

Park Chan-wook e Costa-Gavras a confronto:
due sguardi sul lavoro, la crisi e la brutalità del sistema,
di Maurizio Encari
TR-142
17.01.2026
Esiste un filo rosso - rosso come il sangue versato, rosso come la rabbia che consuma - che percorre l'intera filmografia di Park Chan-wook, uno dei cineasti più influenti e visionari del cinema contemporaneo. Un filo che dal 2000 ad oggi ha dato vita a opere che hanno ridefinito i confini del thriller psicologico, dell'horror viscerale e della commedia nera, trasformando la vendetta da semplice espediente narrativo in ossessione esistenziale, in malattia dell'anima, in specchio deformante della società che ci circonda.
Quando nel 2002 il regista sudcoreano presentò Sympathy for Mr. Vengeance - arrivato in Italia con il titolo più semplicistico Mr. Vendetta - inaugurando quella che sarebbe stata ribattezzata dalla critica internazionale come "Trilogia della Vendetta", pochi avrebbero immaginato l'impatto che quei film avrebbero avuto sul cinema mondiale. Seguirono Old Boy (2003), capolavoro che conquistò il Grand Prix a Cannes e divenne istantaneamente un cult globale grazie anche al "passaparola tarantiniano", e Lady Vendetta (2005), epilogo elegiaco di un percorso che aveva esplorato ogni sfumatura possibile della rappresaglia umana. Tre film non connessi narrativamente ma legati da un'ossessione tematica comune: cosa succede quando l'essere umano dedica la propria esistenza a punire un torto subito? Dove conduce quella spirale autodistruttiva senza fine apparente? E soprattutto, esiste davvero qualcosa come una "giustizia presa nelle proprie mani"?
Vent'anni dopo, Park Chan-wook torna a interrogarsi sulla natura dell'uomo messo alle strette con No Other Choice (2025), adattamento del romanzo The Ax di Donald Westlake che nel 2005 era già stato trasposto sullo schermo dal regista franco-greco Costa-Gavras con Le Couperet (Cacciatore di teste). Ma se la Trilogia della Vendetta si muoveva nei territori del thriller barocco e del noir psicologico, No Other Choice segna una svolta significativa: per la prima volta il cineasta la indaga come conseguenza sistem(at)ica della brutalità economica del tardo capitalismo. Non più soltanto sangue e coltelli quindi, ma curriculum vitae e colloqui di lavoro. Non più torturatori sadici e segreti del passato, ma licenziamenti di massa e precarietà esistenziale che trasforma un dramma reale in un inferno surreale.
In questo articolo ci proponiamo un doppio obiettivo. Non soltanto esplorare l'evoluzione del tema nel cinema dell'autore sudcoreano, alle prese con il suo ultimo film (ancora nelle sale) con la storia di un uomo che decide di uccidere metodicamente la propria, scomoda, concorrenza professionale pur di riconquistare il lavoro perduto. Ma anche quello di mettere a confronto le due succitate trasposizioni del libro, due opere simili eppure profondamente diverse l’una dall’altra.

Old Boy (2003)
La Trilogia della Vendetta: genesi di un'ossessione
Con la Trilogia della Vendetta Park Chan-wook costruisce un vero e proprio lessico morale e visivo che ancora oggi caratterizza il suo cinema: tre variazioni sullo stesso tema, dove la rivalsa non è mai catarsi ma un processo degenerativo, una forza centrifuga che travolge chi la subisce e chi la esercita, senza una distinzione netta tra vittime e carnefici. Lì la violenza non libera, non risolve, non ristabilisce un ordine, ma amplifica il dolore, rendendolo contagioso, inevitabile e consumante.
Al centro c’è sempre un individuo schiacciato da situazioni più grandi di lui: precarietà economica, fallimenti istituzionali, traumi irrisolti, colpe passate che riaffiorano come spettri senza pace. La vendetta nasce da una ferita reale e comprensibile, ma si trasforma rapidamente in un meccanismo impersonale, quasi astratto, che procede per automatismi, catene di causa-effetto e piani elaborati nel tempo. Park nega allo spettatore qualsiasi conforto morale, rifiutando la distinzione tra giusto e sbagliato e mostrando come ogni atto di ritorsione produca solo nuove vittime e dolori inediti.
Formalmente, la trilogia evolve da un realismo crudo e spoglio a una messa in scena sempre più controllata, barocca e simbolica, senza mai perdere di vista la funzione narrativa dello stile. Montaggio, fotografia e colonna sonora non sono ornamenti, ma strumenti per manipolare il tempo, la memoria e la percezione, trasformando la vendetta in un’esperienza sensoriale prima ancora che narrativa. L’estetica si raffina, ma il nucleo resta immutato: l’impossibilità di tornare indietro una volta oltrepassato il punto di non ritorno.
Un altro elemento comune è l’assenza di redenzione autentica. Che si tratti dell’oblio, dell’annientamento morale o di un rituale collettivo di punizione, nessuno dei personaggi trova pace dopo aver portato a termine la propria missione. Al contrario, ciò che resta è un vuoto più profondo, una colpa condivisa, una macchia che non può essere lavata via. Anche quando la giustizia privata assume forme apparentemente legittime o condivise, Park ne sottolinea l’ambiguità etica e il costo umano, trasformando ogni epilogo in una sconfitta esistenziale.
In questo senso la Trilogia della Vendetta non racconta storie di punizione, ma di perdita: della memoria, dell’identità, dell’innocenza e della possibilità stessa di una risoluzione. Un cinema che non offre risposte, ma insiste sulle domande, e che guarda alla vendetta non come a un atto eccezionale, bensì come al sintomo più estremo di una società incapace di proteggere, riparare e prendersi cura dei propri individui.

Lady Vendetta (2005)
No Other Choice: la vendetta nell'era del precariato
Park ha scelto di tornare su certe tematiche così complesse e cariche di sfumature attraverso una porta d'ingresso apparentemente universale, ovvero il mondo del lavoro. No Other Choice, presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia 2025 dove era in concorso per il Leone d'Oro, rappresenta un'ulteriore evoluzione. Non più vendette personali scatenate da traumi individuali, ma una rappresaglia contro il sistema economico che schiaccia la singola persona, trasformandolo da essere umano a singolo ingranaggio sacrificabile.
Yoo Man-su (Lee Byung-hun, leggendario attore coreano che il grande pubblico ha conosciuto come diabolico villain di Squid Game) ha lavorato per venticinque anni come specialista in produzione di carta presso la stessa azienda. Possiede una splendida villetta fuori città, è felicemente sposato e padre di due figli in età scolare. Il film si apre con un'immagine di perfezione suburbana quasi sospetta: la famiglia è riunita nel giardino e la figlia suona il violoncello, mentre il protagonista osserva compiaciuto quella vita da sogno.
Puntuale come un orologio svizzero, arriva il licenziamento. L'azienda ha deciso un "ridimensionamento", seicento persone vengono lasciate a casa senza preavviso, e Man-su si ritrova improvvisamente in crisi. I risparmi si assottigliano, i cani vengono affidati ai nonni, le lezioni di musica cancellate, la casa messa in vendita. Ma soprattutto, l'uomo smarrisce la propria identità e non riesce a trovare un senso ai giorni che lo aspettano.
Dopo mesi di ricerche infruttuose, Man-su trova finalmente l'annuncio perfetto: un'altra azienda del settore cerca qualcuno con le sue competenze. C'è un solo problema: altri candidati, ugualmente qualificati se non più di lui, sono in lizza per lo stesso posto. E qui scatta qualcosa nella mente del protagonista, una soluzione tanto semplice quanto mostruosa: se elimina fisicamente la concorrenza, il lavoro diventa suo per esclusione. Crea così un finto avviso per attirare i rivali, studia a fondo i loro curriculum, li classifica in ordine di potenzialità e mette in atto il suo piano di ucciderli uno dopo l'altro. Peccato solo che non sia un killer professionista e che il suo intenta omicida sia destinato ad andare ovviamente incontro a derive tragicomiche...

No Other Choice (2025)
Quando la satira diventa implacabile
No Other Choice altro non è che un ritratto feroce del tardo capitalismo e delle sue conseguenze psicologiche su chi ne è vittima. La prima e più evidente critica riguarda l'identificazione totalizzante tra l'identità personale e il ruolo professionale. Man-su non riesce letteralmente a concepire se stesso al di fuori del lavoro: quando la moglie gli suggerisce di cercare altre opportunità, magari in ambiti diversi, lui rifiuta categoricamente l'idea. "Abbassarsi" a un lavoro meno prestigioso è per lui totalmente inaccettabile, non perché economicamente insostenibile - la famiglia potrebbe sopravvivere con un reddito inferiore - ma perché minerebbe la sua percezione di sé. Il film interroga così quella mascolinità fragile costruita interamente attorno al successo professionale, che collassa nel momento in cui il sistema economico non ha più bisogno di determinati tasselli.
Un elemento particolarmente rilevante, considerando che il film è freschissimo, è il ruolo dell'intelligenza artificiale nell'epilogo. Senza dilungarci in eccessivi spoiler, basti dire che Park sfrutta brillantemente le ansie contemporanee riguardo l'IA e l'automazione incontrollata per aggiungere un ulteriore strato di amara ironia: Man-su combatte disperatamente altri esseri umani per un lavoro che potrebbe essere comunque reso presto obsoleto da quella tecnologia sempre più totalizzante. La sua vendetta personale è quindi doppiamente futile, una battaglia combattuta su un terreno che sta già scomparendo sotto i suoi piedi.
Dal punto di vista formale, No Other Choice rappresenta una sintesi interessante tra lo stile barocco della Trilogia e un nuovo approccio più sobrio e diretto. Nella gestione dei toni e degli umori No Other Choice si distingue maggiormente dai lavori precedenti di Park. Il film oscilla continuamente tra commedia nera, thriller ad alta tensione e dramma sociale, spesso all'interno della stessa sequenza. La già citata scena del primo omicidio è esplicativa: inizia come farsa, si contamina di fisicità slapstick per poi concludersi con momenti maggiormente cupi e dolorosi.

No Other Choice (2025)
Cacciatore di teste: Costa-Gavras e il noir politico europeo
Per comprendere appieno la specificità dell'approccio di Park Chan-wook al materiale di Westlake, è necessario analizzare l'altro adattamento cinematografico dello stesso romanzo, diretto nel 2005 dal veterano regista franco-greco Costa-Gavras. Il confronto è illuminante non solo per ciò che rivela sui due cineasti, ma anche su come il medesimo materiale narrativo possa essere piegato a sensibilità e contesti culturali radicalmente diversi.
Prima di addentrarci nell'analisi di questa prima trasposizione, è opportuno contestualizzare brevemente la figura di Costa-Gavras, regista la cui intera carriera è stata dedicata al cinema politico e di denuncia sociale. Emerso sulla scena internazionale con il folgorante Z (L'orgia del potere, 1969), thriller politico sui regimi militari che vinse l'Oscar come miglior film straniero, si è costruito una filmografia coerente e militante. La sua è una tradizione cinematografica che affonda le radici nel cinema politico europeo degli anni Sessanta e Settanta: film che utilizzavano i generi popolari - il thriller, il noir, il dramma processuale - per veicolare messaggi di critica sociale esplicita. Non cinema di intrattenimento che contiene riflessioni politiche, ma cinema politico che si serve anche dell'intrattenimento per raggiungere un pubblico più ampio possibile.
È quindi perfettamente coerente che abbia scelto di adattare il romanzo di Westlake: la storia di un disoccupato che diventa serial killer per eliminare i concorrenti è esattamente il tipo di allegoria sociale che questo cineasta ha sempre prediletto. Il tutto attraverso una commedia nera, dimostrando un senso dell'umorismo acido che fino ad allora aveva poco utilizzato.

Kōnstantinos Gavras, in arte Costa-Gavras
Ecco così la vicenda del romanzo contestualizzata in una Francia alle prese con la globalizzazione e la delocalizzazione industriale. Bruno Davert (un irresistibile José Garcia) è un chimico trentanovenne specializzato nella produzione di carta, che da quindici anni lavora presso la stessa azienda. Quando la compagnia decide di "ridimensionare" licenziando seicento dipendenti e trasferendo la produzione in Romania - con conseguente aumento del 16% dei dividendi per gli azionisti - Bruno si ritrova senza lavoro.
Due anni dopo, nonostante decine di candidature inviate, Bruno è ancora disoccupato. La moglie Marlène è costretta a lavorare per mantenere la famiglia, il matrimonio è in crisi, i figli adolescenti cominciano a risentire della situazione. Quando finalmente Bruno trova l'annuncio perfetto - un'azienda belga cerca qualcuno con esattamente le sue competenze - scopre che ci sono numerosi altri candidati altrettanto qualificati. La soluzione che escogita è identica a quella di Man-su: creare un finto annuncio per attirare i competitor, studiarli, e poi eliminarli fisicamente uno per uno.
Ma se la premessa è la stessa, l'esecuzione è profondamente diversa. Costa-Gavras ambienta il film in un contesto profondamente europeo, sottolineando come la precarietà lavorativa sia un problema continentale e non nazionale. Le vittime parlano lingue diverse, hanno background culturali differenti, ma condividono tutte la stessa obsolescenza professionale in un'economia che privilegia la delocalizzazione e il profitto a breve termine sulle vite dei dipendenti.

Costa Gravas dirige l'attore José Garcia sul set di Le Couperet (Cacciatore di teste, 2005)
Due film, due capitalismi, due vendette
Il confronto tra Le Couperet e No Other Choice illumina non solo le differenze stilistiche tra due grandi autori, ma sottolinea anche come il capitalismo contemporaneo si manifesti diversamente in Europa e in Asia, e come questo si rifletta nelle narrazioni cinematografiche.
Il primo è un film figlio della Francia degli anni Duemila, quella delle delocalizzazioni verso l'Est Europa e della progressiva erosione del modello sociale. Bruno Davert è vittima di un processo che ha visto intere industrie occidentali trasferirsi verso paesi con costo del lavoro inferiore, lasciando dietro di sé città fantasma e intere generazioni. Il film documenta questo processo con precisione quasi sociologica, mappando una geografia della precarietà su scala continentale.
No Other Choice, realizzato vent'anni dopo, riflette invece le specificità del capitalismo sudcoreano contemporaneo, caratterizzato dalla presenza dominante dei conglomerati industriali come Samsung, Hyundai, LG, ecc. che controllano settori interi dell'economia indigena. La precarietà qui assume forme diverse: non tanto la delocalizzazione quanto l'automazione, la ricerca ossessiva di "efficienza", la cultura del lavoro estremo. Man-su non perde il lavoro perché la fabbrica si trasferisce altrove, ma perché decide che seicento dipendenti sono tranquillamente eliminabili senza conseguenze per la produttività.
Questa differenza geografica si riflette anche nelle modalità della vendetta. Bruno attraversa confini nazionali per eliminare i suoi competitor, sottolineando come la precarietà sia fenomeno transnazionale nell'Unione Europea. Man-su invece opera in un raggio geografico molto più limitato, all'interno della stessa regione metropolitana di Seoul, giacché in Corea del Sud il mercato del lavoro per professionisti specializzati è geograficamente concentrato attorno alla capitale. Sono due mappe diverse della globalizzazione e delle sue conseguenze.

Yoo Man-su, il protagonista di No Other Choice (2025)
Violenza mostrata vs. violenza suggerita
Come già accennato, una delle differenze più evidenti riguarda la rappresentazione della violenza. Park Chan-wook è regista che ha sempre avuto un rapporto diretto e complesso con la violenza sullo schermo: il suo cinema non ha mai avuto paura di mostrare il sangue e le conseguenze fisiche. In No Other Choice questo approccio è leggermente smussato in un'ottica pensata per il grande pubblico, in quella che rimane in ogni caso una cinica e spassosa commedia nera profondamente contemporanea.
Nel film francese la violenza è quasi sempre fuori campo o mostrata attraverso i suoi effetti: vediamo il protagonista preparare l'omicidio, lo vediamo dopo averlo compiuto, ma raramente assistiamo all'atto stesso. Quando la violenza esplode - come in una scena chiave in cui Bruno deve gestire una situazione sfuggitagli di mano - è filmata senza alcuna estetizzazione.
Entrambi condividono però una caratteristica fondamentale: rifiutano la facile moralizzazione, non offrono risposte semplici o giudizi definitivi. Entrambi lasciano lo spettatore in uno stato di profondo disagio e con un'inquietudine crescente, portandolo a confrontarsi con domande difficili sulla natura della realtà di oggi e su quanto la disperazione economica possa trasformare pecore in lupi feroci.

Il personaggio di Bruno Davert in Le Couperet (Cacciatore di teste, 2005)
La vendetta come sintomo sociale
Vent'anni separano Lady Vendetta da No Other Choice, e in questo arco temporale Park Chan-wook ha dimostrato una straordinaria capacità di evoluzione, senza mai tradire la propria visione autoriale – basti pensare tra i tanti al prete-vampiro di Thirst (2009). La vendetta rimane il suo tema ossessivo, ma se nei primi film era questione privata - traumi individuali che si trasformavano in rappresaglie personali - ora diventa fenomeno sociale, frutto di un mondo spietato che trasforma gli esseri umani in risorse dispensabili.
Il confronto con l'omologo di Costa-Gavras mostra come sia l'uno che l'altro abbiano in quest'occasioni utilizzato il romanzo alla base e il genere thriller per smascherare le ipocrisie del capitalismo contemporaneo, per evidenziare come persone ordinarie possano diventare mostri quando vengono private di dignità e futuro.
No Other Choice rappresenta un'evoluzione della poetica della vendetta parkiana: dal personale al sistemico, dalla tragedia greca al noir economico, senza mai perdere quella precisione formale e quell'attenzione ai dettagli psicologici che lo hanno reso uno dei cineasti più importanti del XXI secolo. Se la Trilogia della Vendetta documentava la spirale autodistruttiva della rappresaglia personale, No Other Choice ci ricorda che la vera vendetta dovrebbe essere rivolta non contro individui che competono per le briciole, ma contro chi, ai piani alti, crea quella competizione mortale, neananche fossimo tutti giocatori di uno Squid Game ben più reale.
In un'epoca di crescente incertezza e di diseguaglianze sempre più marcate, le due pellicole rappresentano le due facce della stessa medaglia e non possiamo che consigliarvi la visione di entrambi. In questo articolo abbiamo divagato sia sul confronto tra gli autori che più a fondo nella carriera dell'autore orientale, sperando che questo parallelismo abbia attirato il vostro interesse per conoscere, perché no, non soltanto l'autore di No Other Choice ma anche un nome di assoluta grandezza come il suo collega franco-greco. Perché il cinema deve sempre unire, mai dividere, e dal Vecchio Continente alla penisola coreana il viaggio sullo schermo è talmente istantaneo che dura il tempo di schiacciare Play sul telecomando.

Thirst (2009)

Park Chan-wook e Costa-Gavras a confronto:
due sguardi sul lavoro, la crisi
e la brutalità del sistema,
di Maurizio Encari
TR-142
17.01.2026
Esiste un filo rosso - rosso come il sangue versato, rosso come la rabbia che consuma - che percorre l'intera filmografia di Park Chan-wook, uno dei cineasti più influenti e visionari del cinema contemporaneo. Un filo che dal 2000 ad oggi ha dato vita a opere che hanno ridefinito i confini del thriller psicologico, dell'horror viscerale e della commedia nera, trasformando la vendetta da semplice espediente narrativo in ossessione esistenziale, in malattia dell'anima, in specchio deformante della società che ci circonda.
Quando nel 2002 il regista sudcoreano presentò Sympathy for Mr. Vengeance - arrivato in Italia con il titolo più semplicistico Mr. Vendetta - inaugurando quella che sarebbe stata ribattezzata dalla critica internazionale come "Trilogia della Vendetta", pochi avrebbero immaginato l'impatto che quei film avrebbero avuto sul cinema mondiale. Seguirono Old Boy (2003), capolavoro che conquistò il Grand Prix a Cannes e divenne istantaneamente un cult globale grazie anche al "passaparola tarantiniano", e Lady Vendetta (2005), epilogo elegiaco di un percorso che aveva esplorato ogni sfumatura possibile della rappresaglia umana. Tre film non connessi narrativamente ma legati da un'ossessione tematica comune: cosa succede quando l'essere umano dedica la propria esistenza a punire un torto subito? Dove conduce quella spirale autodistruttiva senza fine apparente? E soprattutto, esiste davvero qualcosa come una "giustizia presa nelle proprie mani"?
Vent'anni dopo, Park Chan-wook torna a interrogarsi sulla natura dell'uomo messo alle strette con No Other Choice (2025), adattamento del romanzo The Ax di Donald Westlake che nel 2005 era già stato trasposto sullo schermo dal regista franco-greco Costa-Gavras con Le Couperet (Cacciatore di teste). Ma se la Trilogia della Vendetta si muoveva nei territori del thriller barocco e del noir psicologico, No Other Choice segna una svolta significativa: per la prima volta il cineasta la indaga come conseguenza sistem(at)ica della brutalità economica del tardo capitalismo. Non più soltanto sangue e coltelli quindi, ma curriculum vitae e colloqui di lavoro. Non più torturatori sadici e segreti del passato, ma licenziamenti di massa e precarietà esistenziale che trasforma un dramma reale in un inferno surreale.
In questo articolo ci proponiamo un doppio obiettivo. Non soltanto esplorare l'evoluzione del tema nel cinema dell'autore sudcoreano, alle prese con il suo ultimo film (ancora nelle sale) con la storia di un uomo che decide di uccidere metodicamente la propria, scomoda, concorrenza professionale pur di riconquistare il lavoro perduto. Ma anche quello di mettere a confronto le due succitate trasposizioni del libro, due opere simili eppure profondamente diverse l’una dall’altra.

Old Boy (2003)
La Trilogia della Vendetta: genesi di un'ossessione
Con la Trilogia della Vendetta Park Chan-wook costruisce un vero e proprio lessico morale e visivo che ancora oggi caratterizza il suo cinema: tre variazioni sullo stesso tema, dove la rivalsa non è mai catarsi ma un processo degenerativo, una forza centrifuga che travolge chi la subisce e chi la esercita, senza una distinzione netta tra vittime e carnefici. Lì la violenza non libera, non risolve, non ristabilisce un ordine, ma amplifica il dolore, rendendolo contagioso, inevitabile e consumante.
Al centro c’è sempre un individuo schiacciato da situazioni più grandi di lui: precarietà economica, fallimenti istituzionali, traumi irrisolti, colpe passate che riaffiorano come spettri senza pace. La vendetta nasce da una ferita reale e comprensibile, ma si trasforma rapidamente in un meccanismo impersonale, quasi astratto, che procede per automatismi, catene di causa-effetto e piani elaborati nel tempo. Park nega allo spettatore qualsiasi conforto morale, rifiutando la distinzione tra giusto e sbagliato e mostrando come ogni atto di ritorsione produca solo nuove vittime e dolori inediti.
Formalmente, la trilogia evolve da un realismo crudo e spoglio a una messa in scena sempre più controllata, barocca e simbolica, senza mai perdere di vista la funzione narrativa dello stile. Montaggio, fotografia e colonna sonora non sono ornamenti, ma strumenti per manipolare il tempo, la memoria e la percezione, trasformando la vendetta in un’esperienza sensoriale prima ancora che narrativa. L’estetica si raffina, ma il nucleo resta immutato: l’impossibilità di tornare indietro una volta oltrepassato il punto di non ritorno.
Un altro elemento comune è l’assenza di redenzione autentica. Che si tratti dell’oblio, dell’annientamento morale o di un rituale collettivo di punizione, nessuno dei personaggi trova pace dopo aver portato a termine la propria missione. Al contrario, ciò che resta è un vuoto più profondo, una colpa condivisa, una macchia che non può essere lavata via. Anche quando la giustizia privata assume forme apparentemente legittime o condivise, Park ne sottolinea l’ambiguità etica e il costo umano, trasformando ogni epilogo in una sconfitta esistenziale.
In questo senso la Trilogia della Vendetta non racconta storie di punizione, ma di perdita: della memoria, dell’identità, dell’innocenza e della possibilità stessa di una risoluzione. Un cinema che non offre risposte, ma insiste sulle domande, e che guarda alla vendetta non come a un atto eccezionale, bensì come al sintomo più estremo di una società incapace di proteggere, riparare e prendersi cura dei propri individui.

Lady Vendetta (2005)
No Other Choice: la vendetta nell'era del precariato
Park ha scelto di tornare su certe tematiche così complesse e cariche di sfumature attraverso una porta d'ingresso apparentemente universale, ovvero il mondo del lavoro. No Other Choice, presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia 2025 dove era in concorso per il Leone d'Oro, rappresenta un'ulteriore evoluzione. Non più vendette personali scatenate da traumi individuali, ma una rappresaglia contro il sistema economico che schiaccia la singola persona, trasformandolo da essere umano a singolo ingranaggio sacrificabile.
Yoo Man-su (Lee Byung-hun, leggendario attore coreano che il grande pubblico ha conosciuto come diabolico villain di Squid Game) ha lavorato per venticinque anni come specialista in produzione di carta presso la stessa azienda. Possiede una splendida villetta fuori città, è felicemente sposato e padre di due figli in età scolare. Il film si apre con un'immagine di perfezione suburbana quasi sospetta: la famiglia è riunita nel giardino e la figlia suona il violoncello, mentre il protagonista osserva compiaciuto quella vita da sogno.
Puntuale come un orologio svizzero, arriva il licenziamento. L'azienda ha deciso un "ridimensionamento", seicento persone vengono lasciate a casa senza preavviso, e Man-su si ritrova improvvisamente in crisi. I risparmi si assottigliano, i cani vengono affidati ai nonni, le lezioni di musica cancellate, la casa messa in vendita. Ma soprattutto, l'uomo smarrisce la propria identità e non riesce a trovare un senso ai giorni che lo aspettano.
Dopo mesi di ricerche infruttuose, Man-su trova finalmente l'annuncio perfetto: un'altra azienda del settore cerca qualcuno con le sue competenze. C'è un solo problema: altri candidati, ugualmente qualificati se non più di lui, sono in lizza per lo stesso posto. E qui scatta qualcosa nella mente del protagonista, una soluzione tanto semplice quanto mostruosa: se elimina fisicamente la concorrenza, il lavoro diventa suo per esclusione. Crea così un finto avviso per attirare i rivali, studia a fondo i loro curriculum, li classifica in ordine di potenzialità e mette in atto il suo piano di ucciderli uno dopo l'altro. Peccato solo che non sia un killer professionista e che il suo intenta omicida sia destinato ad andare ovviamente incontro a derive tragicomiche...

No Other Choice (2025)
Quando la satira diventa implacabile
No Other Choice altro non è che un ritratto feroce del tardo capitalismo e delle sue conseguenze psicologiche su chi ne è vittima. La prima e più evidente critica riguarda l'identificazione totalizzante tra l'identità personale e il ruolo professionale. Man-su non riesce letteralmente a concepire se stesso al di fuori del lavoro: quando la moglie gli suggerisce di cercare altre opportunità, magari in ambiti diversi, lui rifiuta categoricamente l'idea. "Abbassarsi" a un lavoro meno prestigioso è per lui totalmente inaccettabile, non perché economicamente insostenibile - la famiglia potrebbe sopravvivere con un reddito inferiore - ma perché minerebbe la sua percezione di sé. Il film interroga così quella mascolinità fragile costruita interamente attorno al successo professionale, che collassa nel momento in cui il sistema economico non ha più bisogno di determinati tasselli.
Un elemento particolarmente rilevante, considerando che il film è freschissimo, è il ruolo dell'intelligenza artificiale nell'epilogo. Senza dilungarci in eccessivi spoiler, basti dire che Park sfrutta brillantemente le ansie contemporanee riguardo l'IA e l'automazione incontrollata per aggiungere un ulteriore strato di amara ironia: Man-su combatte disperatamente altri esseri umani per un lavoro che potrebbe essere comunque reso presto obsoleto da quella tecnologia sempre più totalizzante. La sua vendetta personale è quindi doppiamente futile, una battaglia combattuta su un terreno che sta già scomparendo sotto i suoi piedi.
Dal punto di vista formale, No Other Choice rappresenta una sintesi interessante tra lo stile barocco della Trilogia e un nuovo approccio più sobrio e diretto. Nella gestione dei toni e degli umori No Other Choice si distingue maggiormente dai lavori precedenti di Park. Il film oscilla continuamente tra commedia nera, thriller ad alta tensione e dramma sociale, spesso all'interno della stessa sequenza. La già citata scena del primo omicidio è esplicativa: inizia come farsa, si contamina di fisicità slapstick per poi concludersi con momenti maggiormente cupi e dolorosi.

No Other Choice (2025)
Cacciatore di teste: Costa-Gavras e il noir politico europeo
Per comprendere appieno la specificità dell'approccio di Park Chan-wook al materiale di Westlake, è necessario analizzare l'altro adattamento cinematografico dello stesso romanzo, diretto nel 2005 dal veterano regista franco-greco Costa-Gavras. Il confronto è illuminante non solo per ciò che rivela sui due cineasti, ma anche su come il medesimo materiale narrativo possa essere piegato a sensibilità e contesti culturali radicalmente diversi.
Prima di addentrarci nell'analisi di questa prima trasposizione, è opportuno contestualizzare brevemente la figura di Costa-Gavras, regista la cui intera carriera è stata dedicata al cinema politico e di denuncia sociale. Emerso sulla scena internazionale con il folgorante Z (L'orgia del potere, 1969), thriller politico sui regimi militari che vinse l'Oscar come miglior film straniero, si è costruito una filmografia coerente e militante. La sua è una tradizione cinematografica che affonda le radici nel cinema politico europeo degli anni Sessanta e Settanta: film che utilizzavano i generi popolari - il thriller, il noir, il dramma processuale - per veicolare messaggi di critica sociale esplicita. Non cinema di intrattenimento che contiene riflessioni politiche, ma cinema politico che si serve anche dell'intrattenimento per raggiungere un pubblico più ampio possibile.
È quindi perfettamente coerente che abbia scelto di adattare il romanzo di Westlake: la storia di un disoccupato che diventa serial killer per eliminare i concorrenti è esattamente il tipo di allegoria sociale che questo cineasta ha sempre prediletto. Il tutto attraverso una commedia nera, dimostrando un senso dell'umorismo acido che fino ad allora aveva poco utilizzato.

Kōnstantinos Gavras, in arte Costa-Gavras
Ecco così la vicenda del romanzo contestualizzata in una Francia alle prese con la globalizzazione e la delocalizzazione industriale. Bruno Davert (un irresistibile José Garcia) è un chimico trentanovenne specializzato nella produzione di carta, che da quindici anni lavora presso la stessa azienda. Quando la compagnia decide di "ridimensionare" licenziando seicento dipendenti e trasferendo la produzione in Romania - con conseguente aumento del 16% dei dividendi per gli azionisti - Bruno si ritrova senza lavoro.
Due anni dopo, nonostante decine di candidature inviate, Bruno è ancora disoccupato. La moglie Marlène è costretta a lavorare per mantenere la famiglia, il matrimonio è in crisi, i figli adolescenti cominciano a risentire della situazione. Quando finalmente Bruno trova l'annuncio perfetto - un'azienda belga cerca qualcuno con esattamente le sue competenze - scopre che ci sono numerosi altri candidati altrettanto qualificati. La soluzione che escogita è identica a quella di Man-su: creare un finto annuncio per attirare i competitor, studiarli, e poi eliminarli fisicamente uno per uno.
Ma se la premessa è la stessa, l'esecuzione è profondamente diversa. Costa-Gavras ambienta il film in un contesto profondamente europeo, sottolineando come la precarietà lavorativa sia un problema continentale e non nazionale. Le vittime parlano lingue diverse, hanno background culturali differenti, ma condividono tutte la stessa obsolescenza professionale in un'economia che privilegia la delocalizzazione e il profitto a breve termine sulle vite dei dipendenti.

Costa Gravas dirige l'attore José Garcia sul set di Le Couperet (Cacciatore di teste, 2005)
Due film, due capitalismi, due vendette
Il confronto tra Le Couperet e No Other Choice illumina non solo le differenze stilistiche tra due grandi autori, ma sottolinea anche come il capitalismo contemporaneo si manifesti diversamente in Europa e in Asia, e come questo si rifletta nelle narrazioni cinematografiche.
Il primo è un film figlio della Francia degli anni Duemila, quella delle delocalizzazioni verso l'Est Europa e della progressiva erosione del modello sociale. Bruno Davert è vittima di un processo che ha visto intere industrie occidentali trasferirsi verso paesi con costo del lavoro inferiore, lasciando dietro di sé città fantasma e intere generazioni. Il film documenta questo processo con precisione quasi sociologica, mappando una geografia della precarietà su scala continentale.
No Other Choice, realizzato vent'anni dopo, riflette invece le specificità del capitalismo sudcoreano contemporaneo, caratterizzato dalla presenza dominante dei conglomerati industriali come Samsung, Hyundai, LG, ecc. che controllano settori interi dell'economia indigena. La precarietà qui assume forme diverse: non tanto la delocalizzazione quanto l'automazione, la ricerca ossessiva di "efficienza", la cultura del lavoro estremo. Man-su non perde il lavoro perché la fabbrica si trasferisce altrove, ma perché decide che seicento dipendenti sono tranquillamente eliminabili senza conseguenze per la produttività.
Questa differenza geografica si riflette anche nelle modalità della vendetta. Bruno attraversa confini nazionali per eliminare i suoi competitor, sottolineando come la precarietà sia fenomeno transnazionale nell'Unione Europea. Man-su invece opera in un raggio geografico molto più limitato, all'interno della stessa regione metropolitana di Seoul, giacché in Corea del Sud il mercato del lavoro per professionisti specializzati è geograficamente concentrato attorno alla capitale. Sono due mappe diverse della globalizzazione e delle sue conseguenze.

Yoo Man-su, il protagonista di No Other Choice (2025)
Violenza mostrata vs. violenza suggerita
Come già accennato, una delle differenze più evidenti riguarda la rappresentazione della violenza. Park Chan-wook è regista che ha sempre avuto un rapporto diretto e complesso con la violenza sullo schermo: il suo cinema non ha mai avuto paura di mostrare il sangue e le conseguenze fisiche. In No Other Choice questo approccio è leggermente smussato in un'ottica pensata per il grande pubblico, in quella che rimane in ogni caso una cinica e spassosa commedia nera profondamente contemporanea.
Nel film francese la violenza è quasi sempre fuori campo o mostrata attraverso i suoi effetti: vediamo il protagonista preparare l'omicidio, lo vediamo dopo averlo compiuto, ma raramente assistiamo all'atto stesso. Quando la violenza esplode - come in una scena chiave in cui Bruno deve gestire una situazione sfuggitagli di mano - è filmata senza alcuna estetizzazione.
Entrambi condividono però una caratteristica fondamentale: rifiutano la facile moralizzazione, non offrono risposte semplici o giudizi definitivi. Entrambi lasciano lo spettatore in uno stato di profondo disagio e con un'inquietudine crescente, portandolo a confrontarsi con domande difficili sulla natura della realtà di oggi e su quanto la disperazione economica possa trasformare pecore in lupi feroci.

Il personaggio di Bruno Davert in Le Couperet (Cacciatore di teste, 2005)
La vendetta come sintomo sociale
Vent'anni separano Lady Vendetta da No Other Choice, e in questo arco temporale Park Chan-wook ha dimostrato una straordinaria capacità di evoluzione, senza mai tradire la propria visione autoriale – basti pensare tra i tanti al prete-vampiro di Thirst (2009). La vendetta rimane il suo tema ossessivo, ma se nei primi film era questione privata - traumi individuali che si trasformavano in rappresaglie personali - ora diventa fenomeno sociale, frutto di un mondo spietato che trasforma gli esseri umani in risorse dispensabili.
Il confronto con l'omologo di Costa-Gavras mostra come sia l'uno che l'altro abbiano in quest'occasioni utilizzato il romanzo alla base e il genere thriller per smascherare le ipocrisie del capitalismo contemporaneo, per evidenziare come persone ordinarie possano diventare mostri quando vengono private di dignità e futuro.
No Other Choice rappresenta un'evoluzione della poetica della vendetta parkiana: dal personale al sistemico, dalla tragedia greca al noir economico, senza mai perdere quella precisione formale e quell'attenzione ai dettagli psicologici che lo hanno reso uno dei cineasti più importanti del XXI secolo. Se la Trilogia della Vendetta documentava la spirale autodistruttiva della rappresaglia personale, No Other Choice ci ricorda che la vera vendetta dovrebbe essere rivolta non contro individui che competono per le briciole, ma contro chi, ai piani alti, crea quella competizione mortale, neananche fossimo tutti giocatori di uno Squid Game ben più reale.
In un'epoca di crescente incertezza e di diseguaglianze sempre più marcate, le due pellicole rappresentano le due facce della stessa medaglia e non possiamo che consigliarvi la visione di entrambi. In questo articolo abbiamo divagato sia sul confronto tra gli autori che più a fondo nella carriera dell'autore orientale, sperando che questo parallelismo abbia attirato il vostro interesse per conoscere, perché no, non soltanto l'autore di No Other Choice ma anche un nome di assoluta grandezza come il suo collega franco-greco. Perché il cinema deve sempre unire, mai dividere, e dal Vecchio Continente alla penisola coreana il viaggio sullo schermo è talmente istantaneo che dura il tempo di schiacciare Play sul telecomando.

Thirst (2009)