
NC-385
23.01.2026
“Raccontare una storia è come fare sesso. Viene naturale a tutti. Alcuni lo sanno fare meglio di altri. S’impara con l’esperienza ma, fondamentalmente, è un istinto umano universale”. Questa è una delle tante massime che costellano Bambi contro Godzilla: Teoria e pratica dell'industria cinematografica, il nuovo saggio del pluripremiato drammaturgo, sceneggiatore e regista americano David Mamet dopo il suo ormai classico I tre usi del coltello. Originariamente pubblicato nel 2007, portato adesso in Italia da minimumfax, Bambi contro Godzilla rappresenta una miscela di riflessioni, analisi, suggerimenti e aneddoti da parte di un vero e proprio veterano del teatro e del cinema americano: premio Pulitzer nel 1984 per il suo dramma teatrale Glengarry Glen Ross, poi adattato da lui stesso per il film Americani di James Foley, due volte candidato all’Oscar, nel 1983 per la sceneggiatura di The Verdict (Il verdetto) di Sidney Lumet, e nel 1998 per Sesso & potere (titolo originale Wag the Dog) di Barry Levinson. Mamet si è imposto all’attenzione internazionale nella seconda metà degli anni settanta con il trio di opere The Duck Variations, Sexual Perversity in Chicago e American Buffalo, e ha esordito al cinema con la sceneggiatura di The Postman Always Rings Twice (Il postino suona sempre due volte, 1981), diretto da Bob Rafelson, tratto dall’omonimo romanzo di James M. Cain e interpretato da nomi del calibro di Jack Nicholson e Jessica Lange.
Tra i molti film di livello da lui sceneggiati si annoverano anche The Untouchables (Gli intoccabili , 1987) di Brian De Palma, Hoffa – (1992) di Danny DeVito, la versione di We're No Angels (Non siamo angeli, 1989) diretta da Neil Jordan, Vanya on 42nd Street (Vanya sulla 42ma strada, 1994) di Louis Malle, Ronin (1998) di John Frankenheimer e Hannibal (2001) di Ridley Scott; a partire da House of Games (La casa dei giochi) del 1987 Mamet ha iniziato a sua volta a dirigere film, con al suo attivo una dozzina di regie cinematografiche e anche qualche lavoro televisivo, tra cui il biopic Phil Spector del 2013, interpretato da Al Pacino. Anche attore nel recentissimo Marty Supreme di Josh Safdie, in Italia David Mamet ha stretto un duraturo sodalizio con Luca Barbareschi, che ha portato a teatro molte delle sue opere e ha anche diretto il film The Penitent, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2023, tratto sempre da una pièce del drammaturgo americano.

David Mamet

La copertina del volume
Nel quadro delineato a più riprese da Mamet in Bambi contro Godzilla, strutturalmente è l’antagonismo tra la creatività e la produzione. “L’artista è, in effetti, una sorta di gangster. Si tira su i calzoni ed entra nella banca sorvegliata dall’inconscio per rubare l’oro dell’ispirazione”. Il produttore, al contrario, è il palo che monetizza prima ancora che il colpo sia riuscito, e che, “mentre aspetta fuori dalla banca, si vende l’oro per la fuga e se ne resta lì gongolante per il buon affare fatto”. È una metafora che sintetizza la visione mamettiana del conflitto tra necessità espressiva e logiche industriali, conflitto che secondo l’autore si è progressivamente risolto a favore delle seconde. Dal suo astio nei confronti delle convenzionali logiche produttive americane e della loro deleteria influenza sul piano creativo dei film discendono alcune delle invettive più tranchant del saggio di Mamet: “il cinema basato soltanto sui punti culminanti è figlio del cinema porno” o “i film, forse, non vengono più realizzati per attrarre il pubblico ma per favorire o rafforzare la posizione del dirigente”, dove la produzione di un’opera diventa uno strumento di career management più che di comunicazione ed espressione artistica.
Memorabile in Bambi contro Godzilla anche la definizione della “piuma magica” del cinema: “In un film, la piuma magica è il sentimentalismo”, che si declina in figure ricattatorie come “il micio o il cane che deve ritrovare la strada di casa, il bambino paralizzato, gli ebrei che muoiono”. Non è un rifiuto dell’emozione in sé, ma della sua strumentalizzazione. In questo senso è illuminante l’analisi che Mamet fa di The Green Mile (ll miglio verde, 1998), film di Frank Darabont con Tom Hanks tratto dall’omonimo romanzo a puntate di Stephen King che, “benché si presentasse come una condanna della pena capitale”, da Mamet viene accusato di essere in realtà “una descrizione colorita, creativa, approfondita e molto vivida della pena stessa”. Il rischio del dramma a tesi è, secondo Mamet, quello di porgere senza mezzi termini allo spettatore la provocatoria domanda “vi è piaciuto questo film, o odiate i sordi/gay/neri?” – e se si pensa che queste pagine sono state originariamente pubblicate da Mamet nel 2007 si capisce anche quanto la sua analisi sia stata per molti versi preveggente di tendenze del cinema americano, e in particolare dell’Academy, che negli ultimi anni sono completamente esplose.

Bambi contro Godzilla si configura anche come una spietata critica dei costumi, non solo dell’industria cinematografica ma più in generale dell’immaginario occidentale contemporaneo. Mamet parte da una diagnosi dell’identità americana come costruzione storica priva di fondamenti sacrali o aristocratici: “L'America si è fatta da sola. Che una società che si è fatta da sola possa governarsi senza una supervisione religiosa o ereditaria, seguendo soltanto i dettami della ragione, è un’ottima cosa”. Questa apparente emancipazione dalla tradizione tuttavia produce un paradosso: “La comunità dei cittadini, tuttavia, tende continuamente a ricreare per sé stessa quell’autorità di governo irrazionale e repressiva (cioè efficace) conferita altrimenti alla tradizione, ai papi e ai re”. Da qui l’invenzione di nuovi feticci civili, come il patriottismo, valori famigliari, liberalismo, l’americanism e la celebrazione sempre più insistita e retorica dell’American way of life - e a questo punto Mamet formula l’ipotesi più radicale e inquietante: “Potremmo anche, caso unico nella storia, denominare questa autorità ad hoc ‘intrattenimento’”.
David Mamet, nato da una famiglia ebraica di origini russe, a più riprese affronta la tematica dell’ebraismo nel cinema sia davanti che dietro le macchine da presa. Partendo da The Sum of All Fears (Al vertice della tensione), film del 2002 basato su un romanzo di Tom Clancy con protagonista Jack Ryan e interpretato da Ben Affleck e Morgan Freeman, Mamet riflette sul trattamento geopolitico e simbolico di Israele nel cinema mainstream. La trama, incentrata sulla scomparsa di una bomba nucleare dell’esercito israeliano, dà al drammaturgo lo spunto per concludere “nei film dei prossimi anni prevedo una diffusione sempre maggiore dell’ebreo-mostro. Be’, perché no?”. Mamet dà per scontato che “alcuni lettori di questo brano ‘tifino’ in effetti per i palestinesi”, ma sposta il discorso sul piano della rappresentazione mediatica: “sostengo semplicemente che, a prescindere dalla valutazione della buona fede del lettore, molta stampa occidentale ritragga gli israeliani come mostri”.
Per tutta la lunghezza di Bambi contro Godzilla Mamet si diverte a provocare il lettore e le sue idee in materie di politicamente corretto: in uno dei passaggi più interessanti e originali del libro il drammaturgo esordisce con “vediamo se mi riesce di offendere diversi gruppi benpensanti in un colpo solo”, per poi avanzare l’ipotesi che “non sia impossibile che la sindrome di Asperger abbia dato il suo contributo al cinema”. Il ragionamento, volutamente provocatorio, si sviluppa attraverso il riferimento a predisposizioni genetiche e culturali, come la storica valorizzazione del talento nello studio nelle famiglie askenazite, per spiegare una particolare attitudine analitica e ossessiva verso la struttura narrativa e le potenzialità sia creative che economiche insite nel mondo del cinema. Il capitolo sugli ebrei nello show business si chiude con un’annotazione ironica e disarmante: “nota bene: 1. sì, ci sono un sacco di ebrei nell’industria del cinema. 2. no, non abbiamo ucciso Cristo”.

Il tema del politically correct viene affrontato anche attraverso un episodio autobiografico. Durante le prove generali di Oleanna, alcuni studenti della Brown University contestarono la scelta di rappresentare una falsa accusa di stupro. Mamet racconta: “io, nella mia ignoranza, rimasi di stucco. Non avevo capito che il mio compito fosse quello di essere politicamente accettabile”. Da qui una riflessione centrale: l’arte non può rinunciare alla rappresentazione dell’errore, perché “se infatti il soggetto dell’arte non è la nostra umanità maculata, fragile e spesso patetica, a che scopo la pratichiamo?”. Mamet dedica anche alcune osservazioni alla rappresentazione dei personaggi femminili, spesso schiacciati tra stereotipi funzionali alla trama o affetti da una sorta di mariolatria narrativa che li priva di reale agency.
Non meno dissacrante è lo sguardo sulle scuole di cinema. “A che serve un diploma in cinematografia? Come prova della buona fede del candidato”, scrive Mamet, perché chi accetta “tot anni di un corso assurdo” dimostra di sapersi adattare all’ambiente burocratico restando “buono e zitto”. La realtà del set è ben diversa: un microcosmo anarchico popolato da figure improbabili - ex campioni di braccio di ferro, artigiani, autodidatti - un ambiente che premia l’esperienza concreta più della formazione accademica. In fondo, “si dice che un film viene fatto tre volte: quando lo scrivi, quando lo giri e quando lo monti”, e solo sul set si impara “la differenza tra ciò che è filmabile e le belle parole”. Per imparare a scrivere, Mamet consiglia un gruppo racchiuso di libri: la Poetica di Aristotele, Il mondo incantato di Bruno Bettelheim, L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell e I tre usi del coltello scritto da lui stesso. “La regola, nel cinema come nella narrazione e nella scrittura, è lasciate perdere gli aggettivi”, ammonisce Mamet, riaffermando una poetica dell’azione e della struttura. E con la sua solita ironia aggiunge: “Consigli utili per il cineasta e per lo spettatore: i complimenti ‘che immagini!’, ‘che maestria!’, ‘che uso della macchina da presa!’ e ‘che tecnica!’ significano tutti: ‘il copione fa schifo’”.

House of Games (La casa dei giochi, 1987)
Un altro dei cavalli di battaglia del cinema hollywoodiano, il dispositivo della sospensione dell’incredulità diventa nel saggio di Mamet lo spunto per una chiave di lettura politica. “Chi guarderebbe tutto quel cartone animato” — chiaramente Dumbo — “pensando continuamente: ‘ehi, un attimo, gli elefanti non volano!’?”. Mamet osserva come i politici, soprattutto di destra, abbiano compreso perfettamente questo meccanismo, costruendo le campagne elettorali in una logica polarizzata di amici e nemici, e “mentre la destra mette in scena un thriller, dall’altra parte si continuano a tenere conferenze (lo strumento preferito della sinistra)”. Sulla stessa linea si colloca anche l’analisi di quello che Mamet definisce l’“autismo culturale” di figure come James Bond, eroe di una società che, dopo il trauma della Seconda guerra mondiale “si reimmagina (nel suo eroe) distaccata”: 007 “può fare l’amore, ma non innamorarsi”, perché l’eroe deve restare impermeabile, funzionale, emotivamente autosufficiente.
Bambi contro Godzilla di David Mamet è molto più di un manuale di sceneggiatura: è un pamphlet culturale, una riflessione sulla narrazione come forma di potere, e un atto di accusa contro le illusioni consolatorie dell’industria dell’intrattenimento. Mamet ha un deciso gusto per le iperboli, e non tutte le tesi sono condivisibili, ma questo libro scomodo, a tratti irritante, non ha perso nulla della sua attualità, che se mai negli anni è stata rafforzata, tanto da far sembrare Bambi contro Godzilla un saggio del tutto contemporaneo. Probabilmente grazie anche alla sua parallela frequentazione con il mondo del teatro, e dispiegando un’ironica capacità interpretativa che riecheggia la disamina dell’ipocrisia del potere e della società americana tutta, David Mamet con Bambi contro Godzilla ci consegna uno stratificato quadro del cinema americano e al contempo un occasionale e aforistico prontuario di consigli sulla scrittura per il grande schermo.
NC-385
23.01.2026

David Mamet
“Raccontare una storia è come fare sesso. Viene naturale a tutti. Alcuni lo sanno fare meglio di altri. S’impara con l’esperienza ma, fondamentalmente, è un istinto umano universale”. Questa è una delle tante massime che costellano Bambi contro Godzilla: Teoria e pratica dell'industria cinematografica, il nuovo saggio del pluripremiato drammaturgo, sceneggiatore e regista americano David Mamet dopo il suo ormai classico I tre usi del coltello. Originariamente pubblicato nel 2007, portato adesso in Italia da minimumfax, Bambi contro Godzilla rappresenta una miscela di riflessioni, analisi, suggerimenti e aneddoti da parte di un vero e proprio veterano del teatro e del cinema americano: premio Pulitzer nel 1984 per il suo dramma teatrale Glengarry Glen Ross, poi adattato da lui stesso per il film Americani di James Foley, due volte candidato all’Oscar, nel 1983 per la sceneggiatura di The Verdict (Il verdetto) di Sidney Lumet, e nel 1998 per Sesso & potere (titolo originale Wag the Dog) di Barry Levinson. Mamet si è imposto all’attenzione internazionale nella seconda metà degli anni settanta con il trio di opere The Duck Variations, Sexual Perversity in Chicago e American Buffalo, e ha esordito al cinema con la sceneggiatura di The Postman Always Rings Twice (Il postino suona sempre due volte, 1981), diretto da Bob Rafelson, tratto dall’omonimo romanzo di James M. Cain e interpretato da nomi del calibro di Jack Nicholson e Jessica Lange.
Tra i molti film di livello da lui sceneggiati si annoverano anche The Untouchables (Gli intoccabili , 1987) di Brian De Palma, Hoffa – (1992) di Danny DeVito, la versione di We're No Angels (Non siamo angeli, 1989) diretta da Neil Jordan, Vanya on 42nd Street (Vanya sulla 42ma strada, 1994) di Louis Malle, Ronin (1998) di John Frankenheimer e Hannibal (2001) di Ridley Scott; a partire da House of Games (La casa dei giochi) del 1987 Mamet ha iniziato a sua volta a dirigere film, con al suo attivo una dozzina di regie cinematografiche e anche qualche lavoro televisivo, tra cui il biopic Phil Spector del 2013, interpretato da Al Pacino. Anche attore nel recentissimo Marty Supreme di Josh Safdie, in Italia David Mamet ha stretto un duraturo sodalizio con Luca Barbareschi, che ha portato a teatro molte delle sue opere e ha anche diretto il film The Penitent, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2023, tratto sempre da una pièce del drammaturgo americano.

La copertina del volume
Nel quadro delineato a più riprese da Mamet in Bambi contro Godzilla, strutturalmente è l’antagonismo tra la creatività e la produzione. “L’artista è, in effetti, una sorta di gangster. Si tira su i calzoni ed entra nella banca sorvegliata dall’inconscio per rubare l’oro dell’ispirazione”. Il produttore, al contrario, è il palo che monetizza prima ancora che il colpo sia riuscito, e che, “mentre aspetta fuori dalla banca, si vende l’oro per la fuga e se ne resta lì gongolante per il buon affare fatto”. È una metafora che sintetizza la visione mamettiana del conflitto tra necessità espressiva e logiche industriali, conflitto che secondo l’autore si è progressivamente risolto a favore delle seconde. Dal suo astio nei confronti delle convenzionali logiche produttive americane e della loro deleteria influenza sul piano creativo dei film discendono alcune delle invettive più tranchant del saggio di Mamet: “il cinema basato soltanto sui punti culminanti è figlio del cinema porno” o “i film, forse, non vengono più realizzati per attrarre il pubblico ma per favorire o rafforzare la posizione del dirigente”, dove la produzione di un’opera diventa uno strumento di career management più che di comunicazione ed espressione artistica.
Memorabile in Bambi contro Godzilla anche la definizione della “piuma magica” del cinema: “In un film, la piuma magica è il sentimentalismo”, che si declina in figure ricattatorie come “il micio o il cane che deve ritrovare la strada di casa, il bambino paralizzato, gli ebrei che muoiono”. Non è un rifiuto dell’emozione in sé, ma della sua strumentalizzazione. In questo senso è illuminante l’analisi che Mamet fa di The Green Mile (ll miglio verde, 1998), film di Frank Darabont con Tom Hanks tratto dall’omonimo romanzo a puntate di Stephen King che, “benché si presentasse come una condanna della pena capitale”, da Mamet viene accusato di essere in realtà “una descrizione colorita, creativa, approfondita e molto vivida della pena stessa”. Il rischio del dramma a tesi è, secondo Mamet, quello di porgere senza mezzi termini allo spettatore la provocatoria domanda “vi è piaciuto questo film, o odiate i sordi/gay/neri?” – e se si pensa che queste pagine sono state originariamente pubblicate da Mamet nel 2007 si capisce anche quanto la sua analisi sia stata per molti versi preveggente di tendenze del cinema americano, e in particolare dell’Academy, che negli ultimi anni sono completamente esplose.

Bambi contro Godzilla si configura anche come una spietata critica dei costumi, non solo dell’industria cinematografica ma più in generale dell’immaginario occidentale contemporaneo. Mamet parte da una diagnosi dell’identità americana come costruzione storica priva di fondamenti sacrali o aristocratici: “L'America si è fatta da sola. Che una società che si è fatta da sola possa governarsi senza una supervisione religiosa o ereditaria, seguendo soltanto i dettami della ragione, è un’ottima cosa”. Questa apparente emancipazione dalla tradizione tuttavia produce un paradosso: “La comunità dei cittadini, tuttavia, tende continuamente a ricreare per sé stessa quell’autorità di governo irrazionale e repressiva (cioè efficace) conferita altrimenti alla tradizione, ai papi e ai re”. Da qui l’invenzione di nuovi feticci civili, come il patriottismo, valori famigliari, liberalismo, l’americanism e la celebrazione sempre più insistita e retorica dell’American way of life - e a questo punto Mamet formula l’ipotesi più radicale e inquietante: “Potremmo anche, caso unico nella storia, denominare questa autorità ad hoc ‘intrattenimento’”.
David Mamet, nato da una famiglia ebraica di origini russe, a più riprese affronta la tematica dell’ebraismo nel cinema sia davanti che dietro le macchine da presa. Partendo da The Sum of All Fears (Al vertice della tensione), film del 2002 basato su un romanzo di Tom Clancy con protagonista Jack Ryan e interpretato da Ben Affleck e Morgan Freeman, Mamet riflette sul trattamento geopolitico e simbolico di Israele nel cinema mainstream. La trama, incentrata sulla scomparsa di una bomba nucleare dell’esercito israeliano, dà al drammaturgo lo spunto per concludere “nei film dei prossimi anni prevedo una diffusione sempre maggiore dell’ebreo-mostro. Be’, perché no?”. Mamet dà per scontato che “alcuni lettori di questo brano ‘tifino’ in effetti per i palestinesi”, ma sposta il discorso sul piano della rappresentazione mediatica: “sostengo semplicemente che, a prescindere dalla valutazione della buona fede del lettore, molta stampa occidentale ritragga gli israeliani come mostri”.
Per tutta la lunghezza di Bambi contro Godzilla Mamet si diverte a provocare il lettore e le sue idee in materie di politicamente corretto: in uno dei passaggi più interessanti e originali del libro il drammaturgo esordisce con “vediamo se mi riesce di offendere diversi gruppi benpensanti in un colpo solo”, per poi avanzare l’ipotesi che “non sia impossibile che la sindrome di Asperger abbia dato il suo contributo al cinema”. Il ragionamento, volutamente provocatorio, si sviluppa attraverso il riferimento a predisposizioni genetiche e culturali, come la storica valorizzazione del talento nello studio nelle famiglie askenazite, per spiegare una particolare attitudine analitica e ossessiva verso la struttura narrativa e le potenzialità sia creative che economiche insite nel mondo del cinema. Il capitolo sugli ebrei nello show business si chiude con un’annotazione ironica e disarmante: “nota bene: 1. sì, ci sono un sacco di ebrei nell’industria del cinema. 2. no, non abbiamo ucciso Cristo”.

Il tema del politically correct viene affrontato anche attraverso un episodio autobiografico. Durante le prove generali di Oleanna, alcuni studenti della Brown University contestarono la scelta di rappresentare una falsa accusa di stupro. Mamet racconta: “io, nella mia ignoranza, rimasi di stucco. Non avevo capito che il mio compito fosse quello di essere politicamente accettabile”. Da qui una riflessione centrale: l’arte non può rinunciare alla rappresentazione dell’errore, perché “se infatti il soggetto dell’arte non è la nostra umanità maculata, fragile e spesso patetica, a che scopo la pratichiamo?”. Mamet dedica anche alcune osservazioni alla rappresentazione dei personaggi femminili, spesso schiacciati tra stereotipi funzionali alla trama o affetti da una sorta di mariolatria narrativa che li priva di reale agency.
Non meno dissacrante è lo sguardo sulle scuole di cinema. “A che serve un diploma in cinematografia? Come prova della buona fede del candidato”, scrive Mamet, perché chi accetta “tot anni di un corso assurdo” dimostra di sapersi adattare all’ambiente burocratico restando “buono e zitto”. La realtà del set è ben diversa: un microcosmo anarchico popolato da figure improbabili - ex campioni di braccio di ferro, artigiani, autodidatti - un ambiente che premia l’esperienza concreta più della formazione accademica. In fondo, “si dice che un film viene fatto tre volte: quando lo scrivi, quando lo giri e quando lo monti”, e solo sul set si impara “la differenza tra ciò che è filmabile e le belle parole”. Per imparare a scrivere, Mamet consiglia un gruppo racchiuso di libri: la Poetica di Aristotele, Il mondo incantato di Bruno Bettelheim, L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell e I tre usi del coltello scritto da lui stesso. “La regola, nel cinema come nella narrazione e nella scrittura, è lasciate perdere gli aggettivi”, ammonisce Mamet, riaffermando una poetica dell’azione e della struttura. E con la sua solita ironia aggiunge: “Consigli utili per il cineasta e per lo spettatore: i complimenti ‘che immagini!’, ‘che maestria!’, ‘che uso della macchina da presa!’ e ‘che tecnica!’ significano tutti: ‘il copione fa schifo’”.

House of Games (La casa dei giochi, 1987)
Un altro dei cavalli di battaglia del cinema hollywoodiano, il dispositivo della sospensione dell’incredulità diventa nel saggio di Mamet lo spunto per una chiave di lettura politica. “Chi guarderebbe tutto quel cartone animato” — chiaramente Dumbo — “pensando continuamente: ‘ehi, un attimo, gli elefanti non volano!’?”. Mamet osserva come i politici, soprattutto di destra, abbiano compreso perfettamente questo meccanismo, costruendo le campagne elettorali in una logica polarizzata di amici e nemici, e “mentre la destra mette in scena un thriller, dall’altra parte si continuano a tenere conferenze (lo strumento preferito della sinistra)”. Sulla stessa linea si colloca anche l’analisi di quello che Mamet definisce l’“autismo culturale” di figure come James Bond, eroe di una società che, dopo il trauma della Seconda guerra mondiale “si reimmagina (nel suo eroe) distaccata”: 007 “può fare l’amore, ma non innamorarsi”, perché l’eroe deve restare impermeabile, funzionale, emotivamente autosufficiente.
Bambi contro Godzilla di David Mamet è molto più di un manuale di sceneggiatura: è un pamphlet culturale, una riflessione sulla narrazione come forma di potere, e un atto di accusa contro le illusioni consolatorie dell’industria dell’intrattenimento. Mamet ha un deciso gusto per le iperboli, e non tutte le tesi sono condivisibili, ma questo libro scomodo, a tratti irritante, non ha perso nulla della sua attualità, che se mai negli anni è stata rafforzata, tanto da far sembrare Bambi contro Godzilla un saggio del tutto contemporaneo. Probabilmente grazie anche alla sua parallela frequentazione con il mondo del teatro, e dispiegando un’ironica capacità interpretativa che riecheggia la disamina dell’ipocrisia del potere e della società americana tutta, David Mamet con Bambi contro Godzilla ci consegna uno stratificato quadro del cinema americano e al contempo un occasionale e aforistico prontuario di consigli sulla scrittura per il grande schermo.