’argento è un romanzo che vive di contrasti: la leggerezza veneziana contro la gravità del set, il gioco dell’artificio contro la crudezza del reale, l’eros contro il potere, l’intimità contro lo sguardo pubblico. Laing orchestra questi elementi con una sensibilità che ricorda la sua produzione saggistica: la sua capacità di osservare l’umano nelle sue zone liminali, in ciò che resta in ombra, in ciò che non trova linguaggio. La prosa italiana beneficia dell’elegante traduzione di Katia Bagnoli, che restituisce con estrema cura i registri molteplici dell’autrice: la sensualità trattenuta, il lirismo improvviso, la precisione documentaria, la malinconia amorosa. È una resa che protegge la complessità del testo senza appesantirlo, mantenendo intatta la trasparenza emotiva che caratterizza tutta la narrazione. Il risultato è un romanzo intenso, capace di rievocare con precisione quasi cinematografica, se non rabdomantica, un’epoca irripetibile, ma soprattutto di portare in scena ciò che il cinema, lo specchio d’argento, non mostra: la vita nuda che pulsa dietro le immagini, le relazioni che consumano e salvano, il costo intimo della creazione artistica.
