
INT-107
22.12.2025
Dopo aver co-diretto Take Out (2004) con il premio Oscar Sean Baker e aver prodotto con lui film come The Florida Project (Un sogno chiamato Florida, 2017) e Red Rocket (2021), Shih-Ching Tsou firma con La mia famiglia a Taipei (titolo originale Left-Handed Girl) il suo debutto alla regia in solitaria. Scritto insieme allo stesso Baker, che ha anche prodotto il film e ne ha curato il montaggio, La mia famiglia a Taipei è un racconto intimo e urbano, un dramma familiare che intreccia tradizione e modernità con uno sguardo profondamente empatico. Con un linguaggio visivo luminoso e un uso vibrante del colore, Tsou racconta il ritorno di una famiglia a Taipei, una città che è insieme luogo di memoria e di rinascita.
La metropoli frenetica, attraversata da luci e mercati notturni, è filtrata dallo sguardo innocente della piccola I-Jing (Nina Ye), una bambina di cinque anni che esplora la nuova vita cittadina con curiosità e meraviglia. Mentre la madre single Shu-fen (Janel Tsai) affronta i debiti gestendo un chiosco in un affollato mercato notturno e la sorella maggiore I-Ann (Shih Yuan Ma) contribuisce con un lavoro part-time, I-Jing disegna e osserva il mondo con la sua mano sinistra, che il nonno considera malvagia e che le proibisce di usare. Un divieto apparentemente insignificante che innescherà conseguenze inattese, portando la bambina a ribaltare le sorti della sua famiglia e a sfiorare un segreto a lungo custodito.
Presentato in anteprima alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes, dove è stato accolto con grande entusiasmo, La mia famiglia a Taipei ha proseguito il suo percorso alla Festa del Cinema di Roma, vincendo il premio per il Miglior Film nella sezione Progressive Cinema. L’opera di Tsou è stata inoltre selezionata come rappresentante di Taiwan per la candidature al Miglior Film Internazionale agli Academy Awards, entrando nella shortlist dei quindici titoli in corsa per i cinque posti finali.
Il film arriva nelle sale italiane a partire da oggi, 22 dicembre, distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection e WISE Pictures.
La settimana scorsa la regista ha intrapreso un piccolo tour di presentazione per il pubblico italiano e, durante la tappa milanese, abbiamo avuto il piacere di intervistarla,. Shih-Ching Tsou ci ha raccontato le connessioni personali con la storia, il lungo percorso che l’ha portata alla regia del film, il casting delle sue protagoniste e le principali differenze tra le realtà produttive americane e taiwanesi.

I-Jing (Nina Ye) e I-Ann (Shih Yuan Ma) in una sequenza del film
Qual è stata l’origine del film? Mi interessava in particolare capire da dove nascesse l’elemento della mano sinistra.
In realtà l’origine del film deriva dalla mia vita personale. Quando ero alle superiori, una volta mio nonno mi vide usare un coltello con la mano sinistra. Mi rimproverò duramente, era davvero arrabbiato. Disse che quella era la “mano del diavolo” e che non avrei mai dovuto usarla. La cosa curiosa è che all’epoca non ero nemmeno mancina. Ero stata corretta molto presto, probabilmente all’asilo, senza che mia madre lo sapesse. A quel tempo gli insegnanti correggevano automaticamente, non chiedevano, davano per scontato che si dovesse usare solo la mano destra. Quindi ero stata corretta in tenerissima età. Quando mio nonno mi disse quelle parole, realizzai all’improvviso: “oddio, forse sono davvero mancina”. Quel ricordo mi è rimasto dentro per molto tempo, fino a quando sono andata a New York per un master. Lì ho incontrato Sean Baker durante un corso di montaggio. Siamo diventati amici e abbiamo iniziato a guardare molti film insieme. All’inizio gli raccontai quell’episodio con mio nonno, e lui rimase molto colpito dall’idea della mano sinistra come “mano del diavolo”. Pensò che fosse un ottimo spunto e mi propose di provare a scriverci una sceneggiatura. È così che tutto è iniziato, nel 2001. Andammo a Taiwan, ma non riuscimmo a trovare finanziamenti. Poi, dopo tutti quegli anni in cui abbiamo continuato a fare film insieme, siamo finalmente riusciti a ottenere i fondi, dopo la presentazione di Red Rocket a Cannes.
Quindi avevate iniziato ad avere questa conversazione prima di Take Out.
Esatto. Ci sono voluti moltissimi anni, quasi venti.
È stato soprattutto per una questione di finanziamenti, oppure aspettavate il momento giusto e il modo giusto per raccontare la storia?
In realtà abbiamo sempre voluto raccontare questa storia. Dopo la prima volta, il primo viaggio intendo, avevamo capito che in quel momento non saremmo riusciti a trovare i finanziamenti. Così siamo tornati a New York e abbiamo deciso di fare Take Out. È stato un film fondamentale per entrambi, perché amavamo molto il Dogma 95. Siamo entrati in quel progetto con l’idea di adoperare lo stesso metodo per realizzare un film a New York. Abbiamo speso solo 3000 dollari, eravamo solo noi due, e in un certo senso siamo ripartiti da zero. Siamo entrati nella comunità cercando di trovare storie dall’interno, ma anche di conoscere davvero le persone. Alla fine abbiamo girato in location reali, abbiamo preso in prestito spazi dalla comunità e lavorato con persone vere, spesso alla loro prima esperienza come attori. Abbiamo imparato a fare street casting, a ottenere quasi tutte le location gratuitamente. Credo che, grazie al lavoro fatto su Take Out, anche in tutti i film successivi abbiamo adottato un approccio molto simile, persino in Left-Handed Girl. Entravamo nella comunità, ci mettevamo in relazione con le persone, inserivamo le loro storie nella sceneggiatura e lavoravamo sempre in luoghi reali.
E come hai trovato le tre interpreti principali del film? Sapevo che Janel Tsai lavora in televisione a Taiwan, mentre le altre due attrici, se non sbaglio, erano alla loro prima esperienza.
Janel, all’epoca, aveva appena vinto il premio come Miglior attrice non protagonista a Taiwan, una sorta di Emmy televisivo. Avevo visto una sua intervista in cui diceva che voleva provare qualcosa che non aveva mai fatto prima. Così ho pensato che questo ruolo fosse davvero molto diverso da quelli che aveva interpretato fino ad allora. L’ho contattata e lei ha accettato la sfida. Per quanto riguarda la sorella maggiore, Shih Yuan Ma, l’ho trovata su Instagram. Ero molto determinata a scoprire una “nuova star” per il film. Vivendo a New York, non potevo restare a Taiwan per molto tempo a fare street casting, quindi ho iniziato a cercare online ragazze e modelle taiwanesi. Quando ho visto una sua foto, ho avuto subito la sensazione che assomigliasse esattamente a I-Ann così come l’avevo immaginata nella sceneggiatura. Le ho scritto spiegandole chi ero. All’epoca studiava design all’università e non aveva mai recitato prima. Aveva fatto solo qualche servizio fotografico e alcuni brevi videoclip musicali, ma mai una vera esperienza in televisione o al cinema. Era molto felice, perché desiderava provare a recitare. Quando ho visto il suo provino, ho capito che era un’attrice naturale, aveva qualcosa di innato.

Shu-fen (Janel Tsai), I-Jing (Nina Ye) e I-Ann (Shih Yuan Ma)
E invece per quanto riguarda la piccola Nina Ye? Cercavi specificamente una bambina mancina?
Anche per lei abbiamo fatto tre diversi round di casting sui social media. Ho visto tra i cinquanta e i settanta provini, ma non riuscivo a trovare la bambina giusta. All’inizio, in effetti, volevo proprio una bambina mancina, e ne ho incontrate alcune che lo erano davvero. Poi Nina mi è stata segnalata da qualcuno, un agente a Taiwan, perché all’epoca era una piccola star della pubblicità. Appariva praticamente in uno spot sì e uno no, perché era molto carina. Tra i tre e i sei anni è l’età ideale per lavorare negli spot, e quando l’ho scelta aveva già tre anni di esperienza. Aveva anche quello sguardo molto innocente e quella qualità particolare che stavo cercando. Il primo giorno di riprese, però, sua madre mi ha detto che Nina era mancina, ma che era stata corretta. Sono rimasta sorpresa, perché molte persone mi avevano detto che ormai il tabù della mano sinistra non esiste più e che nessuno corregge più i bambini mancini. Invece, nel suo caso, era successo davvero. Così, una volta sul set, abbiamo dovuto “rieducarla” a usare di nuovo la mano sinistra. A ogni ciak dovevamo controllare se stesse usando la destra o la sinistra, perché ormai si era abituata a usare la destra. La cosa interessante è che a correggerla era stata la nonna, che non voleva che fosse mancina, pensava che non fosse normale ed era anche preoccupata che, da grande, quando si fosse sposata, il marito e la famiglia del marito potessero non accettarla. Questo era il motivo di fondo. Dopo il film, però, quando la nonna ha scoperto che Nina aveva recitato in Left-Handed Girl, non riusciva a credere che si potesse fare un film su una “ragazza mancina”. A quel punto ha rinunciato a imporle la correzione. Oggi Nina può usare liberamente sia la mano sinistra che la destra.
La mia famiglia a Taipei è stato girato con un iPhone. Era una scelta legata al desiderio di aggiungere un ulteriore livello al taglio quasi documentaristico del film? Oppure al fatto che l’iPhone è meno invasivo rispetto a una macchina da presa tradizionale?
Sì, soprattutto perché volevo girare in un vero mercato notturno. Sono luoghi estremamente affollati e, quando le persone vedono una videocamera, tendono subito ad accerchiarti e a bloccarti, diventa impossibile lavorare. Sapevo quindi che, per girare davvero in un mercato notturno, avremmo dovuto “nascondere” sia la macchina da presa sia la troupe. Il primo giorno di riprese avevamo in totale una ventina di persone di troupe, che è già pochissimo, ma comunque troppo per spazi così piccoli. Dopo aver allestito il banco dei noodles, tutti si sono messi ad aspettare dall’altra parte della strada. Nonostante girassimo con un iPhone, la gente ha subito capito che stavamo facendo un film e ha iniziato a chiedere cosa stessimo girando, chi sarebbe arrivato. Quel primo giorno, di fatto, non siamo riusciti a girare nulla. Dal secondo giorno ho detto chiaramente alla troupe che chi non era strettamente necessario doveva andarsene, tornare in ufficio o semplicemente non stare sul set. Così siamo rimasti in cinque o sei persone, insieme alle attrici. Con una macchina così piccola, dotata di stabilizzatori, nessuno notava più la videocamera, anche perché oggi “tutti” girano con l’iPhone. Da quel momento le riprese sono andate molto lisce. Spesso seguivamo Nina girando dal suo punto di vista, in mezzo alla folla. La gente vedeva solo lei che camminava, ma non si accorgeva della macchina da presa che la seguiva, né della troupe. Di solito c’erano solo due operatori, io e la script supervisor, e ci limitavamo a seguirla. È così che siamo riusciti a completare le riprese. Alla fine, alcuni veri clienti si sono fermati a ordinare i noodles alla nostra attrice, senza rendersi conto che stavamo girando un film.
E li hanno apprezzati?
Sì, li abbiamo davvero serviti (la regista ride, n.d.r.). In situazioni del genere è meglio non spiegare nulla, perché altrimenti le persone iniziano a fare domande. Così abbiamo semplicemente cucinato il cibo, lo abbiamo servito e loro se ne sono andati.
Ho apprezzato molto l’uso delle inquadrature “dal basso”, perché immergono lo spettatore nel punto di vista della giovane protagonista. In particolare, il mercato notturno finisce per diventare quasi un luogo fiabesco. Senza voler citare direttamente il lavoro di Sean Baker, ho avuto una sensazione simile a quella di The Florida Project (2017), nel modo in cui il personaggio di Brooklyn Prince attraversa e osserva il mondo intorno a sé. È stata una scelta davvero riuscita.
Sì, era proprio questa l’intenzione. Anche il lavoro sul colore va in quella direzione, nella primissima inquadratura del film si vedono immagini a sfondo caleidoscopico, e volevamo proprio accompagnare lo spettatore all’interno di questo mondo attraverso il punto di vista di I-Jing. L’iPhone ci ha aiutato molto, perché permette di avvicinarsi tantissimo ai personaggi. Questo è uno degli elementi che rende il nostro film molto diverso da altri film taiwanesi, noi siamo estremamente vicini alle attrici. Si possono vedere le emozioni in modo molto più vivido. In molti film taiwanesi, invece, la macchina da presa resta sempre molto distante e non si percepisce davvero cosa stia accadendo emotivamente. Credo che anche questo sia uno degli aspetti che rendono il film speciale.

I-Jing nel mercato notturno di La mia famiglia a Taipei (2025)
Infatti, la “texture” dell’iPhone contribuisce a creare un’atmosfera molto vibrante, una Taipei che raramente vediamo nel cinema taiwanese come hai appena detto. Volevo chiederti quali fossero gli aspetti più importanti che desideravi trasmettere nel rappresentare la città.
Credo che, prima di tutto, dovevo far sì che il mercato notturno diventasse un personaggio del film. Questo era davvero l’obiettivo. Ho detto a Sean che volevo raccontare una storia su come sono cresciuta a Taipei, e naturalmente il mercato notturno ne è una parte fondamentale, perché è profondamente legato alla cultura del luogo. Tutti ci vanno, per cenare, per incontrare gli amici, per socializzare. In questo contesto specifico sentivo che il mercato fosse, di per sé, qualcosa di bellissimo e che dovesse diventare il fulcro del film. Volevo che il pubblico avesse una sensazione di immersione totale. Anche se non sei mai stato a Taiwan, o non sei mai stato in un mercato notturno, desideravo che potessi percepirne davvero l’atmosfera e lasciarti attraversare da quella vibrazione.
Volevo chiederti anche di un personaggio secondario, quello della nonna. Perché compie questo tipo di truffa, che davvero non riuscivo a capire, coinvolge passaporti, persone che entrano e escono… Come ti è venuta l’idea?
In realtà è ispirata a una notizia vera, che si vede anche nel film.
Ah, è una notizia reale?
Sì, tutte le notizie lo sono. Le abbiamo semplicemente acquistate da una testata giornalistica. Solo la notizia del suricato l’abbiamo creata noi, tutte le altre sono reali. L’episodio in cui la nonna aiuta persone coinvolte nel traffico di immigrati cinesi è realmente accaduto. Quando abbiamo visto quella notizia a Taiwan abbiamo pensato: “Oh mio Dio, possiamo inserirla nel film, può diventare un punto della trama”. Si tratta di una zona grigia; probabilmente la nonna non si rendeva nemmeno conto di fare qualcosa di sbagliato. Pensava davvero di aiutare qualcuno. Credo che quando le persone invecchiano, sviluppino prospettive diverse; si convincono di fare del bene anche quando la situazione è complessa. Questo è anche uno degli elementi divertenti che volevo inserire. A Taiwan ci sono molte truffe, spesso le persone non sanno di star facendo qualcosa di sbagliato, pensano di agire bene, ma in realtà è tutto un grande inganno.
Mentre è normale a Taipei avere un suricato come animale domestico?
Nel copione originale, GooGoo era in realtà una scimmia. Quando ero piccola avevo una scimmia come animale domestico, quindi nel copione iniziale avevo scritto una scimmia. Ma durante la pre-produzione ci siamo resi conto che non potevamo usarne una perché le regole sono molto rigide. Per girare con una scimmia in un film o in TV servono un addestratore professionista e dei certificati. La scimmia deve essere addestrata professionalmente, quindi non potevamo girare con lei. A quel punto ho notato un veterinario a Taiwan che aveva diversi animali esotici. L’ho contattato e mi ha consigliato il suricato. Viveva in casa con loro, insieme a gatti e cani. Mi ha spiegato che il suricato è molto intelligente, si può addestrare usando una pallina con un insetto, che è il suo snack preferito. Si mette l’insetto nella pallina, la si lancia e il suricato la insegue. Così la scimmia è diventata un suricato. La cosa divertente è che i suricati sono molto popolari a Taiwan, esistono persino dei caffè dove le persone vanno a bere e a mangiare mentre li accarezzano.
La scena in cui giocano con la pallina era davvero stressante, perché sapevo cosa sarebbe potuto succedere, ma dentro di me pensavo comunque: “No, per favore, non farlo”. Volevo chiederti anche dell’epilogo: dopo la cerimonia, non mi aspettavo che il film finisse su una nota positiva, così ottimistica. Mi aspettavo qualcosa di peggiore, che la scoperta del “segreto” producesse conseguenze più gravi. Cosa ti ha spinto a chiudere il film con questo finale positivo?
Credo che sia ispirato alla vita reale. Tutti litighiamo con le nostre madri, giusto? Tutti litighiamo con la famiglia, ma molto spesso, alla fine, quello che è successo la sera prima viene lasciato da parte, il giorno dopo tua madre prepara un buon pasto e dice: “Ok, è ora di mangiare”. Non c’è mai una vera scusa, ma tutto torna alla normalità. Penso che sia proprio così nella vita reale, non restiamo davvero arrabbiati a lungo. Soprattutto dopo che viene rivelato un grande segreto, tutti si sentono sollevati alla fine. È un po’ così che funziona la vita, dopo aver svelato il segreto, tutto sembra tornare normale, e il giorno dopo la vita continua.

La mia famiglia a Taipei (2025)
Questa è un po’ una curiosità personale perché mi piace molto il brano. Nel film si sente brevemente la canzone “Hip” delle MAMAMOO due volte. Hai scelto tu quel brano specifico? C’è un significato particolare dietro?
Sì. La musica coreana è stata molto popolare a Taiwan, quindi nel copione originale, già dieci anni fa, c’era una canzone k-pop. Ricordo che all’epoca era “Nobody” delle Wonder Girls. Non so se le conosci, erano una band coreana molto famosa dieci anni fa. Quando ho aggiornato il copione, quella canzone era ormai vecchia, quindi ho scelto “Hip” delle MAMAMOO, che è anch’essa molto popolare. Negli ultimi anni il gruppo si è un po’ sciolto come sai, e una delle cantanti, Hwasa, ha iniziato la carriera da solista ed è diventata molto famosa.
Per concludere, visto che hai lavorato come produttrice e regista sia in America che in Taiwan, volevo chiederti quali fossero le principali differenze tra i due modelli di produzione, distribuzione e regia?
Oh, sì, il modo in cui si producono i film è piuttosto diverso. Quando sono tornata a Taiwan per girare questo film, sono rimasta sorpresa, non era come pensavo. Credevo che a Taiwan quasi tutti i film fossero indipendenti, ma invece ho scoperto che molte persone vanno in Cina a lavorare per un po’ perché la manodopera è molto economica, quindi solitamente hanno squadre enormi, tutti hanno assistenti, assistenti di assistenti, e così via. Tornando a Taiwan, all’inizio non riuscivo a trovare una troupe abituata a lavorare direttamente, tutti dicevano “io avrò tre assistenti”. Quindi ho dovuto impiegare un po’ di tempo a formare il team, assicurandomi di trovare persone disposte a rimboccarsi le maniche e lavorare concretamente, senza assistenti. Questo mi ha sorpreso molto. Inoltre, io e Sean abbiamo sviluppato un metodo di lavoro particolare, lavoriamo sempre con squadre molto piccole. Anche in Red Rocket eravamo solo in dieci. Speravo di avere un team ridotto anche qui, ma a Taiwan non era possibile perché le persone hanno il loro modo di lavorare sui film. Ho dovuto quindi creare il mio team e spiegare che in questo gruppo tutti dovevano collaborare. È un tipo di produzione davvero indipendente. Un’altra differenza importante riguarda i sindacati. Negli Stati Uniti ce ne sono molti e bisogna seguire regole precise, anche nei film che non appartengono propriamente a queste associazioni. A Taiwan, invece, esiste probabilmente un solo grande sindacato, quindi non sono così rigidi su orari e turni. Quando abbiamo iniziato a lavorare con la troupe, tutti erano sorpresi. Ricordo il primo giorno, abbiamo lavorato solo sei ore e loro ci chiedevano, increduli: “Siamo già liberi?”. Sono abituati a fare 12-13 ore al giorno! Ogni giorno abbiamo lavorato sei-otto ore, mai straordinari, in modo molto strutturato ed efficiente. È stato anche divertente vedere la loro sorpresa.
Il trailer di La mia famiglia a Taipei (2025)
INT-107
22.12.2025
Dopo aver co-diretto Take Out (2004) con il premio Oscar Sean Baker e aver prodotto con lui film come The Florida Project (Un sogno chiamato Florida, 2017) e Red Rocket (2021), Shih-Ching Tsou firma con La mia famiglia a Taipei (titolo originale Left-Handed Girl) il suo debutto alla regia in solitaria. Scritto insieme allo stesso Baker, che ha anche prodotto il film e ne ha curato il montaggio, La mia famiglia a Taipei è un racconto intimo e urbano, un dramma familiare che intreccia tradizione e modernità con uno sguardo profondamente empatico. Con un linguaggio visivo luminoso e un uso vibrante del colore, Tsou racconta il ritorno di una famiglia a Taipei, una città che è insieme luogo di memoria e di rinascita.
La metropoli frenetica, attraversata da luci e mercati notturni, è filtrata dallo sguardo innocente della piccola I-Jing (Nina Ye), una bambina di cinque anni che esplora la nuova vita cittadina con curiosità e meraviglia. Mentre la madre single Shu-fen (Janel Tsai) affronta i debiti gestendo un chiosco in un affollato mercato notturno e la sorella maggiore I-Ann (Shih Yuan Ma) contribuisce con un lavoro part-time, I-Jing disegna e osserva il mondo con la sua mano sinistra, che il nonno considera malvagia e che le proibisce di usare. Un divieto apparentemente insignificante che innescherà conseguenze inattese, portando la bambina a ribaltare le sorti della sua famiglia e a sfiorare un segreto a lungo custodito.
Presentato in anteprima alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes, dove è stato accolto con grande entusiasmo, La mia famiglia a Taipei ha proseguito il suo percorso alla Festa del Cinema di Roma, vincendo il premio per il Miglior Film nella sezione Progressive Cinema. L’opera di Tsou è stata inoltre selezionata come rappresentante di Taiwan per la candidature al Miglior Film Internazionale agli Academy Awards, entrando nella shortlist dei quindici titoli in corsa per i cinque posti finali.
Il film arriva nelle sale italiane a partire da oggi, 22 dicembre, distribuito da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection e WISE Pictures.
La settimana scorsa la regista ha intrapreso un piccolo tour di presentazione per il pubblico italiano e, durante la tappa milanese, abbiamo avuto il piacere di intervistarla,. Shih-Ching Tsou ci ha raccontato le connessioni personali con la storia, il lungo percorso che l’ha portata alla regia del film, il casting delle sue protagoniste e le principali differenze tra le realtà produttive americane e taiwanesi.

I-Jing (Nina Ye) e I-Ann (Shih Yuan Ma) in una sequenza del film
Qual è stata l’origine del film? Mi interessava in particolare capire da dove nascesse l’elemento della mano sinistra.
In realtà l’origine del film deriva dalla mia vita personale. Quando ero alle superiori, una volta mio nonno mi vide usare un coltello con la mano sinistra. Mi rimproverò duramente, era davvero arrabbiato. Disse che quella era la “mano del diavolo” e che non avrei mai dovuto usarla. La cosa curiosa è che all’epoca non ero nemmeno mancina. Ero stata corretta molto presto, probabilmente all’asilo, senza che mia madre lo sapesse. A quel tempo gli insegnanti correggevano automaticamente, non chiedevano, davano per scontato che si dovesse usare solo la mano destra. Quindi ero stata corretta in tenerissima età. Quando mio nonno mi disse quelle parole, realizzai all’improvviso: “oddio, forse sono davvero mancina”. Quel ricordo mi è rimasto dentro per molto tempo, fino a quando sono andata a New York per un master. Lì ho incontrato Sean Baker durante un corso di montaggio. Siamo diventati amici e abbiamo iniziato a guardare molti film insieme. All’inizio gli raccontai quell’episodio con mio nonno, e lui rimase molto colpito dall’idea della mano sinistra come “mano del diavolo”. Pensò che fosse un ottimo spunto e mi propose di provare a scriverci una sceneggiatura. È così che tutto è iniziato, nel 2001. Andammo a Taiwan, ma non riuscimmo a trovare finanziamenti. Poi, dopo tutti quegli anni in cui abbiamo continuato a fare film insieme, siamo finalmente riusciti a ottenere i fondi, dopo la presentazione di Red Rocket a Cannes.
Quindi avevate iniziato ad avere questa conversazione prima di Take Out.
Esatto. Ci sono voluti moltissimi anni, quasi venti.
È stato soprattutto per una questione di finanziamenti, oppure aspettavate il momento giusto e il modo giusto per raccontare la storia?
In realtà abbiamo sempre voluto raccontare questa storia. Dopo la prima volta, il primo viaggio intendo, avevamo capito che in quel momento non saremmo riusciti a trovare i finanziamenti. Così siamo tornati a New York e abbiamo deciso di fare Take Out. È stato un film fondamentale per entrambi, perché amavamo molto il Dogma 95. Siamo entrati in quel progetto con l’idea di adoperare lo stesso metodo per realizzare un film a New York. Abbiamo speso solo 3000 dollari, eravamo solo noi due, e in un certo senso siamo ripartiti da zero. Siamo entrati nella comunità cercando di trovare storie dall’interno, ma anche di conoscere davvero le persone. Alla fine abbiamo girato in location reali, abbiamo preso in prestito spazi dalla comunità e lavorato con persone vere, spesso alla loro prima esperienza come attori. Abbiamo imparato a fare street casting, a ottenere quasi tutte le location gratuitamente. Credo che, grazie al lavoro fatto su Take Out, anche in tutti i film successivi abbiamo adottato un approccio molto simile, persino in Left-Handed Girl. Entravamo nella comunità, ci mettevamo in relazione con le persone, inserivamo le loro storie nella sceneggiatura e lavoravamo sempre in luoghi reali.
E come hai trovato le tre interpreti principali del film? Sapevo che Janel Tsai lavora in televisione a Taiwan, mentre le altre due attrici, se non sbaglio, erano alla loro prima esperienza.
Janel, all’epoca, aveva appena vinto il premio come Miglior attrice non protagonista a Taiwan, una sorta di Emmy televisivo. Avevo visto una sua intervista in cui diceva che voleva provare qualcosa che non aveva mai fatto prima. Così ho pensato che questo ruolo fosse davvero molto diverso da quelli che aveva interpretato fino ad allora. L’ho contattata e lei ha accettato la sfida. Per quanto riguarda la sorella maggiore, Shih Yuan Ma, l’ho trovata su Instagram. Ero molto determinata a scoprire una “nuova star” per il film. Vivendo a New York, non potevo restare a Taiwan per molto tempo a fare street casting, quindi ho iniziato a cercare online ragazze e modelle taiwanesi. Quando ho visto una sua foto, ho avuto subito la sensazione che assomigliasse esattamente a I-Ann così come l’avevo immaginata nella sceneggiatura. Le ho scritto spiegandole chi ero. All’epoca studiava design all’università e non aveva mai recitato prima. Aveva fatto solo qualche servizio fotografico e alcuni brevi videoclip musicali, ma mai una vera esperienza in televisione o al cinema. Era molto felice, perché desiderava provare a recitare. Quando ho visto il suo provino, ho capito che era un’attrice naturale, aveva qualcosa di innato.

Shu-fen (Janel Tsai), I-Jing (Nina Ye) e I-Ann (Shih Yuan Ma)
E invece per quanto riguarda la piccola Nina Ye? Cercavi specificamente una bambina mancina?
Anche per lei abbiamo fatto tre diversi round di casting sui social media. Ho visto tra i cinquanta e i settanta provini, ma non riuscivo a trovare la bambina giusta. All’inizio, in effetti, volevo proprio una bambina mancina, e ne ho incontrate alcune che lo erano davvero. Poi Nina mi è stata segnalata da qualcuno, un agente a Taiwan, perché all’epoca era una piccola star della pubblicità. Appariva praticamente in uno spot sì e uno no, perché era molto carina. Tra i tre e i sei anni è l’età ideale per lavorare negli spot, e quando l’ho scelta aveva già tre anni di esperienza. Aveva anche quello sguardo molto innocente e quella qualità particolare che stavo cercando. Il primo giorno di riprese, però, sua madre mi ha detto che Nina era mancina, ma che era stata corretta. Sono rimasta sorpresa, perché molte persone mi avevano detto che ormai il tabù della mano sinistra non esiste più e che nessuno corregge più i bambini mancini. Invece, nel suo caso, era successo davvero. Così, una volta sul set, abbiamo dovuto “rieducarla” a usare di nuovo la mano sinistra. A ogni ciak dovevamo controllare se stesse usando la destra o la sinistra, perché ormai si era abituata a usare la destra. La cosa interessante è che a correggerla era stata la nonna, che non voleva che fosse mancina, pensava che non fosse normale ed era anche preoccupata che, da grande, quando si fosse sposata, il marito e la famiglia del marito potessero non accettarla. Questo era il motivo di fondo. Dopo il film, però, quando la nonna ha scoperto che Nina aveva recitato in Left-Handed Girl, non riusciva a credere che si potesse fare un film su una “ragazza mancina”. A quel punto ha rinunciato a imporle la correzione. Oggi Nina può usare liberamente sia la mano sinistra che la destra.
La mia famiglia a Taipei è stato girato con un iPhone. Era una scelta legata al desiderio di aggiungere un ulteriore livello al taglio quasi documentaristico del film? Oppure al fatto che l’iPhone è meno invasivo rispetto a una macchina da presa tradizionale?
Sì, soprattutto perché volevo girare in un vero mercato notturno. Sono luoghi estremamente affollati e, quando le persone vedono una videocamera, tendono subito ad accerchiarti e a bloccarti, diventa impossibile lavorare. Sapevo quindi che, per girare davvero in un mercato notturno, avremmo dovuto “nascondere” sia la macchina da presa sia la troupe. Il primo giorno di riprese avevamo in totale una ventina di persone di troupe, che è già pochissimo, ma comunque troppo per spazi così piccoli. Dopo aver allestito il banco dei noodles, tutti si sono messi ad aspettare dall’altra parte della strada. Nonostante girassimo con un iPhone, la gente ha subito capito che stavamo facendo un film e ha iniziato a chiedere cosa stessimo girando, chi sarebbe arrivato. Quel primo giorno, di fatto, non siamo riusciti a girare nulla. Dal secondo giorno ho detto chiaramente alla troupe che chi non era strettamente necessario doveva andarsene, tornare in ufficio o semplicemente non stare sul set. Così siamo rimasti in cinque o sei persone, insieme alle attrici. Con una macchina così piccola, dotata di stabilizzatori, nessuno notava più la videocamera, anche perché oggi “tutti” girano con l’iPhone. Da quel momento le riprese sono andate molto lisce. Spesso seguivamo Nina girando dal suo punto di vista, in mezzo alla folla. La gente vedeva solo lei che camminava, ma non si accorgeva della macchina da presa che la seguiva, né della troupe. Di solito c’erano solo due operatori, io e la script supervisor, e ci limitavamo a seguirla. È così che siamo riusciti a completare le riprese. Alla fine, alcuni veri clienti si sono fermati a ordinare i noodles alla nostra attrice, senza rendersi conto che stavamo girando un film.
E li hanno apprezzati?
Sì, li abbiamo davvero serviti (la regista ride, n.d.r.). In situazioni del genere è meglio non spiegare nulla, perché altrimenti le persone iniziano a fare domande. Così abbiamo semplicemente cucinato il cibo, lo abbiamo servito e loro se ne sono andati.
Ho apprezzato molto l’uso delle inquadrature “dal basso”, perché immergono lo spettatore nel punto di vista della giovane protagonista. In particolare, il mercato notturno finisce per diventare quasi un luogo fiabesco. Senza voler citare direttamente il lavoro di Sean Baker, ho avuto una sensazione simile a quella di The Florida Project (2017), nel modo in cui il personaggio di Brooklyn Prince attraversa e osserva il mondo intorno a sé. È stata una scelta davvero riuscita.
Sì, era proprio questa l’intenzione. Anche il lavoro sul colore va in quella direzione, nella primissima inquadratura del film si vedono immagini a sfondo caleidoscopico, e volevamo proprio accompagnare lo spettatore all’interno di questo mondo attraverso il punto di vista di I-Jing. L’iPhone ci ha aiutato molto, perché permette di avvicinarsi tantissimo ai personaggi. Questo è uno degli elementi che rende il nostro film molto diverso da altri film taiwanesi, noi siamo estremamente vicini alle attrici. Si possono vedere le emozioni in modo molto più vivido. In molti film taiwanesi, invece, la macchina da presa resta sempre molto distante e non si percepisce davvero cosa stia accadendo emotivamente. Credo che anche questo sia uno degli aspetti che rendono il film speciale.

I-Jing nel mercato notturno di La mia famiglia a Taipei (2025)
Infatti, la “texture” dell’iPhone contribuisce a creare un’atmosfera molto vibrante, una Taipei che raramente vediamo nel cinema taiwanese come hai appena detto. Volevo chiederti quali fossero gli aspetti più importanti che desideravi trasmettere nel rappresentare la città.
Credo che, prima di tutto, dovevo far sì che il mercato notturno diventasse un personaggio del film. Questo era davvero l’obiettivo. Ho detto a Sean che volevo raccontare una storia su come sono cresciuta a Taipei, e naturalmente il mercato notturno ne è una parte fondamentale, perché è profondamente legato alla cultura del luogo. Tutti ci vanno, per cenare, per incontrare gli amici, per socializzare. In questo contesto specifico sentivo che il mercato fosse, di per sé, qualcosa di bellissimo e che dovesse diventare il fulcro del film. Volevo che il pubblico avesse una sensazione di immersione totale. Anche se non sei mai stato a Taiwan, o non sei mai stato in un mercato notturno, desideravo che potessi percepirne davvero l’atmosfera e lasciarti attraversare da quella vibrazione.
Volevo chiederti anche di un personaggio secondario, quello della nonna. Perché compie questo tipo di truffa, che davvero non riuscivo a capire, coinvolge passaporti, persone che entrano e escono… Come ti è venuta l’idea?
In realtà è ispirata a una notizia vera, che si vede anche nel film.
Ah, è una notizia reale?
Sì, tutte le notizie lo sono. Le abbiamo semplicemente acquistate da una testata giornalistica. Solo la notizia del suricato l’abbiamo creata noi, tutte le altre sono reali. L’episodio in cui la nonna aiuta persone coinvolte nel traffico di immigrati cinesi è realmente accaduto. Quando abbiamo visto quella notizia a Taiwan abbiamo pensato: “Oh mio Dio, possiamo inserirla nel film, può diventare un punto della trama”. Si tratta di una zona grigia; probabilmente la nonna non si rendeva nemmeno conto di fare qualcosa di sbagliato. Pensava davvero di aiutare qualcuno. Credo che quando le persone invecchiano, sviluppino prospettive diverse; si convincono di fare del bene anche quando la situazione è complessa. Questo è anche uno degli elementi divertenti che volevo inserire. A Taiwan ci sono molte truffe, spesso le persone non sanno di star facendo qualcosa di sbagliato, pensano di agire bene, ma in realtà è tutto un grande inganno.
Mentre è normale a Taipei avere un suricato come animale domestico?
Nel copione originale, GooGoo era in realtà una scimmia. Quando ero piccola avevo una scimmia come animale domestico, quindi nel copione iniziale avevo scritto una scimmia. Ma durante la pre-produzione ci siamo resi conto che non potevamo usarne una perché le regole sono molto rigide. Per girare con una scimmia in un film o in TV servono un addestratore professionista e dei certificati. La scimmia deve essere addestrata professionalmente, quindi non potevamo girare con lei. A quel punto ho notato un veterinario a Taiwan che aveva diversi animali esotici. L’ho contattato e mi ha consigliato il suricato. Viveva in casa con loro, insieme a gatti e cani. Mi ha spiegato che il suricato è molto intelligente, si può addestrare usando una pallina con un insetto, che è il suo snack preferito. Si mette l’insetto nella pallina, la si lancia e il suricato la insegue. Così la scimmia è diventata un suricato. La cosa divertente è che i suricati sono molto popolari a Taiwan, esistono persino dei caffè dove le persone vanno a bere e a mangiare mentre li accarezzano.
La scena in cui giocano con la pallina era davvero stressante, perché sapevo cosa sarebbe potuto succedere, ma dentro di me pensavo comunque: “No, per favore, non farlo”. Volevo chiederti anche dell’epilogo: dopo la cerimonia, non mi aspettavo che il film finisse su una nota positiva, così ottimistica. Mi aspettavo qualcosa di peggiore, che la scoperta del “segreto” producesse conseguenze più gravi. Cosa ti ha spinto a chiudere il film con questo finale positivo?
Credo che sia ispirato alla vita reale. Tutti litighiamo con le nostre madri, giusto? Tutti litighiamo con la famiglia, ma molto spesso, alla fine, quello che è successo la sera prima viene lasciato da parte, il giorno dopo tua madre prepara un buon pasto e dice: “Ok, è ora di mangiare”. Non c’è mai una vera scusa, ma tutto torna alla normalità. Penso che sia proprio così nella vita reale, non restiamo davvero arrabbiati a lungo. Soprattutto dopo che viene rivelato un grande segreto, tutti si sentono sollevati alla fine. È un po’ così che funziona la vita, dopo aver svelato il segreto, tutto sembra tornare normale, e il giorno dopo la vita continua.

La mia famiglia a Taipei (2025)
Questa è un po’ una curiosità personale perché mi piace molto il brano. Nel film si sente brevemente la canzone “Hip” delle MAMAMOO due volte. Hai scelto tu quel brano specifico? C’è un significato particolare dietro?
Sì. La musica coreana è stata molto popolare a Taiwan, quindi nel copione originale, già dieci anni fa, c’era una canzone k-pop. Ricordo che all’epoca era “Nobody” delle Wonder Girls. Non so se le conosci, erano una band coreana molto famosa dieci anni fa. Quando ho aggiornato il copione, quella canzone era ormai vecchia, quindi ho scelto “Hip” delle MAMAMOO, che è anch’essa molto popolare. Negli ultimi anni il gruppo si è un po’ sciolto come sai, e una delle cantanti, Hwasa, ha iniziato la carriera da solista ed è diventata molto famosa.
Per concludere, visto che hai lavorato come produttrice e regista sia in America che in Taiwan, volevo chiederti quali fossero le principali differenze tra i due modelli di produzione, distribuzione e regia?
Oh, sì, il modo in cui si producono i film è piuttosto diverso. Quando sono tornata a Taiwan per girare questo film, sono rimasta sorpresa, non era come pensavo. Credevo che a Taiwan quasi tutti i film fossero indipendenti, ma invece ho scoperto che molte persone vanno in Cina a lavorare per un po’ perché la manodopera è molto economica, quindi solitamente hanno squadre enormi, tutti hanno assistenti, assistenti di assistenti, e così via. Tornando a Taiwan, all’inizio non riuscivo a trovare una troupe abituata a lavorare direttamente, tutti dicevano “io avrò tre assistenti”. Quindi ho dovuto impiegare un po’ di tempo a formare il team, assicurandomi di trovare persone disposte a rimboccarsi le maniche e lavorare concretamente, senza assistenti. Questo mi ha sorpreso molto. Inoltre, io e Sean abbiamo sviluppato un metodo di lavoro particolare, lavoriamo sempre con squadre molto piccole. Anche in Red Rocket eravamo solo in dieci. Speravo di avere un team ridotto anche qui, ma a Taiwan non era possibile perché le persone hanno il loro modo di lavorare sui film. Ho dovuto quindi creare il mio team e spiegare che in questo gruppo tutti dovevano collaborare. È un tipo di produzione davvero indipendente. Un’altra differenza importante riguarda i sindacati. Negli Stati Uniti ce ne sono molti e bisogna seguire regole precise, anche nei film che non appartengono propriamente a queste associazioni. A Taiwan, invece, esiste probabilmente un solo grande sindacato, quindi non sono così rigidi su orari e turni. Quando abbiamo iniziato a lavorare con la troupe, tutti erano sorpresi. Ricordo il primo giorno, abbiamo lavorato solo sei ore e loro ci chiedevano, increduli: “Siamo già liberi?”. Sono abituati a fare 12-13 ore al giorno! Ogni giorno abbiamo lavorato sei-otto ore, mai straordinari, in modo molto strutturato ed efficiente. È stato anche divertente vedere la loro sorpresa.
Il trailer di La mia famiglia a Taipei (2025)