

Un omaggio a Daniel Day-Lewis,
il feroce artigiano dell'anima,
di Mattia Pescitelli
TR-139
06.12.2025
Era una mattina. Mi pareva di essere più grande, ma i conti non tornerebbero se avessi avuto più di 14 anni. Durante una delle autogestioni di un giorno patteggiate con i dirigenti scolastici, morte di ogni significato di tale pratica (ma cosa ne potevamo sapere noi, era un giorno lontano dai banchi e tanto bastava), i professori ci portarono al Cinema Reale, leggenda sopita nella cornice di una Trastevere che vuole essere cancellata, ma il cui spirito combattivo non demorde. Seduto al mio posto, ricordo di aver scrutato a lungo la sala, che ai miei occhi pareva infinita. Una cosƬ ricolma di gente non lāavevo mai vista. Nel chiasso generale, le luci si assopirono e partƬ il film che la scuola, assieme ai rappresentanti dāistituto, aveva scelto unicamente per i suoi caratteri āformativiā: Lincoln (Steven Spielberg, 2013).
Pretendere di tenere a bada una sala gremita di studenti con un film biografico di due ore e mezza su un presidente statunitense ĆØ una follia. Sento ancora oggi, nonostante aver poi rivalutato lāopera di Spielberg, la pesantezza percepita durante questo mattone politico interminabile, pur essendo, allāepoca, un grande appassionato delle vicende legate alla storia americana. Tuttavia, ricordo anche perfettamente il silenzio che si creava in sala ogni volta che il personaggio di Abraham Lincoln iniziava un monologo.
Non era per noia, nĆ© per interesse di quanto veniva detto: era più un silenzio reverenziale, come se tutti stessero assistendo a qualcosa di importante, che andava oltre la loro comprensione. A interpretarlo era un attore che non avevo mai visto, ai miei occhi inesperti scritturato solo per la sua incredibile somiglianza con il personaggio storico, come se fosse emerso dalle pagine lette, dai ritratti svogliati sul libro di storia. In quel momento, ammirando quella prova attoriale, ho capito che il cinema avrebbe condiviso la mia stessa, lunga strada fino ai confini della vita.Ā Questo ĆØ stato il mio primo contatto con Daniel Day-Lewis, panthera uncia dellāindustria cinematografica, un attore più sfuggente del fascio di luce che proietta il suo volto gargantuesco sul telo della sala buia e gremita, colta in silenziosa contemplazione della maestria ipnotica di uno dei più grandi illusionisti della storia.

Diretto daĀ Steven Spielberg inĀ Lincoln (2013)
Le vite degli altri
La carriera di Day-Lewis, tanto lunga quanto saltuaria, risale agli anni della giovinezza, a quegli stessi 14 anni di quando lo scoprii. Io ero in sala, lui davanti alla macchina da presa di John Schlesinger, per il quale ha interpretato un teppista di strada in Sunday Bloody SundayĀ (Domenica, maledetta domenica,Ā 1971). Ragazzino impertinente giĆ di suo, figlio di un poeta irlandese e unāattrice teatrale di famiglia ashkenazita, bullizzato per la sua difficoltĆ nellāintegrarsi con il sistema socio-culturale londinese post-bellico, non gli ci ĆØ voluto molto per entrare nella piccola parte del film di Schlesinger, ma sicuramente gli anni di studio presso la Bristol Old Vic Theatre School di Londra lo hanno aiutato a scolpire e definire il suo metodo attoriale. Dopo una breve apparizione in Gandhi (1982) di Richard Attenborough, raggiunge una certa notorietĆ con The Bounty (Il Bounty, 1984) di Roger Donaldson, ombra esuberante che scalpita per prendere la scena alle spalle di Anthony Hopkins e Mel Gibson.
Ci riuscirĆ lāanno seguente con due film che hanno fatto la storia, e non solo perchĆ© hanno debuttato lo stesso giorno a New York: My Beautiful LaundretteĀ (Lavanderia a gettoni, 1985) firmato daĀ Stephen FrearsĀ e Room With a View (Camera con vista, 1985) di James Ivory. In questo dittico Day-Lewis dimostra la sua poliedricitĆ interpretativa, il che inizia a far echeggiare il suo nome tra le pareti dirigenziali di Hollywood. Dopo questo doppio successo di pubblico e critica, si distingue ulteriormente con la sua interpretazione del ceco TomÔŔ in The Unbearable Lightness of Being (L'insostenibile leggerezza dell'essere, 1988) diretto da Philip Kaufman, per il quale si prepara andando a studiare accenti, modi e usi del popolo cecoslovacco durante la Primavera di Praga sessantottina.
La svolta arriva, però, nel 1989, sotto la regia di Jim Sheridan in My Left FootĀ (Il mio piede sinistro), film che ripercorre la vita di Christy Brown, artista irlandese completamente paralizzato a eccezione, appunto, del piede sinistro, con cui riusciva a fare di tutto, anche a dipingere quadri eccezionali e a scrivere le sue memorie. Qui il Metodo, che Daniel Day-Lewis porterĆ poi allāestremo negli anni a seguire, inizia a farsi sentire pesantemente. Sul set i colleghi capiscono molto presto che tra lui e il suo personaggio non esiste un confine, non cāĆØ un interruttore che gli permette di passare da una vita a unāaltra come se niente fosse.
Lui ĆØ Christy Brown dallāinizio alla fine delle riprese: costantemente relegato sulla sua sedia a rotelle, aiutato dal cast tecnico a superare cavi e ostacoli altrimenti insormontabili, non utilizza nessuna parte del suo corpo oltre il piede destro (nel film hanno utilizzato un sistema di specchi per farlo apparire come se fosse il sinistro), con il quale impara a scrivere, disegnare e svolgere tutta una serie di azioni che lo porteranno anche a infortunarsi due costole per la sua postura scomposta. La completa dedizione al personaggio gli vale il premio Oscar come miglior attore protagonista. La sua carriera, tuttavia, invece di spiccare il volo, subisce un arresto inaspettato.

My Left FootĀ (Il mio piede sinistro, 1989)
Durante la rappresentazione teatrale di Amleto al National Theatre di Londra, Day-Lewis scappa dal palco. Leggenda vuole che, confrontandosi con il fantasma del re, lāattore abbia visto quello del suo vero padre, deceduto quando era ancora un ragazzino, ma questi ha più volte ribadito che il suo bisogno di allontanarsi era dipeso dal fatto che non percepiva alcun legame con quel personaggio, come se stesse declamando versi che non sentiva propri. Quella ĆØ stata lāultima incursione sulla scena teatrale, ma il ritorno sul grande schermo avvenne poco dopo, nel 1992, per Michael Mann, alle prese con la sua ricerca di unāepica cavalleresca americana inĀ The Last of the MohicansĀ (Lāultimo dei Mohicani). Diametralmente opposto al ruolo di Brown, quello di Nathaniel "Occhio di Falco" porta Daniel Day-Lewis non solo ad allenarsi strenuamente per raggiungere le necessitĆ fisiche e le abilitĆ in combattimento che un personaggio del genere dovrebbe possedere, ma anche a vivere allāaddiaccio per un mese nelle foreste nordamericane, sopravvivendo come avrebbe fatto un colono accolto dalla comunitĆ indigena del luogo.
Dopo Mann cāĆØ stato Scorsese con The Age of InnocenceĀ (LāetĆ dellāInnocenza,1993), durante la cui lavorazione veste i panni di un aristocratico ottocentesco anche al di fuori del set, poi Nicholas Hytner e il suo The CrucibleĀ (La seduzione del male,1996), ruolo che lo spinge a non lavarsi per rimanere fedele al suo lurido personaggio da caccia alle streghe, e ancora Sheridan, per il quale ĆØ diventato un vero carcerato per tre giorni prima delle riprese di In the Name of the FatherĀ (Nel nome del padre, 1993) e un boxeur esperto (The Boxer, 1997) capace, secondo lāallenatore che lāha seguito per quasi due anni, Barry McGuigan - riconosciuto internazionalmente come uno dei migliori pugili di tutti i tempi -, di dare del filo da torcere ai nomi più illustri della disciplina.
Arriva il momento di unāaltra pausa. Day-Lewis si ritira in Italia, per diventare apprendista calzolaio in una bottega fiorentina. Sembra aver appeso il cappello al chiodo, ma Scorsese bussa di nuovo alla sua porta. Questa volta, però, niente doppi petti e capelli ordinati: il regista lo vuole come capo spietato di una banda di strada newyorkese di metĆ Ottocento in Gangs of New YorkĀ (2002). Nasce, cosƬ, uno dei personaggi più iconici interpretati dallāattore britannico: William Cutting, il Macellaio. La sua dedizione nel portare su schermo un individuo del genere ĆØ evidente dal primo momento in cui la camera si sofferma sul suo volto sudato ed emaciato, su quellāocchio di vetro che racchiude tutto ciò che cāĆØ di corrotto nel āsogno americanoā. Un trionfo di carisma e disagio, sia sullo schermo che dal vero, visto che Bill il Macellaio ha effettivamente solcato le strade del nostro reale, almeno per un pò. Infatti, anche in questo caso Day-Lewis non ĆØ praticamente mai uscito dal personaggio fino alla fine delle riprese.

Day-Lewis ĆØ William Cutting, il Macellaio, inĀ Gangs of New YorkĀ (2002) di Martin ScorseseĀ
A seguito della parentesi familiare di The Ballad of Jack and RoseĀ (La storia di Jack e Rose,Ā 2005), diretto dalla moglie Rebecca Miller, dalla quale si ĆØ separato per diverso tempo prima dellāarrivo sul set cosƬ da mettere tutto se stesso in questa ricerca filmica di una compagna di vita, arriva lāincontro con Paul Thomas Anderson, il quale aveva scritto una sceneggiatura con in mente proprio lui come interprete principale dopo aver saputo che lāattore aveva molto apprezzato il suo Punch-Drunk LoveĀ (Ubriaco dāamore,Ā 2002). Il personaggio di Daniel Plainview ĆØ qualcosa di anomalo, qualcosa che non dovrebbe esistere. Ć un costrutto che respira, che sembra vivere indipendentemente dalla proiezione o meno della pellicola. Di un grigiore assoluto, ĆØ lāincarnazione della corruzione dellāanima che vince su tutto e che si fa giudice, giuria e carnefice di ogni cosa che intralci il cammino verso lāaffermazione del sĆ© sullāaltro. There Will Be BloodĀ (Il petroliere,Ā 2007), non a caso, ĆØ valso il secondo Oscar allāattore.
Dopo questo essere multidimensionale, Daniel sbalordisce tutti con un film musicale che non riscuote un grande successo, omaggio a 8½ (1963) e al cinema di Fellini in generale, ma che ha permesso allāinterprete di dimostrare anche le sue doti canore: NineĀ (2009) di Rob Marshall. E qui torniamo dove tutto ha avuto inizio, a quel Lincoln rivelatore con cui questa disamina ĆØ iniziata. La sua interpretazione del sedicesimo presidente degli Stati Uniti che ha convinto tutti gli storici gli vale il terzo Oscar come miglior attore protagonista, rendendolo il primo nella storia a ottenere tale risultato.
Passa qualche anno ed ecco che nel 2017 Day-Lewis si ricongiunge a Paul Thomas Anderson per un film di fattura diversa, che lo allontana molto dalla vulcanica figura di Plainview. Phantom Thread (Il filo nascosto) si rivela unāesperienza estremamente lontana dalle immedesimazioni totalizzanti che ha vissuto in passato. Reynolds Woodcock condivide parte di quellāanima cheta e introspettiva che ammanta lāattore di un certo strato di leggenda, con quella sua costante ricerca dell'artigianalitĆ delle cose, al creare con mano. Prima di diventare attore voleva intraprendere una carriera molto diversa, quella del falegname, ma il fato volle altrimenti. Non ĆØ un caso che, anni dopo, quando si ĆØ ritirato a cavallo del millennio, il primo istinto ĆØ stato andare a imparare lāarte calzolaia. Ovviamente, lāattuazione del Metodo torna anche in questo nuovo ruolo, però, in una forma forse più vicina alle sue passioni. Dedica, infatti, un intero anno a imparare i segreti del mestiere sartoriale da Marc Happel, capo costumista del New York City Ballet. Affina tale abilitĆ a un livello tale da ricreare un abito di Balenciaga.
E qui la storia si ferma. O almeno questo ĆØ ciò che pensa Daniel, convinto a ritirarsi una volta per tutte dalle scene per passare il tempo a godersi la propria di vita, finora sempre ostacolata da identitĆ sconosciute che si insinuavano nel tessuto della sua esistenza. Al contrario, lāinterprete sfuggente ĆØ stato ricondotto davanti alla macchina da presa proprio questāanno. A convincerlo ĆØ stato il debutto da regista di suo figlio Ronan con Anemone (2025), con cui ha co-sceneggiato la pellicola; una storia che indaga le incrinature di una famiglia lacerata da un conflitto nato dalle strade riottose ed espansosi fino a insinuarsi tra le mura domestiche. Un ritorno a quelle origini a cavallo tra due nazioni, identitĆ inglese e cuore irlandese, che ha guidato molto spesso la scelta dietro ai corpi che si ĆØ trovato ad animare.

Sotto la direzione di Paul Thomas Andersoni negli iconici ruoli di Daniel Plainview e Reynolds Woodcock
Oltre il limite
La carriera di Daniel Day-Lewis ĆØ cosƬ corta da risultare lunga una volta messa su carta, perchĆ© non si può non citare praticamente ogni opera alla quale abbia dato anima e corpo per portare in vita gli echi di quei personaggi immaginari, nati dal ricordo o dallāinchiostro. La forza di un artigiano come Day-Lewis sta nel riuscire a svestirsi della sua persona, una pratica molto onerosa a livello psicologico. Il grado di preparazione non arriva solo da un dialogo con le fonti dāispirazione, ma da uno scambio diretto con se stessi, con le proprie convinzioni, i propri limiti. Viene suggellato un patto che porta lāindividuo-attore a farsi indietro in favore dellāarte che, per un periodo della sua esistenza, si trova a incarnare. A vederlo esternamente sembra quasi un vincolo sacro, una possessione da seduta spiritica, un trucco di magia di cui non si nota il gioco di prestigio. Ma non ĆØ certo stregoneria quella che tesse le fila della carriera di Day-Lewis, quanto una smodata curiositĆ per lāaltro. Si può riscontrare ciò nella sua totale dedizione allāesistenza che alberga oltre i fogli stampati del copione.
La sua attenta analisi gli fa scorrere pagine che non esistono, invisibili a un occhio esterno, ma che comunque sono lƬ, cucite addosso ai personaggi giĆ al momento della stesura del racconto. Sono dettagli, movenze, scatti che magari erano ignoti anche agli autori di quelle storie, ma che un attore che percepisce realmente il personaggio riesce a scovare senza problemi. Anche per questo la carriera dellāinterprete ĆØ cosƬ rada: perchĆ© sa che può apportare qualcosa a unāopera solo se riesce a veicolare nel personaggio tutto se stesso. Per questo scappa dal palco del National Theatre: non perchĆ© crede di aver visto il fantasma del padre, ma perchĆ© ha visto quello dellāAmleto che stava interpretando. Era un recipiente che non riusciva a riempire e cosƬ, piuttosto che dare al pubblico il vuoto attoriale, ha preferito consegnare loro il vuoto della scena.
Daniel Day-Lewis ĆØ una locanda apparentemente senzāoste attraverso la quale passano tutta una serie di individualitĆ stanche, con le loro problematiche, le loro gioie e i loro rimorsi. Queste prendono il controllo dello stabile e lo gestiscono come meglio credono, fino a che non ĆØ arrivato il momento di rimettersi in marcia. Al che lāoste, che ha osservato il tutto dallo spiraglio di una porta, torna a gestire la baracca con il sorriso compiaciuto di chi ha avuto un assaggio puro e senza filtri di una vita altrui. Ma più che quello di un guardone, il suo pare lāatteggiamento di un entomologo che studia il comportamento di creature cosƬ lontane da lui, seppur cosƬ vicine.

Il giovane Daniel Day Lewis diretto da Stephen Frears inĀ My Beautiful LaundretteĀ (Lavanderia a gettoni, 1985)Ā
Abbiamo parlato molto di spettri e apparizioni, a tal punto che potrebbe sembrare una storia di fantasmi, ma ĆØ forse questo il concetto cardine della figura attoriale, sia di Daniel Day-Lewis che in generale. Lāattore, nel momento in cui entra in scena, non dovrebbe esistere più. In quel momento esiste solo Medea, o Romeo, o Estragone. Lāattore, di per sĆ©, deve essere un fantasma per svolgere al meglio la sua arte. Deve scomparire, far dimenticare la sua identitĆ e costruirsene una nuova. Più il pubblico viene portato a credere che quello che vede ĆØ, in qualche modo, reale, maggiore sarĆ il coinvolgimento nella storia e migliore la sua comprensione dei fatti, delle intenzioni e dei significati che sottendono lāopera stessa.
Lāattore ĆØ un mediatore tra lāimmaginazione e il reale. Ć il messaggero che informa il pubblico di quanto accaduto in un mondo che potrebbe esistere, che forse ĆØ esistito, ma che non travalicherĆ mai il confine della platea, anche se potrebbe aleggiare momentaneamente dietro le quinte. Ma lāattore ĆØ anche uno spettro che, se abbastanza capace, riesce a vagare per il mondo non visto, il cui passaggio viene colto di rado quando il riflettore ĆØ lontano dalla sua portata.
Per questo Daniel Day-Lewis (assieme a pochi altri illustri volti mutaforma della storia della recitazione, abbiano essi seguito il metodo Stanislavskij o meno) ha saputo dare così tanto con così poco: perché, come ogni attore dovrebbe essere in grado di fare, sa come scomparire, umile tra gli umili, coltivando i suoi legami e le sue passioni nel modo che più lo aggrada, facendosi guidare nella scelta dei ruoli dai conflitti che questi evocano nella sua persona e lasciando che sullo schermo ogni volta appaia un volto diverso che non risponde mai allo stesso nome.

Nella sua ultima apparizione in Anemone (2025)

Un omaggio a Daniel Day-Lewis,
il feroce artigiano dell'anima,
di Mattia Pescitelli
TR-139
06.12.2025
Era una mattina. Mi pareva di essere più grande, ma i conti non tornerebbero se avessi avuto più di 14 anni. Durante una delle autogestioni di un giorno patteggiate con i dirigenti scolastici, morte di ogni significato di tale pratica (ma cosa ne potevamo sapere noi, era un giorno lontano dai banchi e tanto bastava), i professori ci portarono al Cinema Reale, leggenda sopita nella cornice di una Trastevere che vuole essere cancellata, ma il cui spirito combattivo non demorde. Seduto al mio posto, ricordo di aver scrutato a lungo la sala, che ai miei occhi pareva infinita. Una cosƬ ricolma di gente non lāavevo mai vista. Nel chiasso generale, le luci si assopirono e partƬ il film che la scuola, assieme ai rappresentanti dāistituto, aveva scelto unicamente per i suoi caratteri āformativiā: Lincoln (Steven Spielberg, 2013).
Pretendere di tenere a bada una sala gremita di studenti con un film biografico di due ore e mezza su un presidente statunitense ĆØ una follia. Sento ancora oggi, nonostante aver poi rivalutato lāopera di Spielberg, la pesantezza percepita durante questo mattone politico interminabile, pur essendo, allāepoca, un grande appassionato delle vicende legate alla storia americana. Tuttavia, ricordo anche perfettamente il silenzio che si creava in sala ogni volta che il personaggio di Abraham Lincoln iniziava un monologo.
Non era per noia, nĆ© per interesse di quanto veniva detto: era più un silenzio reverenziale, come se tutti stessero assistendo a qualcosa di importante, che andava oltre la loro comprensione. A interpretarlo era un attore che non avevo mai visto, ai miei occhi inesperti scritturato solo per la sua incredibile somiglianza con il personaggio storico, come se fosse emerso dalle pagine lette, dai ritratti svogliati sul libro di storia. In quel momento, ammirando quella prova attoriale, ho capito che il cinema avrebbe condiviso la mia stessa, lunga strada fino ai confini della vita.Ā Questo ĆØ stato il mio primo contatto con Daniel Day-Lewis, panthera uncia dellāindustria cinematografica, un attore più sfuggente del fascio di luce che proietta il suo volto gargantuesco sul telo della sala buia e gremita, colta in silenziosa contemplazione della maestria ipnotica di uno dei più grandi illusionisti della storia.

Diretto daĀ Steven Spielberg inĀ Lincoln (2013)
Le vite degli altri
La carriera di Day-Lewis, tanto lunga quanto saltuaria, risale agli anni della giovinezza, a quegli stessi 14 anni di quando lo scoprii. Io ero in sala, lui davanti alla macchina da presa di John Schlesinger, per il quale ha interpretato un teppista di strada in Sunday Bloody SundayĀ (Domenica, maledetta domenica,Ā 1971). Ragazzino impertinente giĆ di suo, figlio di un poeta irlandese e unāattrice teatrale di famiglia ashkenazita, bullizzato per la sua difficoltĆ nellāintegrarsi con il sistema socio-culturale londinese post-bellico, non gli ci ĆØ voluto molto per entrare nella piccola parte del film di Schlesinger, ma sicuramente gli anni di studio presso la Bristol Old Vic Theatre School di Londra lo hanno aiutato a scolpire e definire il suo metodo attoriale. Dopo una breve apparizione in Gandhi (1982) di Richard Attenborough, raggiunge una certa notorietĆ con The Bounty (Il Bounty, 1984) di Roger Donaldson, ombra esuberante che scalpita per prendere la scena alle spalle di Anthony Hopkins e Mel Gibson.
Ci riuscirĆ lāanno seguente con due film che hanno fatto la storia, e non solo perchĆ© hanno debuttato lo stesso giorno a New York: My Beautiful LaundretteĀ (Lavanderia a gettoni, 1985) firmato daĀ Stephen FrearsĀ e Room With a View (Camera con vista, 1985) di James Ivory. In questo dittico Day-Lewis dimostra la sua poliedricitĆ interpretativa, il che inizia a far echeggiare il suo nome tra le pareti dirigenziali di Hollywood. Dopo questo doppio successo di pubblico e critica, si distingue ulteriormente con la sua interpretazione del ceco TomÔŔ in The Unbearable Lightness of Being (L'insostenibile leggerezza dell'essere, 1988) diretto da Philip Kaufman, per il quale si prepara andando a studiare accenti, modi e usi del popolo cecoslovacco durante la Primavera di Praga sessantottina.
La svolta arriva, però, nel 1989, sotto la regia di Jim Sheridan in My Left FootĀ (Il mio piede sinistro), film che ripercorre la vita di Christy Brown, artista irlandese completamente paralizzato a eccezione, appunto, del piede sinistro, con cui riusciva a fare di tutto, anche a dipingere quadri eccezionali e a scrivere le sue memorie. Qui il Metodo, che Daniel Day-Lewis porterĆ poi allāestremo negli anni a seguire, inizia a farsi sentire pesantemente. Sul set i colleghi capiscono molto presto che tra lui e il suo personaggio non esiste un confine, non cāĆØ un interruttore che gli permette di passare da una vita a unāaltra come se niente fosse.
Lui ĆØ Christy Brown dallāinizio alla fine delle riprese: costantemente relegato sulla sua sedia a rotelle, aiutato dal cast tecnico a superare cavi e ostacoli altrimenti insormontabili, non utilizza nessuna parte del suo corpo oltre il piede destro (nel film hanno utilizzato un sistema di specchi per farlo apparire come se fosse il sinistro), con il quale impara a scrivere, disegnare e svolgere tutta una serie di azioni che lo porteranno anche a infortunarsi due costole per la sua postura scomposta. La completa dedizione al personaggio gli vale il premio Oscar come miglior attore protagonista. La sua carriera, tuttavia, invece di spiccare il volo, subisce un arresto inaspettato.

My Left FootĀ (Il mio piede sinistro, 1989)
Durante la rappresentazione teatrale di Amleto al National Theatre di Londra, Day-Lewis scappa dal palco. Leggenda vuole che, confrontandosi con il fantasma del re, lāattore abbia visto quello del suo vero padre, deceduto quando era ancora un ragazzino, ma questi ha più volte ribadito che il suo bisogno di allontanarsi era dipeso dal fatto che non percepiva alcun legame con quel personaggio, come se stesse declamando versi che non sentiva propri. Quella ĆØ stata lāultima incursione sulla scena teatrale, ma il ritorno sul grande schermo avvenne poco dopo, nel 1992, per Michael Mann, alle prese con la sua ricerca di unāepica cavalleresca americana inĀ The Last of the MohicansĀ (Lāultimo dei Mohicani). Diametralmente opposto al ruolo di Brown, quello di Nathaniel "Occhio di Falco" porta Daniel Day-Lewis non solo ad allenarsi strenuamente per raggiungere le necessitĆ fisiche e le abilitĆ in combattimento che un personaggio del genere dovrebbe possedere, ma anche a vivere allāaddiaccio per un mese nelle foreste nordamericane, sopravvivendo come avrebbe fatto un colono accolto dalla comunitĆ indigena del luogo.
Dopo Mann cāĆØ stato Scorsese con The Age of InnocenceĀ (LāetĆ dellāInnocenza,1993), durante la cui lavorazione veste i panni di un aristocratico ottocentesco anche al di fuori del set, poi Nicholas Hytner e il suo The CrucibleĀ (La seduzione del male,1996), ruolo che lo spinge a non lavarsi per rimanere fedele al suo lurido personaggio da caccia alle streghe, e ancora Sheridan, per il quale ĆØ diventato un vero carcerato per tre giorni prima delle riprese di In the Name of the FatherĀ (Nel nome del padre, 1993) e un boxeur esperto (The Boxer, 1997) capace, secondo lāallenatore che lāha seguito per quasi due anni, Barry McGuigan - riconosciuto internazionalmente come uno dei migliori pugili di tutti i tempi -, di dare del filo da torcere ai nomi più illustri della disciplina.
Arriva il momento di unāaltra pausa. Day-Lewis si ritira in Italia, per diventare apprendista calzolaio in una bottega fiorentina. Sembra aver appeso il cappello al chiodo, ma Scorsese bussa di nuovo alla sua porta. Questa volta, però, niente doppi petti e capelli ordinati: il regista lo vuole come capo spietato di una banda di strada newyorkese di metĆ Ottocento in Gangs of New YorkĀ (2002). Nasce, cosƬ, uno dei personaggi più iconici interpretati dallāattore britannico: William Cutting, il Macellaio. La sua dedizione nel portare su schermo un individuo del genere ĆØ evidente dal primo momento in cui la camera si sofferma sul suo volto sudato ed emaciato, su quellāocchio di vetro che racchiude tutto ciò che cāĆØ di corrotto nel āsogno americanoā. Un trionfo di carisma e disagio, sia sullo schermo che dal vero, visto che Bill il Macellaio ha effettivamente solcato le strade del nostro reale, almeno per un pò. Infatti, anche in questo caso Day-Lewis non ĆØ praticamente mai uscito dal personaggio fino alla fine delle riprese.

Day-Lewis ĆØ William Cutting, il Macellaio, inĀ Gangs of New YorkĀ (2002) di Martin ScorseseĀ
A seguito della parentesi familiare di The Ballad of Jack and RoseĀ (La storia di Jack e Rose,Ā 2005), diretto dalla moglie Rebecca Miller, dalla quale si ĆØ separato per diverso tempo prima dellāarrivo sul set cosƬ da mettere tutto se stesso in questa ricerca filmica di una compagna di vita, arriva lāincontro con Paul Thomas Anderson, il quale aveva scritto una sceneggiatura con in mente proprio lui come interprete principale dopo aver saputo che lāattore aveva molto apprezzato il suo Punch-Drunk LoveĀ (Ubriaco dāamore,Ā 2002). Il personaggio di Daniel Plainview ĆØ qualcosa di anomalo, qualcosa che non dovrebbe esistere. Ć un costrutto che respira, che sembra vivere indipendentemente dalla proiezione o meno della pellicola. Di un grigiore assoluto, ĆØ lāincarnazione della corruzione dellāanima che vince su tutto e che si fa giudice, giuria e carnefice di ogni cosa che intralci il cammino verso lāaffermazione del sĆ© sullāaltro. There Will Be BloodĀ (Il petroliere,Ā 2007), non a caso, ĆØ valso il secondo Oscar allāattore.
Dopo questo essere multidimensionale, Daniel sbalordisce tutti con un film musicale che non riscuote un grande successo, omaggio a 8½ (1963) e al cinema di Fellini in generale, ma che ha permesso allāinterprete di dimostrare anche le sue doti canore: NineĀ (2009) di Rob Marshall. E qui torniamo dove tutto ha avuto inizio, a quel Lincoln rivelatore con cui questa disamina ĆØ iniziata. La sua interpretazione del sedicesimo presidente degli Stati Uniti che ha convinto tutti gli storici gli vale il terzo Oscar come miglior attore protagonista, rendendolo il primo nella storia a ottenere tale risultato.
Passa qualche anno ed ecco che nel 2017 Day-Lewis si ricongiunge a Paul Thomas Anderson per un film di fattura diversa, che lo allontana molto dalla vulcanica figura di Plainview. Phantom Thread (Il filo nascosto) si rivela unāesperienza estremamente lontana dalle immedesimazioni totalizzanti che ha vissuto in passato. Reynolds Woodcock condivide parte di quellāanima cheta e introspettiva che ammanta lāattore di un certo strato di leggenda, con quella sua costante ricerca dell'artigianalitĆ delle cose, al creare con mano. Prima di diventare attore voleva intraprendere una carriera molto diversa, quella del falegname, ma il fato volle altrimenti. Non ĆØ un caso che, anni dopo, quando si ĆØ ritirato a cavallo del millennio, il primo istinto ĆØ stato andare a imparare lāarte calzolaia. Ovviamente, lāattuazione del Metodo torna anche in questo nuovo ruolo, però, in una forma forse più vicina alle sue passioni. Dedica, infatti, un intero anno a imparare i segreti del mestiere sartoriale da Marc Happel, capo costumista del New York City Ballet. Affina tale abilitĆ a un livello tale da ricreare un abito di Balenciaga.
E qui la storia si ferma. O almeno questo ĆØ ciò che pensa Daniel, convinto a ritirarsi una volta per tutte dalle scene per passare il tempo a godersi la propria di vita, finora sempre ostacolata da identitĆ sconosciute che si insinuavano nel tessuto della sua esistenza. Al contrario, lāinterprete sfuggente ĆØ stato ricondotto davanti alla macchina da presa proprio questāanno. A convincerlo ĆØ stato il debutto da regista di suo figlio Ronan con Anemone (2025), con cui ha co-sceneggiato la pellicola; una storia che indaga le incrinature di una famiglia lacerata da un conflitto nato dalle strade riottose ed espansosi fino a insinuarsi tra le mura domestiche. Un ritorno a quelle origini a cavallo tra due nazioni, identitĆ inglese e cuore irlandese, che ha guidato molto spesso la scelta dietro ai corpi che si ĆØ trovato ad animare.

Sotto la direzione di Paul Thomas Andersoni negli iconici ruoli di Daniel Plainview e Reynolds Woodcock
Oltre il limite
La carriera di Daniel Day-Lewis ĆØ cosƬ corta da risultare lunga una volta messa su carta, perchĆ© non si può non citare praticamente ogni opera alla quale abbia dato anima e corpo per portare in vita gli echi di quei personaggi immaginari, nati dal ricordo o dallāinchiostro. La forza di un artigiano come Day-Lewis sta nel riuscire a svestirsi della sua persona, una pratica molto onerosa a livello psicologico. Il grado di preparazione non arriva solo da un dialogo con le fonti dāispirazione, ma da uno scambio diretto con se stessi, con le proprie convinzioni, i propri limiti. Viene suggellato un patto che porta lāindividuo-attore a farsi indietro in favore dellāarte che, per un periodo della sua esistenza, si trova a incarnare. A vederlo esternamente sembra quasi un vincolo sacro, una possessione da seduta spiritica, un trucco di magia di cui non si nota il gioco di prestigio. Ma non ĆØ certo stregoneria quella che tesse le fila della carriera di Day-Lewis, quanto una smodata curiositĆ per lāaltro. Si può riscontrare ciò nella sua totale dedizione allāesistenza che alberga oltre i fogli stampati del copione.
La sua attenta analisi gli fa scorrere pagine che non esistono, invisibili a un occhio esterno, ma che comunque sono lƬ, cucite addosso ai personaggi giĆ al momento della stesura del racconto. Sono dettagli, movenze, scatti che magari erano ignoti anche agli autori di quelle storie, ma che un attore che percepisce realmente il personaggio riesce a scovare senza problemi. Anche per questo la carriera dellāinterprete ĆØ cosƬ rada: perchĆ© sa che può apportare qualcosa a unāopera solo se riesce a veicolare nel personaggio tutto se stesso. Per questo scappa dal palco del National Theatre: non perchĆ© crede di aver visto il fantasma del padre, ma perchĆ© ha visto quello dellāAmleto che stava interpretando. Era un recipiente che non riusciva a riempire e cosƬ, piuttosto che dare al pubblico il vuoto attoriale, ha preferito consegnare loro il vuoto della scena.
Daniel Day-Lewis ĆØ una locanda apparentemente senzāoste attraverso la quale passano tutta una serie di individualitĆ stanche, con le loro problematiche, le loro gioie e i loro rimorsi. Queste prendono il controllo dello stabile e lo gestiscono come meglio credono, fino a che non ĆØ arrivato il momento di rimettersi in marcia. Al che lāoste, che ha osservato il tutto dallo spiraglio di una porta, torna a gestire la baracca con il sorriso compiaciuto di chi ha avuto un assaggio puro e senza filtri di una vita altrui. Ma più che quello di un guardone, il suo pare lāatteggiamento di un entomologo che studia il comportamento di creature cosƬ lontane da lui, seppur cosƬ vicine.

Il giovane Daniel Day Lewis diretto da Stephen Frears inĀ My Beautiful LaundretteĀ (Lavanderia a gettoni, 1985)Ā
Abbiamo parlato molto di spettri e apparizioni, a tal punto che potrebbe sembrare una storia di fantasmi, ma ĆØ forse questo il concetto cardine della figura attoriale, sia di Daniel Day-Lewis che in generale. Lāattore, nel momento in cui entra in scena, non dovrebbe esistere più. In quel momento esiste solo Medea, o Romeo, o Estragone. Lāattore, di per sĆ©, deve essere un fantasma per svolgere al meglio la sua arte. Deve scomparire, far dimenticare la sua identitĆ e costruirsene una nuova. Più il pubblico viene portato a credere che quello che vede ĆØ, in qualche modo, reale, maggiore sarĆ il coinvolgimento nella storia e migliore la sua comprensione dei fatti, delle intenzioni e dei significati che sottendono lāopera stessa.
Lāattore ĆØ un mediatore tra lāimmaginazione e il reale. Ć il messaggero che informa il pubblico di quanto accaduto in un mondo che potrebbe esistere, che forse ĆØ esistito, ma che non travalicherĆ mai il confine della platea, anche se potrebbe aleggiare momentaneamente dietro le quinte. Ma lāattore ĆØ anche uno spettro che, se abbastanza capace, riesce a vagare per il mondo non visto, il cui passaggio viene colto di rado quando il riflettore ĆØ lontano dalla sua portata.
Per questo Daniel Day-Lewis (assieme a pochi altri illustri volti mutaforma della storia della recitazione, abbiano essi seguito il metodo Stanislavskij o meno) ha saputo dare così tanto con così poco: perché, come ogni attore dovrebbe essere in grado di fare, sa come scomparire, umile tra gli umili, coltivando i suoi legami e le sue passioni nel modo che più lo aggrada, facendosi guidare nella scelta dei ruoli dai conflitti che questi evocano nella sua persona e lasciando che sullo schermo ogni volta appaia un volto diverso che non risponde mai allo stesso nome.

Nella sua ultima apparizione in Anemone (2025)