

Che eredità ha lasciato alla Settima Arte
il cinema di Béla Tarr?
di Viktor Tóth
TR-146
14.03.2026
Il 2026 si è aperto con una notizia che ha sconvolto il mondo del cinema: com’è purtroppo avvenuto spesso negli ultimi anni, se n’è andato un altro regista di portata storica. Nel corso di questi mesi mesi, a commemorarlo sono stati artisti notissimi: Jim Jarmusch, Gael Garcia Bernal, Tsai-Ming Liang, László Nemes. Già la sua figura malridotta, sempre con una sigaretta in mano e spesso con occhiali da sole posti sulla fronte, evocava l’essenza del suo cinema, così come nominare semplicemente il suo nome: Béla Tarr.
L’eredità
Così com’è la struttura di alcune delle sue opere più importanti, raccontare il cinema di Tarr necessita un percorso non-lineare. È giusto partire dall’eredità che si e lasciato dietro. Tarr, in seguito alla regia di dieci lungometraggi nel corso di circa trent’anni di carriera, si ritira a 55 anni. Durante l’ultimo decennio e mezzo di vita ha “supervisionato” una vastissima generazione di cineasti, molti dei quali hanno frequentato la sua “Factory” a Sarajevo tra il 2013 ed il 2017. Un’esperienza in cui non esisteva alcuna didattica tradizionale: tra i “docenti”, Gael Garcia Bernal racconta di aver organizzato tra gli studenti una squadra di calcio per competere con alcuni ragazzi locali (perdendo), secondo altre fonti anonime, spesso gli studenti si ritrovavano a fare pulizie, raramente ci si occupava di aspetti tecnici legati alle riprese di un film. Eppure, nel suo “laboratorio”, presenziavano vari registi di spessore mondiale, come Apichatpong Weerasethakul o Gus Van Sant, sintomo del rispetto che la comunità cinematografica provava nei confronti del regista. Van Sant, nei primi 2000, raccontava che la visione di Perdizione (Kárhozat, 1987) lo condusse ad una vera e propria epifania, e pur non avendolo confermato esplicitamente, in Gerry (2002) o Elephant (2003) sembra, almeno in parte, seguire le orme del cineasta ungherese.
Dalla Factory, come da vari altri workshop successivi o semestri presso la Free SZFE (l’Accademia di Cinema ungherese “libera” nata in risposta alle pressioni governative sulla Scuola di Cinema Statale, la SZFE), è emersa un’ampia generazione di giovani autori che hanno avuto l’onore del mentorato di Tarr. Per citarne un paio: Valdimar Jóhannson, regista del conturbante Lamb (2021), e Hilal Baydarov, il cineasta azero che più viene presentato ai festival internazionali. Nel 2025, Tarr svolgeva il ruolo di executive producer per Stars of Little Importance (Minden Csillag, 2025), il debutto di Renátó Olasz, a testimonianza del fatto che, fino all’ultimo, il regista cercò di supportare giovani voci. Lo fece già in Ungheria nel 2005, come produttore di Johanna di Kornél Mundruczó, o (implicitamente) assumendo László Nemes come assistente alla regia per L’Uomo di Londra (A Londoni férfi, 2013), anni prima che il giovane cineasta debuttasse con Il Figlio di Saul (Saul Fia, 2015), ottenendo il secondo premio Oscar al Miglior Film straniero per l’Ungheria.
Ma la sua ispirazione va oltre il “contatto personale”: il regista iraniano Ahmad Bahrami, nel presentare a Venezia il suo film The Wasteland (Dashte Khamoush, 2020), lo cita apertamente come sua primaria fonte di ispirazione; l’estetica del film Growing Down (2025) di Bálint Daniel Sós inequivocabilmente ricorda le sue opere mature. La figura di Tarr ha avuto un’influenza innegabile su un certo tipo di cinema: quello che Emre Çaglayan descrive come slow cinema - termine forgiato proprio dall’accostamento delle opere del cineasta ungherese con la filmografia del maestro turco Nuri Bilge Ceylan. Tarr, insieme ad altri autori della sua generazione, ha fornito una “chiave espressiva” alla produzione indipendente internazionale, soprattutto quello proveniente da Nazioni considerate “di periferia” dal mondo cinematografico.

Béla Tarr
Gli inizi
Béla Tarr, ha sempre operato ai margini del sistema industriale della Settima Arte. La sua carriera, per certi versi, ha inizio con dei cortometraggi semi-amatoriali, girati in età adolescenziale con uno scopo documentaristico. Proveniente da ambienti maoisti, Tarr riprendeva operai immigrati in protesta, fornendo loro una voce (attraverso la sua Super8) nel corto, oggi perduto, Lavoratori Stranieri (Vendégmunkások, 1973). Questo lavoro, che vinse un concorso di cinema amatoriale, risultò troppo radicale per il governo, tanto da negargli l’ammissione alla Scuola di Cinema, in un primo momento. Fù così che Tarr si ritrovò (fortunatamente) all’interno di un circolo di cineasti documentaristi capeggiato da Gábor Bódy, all’interno della protezione del BBS, il Béla Balázs Studio. Sempre in questi ambienti, conobbe la compagna, e futura collaboratrice, Ágnes Hránitzky.
Il Béla Balázs Studio era una realtà molto ristretta e totalmente indipendente dalla produzione cinematografica statale, era nato negli anni ’60 come “palestra” per cineasti neolaureati, che, liberi dalla censura, ma con dei budget estremamente limitati, potevano cimentarsi in mediometraggi e occasionali lungometraggi solitamente di genere documentario. Alla fine degli anni ’70 - proprio quando Tarr entrò nel circolo dei registi che orbitavano attorno al BBS - all’interno delle mura del “circolo” si era formata una corrente estremamente particolare, sperimentalista, che si cimentava in docu-finzioni. Il cineasta, grazie al benestare del BBS e a soli ventitré anni, riuscì a dirigere il suo lungometraggio di debutto: Nido Familiare (Családi Tüzfészek), uscito nel 1979. Per chi conosce il Tarr degli anni ’90, questo ed i due film successivi potrebbero apparire addirittura sconvolgenti per quanto, stilisticamente, sembrano distanziarsi dalle sue opere più mature.
In Nido Familiare, Tarr segue le vicende di una famiglia di otto persone, costretta a vivere in un microscopico appartamento a causa del carente supporto statale e dell’ingente sistema burocratico che preclude l’accesso alle case popolari. I personaggi sono interpretati da attori non professionisti, alcuni dei quali hanno effettivamente vissuto la situazione rappresentata. Le sequenze non sono sceneggiate, ma quasi completamente improvvisate. Tarr adopera molteplici cineprese in 16mm per riprendere simultaneamente le scene e riuscire a coglierne la spontaneità. Il risultato è un film che potrebbe ricordare a molti il cinema di John Cassavetes, anche se al giovane Tarr dell'epoca non era ancora noto il regista statunitense (vedeva piuttosto un’ispirazione in Jean-Luc Godard). Nido Familiare lancia quindi la carriera del giovane autore, al quale venne permesso di entrare nella Scuola di Cinema Statale. Dirige altri due lungometraggi utilizzando un metodo simile: L’Outsider (Szabadgyalog,1981) e Rapporti Prefabbricati (Panelkapcsolat,1982), adoperando in quest’ultimo due attori ben noti sulla scena ungherese, Róbert Koltai e Judit Pogány, una coppia sposata nella realtá così come sullo schermo che interpretano personaggi del ceto operaio.

L’Outsider (Szabadgyalog,1981)
In Rapporti Prefabbricati avviene una svolta apparentemente minima, ma che si rivelerà importante in seguito: anziché seguire una narrazione lineare, il film “inganna lo spettatore”, rivelando quasi alla fine che la scena iniziale avviene successivamente rispetto alla sequenza di eventi presentata in seguito. La conclusione della pellicola sembra interamente slegata dagli sviluppi dell’intreccio. Una non-linearità inaspettata, che nel lungometraggio vuole suggerire la ciclicità con cui la coppia di protagonisti litiga e si riconcilia e che, da li in avanti, rappresenterà un elemento-strutturale assolutamente fondamentale nella poetica del regista. Rapporti Prefabbricati fù anche il primo film di Tarr ad ottenere un riconoscimento internazionale: una Menzione Speciale alla 35ª edizione del Festival di Locarno.
A seguito di una teletrasmissione teatrale del Macbeth, interamente presentata attraverso un unico piano sequenza in “live”, Tarr dirige Almanacco d’Autunno (Őszi Almanach,1984). È una produzione del Társulás Studió, casa di produzione indipendente nata dalla collaborazione dell'auore con András Jeles (padre di László Nemes Jeles), che cerca di colmare il vuoto lasciato dal semi-collasso della BBS, a seguito del suicidio di Bódy, nel 1985. Almanacco d’Autunno è un prodotto molto particolare nella filmografia di Tarr: interamente ambientata in un grande appartamento di Budapest, l’opera utilizza l’illuminotecnica e la palette dei colori per emanare una percezione di “artificiosità”, non del tutto dissimile da alcune opere di Rainer Werner Fassbinder o di Dario Argento. Il cast è composto da attori professionisti - molti dei quali ricompariranno nei successivi film dell’autore - come Hédi Temessy, Miklós B. Székely e János Derzsi. Il montaggio è minimo e quasi tutte le scene sono presentate in piani sequenza statici. Compare una colonna sonora, fino a quel momento pressoché assente nei lavori di Tarr, composta da Mihály Víg. Nel film, una serie di ospiti manipolano la padrona di casa e complottano fra di loro, affinché possano continuare a dissipare il suo patrimonio in segreto.
Già nei lavori precedenti apparivano personaggi piuttosto apatici, ma in Almanacco d’Autunno emerge con forza la rappresentazione della meschinità umana e di un’avidità irrefrenabile. Si manifestano alcune delle scene più violente di tutto il cinema di Tarr, tra cui un pestaggio osservato attraverso il pavimento, dal basso verso l’alto. È un film che segna una svolta in modo innegabile, anche se non è chiaro ancora in che direzione esso porterà. Il cinema dell’autore subirà una seconda svolta, fondamentale, quando, proprio in occasione dell’anteprima di Almanacco d’Autunno, gli verrà regalato il libro di un giovane autore: Sátántangó di László Krasznahorkai.

Rapporti Prefabbricati (Panelkapcsolat,1982)
La seconda nascita di Tarr
Tarr é folgorato dalla lettura del romanzo di Krasznahorkai, ed è deciso ad adattarlo per il grande schermo con un lungometraggio di ampia durata. Con la collaborazione dello scrittore, si solidifica un vero e proprio collettivo di artisti e cineasti che, a dire dello stesso regista, forma il “Brand Béla Tarr”. A Tarr e Krasznahorkai si accompagnano: la compagna Ágnes Hránitzky (già montatrice, e che arriverà ad essere a tutti gli effetti co-regista dei film del cineasta successivi ad Almanacco d’Autunno), il compositore Mihály Víg, lo scultore Gyula Pauer (che compare spesso nel ruolo di un archetipico oste nei film del regista) già scenografo per Almanacco d’Autunno e il cui manifesto artistico (PSEUDO) ispirò ampiamente l’estetica di luci ed ombre che Tarr sviluppò nelle sue pellicole successive e, infine, György Fehér, regista di una generazione più anziana, che parallelamente all'autore dirigerà un paio di opere con un’estetica simile, prima di morire prematuramente. In questi titoli apariranno tutti come co-autori allo stesso livello, anche se Hránitzky sottolineò che era sempre e comunque Tarr a prendere le decisioni sul set. Per adattare Sátántangó, Béla Tarr si rese conto che non erano maturati i tempi, che non era ancora pronto per girare un progetto del genere. Decise così di sviluppare, sempre in collaborazione con Krasznahorkai, un film più breve, che fungesse da “prova” per lo sviluppo di quell’estetica e di quelle atmosfere che sarebbero poi state necessarie in Sátántangó.
Perdizione (Kárhozat,1988) rappresenta una vicenda dai tratti noir, ed ha generato un micro-genere cinematografico, composto da una manciata di lungometraggi, oggi denominata la “serie nera”. Compongono questo trittico Szürkület (Crepuscolo, 1991), del già citato György Fehér, film al quale Tarr partecipò come consulente e che tratta la storia di un detective che cerca un assassino di bambini nelle nebbiose colline dell’Ungheria Settentrionale, e un adattamento di Woyczek firmato da János Szász, ambientato in una cittadina rurale molto simile a quella di Perdizione. Viene spesso, inappropriatamente, associato alla serie nera Il mio XX. Secolo (Az én XX. Századom) di Ildikó Enyedi, che però condivide con Tarr esclusivamente l’uso del monocromo.
Con Perdizione, il cinema del regista rinasce, divenendo qualcosa di unico e monolitico. Già dall’inquadratura iniziale emergono gli elementi fondamentali dell’estetica che Tarr adotterà definitivamente: un lunghissimo movimento di macchina, all’indietro, inquadra alcune teleferiche minerarie viste da una certa distanza, in mezzo ad un paesaggio fangoso e malandato. Il movimento rivela la cornice di una finestra, e, sempre lentamente, la silhouette del busto di un uomo, di spalle alla cinepresa, che osserva le teleferiche, fumando una sigaretta. Gli unici suoni udibili sono il ritmico rimbombo dei carrelli che vengono riempiti (off-screen) ed un ronzio industriale monotono. Il piano dura, complessivamente, quasi quattro minuti.

Almanacco d’Autunno (Őszi Almanach, 1984)
L’atmosfera di Tarr
Perdizione, come quasi tutti i film di Tarr da questo momento in poi, è ambientato nell’entroterra rurale della pianura ungherese meridionale, la “Puszta”. L’estetica che viene cercata o riprodotta è quella di un ambiente fatiscente, industrializzato ma in malora, per certi versi quasi post-apocalittico. Non a caso, essendo film prodotti durante la fine della Guerra Fredda, alcuni accademici hanno visto nel mondo devastato presentato dalle opere del regista una sorta di “controcampo” rispetto alla teoria di Fukuyama riguardante la fine della Storia e il trionfo del Capitalismo: nelle pellicole di Tarr, non c’è trionfo sociale di alcun genere, finita la Storia rimane solo il disastro. La scelta del monocromo riflette l’idea di cercare di riprodurre una realtà tangibile, concreta, in cui la pioggia permea i muri trasandati di edifici fatiscenti, abitati da personaggi altresì apatici, ai margini della società, i cui volti sono spesso visivamente equiparati ai paesaggi brulli attorno a loro. Il suono monotono contribuisce a costruire un’atmosfera che emana deterioramento. La durata di un’inquadratura o un movimento di macchina caricano ulteriormente l’effetto, esprimendo così tutto il peso di una realtà orrorifica. Per questa ragione, Tarr deve adoperare piani sequenza, e farli durare al massimo.
Nel cinema ungherese, il “piano sequenza” era già stato ampiamente adoperato da Miklós Jancsó, a partire dagli anni ’60, con Il Mio Cammino (Így Jöttem, 1964), fino a film più noti come Szegénylegények (I Disperati di Sandor, 1966) o L’Armata a Cavallo (Csillagosok, Katonák, 1968). Il cinema di Jancsó aveva rappresentato una vera rivoluzione nello scenario internazionale. Anch’egli fa uso del territorio della Puszta come scenario, ma non la riempie di edifici fatiscenti, la adopera come una tela bianca, un ambiente vuoto (del resto, “puszta” significa “vuoto”) nel quale poter astrarre situazioni storiche e performance sempre più gestuali-teatrali (e rapide). Miklós Jancsó cercava di condensare quanti più avvenimenti in un solo piano sequenza da dieci minuti (la durata di una cartuccia di pellicola). Tarr lo conobbe personalmente, tant'è che in La Stagione dei Mostri (A Szőrnyek Évadja, 1987), il regista interpreta il ruolo di un malato mentale che ritiene di essere il Messia (e che, nell’intreccio surreale del film, effettivamente sembra resuscitare alcuni personaggi).
Sarebbe semplicistico attribuire un legame derivativo da Jancsó, in quanto la stessa tecnica, in Tarr, ha uno scopo esattamente opposto: non condensare quante più azioni ed eventi in una sola ripresa, ma rappresentare anche una sola azione, in una distensione temporale quanto più maggiore. È necessaria una precisazione: in Ungheria, il termine “piano sequenza” non è definito in modo esatto. Si utilizza, invece, un termine dal significato diverso: “hosszú snitt”, la cui traduzione più esatta potrebbe essere “piani lunghi”. La fondamentale differenza rispetto al termine coniato da André Bazin è la non corrispondenza di un piano con l’intera sequenza: esso potrebbe racchiudere al suo interno più scene, o riferirsi ad un elemento di una sequenza dalla durata particolarmente lunga. Per questo, ad un’analisi approfondita, in Tarr si può osservare che, in realtà, quasi mai un’unità spazio-temporale viene mantenuta all’interno di una scena, nonostante la durata elevata di un’inquadratura.

Perdizione (Kárhozat,1988)
La filosofia di Tarr
Con Perdizione, Tarr viene riconosciuto a livello internazionale. Tra il crollo del regime comunista in Ungheria e la nuova fama, riesce finalmente ad ottenere i fondi ed i mezzi per il grande progetto che aveva sognato anni prima: Sátántangó. Oggi, il film è noto in vari circoli cinefili per via della sua durata: quasi sette ore e mezza (l’unico lavoro di Tarr di tale lunghezza, essendo i successivi tutti di durata inferiore alle due ore e mezza). La ragione è la densità della narrazione: con circa una decina di personaggi protagonisti, il film segue la struttura non-lineare del libro di Krasznahorkai, che, come nel tango, procede in avanti, rientra, avanza ancora e poi torna al punto di partenza. Se nel romanzo dell’autore - recentemente insignito del Premio Nobel alla Letteratura - è una prosa densa, in periodi complessi, a rallentare la narrazione, nel film la soluzione è la durata elevata dell’inquadratura, come sperimentato già in Perdizione.
Sátántangó è qualcosa di più: non solo un film a cui si può attribuire l’aggettivo “epico”, ma un’opera che esplora le radici di un mondo in rovina, in cui le differenze sociali degradano anche chi abita in una fattoria collettiva apparentemente isolata dal mondo - in cui un approfittatore, autoproclamatosi profeta può raccontare fandonie e persuadere alcuni disperati. Se Perdizione permette la nascita di un sottogenere, Sátántangó consacra Tarr e lo eleva al di sopra delle logiche di genere. Con questo lungometraggio, il regista inizia un’indagine più profonda, a livello filosofico-morale: Perdizione era il film del nichilismo apatico, Sátántangó l'opera che mette in discussione la logica della linearità, di ragnatele che vengono tessute verso uno scopo.
Il progetto seguente, Le armonie di Werckmeister (Werckmeister Harmoniák, 2000), è anch’esso un adattamento parziale di un romanzo di Krasznahorkai (Melancolia della resistenza) dal quale viene selezionata una delle varie sottotrame. La vicenda racconta lo scoppio di una rivolta o insurrezione all’interno di una città di provincia, a seguito dell’arrivo di un circo ambulante con due sole attrazioni: una balena gigante ed un freak denominato "il Principe”, che con i suoi discorsi incita il popolo alla rivolta. È forse il film di Tarr più accessibile e quasi sognante, tant’è che lui stesso lo descrisse spesso come una “favola”. Le vicende della pellicola sono rappresentate dalla prospettiva di Valuska, il postino della città, un amante dell’astronomia ingenuo e meravigliato dalla grandezza della natura, che vive un rapporto di amicizia con il signor Eszter, musicologo dotto che ricambia il rispetto dell’uomo nonostante la differenza intellettuale e di ceto. In mezzo alla critica al totalitarismo ed alla demagogia che emergono dalla rappresentazione della devastante rivolta in città, il loro rapporto è, nella morale del film, un rifugio dal caos del mondo esterno. Forse per questo Tarr ci vedeva una fiaba: in Werckmeister c’è una soluzione al degrado esistenziale, c’è un briciolo di speranza, concretizzato in qualcosa che troppo raramente si verifica nella realtà.

Sátántangó (Satantango, 1994)
Se Perdizione ha aperto una stagione di cinema che può essere accostata al noir, L’Uomo di Londra, per varie ragioni, potrebbe rappresentarne una sorta di conclusione, anche se è di parecchi anni successivo ai film citati in precedenza. Tarr stesso lo descrisse come un noir - del resto, il film adatta un romanzo di Georges Simenon, meglio noto per i gialli che vedono come protagonista il commissario Maigret. Quando venne presentato a Cannes il film fu considerato un disastro: per ragioni tecniche si dovettero ridoppiare gli attori in post produzione, con risultati non propriamente eccellenti (nonostante in Ungheria sia ben radicata un’industria del doppiaggio già dal primo dopoguerra). Presumibilmente il pubblico del festival soffrì la lentezza tipica di Tarr perchè era altamente impreparato al suo cinema, avendo, con grande probabilità, solamente visto il più “semplice” Werckmeister - infatti Sátántangó ebbe la sua anteprima alla Berlinale, in un contesto maggiormente “pronto”.
Nonostante la ricezione, L’Uomo di Londra può vantare la presenza di Tilda Swinton, nonché un processo particolarmente curato nell’uso dell’illuminotecnica per cogliere le atmosfere di Simenon, fatte di luci ed ombre. Inoltre, durante le riprese del film, l’allora assistente alla regia László Nemes si recò in una libreria della cittadina corsa adoperata come location, scoprendo la storia dei Sonderkommando, ai quali avrebbe dedicato il suo lungometraggio di debutto vincitore del premio Oscar: Il Figlio di Saul.
Forse in risposta alla violenta reazione a L’Uomo di Londra, Bela Tarr dichiarò che, dopo il suo successivo film, si sarebbe ritirato dal mestiere “borghese” del regista. Il Cavallo di Torino, oltre a concludere l’opus di Tarr, doveva rappresentare una espressione massima del suo cinema anti-narrativo, decostruito con artifici di ogni genere. Ispirata a un aneddoto legato a Nietszche, la pellicola presenta la quotidianità di un vecchio e di una giovane ragazza, probabilmente padre e figlia, che vivono in mezzo alla pianura, con mezzi di sostentamento minimi, oppressi da un vento incessante dai toni apocalittici che sembra aver spazzato via il mondo intero. Non c’è più alcuna vicenda, il loro cavallo si rifiuta di marciare, di mangiare addirittura. Non resta più nemmeno il calore, e la fuga è impossibile. L’esistenza è un eterno ritorno dell’uguale, come Nietszche l’ha concepita, senza uno scopo che non sia il quotidiano ripetersi di faccende domestiche.
Tarr riesce a raggiungere quello che ritiene un grado “zero” di narrazione, oltre al quale non ha più nulla da esprimere. Il Cinema può così proseguire il suo percorso senza di lui, ma non potrà mai raggiungere una tale radicalità. Questo lavoro ottenne l’Orso d’Oro alla regia al Festival di Berlino, l’unico premio di grande portata che Béla Tarr ottenne in tutta la sua carriera.

Tilda Swinton in L'uomo di Londra (A londoni férfi, 2007)
Probabilmente il regista avrebbe sarcasticamente rigettato quasi ogni analisi fin qui fatta (magari accostando il suo rifiuto con un’espressione colorita, del tipo “belle stronzate!”). La ragione è insita nel cuore delle aspirazioni di Tarr, nel significato che più sperava di presentare nei suoi film. Per comprenderlo, è necessario citare un’ultima sua opera, un cortometraggio, facendo di nuovo un passo indietro, al 2004. Tarr venne invitato a partecipare ad un film antologico, Visions of Europe, in cui cineasti originari dei paesi che in quell’anno entravano nell’Unione Europea avrebbero presentato la propria interpretazione di cosa rappresenta l’Europa. Tarr diresse un film intitolato Prologo. Si tratta di un cortometraggio di circa cinque minuti, composto da un unico piano sequenza, un unico movimento orizzontale, da destra a sinistra. Ad essere inquadrati, in primo piano, sono centinaia di senzatetto, in fila. La sequenza culmina su una finestra, nella quale appare una signora, che distribuisce a loro un pasto.
Prologo è ampiamente considerato il cortometraggio che racchiude in sé il senso più profondo del cinema di Tarr: la dignità umana. Per il regista, ciascun essere umano ha il diritto, prima di tutto, al rispetto della propria dignità. La distribuzione del cibo ai senzatetto (peraltro, veri senzatetto che hanno accettato di partecipare al film) non è altro che un mezzo che gli permette di acquisire un minimo di dignità, e così, ogni atto umano deve permettere a tutti di ottenere questo requisito. Da qui deriva la necessità di costruire e combattere per una società in cui vige il rispetto reciproco e dove le disuguaglianze siano ridotte, abolite. Per questo, nei film di Béla Tarr, attori professionisti e non coesistono sullo stesso livello. Risulta da questa sua aspirazione la militanza politica radicale che l’ha costretto ad una carriera cinematografica distante dai fondi statali e dal sistema dell’industria cinematografica tradizionale. Per questo, nel contesto della Film Factory, agli studenti veniva insegnato più a vivere che a fare cinema. Se si dovesse racchiudere il cinema di Béla Tarr in una sola parola, sarebbe questa e nient’altro: dignità.

Il Cavallo di Torino (A torinói ló, 2011)

Che eredità ha lasciato alla Settima Arte
il cinema di Béla Tarr?
di Viktor Tóth
TR-146
14.03.2026
Il 2026 si è aperto con una notizia che ha sconvolto il mondo del cinema: com’è purtroppo avvenuto spesso negli ultimi anni, se n’è andato un altro regista di portata storica. Nel corso di questi mesi mesi, a commemorarlo sono stati artisti notissimi: Jim Jarmusch, Gael Garcia Bernal, Tsai-Ming Liang, László Nemes. Già la sua figura malridotta, sempre con una sigaretta in mano e spesso con occhiali da sole posti sulla fronte, evocava l’essenza del suo cinema, così come nominare semplicemente il suo nome: Béla Tarr.
L’eredità
Così com’è la struttura di alcune delle sue opere più importanti, raccontare il cinema di Tarr necessita un percorso non-lineare. È giusto partire dall’eredità che si e lasciato dietro. Tarr, in seguito alla regia di dieci lungometraggi nel corso di circa trent’anni di carriera, si ritira a 55 anni. Durante l’ultimo decennio e mezzo di vita ha “supervisionato” una vastissima generazione di cineasti, molti dei quali hanno frequentato la sua “Factory” a Sarajevo tra il 2013 ed il 2017. Un’esperienza in cui non esisteva alcuna didattica tradizionale: tra i “docenti”, Gael Garcia Bernal racconta di aver organizzato tra gli studenti una squadra di calcio per competere con alcuni ragazzi locali (perdendo), secondo altre fonti anonime, spesso gli studenti si ritrovavano a fare pulizie, raramente ci si occupava di aspetti tecnici legati alle riprese di un film. Eppure, nel suo “laboratorio”, presenziavano vari registi di spessore mondiale, come Apichatpong Weerasethakul o Gus Van Sant, sintomo del rispetto che la comunità cinematografica provava nei confronti del regista. Van Sant, nei primi 2000, raccontava che la visione di Perdizione (Kárhozat, 1987) lo condusse ad una vera e propria epifania, e pur non avendolo confermato esplicitamente, in Gerry (2002) o Elephant (2003) sembra, almeno in parte, seguire le orme del cineasta ungherese.
Dalla Factory, come da vari altri workshop successivi o semestri presso la Free SZFE (l’Accademia di Cinema ungherese “libera” nata in risposta alle pressioni governative sulla Scuola di Cinema Statale, la SZFE), è emersa un’ampia generazione di giovani autori che hanno avuto l’onore del mentorato di Tarr. Per citarne un paio: Valdimar Jóhannson, regista del conturbante Lamb (2021), e Hilal Baydarov, il cineasta azero che più viene presentato ai festival internazionali. Nel 2025, Tarr svolgeva il ruolo di executive producer per Stars of Little Importance (Minden Csillag, 2025), il debutto di Renátó Olasz, a testimonianza del fatto che, fino all’ultimo, il regista cercò di supportare giovani voci. Lo fece già in Ungheria nel 2005, come produttore di Johanna di Kornél Mundruczó, o (implicitamente) assumendo László Nemes come assistente alla regia per L’Uomo di Londra (A Londoni férfi, 2013), anni prima che il giovane cineasta debuttasse con Il Figlio di Saul (Saul Fia, 2015), ottenendo il secondo premio Oscar al Miglior Film straniero per l’Ungheria.
Ma la sua ispirazione va oltre il “contatto personale”: il regista iraniano Ahmad Bahrami, nel presentare a Venezia il suo film The Wasteland (Dashte Khamoush, 2020), lo cita apertamente come sua primaria fonte di ispirazione; l’estetica del film Growing Down (2025) di Bálint Daniel Sós inequivocabilmente ricorda le sue opere mature. La figura di Tarr ha avuto un’influenza innegabile su un certo tipo di cinema: quello che Emre Çaglayan descrive come slow cinema - termine forgiato proprio dall’accostamento delle opere del cineasta ungherese con la filmografia del maestro turco Nuri Bilge Ceylan. Tarr, insieme ad altri autori della sua generazione, ha fornito una “chiave espressiva” alla produzione indipendente internazionale, soprattutto quello proveniente da Nazioni considerate “di periferia” dal mondo cinematografico.

Béla Tarr
Gli inizi
Béla Tarr, ha sempre operato ai margini del sistema industriale della Settima Arte. La sua carriera, per certi versi, ha inizio con dei cortometraggi semi-amatoriali, girati in età adolescenziale con uno scopo documentaristico. Proveniente da ambienti maoisti, Tarr riprendeva operai immigrati in protesta, fornendo loro una voce (attraverso la sua Super8) nel corto, oggi perduto, Lavoratori Stranieri (Vendégmunkások, 1973). Questo lavoro, che vinse un concorso di cinema amatoriale, risultò troppo radicale per il governo, tanto da negargli l’ammissione alla Scuola di Cinema, in un primo momento. Fù così che Tarr si ritrovò (fortunatamente) all’interno di un circolo di cineasti documentaristi capeggiato da Gábor Bódy, all’interno della protezione del BBS, il Béla Balázs Studio. Sempre in questi ambienti, conobbe la compagna, e futura collaboratrice, Ágnes Hránitzky.
Il Béla Balázs Studio era una realtà molto ristretta e totalmente indipendente dalla produzione cinematografica statale, era nato negli anni ’60 come “palestra” per cineasti neolaureati, che, liberi dalla censura, ma con dei budget estremamente limitati, potevano cimentarsi in mediometraggi e occasionali lungometraggi solitamente di genere documentario. Alla fine degli anni ’70 - proprio quando Tarr entrò nel circolo dei registi che orbitavano attorno al BBS - all’interno delle mura del “circolo” si era formata una corrente estremamente particolare, sperimentalista, che si cimentava in docu-finzioni. Il cineasta, grazie al benestare del BBS e a soli ventitré anni, riuscì a dirigere il suo lungometraggio di debutto: Nido Familiare (Családi Tüzfészek), uscito nel 1979. Per chi conosce il Tarr degli anni ’90, questo ed i due film successivi potrebbero apparire addirittura sconvolgenti per quanto, stilisticamente, sembrano distanziarsi dalle sue opere più mature.
In Nido Familiare, Tarr segue le vicende di una famiglia di otto persone, costretta a vivere in un microscopico appartamento a causa del carente supporto statale e dell’ingente sistema burocratico che preclude l’accesso alle case popolari. I personaggi sono interpretati da attori non professionisti, alcuni dei quali hanno effettivamente vissuto la situazione rappresentata. Le sequenze non sono sceneggiate, ma quasi completamente improvvisate. Tarr adopera molteplici cineprese in 16mm per riprendere simultaneamente le scene e riuscire a coglierne la spontaneità. Il risultato è un film che potrebbe ricordare a molti il cinema di John Cassavetes, anche se al giovane Tarr dell'epoca non era ancora noto il regista statunitense (vedeva piuttosto un’ispirazione in Jean-Luc Godard). Nido Familiare lancia quindi la carriera del giovane autore, al quale venne permesso di entrare nella Scuola di Cinema Statale. Dirige altri due lungometraggi utilizzando un metodo simile: L’Outsider (Szabadgyalog,1981) e Rapporti Prefabbricati (Panelkapcsolat,1982), adoperando in quest’ultimo due attori ben noti sulla scena ungherese, Róbert Koltai e Judit Pogány, una coppia sposata nella realtá così come sullo schermo che interpretano personaggi del ceto operaio.

L’Outsider (Szabadgyalog,1981)
In Rapporti Prefabbricati avviene una svolta apparentemente minima, ma che si rivelerà importante in seguito: anziché seguire una narrazione lineare, il film “inganna lo spettatore”, rivelando quasi alla fine che la scena iniziale avviene successivamente rispetto alla sequenza di eventi presentata in seguito. La conclusione della pellicola sembra interamente slegata dagli sviluppi dell’intreccio. Una non-linearità inaspettata, che nel lungometraggio vuole suggerire la ciclicità con cui la coppia di protagonisti litiga e si riconcilia e che, da li in avanti, rappresenterà un elemento-strutturale assolutamente fondamentale nella poetica del regista. Rapporti Prefabbricati fù anche il primo film di Tarr ad ottenere un riconoscimento internazionale: una Menzione Speciale alla 35ª edizione del Festival di Locarno.
A seguito di una teletrasmissione teatrale del Macbeth, interamente presentata attraverso un unico piano sequenza in “live”, Tarr dirige Almanacco d’Autunno (Őszi Almanach,1984). È una produzione del Társulás Studió, casa di produzione indipendente nata dalla collaborazione dell'auore con András Jeles (padre di László Nemes Jeles), che cerca di colmare il vuoto lasciato dal semi-collasso della BBS, a seguito del suicidio di Bódy, nel 1985. Almanacco d’Autunno è un prodotto molto particolare nella filmografia di Tarr: interamente ambientata in un grande appartamento di Budapest, l’opera utilizza l’illuminotecnica e la palette dei colori per emanare una percezione di “artificiosità”, non del tutto dissimile da alcune opere di Rainer Werner Fassbinder o di Dario Argento. Il cast è composto da attori professionisti - molti dei quali ricompariranno nei successivi film dell’autore - come Hédi Temessy, Miklós B. Székely e János Derzsi. Il montaggio è minimo e quasi tutte le scene sono presentate in piani sequenza statici. Compare una colonna sonora, fino a quel momento pressoché assente nei lavori di Tarr, composta da Mihály Víg. Nel film, una serie di ospiti manipolano la padrona di casa e complottano fra di loro, affinché possano continuare a dissipare il suo patrimonio in segreto.
Già nei lavori precedenti apparivano personaggi piuttosto apatici, ma in Almanacco d’Autunno emerge con forza la rappresentazione della meschinità umana e di un’avidità irrefrenabile. Si manifestano alcune delle scene più violente di tutto il cinema di Tarr, tra cui un pestaggio osservato attraverso il pavimento, dal basso verso l’alto. È un film che segna una svolta in modo innegabile, anche se non è chiaro ancora in che direzione esso porterà. Il cinema dell’autore subirà una seconda svolta, fondamentale, quando, proprio in occasione dell’anteprima di Almanacco d’Autunno, gli verrà regalato il libro di un giovane autore: Sátántangó di László Krasznahorkai.

Rapporti Prefabbricati (Panelkapcsolat,1982)
La seconda nascita di Tarr
Tarr é folgorato dalla lettura del romanzo di Krasznahorkai, ed è deciso ad adattarlo per il grande schermo con un lungometraggio di ampia durata. Con la collaborazione dello scrittore, si solidifica un vero e proprio collettivo di artisti e cineasti che, a dire dello stesso regista, forma il “Brand Béla Tarr”. A Tarr e Krasznahorkai si accompagnano: la compagna Ágnes Hránitzky (già montatrice, e che arriverà ad essere a tutti gli effetti co-regista dei film del cineasta successivi ad Almanacco d’Autunno), il compositore Mihály Víg, lo scultore Gyula Pauer (che compare spesso nel ruolo di un archetipico oste nei film del regista) già scenografo per Almanacco d’Autunno e il cui manifesto artistico (PSEUDO) ispirò ampiamente l’estetica di luci ed ombre che Tarr sviluppò nelle sue pellicole successive e, infine, György Fehér, regista di una generazione più anziana, che parallelamente all'autore dirigerà un paio di opere con un’estetica simile, prima di morire prematuramente. In questi titoli apariranno tutti come co-autori allo stesso livello, anche se Hránitzky sottolineò che era sempre e comunque Tarr a prendere le decisioni sul set. Per adattare Sátántangó, Béla Tarr si rese conto che non erano maturati i tempi, che non era ancora pronto per girare un progetto del genere. Decise così di sviluppare, sempre in collaborazione con Krasznahorkai, un film più breve, che fungesse da “prova” per lo sviluppo di quell’estetica e di quelle atmosfere che sarebbero poi state necessarie in Sátántangó.
Perdizione (Kárhozat,1988) rappresenta una vicenda dai tratti noir, ed ha generato un micro-genere cinematografico, composto da una manciata di lungometraggi, oggi denominata la “serie nera”. Compongono questo trittico Szürkület (Crepuscolo, 1991), del già citato György Fehér, film al quale Tarr partecipò come consulente e che tratta la storia di un detective che cerca un assassino di bambini nelle nebbiose colline dell’Ungheria Settentrionale, e un adattamento di Woyczek firmato da János Szász, ambientato in una cittadina rurale molto simile a quella di Perdizione. Viene spesso, inappropriatamente, associato alla serie nera Il mio XX. Secolo (Az én XX. Századom) di Ildikó Enyedi, che però condivide con Tarr esclusivamente l’uso del monocromo.
Con Perdizione, il cinema del regista rinasce, divenendo qualcosa di unico e monolitico. Già dall’inquadratura iniziale emergono gli elementi fondamentali dell’estetica che Tarr adotterà definitivamente: un lunghissimo movimento di macchina, all’indietro, inquadra alcune teleferiche minerarie viste da una certa distanza, in mezzo ad un paesaggio fangoso e malandato. Il movimento rivela la cornice di una finestra, e, sempre lentamente, la silhouette del busto di un uomo, di spalle alla cinepresa, che osserva le teleferiche, fumando una sigaretta. Gli unici suoni udibili sono il ritmico rimbombo dei carrelli che vengono riempiti (off-screen) ed un ronzio industriale monotono. Il piano dura, complessivamente, quasi quattro minuti.

Almanacco d’Autunno (Őszi Almanach, 1984)
L’atmosfera di Tarr
Perdizione, come quasi tutti i film di Tarr da questo momento in poi, è ambientato nell’entroterra rurale della pianura ungherese meridionale, la “Puszta”. L’estetica che viene cercata o riprodotta è quella di un ambiente fatiscente, industrializzato ma in malora, per certi versi quasi post-apocalittico. Non a caso, essendo film prodotti durante la fine della Guerra Fredda, alcuni accademici hanno visto nel mondo devastato presentato dalle opere del regista una sorta di “controcampo” rispetto alla teoria di Fukuyama riguardante la fine della Storia e il trionfo del Capitalismo: nelle pellicole di Tarr, non c’è trionfo sociale di alcun genere, finita la Storia rimane solo il disastro. La scelta del monocromo riflette l’idea di cercare di riprodurre una realtà tangibile, concreta, in cui la pioggia permea i muri trasandati di edifici fatiscenti, abitati da personaggi altresì apatici, ai margini della società, i cui volti sono spesso visivamente equiparati ai paesaggi brulli attorno a loro. Il suono monotono contribuisce a costruire un’atmosfera che emana deterioramento. La durata di un’inquadratura o un movimento di macchina caricano ulteriormente l’effetto, esprimendo così tutto il peso di una realtà orrorifica. Per questa ragione, Tarr deve adoperare piani sequenza, e farli durare al massimo.
Nel cinema ungherese, il “piano sequenza” era già stato ampiamente adoperato da Miklós Jancsó, a partire dagli anni ’60, con Il Mio Cammino (Így Jöttem, 1964), fino a film più noti come Szegénylegények (I Disperati di Sandor, 1966) o L’Armata a Cavallo (Csillagosok, Katonák, 1968). Il cinema di Jancsó aveva rappresentato una vera rivoluzione nello scenario internazionale. Anch’egli fa uso del territorio della Puszta come scenario, ma non la riempie di edifici fatiscenti, la adopera come una tela bianca, un ambiente vuoto (del resto, “puszta” significa “vuoto”) nel quale poter astrarre situazioni storiche e performance sempre più gestuali-teatrali (e rapide). Miklós Jancsó cercava di condensare quanti più avvenimenti in un solo piano sequenza da dieci minuti (la durata di una cartuccia di pellicola). Tarr lo conobbe personalmente, tant'è che in La Stagione dei Mostri (A Szőrnyek Évadja, 1987), il regista interpreta il ruolo di un malato mentale che ritiene di essere il Messia (e che, nell’intreccio surreale del film, effettivamente sembra resuscitare alcuni personaggi).
Sarebbe semplicistico attribuire un legame derivativo da Jancsó, in quanto la stessa tecnica, in Tarr, ha uno scopo esattamente opposto: non condensare quante più azioni ed eventi in una sola ripresa, ma rappresentare anche una sola azione, in una distensione temporale quanto più maggiore. È necessaria una precisazione: in Ungheria, il termine “piano sequenza” non è definito in modo esatto. Si utilizza, invece, un termine dal significato diverso: “hosszú snitt”, la cui traduzione più esatta potrebbe essere “piani lunghi”. La fondamentale differenza rispetto al termine coniato da André Bazin è la non corrispondenza di un piano con l’intera sequenza: esso potrebbe racchiudere al suo interno più scene, o riferirsi ad un elemento di una sequenza dalla durata particolarmente lunga. Per questo, ad un’analisi approfondita, in Tarr si può osservare che, in realtà, quasi mai un’unità spazio-temporale viene mantenuta all’interno di una scena, nonostante la durata elevata di un’inquadratura.

Perdizione (Kárhozat,1988)
La filosofia di Tarr
Con Perdizione, Tarr viene riconosciuto a livello internazionale. Tra il crollo del regime comunista in Ungheria e la nuova fama, riesce finalmente ad ottenere i fondi ed i mezzi per il grande progetto che aveva sognato anni prima: Sátántangó. Oggi, il film è noto in vari circoli cinefili per via della sua durata: quasi sette ore e mezza (l’unico lavoro di Tarr di tale lunghezza, essendo i successivi tutti di durata inferiore alle due ore e mezza). La ragione è la densità della narrazione: con circa una decina di personaggi protagonisti, il film segue la struttura non-lineare del libro di Krasznahorkai, che, come nel tango, procede in avanti, rientra, avanza ancora e poi torna al punto di partenza. Se nel romanzo dell’autore - recentemente insignito del Premio Nobel alla Letteratura - è una prosa densa, in periodi complessi, a rallentare la narrazione, nel film la soluzione è la durata elevata dell’inquadratura, come sperimentato già in Perdizione.
Sátántangó è qualcosa di più: non solo un film a cui si può attribuire l’aggettivo “epico”, ma un’opera che esplora le radici di un mondo in rovina, in cui le differenze sociali degradano anche chi abita in una fattoria collettiva apparentemente isolata dal mondo - in cui un approfittatore, autoproclamatosi profeta può raccontare fandonie e persuadere alcuni disperati. Se Perdizione permette la nascita di un sottogenere, Sátántangó consacra Tarr e lo eleva al di sopra delle logiche di genere. Con questo lungometraggio, il regista inizia un’indagine più profonda, a livello filosofico-morale: Perdizione era il film del nichilismo apatico, Sátántangó l'opera che mette in discussione la logica della linearità, di ragnatele che vengono tessute verso uno scopo.
Il progetto seguente, Le armonie di Werckmeister (Werckmeister Harmoniák, 2000), è anch’esso un adattamento parziale di un romanzo di Krasznahorkai (Melancolia della resistenza) dal quale viene selezionata una delle varie sottotrame. La vicenda racconta lo scoppio di una rivolta o insurrezione all’interno di una città di provincia, a seguito dell’arrivo di un circo ambulante con due sole attrazioni: una balena gigante ed un freak denominato "il Principe”, che con i suoi discorsi incita il popolo alla rivolta. È forse il film di Tarr più accessibile e quasi sognante, tant’è che lui stesso lo descrisse spesso come una “favola”. Le vicende della pellicola sono rappresentate dalla prospettiva di Valuska, il postino della città, un amante dell’astronomia ingenuo e meravigliato dalla grandezza della natura, che vive un rapporto di amicizia con il signor Eszter, musicologo dotto che ricambia il rispetto dell’uomo nonostante la differenza intellettuale e di ceto. In mezzo alla critica al totalitarismo ed alla demagogia che emergono dalla rappresentazione della devastante rivolta in città, il loro rapporto è, nella morale del film, un rifugio dal caos del mondo esterno. Forse per questo Tarr ci vedeva una fiaba: in Werckmeister c’è una soluzione al degrado esistenziale, c’è un briciolo di speranza, concretizzato in qualcosa che troppo raramente si verifica nella realtà.

Sátántangó (Satantango, 1994)
Se Perdizione ha aperto una stagione di cinema che può essere accostata al noir, L’Uomo di Londra, per varie ragioni, potrebbe rappresentarne una sorta di conclusione, anche se è di parecchi anni successivo ai film citati in precedenza. Tarr stesso lo descrisse come un noir - del resto, il film adatta un romanzo di Georges Simenon, meglio noto per i gialli che vedono come protagonista il commissario Maigret. Quando venne presentato a Cannes il film fu considerato un disastro: per ragioni tecniche si dovettero ridoppiare gli attori in post produzione, con risultati non propriamente eccellenti (nonostante in Ungheria sia ben radicata un’industria del doppiaggio già dal primo dopoguerra). Presumibilmente il pubblico del festival soffrì la lentezza tipica di Tarr perchè era altamente impreparato al suo cinema, avendo, con grande probabilità, solamente visto il più “semplice” Werckmeister - infatti Sátántangó ebbe la sua anteprima alla Berlinale, in un contesto maggiormente “pronto”.
Nonostante la ricezione, L’Uomo di Londra può vantare la presenza di Tilda Swinton, nonché un processo particolarmente curato nell’uso dell’illuminotecnica per cogliere le atmosfere di Simenon, fatte di luci ed ombre. Inoltre, durante le riprese del film, l’allora assistente alla regia László Nemes si recò in una libreria della cittadina corsa adoperata come location, scoprendo la storia dei Sonderkommando, ai quali avrebbe dedicato il suo lungometraggio di debutto vincitore del premio Oscar: Il Figlio di Saul.
Forse in risposta alla violenta reazione a L’Uomo di Londra, Bela Tarr dichiarò che, dopo il suo successivo film, si sarebbe ritirato dal mestiere “borghese” del regista. Il Cavallo di Torino, oltre a concludere l’opus di Tarr, doveva rappresentare una espressione massima del suo cinema anti-narrativo, decostruito con artifici di ogni genere. Ispirata a un aneddoto legato a Nietszche, la pellicola presenta la quotidianità di un vecchio e di una giovane ragazza, probabilmente padre e figlia, che vivono in mezzo alla pianura, con mezzi di sostentamento minimi, oppressi da un vento incessante dai toni apocalittici che sembra aver spazzato via il mondo intero. Non c’è più alcuna vicenda, il loro cavallo si rifiuta di marciare, di mangiare addirittura. Non resta più nemmeno il calore, e la fuga è impossibile. L’esistenza è un eterno ritorno dell’uguale, come Nietszche l’ha concepita, senza uno scopo che non sia il quotidiano ripetersi di faccende domestiche.
Tarr riesce a raggiungere quello che ritiene un grado “zero” di narrazione, oltre al quale non ha più nulla da esprimere. Il Cinema può così proseguire il suo percorso senza di lui, ma non potrà mai raggiungere una tale radicalità. Questo lavoro ottenne l’Orso d’Oro alla regia al Festival di Berlino, l’unico premio di grande portata che Béla Tarr ottenne in tutta la sua carriera.

Tilda Swinton in L'uomo di Londra (A londoni férfi, 2007)
Probabilmente il regista avrebbe sarcasticamente rigettato quasi ogni analisi fin qui fatta (magari accostando il suo rifiuto con un’espressione colorita, del tipo “belle stronzate!”). La ragione è insita nel cuore delle aspirazioni di Tarr, nel significato che più sperava di presentare nei suoi film. Per comprenderlo, è necessario citare un’ultima sua opera, un cortometraggio, facendo di nuovo un passo indietro, al 2004. Tarr venne invitato a partecipare ad un film antologico, Visions of Europe, in cui cineasti originari dei paesi che in quell’anno entravano nell’Unione Europea avrebbero presentato la propria interpretazione di cosa rappresenta l’Europa. Tarr diresse un film intitolato Prologo. Si tratta di un cortometraggio di circa cinque minuti, composto da un unico piano sequenza, un unico movimento orizzontale, da destra a sinistra. Ad essere inquadrati, in primo piano, sono centinaia di senzatetto, in fila. La sequenza culmina su una finestra, nella quale appare una signora, che distribuisce a loro un pasto.
Prologo è ampiamente considerato il cortometraggio che racchiude in sé il senso più profondo del cinema di Tarr: la dignità umana. Per il regista, ciascun essere umano ha il diritto, prima di tutto, al rispetto della propria dignità. La distribuzione del cibo ai senzatetto (peraltro, veri senzatetto che hanno accettato di partecipare al film) non è altro che un mezzo che gli permette di acquisire un minimo di dignità, e così, ogni atto umano deve permettere a tutti di ottenere questo requisito. Da qui deriva la necessità di costruire e combattere per una società in cui vige il rispetto reciproco e dove le disuguaglianze siano ridotte, abolite. Per questo, nei film di Béla Tarr, attori professionisti e non coesistono sullo stesso livello. Risulta da questa sua aspirazione la militanza politica radicale che l’ha costretto ad una carriera cinematografica distante dai fondi statali e dal sistema dell’industria cinematografica tradizionale. Per questo, nel contesto della Film Factory, agli studenti veniva insegnato più a vivere che a fare cinema. Se si dovesse racchiudere il cinema di Béla Tarr in una sola parola, sarebbe questa e nient’altro: dignità.

Il Cavallo di Torino (A torinói ló, 2011)