
di Pavel Belli Micati
NC-323
01.08.2025
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Agosto, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
1 Agosto.Strangerland (2015) di Kim Farrant

Una leggenda narra che il serpente arcobaleno sia responsabile dei fenomeni climatici nel continente australiano: secche, inondazioni, tempeste e siccità. Nella Corner Country - il deserto a nord del New South Wales - questa figura chimerica prende il nome di Ngatyi, dalle tribù indigene che per prime abitarono la regione. È lì che si trasferiscono i Parker, a Nathgari precisamente, una cittadina arida, desolata, opprimente. Lo sanno bene Lily e Tommy, che invece di andare a scuola girovagano tra giostre dimesse, fatiscenti skate park e carcasse di animali selvatici. Di notte, quando non riesce a dormire, Tom passeggia; Lily, invece, scrive nel suo diario segreto. Una mattina Catherine si sveglia e non trova più i ragazzi: Tom non è tornato dalla passeggiata notturna e di Lily non c’è traccia. Presto partono le ricerche, e i sospetti coinvolgono sin da subito gente vicina alla famiglia… Per il suo esordio, Farrant unisce il mito all’indagine, il paesaggio all’io, la maternità alla matericità. Strangerland è una discesa nei rimossi della mente, attraverso un paesaggio tanto imponente da farsi allucinazione. Se sia il caldo, o il vuoto di senso che colpisce due genitori all’indomani della scomparsa dei loro figli, l’estate è immobile e questa perla indie del cinema aussie è il suo specchio: in un deserto dove tutto brucia e lo schermo trascende il visibile, Nicole Kidman dà voce e corpo a un dolore tanto bestiale quanto umano, in un’investigazione dove, per trovare la verità, bisogna anzitutto perdere se stessi.
Disponibile su Amazon Prime Video.
4 agosto. Caro Diario (1993) di Nanni Moretti

Dall’outback australiano a una Roma deserta d’agosto, Caro Diario ci riporta al nostro caos geo-tipico: anzi, più metaforicamente, alla calura di un paese che non sa più da quale parte stare. L’ingenuità di chi, all’inizio degli anni Novanta, si chiedeva a trent’anni (ancora) cosa avrebbe fatto da grande, forse è l’elemento invecchiato peggio nell’episteme di Nanni Moretti; eppure, lo sguardo del nostro cineasta romano preferito è così unico e incensurato da perdonargli tutto, persino il suo ottimismo trasognato. Nanni in motorino, Nanni dietro la critica cinematografica, Nanni sulla bocca dell’Etna e davanti alla tv generalista: Caro Diario è lo spaccato di vita, restituito per immagini, di un giovane trentenne che non vede nulla di buono dietro, attorno e davanti a sé, e non ha paura di commentarlo. E proprio come l’estate - ma anche una seduta dal terapeuta può bastare - c’è tutto il tempo per drammatizzare, scomporre e dissacrare un sistema ideologico che non funziona più. I tempi a cui si riferiva Moretti sono finiti da un po’, ma la sua eredità intellettuale risuona oggi più che mai: Spinaceto non è mai stata un postaccio, Alicudi si conferma la più bella tra le Eolie e no, mai e poi mai fidarsi dei dermatologi. Ma Stephanie, i microfoni, dov’è che li aveva messi?
Disponibile su Disney+, Now TV, Amazon Prime Video e noleggiabile su You Tube, Google Play Film, Apple TV, Rakuten TV e Tim Vision.
7 agosto. Theatre Camp (2023) di Molly Gordon e Nick Lieberman

Quando Joan, la fondatrice di una colonia per giovani teatranti, viene colpita da un faretto da palco durante uno spettacolo, finendo in un coma indefinito, suo figlio Troy la sostituisce per l’imminente stagione estiva. Più legato alla fama della propria immagine e alla monetizzazione sui social, Troy è inviso ad Amos e Rebecca-Diane, i bff e storici frequentatori del campo estivo che faranno di tutto per tenere alta la reputazione artistica del posto. Theatre Camp è una commedia indie che mancava da tanto, forse troppo tempo, nel panorama della risata brillante: tra i monti Adirondacks, a qualche ora da New York, in un campo estivo straripante di influencer poser, mossi più dalla presunzione che non dall’impegno e delusional renegades, che ancora credono nella dialettica forbita, questa farsa pseudo high-brow, tra mockumentary e satira di costume, celebra l’amore per il teatro in tutte le salse. Che sia nuova presunzione condita dal bisogno di autonarrazione o vecchi virtuosismi mitigati dalla febbre da palcoscenico, questi stonati, ansiosi, giovani campioni si mostrano in tutta la loro stravaganza con una sincerità che farebbe invidia a Susan Sontag. La camp culture non è mai stata più viva di così: ammutinamenti al Rotary Club, incidenti sulla scena e grossi rischi di pignoramento, non c’è ostacolo che questi due ambiziosi, dissociati e arroganti ultimi romantici non possono superare insieme.
Disponibile su Disney+ e noleggiabile su You Tube, Google Play Film, Apple TV, Rakuten TV e Amazon Prime Video.
10 agosto. Little Children (2006) di Todd Field

Sarah ha abbandonato la sua ricerca in antropologia per interpretare a tempo pieno il ruolo della casalinga frustrata, mentre suo marito Richard consuma compulsivamente porno su Internet. Brad invece è uno stay-at-home dad, al terzo tentativo di sostenere l’esame per l’avvocatura, e si sente emasculato dalla moglie Kathy, un’algida businesswoman fissata con il lavoro. Ma quando i rispettivi figli, Lucy e Aaron, fanno amicizia al parco comunale... Little Children è l’autopsia di una comunità suburbana sul finir del sogno americano; un’analisi attraverso gli ardori e furori dell’upper middle class statunitense in un sobborgo di Boston; l’anamnesi di una società di adulti che si comporta peggio dei loro figli in età prescolare. Adulterio, vergogna, passione e repressione, tutti lemmi dell’erotica noia borghese: Todd Field studia i suoi personaggi, bellissimi campionari d’umanità frustrata, come un entomologo: ne osserva le devianze, ne dipinge i tormenti e registra l’imbarazzo per tutte quelle idee che spesso rimangono sospese tra il desiderio iconoclasta e il suo rifiuto perbenista. In un’atmosfera sospesa, come in un quadro di Hopper, la cinematografia di Alvache (con cui Field ha collaborato per In the Bedroom, 2001) immortala l’aspetto più interessante dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Tom Perrotta: Little Children come un playground ideologico, dove Kate Winslet e Patrick Wilson inscenano il dramma borghese di fine millennio. Perfetto per un’estate alternativa: niente gavettoni in giardino o piscine comunali, solo temporali interiori e improvvisi, proprio come quelli di fine estate.
15 agosto. Mother! (2017) di Darren Aronofsky

Lui è uno scrittore alle prese col blocco creativo, lei la sua musa ispiratrice che si prende cura del focolare domestico. Insieme vivono, isolati, in una bellissima magione in mezzo al bosco, una sorta di paradiso uscito da un romanzo di Lovecraft, dove l’uomo passa lunghe giornate nello studio e la donna sessioni intensive di pittura e decoupage. Quando un giorno un signore bussa alla porta, rivelandosi un grande ammiratore del poeta, la serenità comincia a vacillare e l’equilibrio della coppia s’incrina… Quando poi il signore invita tutta la sua famiglia a casa del poeta, l’idillio da due cuori e una capanna lascia presto spazio a un incubo infernale… Signore e signori, il sacrificio è servito: Darren Aronofsky piega le Sacre Scritture per servirci un last supper che rimane negli annali. Un po’ come una festa a sorpresa o una visita inaspettata, ma soprattutto come una violazione di domicilio o un tentativo di antisommossa, Mother! ci accoglie e rigetta allo stesso tempo. Una magnifica Jennifer Lawrence interpreta la sua musa sacrificale, una madre natura che crolla sotto il peso della natura umana, mentre Javier Bardem veste i panni del Creatore narcisista che confonde l’amore terreno con la gloria nei cieli. Tra metafore creazioniste, parallelismi biblici e decostruzioni apocalittiche, Mother! è una parabola al contempo così semplice e raffinata da cui sarà difficile, se non impossibile, risvegliarsi.
Noleggiabile su Amazon Prime Video, You Tube, Apple TV, Rakuten TV, Google Play Film, Tim Vision e Chili.
17 agosto. Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) di Lina Wertmüller e Swept Away (2002) di Guy Ritchie

Quando la moglie viziata di un imprenditore milanese e lo skipper siciliano della barca su cui viaggia si perdono nel mar Mediterraneo, finendo entrambi su un’isola deserta, c’è poco che i due possono fare, salvo lasciarsi travolgere da un insolito destino… Un dittico necessario, una visione comparata tra la versione originale e la sua copia deforme, ci informa di tutto ciò che è andato storto negli ultimi cinquant’anni di storia intellettuale. Da una parte Lina Wertmüller, che sull’onda della commedia intellettuale alla Scola, redige una lotta di classe che è anche battaglia tra sessi, sull’ambiguo crinale tra tensione erotica e ideologica, personificato nelle fenomenali performance di Mariangela Melato e Giancarlo Giannini; dall’altra Guy Ritchie firma un remake patinato che del sapore originale conserva poco o nulla - giusto le tonalità cristalline del Golfo di Orosei. Ma anche una riduzione semplificata può illuminare le ombre di un’opposizione irrisolvibile: nel caso dell’originale del 1974, tra il rampante neoliberismo socialista e il vecchio socialismo comunista; in quello del suo remake americano, tra l’affettazione di Madonna e la cafonaggine di un Giannini Jr. E comunque, il vino lo voleva ghiacciato anche Breznev: se una commedia intellettuale è mai esistita in Italia, mai più furono scritte battute così originali, né scambi tanto arguti quanto feroci tra due occidentali dispersi a Cala Gonone.
Disponibili su Amazon Prime Video e noleggiatili su Rakuten TV.
20 agosto. It Follows (2014) di David Robert Mitchell

Un horror estivo che trasforma l’adolescenza tormentata in una maledizione sessuale. In un tempo e spazio impossibili da collocare, una nuova forma di haunting reimmagina l’ansia e la sua ricezione per una diversa generazione di vittime. Il male cammina, ti segue lentamente, non c’è nulla da fare, salvo passarlo a qualcun altro. Il male non è solo spavento: è contagio, trasmissione, connessione. È l’angoscia della modernità, qui drammatizzata in una geografia dei non-luoghi, e interpretata da volti comuni di giovani imberbi. It Follows aggiorna l’horror statunitense rivisitando l’estetica di Halloween e pescando a piene mani dall’eredità di Stephen King. Ciò che risulta è una regia cruda e ipnotica, inquadrata in una cornice inquietante e incalzata dalle sintesi angosciose di Disasterpiece. Ispirato dalla staged photography di Crewdson e dai grandangoli di John Carpenter, il secondo lungo di David Robert Mitchell (Under the Silver Lake, 2017) reiventa lo slasher per dare corpo a una crisi di coscienza: un’opera perturbante - come le responsabilità, i desideri e l’ansia adolescenziali - dove la periferia americana serve un incubo cognitivo, perché il vero orrore è che tutto, semplicemente… prosegue. Nella lenta e inesorabile attesa per il secondo capitolo, in uscita l’anno prossimo, la talentuosa final girl Maika Monroe ci ricorda che i nostri demoni non muoiono mai, tutt’al più cambiano forma.
24 agosto. Sweetie (1989) di Jane Campion

Kay è una ragazza come tante: è superstiziosa, detesta qualsiasi cosa metta radici e ha paura del buio. Dopo che la signora Schneller le legge i fondi del thè, si convince che Louis, fidanzato con una sua collega, sia l’uomo della sua vita. Lui ci casca e i due si mettono insieme. La convivenza però si rivela più difficile del previsto e, a un anno di distanza, i due già dormono in camere separate. Kay vive reclusa in una prigione emotiva e tronca ogni possibilità di cambiamento. Ciò che Louis semina, Kay lo sradica tempestivamente. Una sera, di ritorno da un tentativo fallito di praticare la meditazione, irrompe in casa loro Dawn, l’istrionica sorella di Kay, una ragazza tanto dolce quando problematica, decisa a prolungare il suo soggiorno indefinitamente. Quando poi Flo, la madre delle ragazze, se ne va di casa all’improvviso, abbandonando il padre Gordon, l’equilibrio già precario della coppia è perso per sempre… Il primo lungo di Jane Campion, scritto a quattro mani con Gerard Lee (Top of the Lake) e presentato in concorso a Cannes, Sweetie è una dolce allegoria sulla metamorfosi che ci insegna che i legami, soprattutto quelli più complessi, sono difficili da spezzare… Le due sorelle devono imparare ad accettare il cambiamento che gli imprevisti portano con sé, e se la mela non cade mai troppo lontano dall’albero… Allora forse è arrivato il momento per Kay di sradicarsi.
28 agosto. Panic Room (2002) di David Fincher

Cosa succede se, appena traslocate nella nuova casa, madre e figlia si nascondono nella camera antipanico per sfuggire all’irruzione di una banda di ladri alla ricerca di una refurtiva che si trova proprio dentro quella camera? Il thriller domestico forse meno noto di Fincher, Panic Room è un esercizio di stile raffinato che ci serve una lezione di claustrofobia cinematografica e descrive una nuova ingegneria della suspense. La casa, qui il tradizionale brownstone newyorkese su più livelli, si trasforma in un campo di battaglia dove ogni corridoio è una linea di demarcazione, ogni stanza una possibile via di fuga e ogni porta chiusa un vicolo cieco. La camera diventa il dispositivo panottico attraverso cui percepire la tensione. Una marziale Jodie Foster è pronta a tutto per difendere una giovanissima Kristen Stewart da un trio di malviventi decisamente ante-litteram, nel thriller d’autore che redime la tematica home-invasion tipica dei b-movies degli anni Novanta. In un’America post 9/11, il regista più ambizioso del cinema contemporaneo declina l’impero del terrore nelle sue tinte più altoborghesi, e ambienta una narrazione ad alta tensione e a lento rilascio escogitata dal maestro del thriller David Koepp. Che sia un grandioso tentativo di affinare quegli intrecci consolidati dalle avventure di Maculay Culkin nella fortuna serie natalizia di Home Alone, o un aggiornamento della lezione hitchcockiana nella sua riconversione digitale, oggi festeggiamo il compleanno di David Fincher, nato sotto il segno della Vergine, con il film da lui stesso definito il divertissement della sua carriera, un ambizioso e riuscito esperimento drammatico ideale per una serata mite di fine agosto.
Disponibile su Netflix e noleggiabile su Apple TV, You Tube, Google Play Film, Rakuten TV e Amazon Prime Video.
30 Agosto. Bad Teacher (2011) di Jake Kasdan

Back to school con una delle commedie più esilaranti e scorrette degli ultimi anni. Cameron Diaz interpreta il ruolo di una vita, la peggiore persona sul pianeta: un’insegnante delle medie. Elizabeth Halsey è una donna cinica, superficiale, anche abbastanza volgare; dopo aver concluso l’anno in una scuola secondaria di Chicago, la sexy cacciatrice di dote è pronta per il suo matrimonio di fortuna e non vede l’ora di smettere di lavorare - per sempre. Quando però il ricco fidanzato Mark, fiutata la scalata sociale dall’estratto conto del mese precedente, rompe una volta per tutte il fidanzamento, con la revoca del suo piano d’uscita anche quello dei restauri dal chirurgo va in fumo. Elizabeth ora deve tornare a scuola, nonostante i numerosi ostacoli che il suo progetto, anzi i suoi due progetti di profondo rinnovamento, troveranno. Dal duo Eseinberg-Stupnitsky (The Office), questa commedia spassosa di qualche anno fa porta allo stremo il tropo donne-che-mangiano-gli-uomini, vagliandolo all’alba dell’analfabetismo funzionale da social e in vista dei primi contraccolpi della crisi finanziaria del 2007. L’ironia del sottotesto tradisce l’intenzionalità bassa dell’effetto slapstick e, se Jane Austen ci aveva già avvisate, ben due secoli fa, che il cammino per la gloria è lungo, questa moderna eroina targata Louboutin ci mostra che le scorciatoie, per una bad girl come lei, sono potenzialmente infinite.
Disponibile su Netflix e noleggiabile su Apple TV, Amazon Prime Video, You Tube e Rakuten TV.
di Pavel Belli Micati
NC-323
01.08.2025
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Agosto, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
1 Agosto.Strangerland (2015) di Kim Farrant

Una leggenda narra che il serpente arcobaleno sia responsabile dei fenomeni climatici nel continente australiano: secche, inondazioni, tempeste e siccità. Nella Corner Country - il deserto a nord del New South Wales - questa figura chimerica prende il nome di Ngatyi, dalle tribù indigene che per prime abitarono la regione. È lì che si trasferiscono i Parker, a Nathgari precisamente, una cittadina arida, desolata, opprimente. Lo sanno bene Lily e Tommy, che invece di andare a scuola girovagano tra giostre dimesse, fatiscenti skate park e carcasse di animali selvatici. Di notte, quando non riesce a dormire, Tom passeggia; Lily, invece, scrive nel suo diario segreto. Una mattina Catherine si sveglia e non trova più i ragazzi: Tom non è tornato dalla passeggiata notturna e di Lily non c’è traccia. Presto partono le ricerche, e i sospetti coinvolgono sin da subito gente vicina alla famiglia… Per il suo esordio, Farrant unisce il mito all’indagine, il paesaggio all’io, la maternità alla matericità. Strangerland è una discesa nei rimossi della mente, attraverso un paesaggio tanto imponente da farsi allucinazione. Se sia il caldo, o il vuoto di senso che colpisce due genitori all’indomani della scomparsa dei loro figli, l’estate è immobile e questa perla indie del cinema aussie è il suo specchio: in un deserto dove tutto brucia e lo schermo trascende il visibile, Nicole Kidman dà voce e corpo a un dolore tanto bestiale quanto umano, in un’investigazione dove, per trovare la verità, bisogna anzitutto perdere se stessi.
Disponibile su Amazon Prime Video.
4 agosto. Caro Diario (1993) di Nanni Moretti

Dall’outback australiano a una Roma deserta d’agosto, Caro Diario ci riporta al nostro caos geo-tipico: anzi, più metaforicamente, alla calura di un paese che non sa più da quale parte stare. L’ingenuità di chi, all’inizio degli anni Novanta, si chiedeva a trent’anni (ancora) cosa avrebbe fatto da grande, forse è l’elemento invecchiato peggio nell’episteme di Nanni Moretti; eppure, lo sguardo del nostro cineasta romano preferito è così unico e incensurato da perdonargli tutto, persino il suo ottimismo trasognato. Nanni in motorino, Nanni dietro la critica cinematografica, Nanni sulla bocca dell’Etna e davanti alla tv generalista: Caro Diario è lo spaccato di vita, restituito per immagini, di un giovane trentenne che non vede nulla di buono dietro, attorno e davanti a sé, e non ha paura di commentarlo. E proprio come l’estate - ma anche una seduta dal terapeuta può bastare - c’è tutto il tempo per drammatizzare, scomporre e dissacrare un sistema ideologico che non funziona più. I tempi a cui si riferiva Moretti sono finiti da un po’, ma la sua eredità intellettuale risuona oggi più che mai: Spinaceto non è mai stata un postaccio, Alicudi si conferma la più bella tra le Eolie e no, mai e poi mai fidarsi dei dermatologi. Ma Stephanie, i microfoni, dov’è che li aveva messi?
Disponibile su Disney+, Now TV, Amazon Prime Video e noleggiabile su You Tube, Google Play Film, Apple TV, Rakuten TV e Tim Vision.
7 agosto. Theatre Camp (2023) di Molly Gordon e Nick Lieberman

Quando Joan, la fondatrice di una colonia per giovani teatranti, viene colpita da un faretto da palco durante uno spettacolo, finendo in un coma indefinito, suo figlio Troy la sostituisce per l’imminente stagione estiva. Più legato alla fama della propria immagine e alla monetizzazione sui social, Troy è inviso ad Amos e Rebecca-Diane, i bff e storici frequentatori del campo estivo che faranno di tutto per tenere alta la reputazione artistica del posto. Theatre Camp è una commedia indie che mancava da tanto, forse troppo tempo, nel panorama della risata brillante: tra i monti Adirondacks, a qualche ora da New York, in un campo estivo straripante di influencer poser, mossi più dalla presunzione che non dall’impegno e delusional renegades, che ancora credono nella dialettica forbita, questa farsa pseudo high-brow, tra mockumentary e satira di costume, celebra l’amore per il teatro in tutte le salse. Che sia nuova presunzione condita dal bisogno di autonarrazione o vecchi virtuosismi mitigati dalla febbre da palcoscenico, questi stonati, ansiosi, giovani campioni si mostrano in tutta la loro stravaganza con una sincerità che farebbe invidia a Susan Sontag. La camp culture non è mai stata più viva di così: ammutinamenti al Rotary Club, incidenti sulla scena e grossi rischi di pignoramento, non c’è ostacolo che questi due ambiziosi, dissociati e arroganti ultimi romantici non possono superare insieme.
Disponibile su Disney+ e noleggiabile su You Tube, Google Play Film, Apple TV, Rakuten TV e Amazon Prime Video.
10 agosto. Little Children (2006) di Todd Field

Sarah ha abbandonato la sua ricerca in antropologia per interpretare a tempo pieno il ruolo della casalinga frustrata, mentre suo marito Richard consuma compulsivamente porno su Internet. Brad invece è uno stay-at-home dad, al terzo tentativo di sostenere l’esame per l’avvocatura, e si sente emasculato dalla moglie Kathy, un’algida businesswoman fissata con il lavoro. Ma quando i rispettivi figli, Lucy e Aaron, fanno amicizia al parco comunale... Little Children è l’autopsia di una comunità suburbana sul finir del sogno americano; un’analisi attraverso gli ardori e furori dell’upper middle class statunitense in un sobborgo di Boston; l’anamnesi di una società di adulti che si comporta peggio dei loro figli in età prescolare. Adulterio, vergogna, passione e repressione, tutti lemmi dell’erotica noia borghese: Todd Field studia i suoi personaggi, bellissimi campionari d’umanità frustrata, come un entomologo: ne osserva le devianze, ne dipinge i tormenti e registra l’imbarazzo per tutte quelle idee che spesso rimangono sospese tra il desiderio iconoclasta e il suo rifiuto perbenista. In un’atmosfera sospesa, come in un quadro di Hopper, la cinematografia di Alvache (con cui Field ha collaborato per In the Bedroom, 2001) immortala l’aspetto più interessante dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Tom Perrotta: Little Children come un playground ideologico, dove Kate Winslet e Patrick Wilson inscenano il dramma borghese di fine millennio. Perfetto per un’estate alternativa: niente gavettoni in giardino o piscine comunali, solo temporali interiori e improvvisi, proprio come quelli di fine estate.
15 agosto. Mother! (2017) di Darren Aronofsky

Lui è uno scrittore alle prese col blocco creativo, lei la sua musa ispiratrice che si prende cura del focolare domestico. Insieme vivono, isolati, in una bellissima magione in mezzo al bosco, una sorta di paradiso uscito da un romanzo di Lovecraft, dove l’uomo passa lunghe giornate nello studio e la donna sessioni intensive di pittura e decoupage. Quando un giorno un signore bussa alla porta, rivelandosi un grande ammiratore del poeta, la serenità comincia a vacillare e l’equilibrio della coppia s’incrina… Quando poi il signore invita tutta la sua famiglia a casa del poeta, l’idillio da due cuori e una capanna lascia presto spazio a un incubo infernale… Signore e signori, il sacrificio è servito: Darren Aronofsky piega le Sacre Scritture per servirci un last supper che rimane negli annali. Un po’ come una festa a sorpresa o una visita inaspettata, ma soprattutto come una violazione di domicilio o un tentativo di antisommossa, Mother! ci accoglie e rigetta allo stesso tempo. Una magnifica Jennifer Lawrence interpreta la sua musa sacrificale, una madre natura che crolla sotto il peso della natura umana, mentre Javier Bardem veste i panni del Creatore narcisista che confonde l’amore terreno con la gloria nei cieli. Tra metafore creazioniste, parallelismi biblici e decostruzioni apocalittiche, Mother! è una parabola al contempo così semplice e raffinata da cui sarà difficile, se non impossibile, risvegliarsi.
Noleggiabile su Amazon Prime Video, You Tube, Apple TV, Rakuten TV, Google Play Film, Tim Vision e Chili.
17 agosto. Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) di Lina Wertmüller e Swept Away (2002) di Guy Ritchie

Quando la moglie viziata di un imprenditore milanese e lo skipper siciliano della barca su cui viaggia si perdono nel mar Mediterraneo, finendo entrambi su un’isola deserta, c’è poco che i due possono fare, salvo lasciarsi travolgere da un insolito destino… Un dittico necessario, una visione comparata tra la versione originale e la sua copia deforme, ci informa di tutto ciò che è andato storto negli ultimi cinquant’anni di storia intellettuale. Da una parte Lina Wertmüller, che sull’onda della commedia intellettuale alla Scola, redige una lotta di classe che è anche battaglia tra sessi, sull’ambiguo crinale tra tensione erotica e ideologica, personificato nelle fenomenali performance di Mariangela Melato e Giancarlo Giannini; dall’altra Guy Ritchie firma un remake patinato che del sapore originale conserva poco o nulla - giusto le tonalità cristalline del Golfo di Orosei. Ma anche una riduzione semplificata può illuminare le ombre di un’opposizione irrisolvibile: nel caso dell’originale del 1974, tra il rampante neoliberismo socialista e il vecchio socialismo comunista; in quello del suo remake americano, tra l’affettazione di Madonna e la cafonaggine di un Giannini Jr. E comunque, il vino lo voleva ghiacciato anche Breznev: se una commedia intellettuale è mai esistita in Italia, mai più furono scritte battute così originali, né scambi tanto arguti quanto feroci tra due occidentali dispersi a Cala Gonone.
Disponibili su Amazon Prime Video e noleggiatili su Rakuten TV.
20 agosto. It Follows (2014) di David Robert Mitchell

Un horror estivo che trasforma l’adolescenza tormentata in una maledizione sessuale. In un tempo e spazio impossibili da collocare, una nuova forma di haunting reimmagina l’ansia e la sua ricezione per una diversa generazione di vittime. Il male cammina, ti segue lentamente, non c’è nulla da fare, salvo passarlo a qualcun altro. Il male non è solo spavento: è contagio, trasmissione, connessione. È l’angoscia della modernità, qui drammatizzata in una geografia dei non-luoghi, e interpretata da volti comuni di giovani imberbi. It Follows aggiorna l’horror statunitense rivisitando l’estetica di Halloween e pescando a piene mani dall’eredità di Stephen King. Ciò che risulta è una regia cruda e ipnotica, inquadrata in una cornice inquietante e incalzata dalle sintesi angosciose di Disasterpiece. Ispirato dalla staged photography di Crewdson e dai grandangoli di John Carpenter, il secondo lungo di David Robert Mitchell (Under the Silver Lake, 2017) reiventa lo slasher per dare corpo a una crisi di coscienza: un’opera perturbante - come le responsabilità, i desideri e l’ansia adolescenziali - dove la periferia americana serve un incubo cognitivo, perché il vero orrore è che tutto, semplicemente… prosegue. Nella lenta e inesorabile attesa per il secondo capitolo, in uscita l’anno prossimo, la talentuosa final girl Maika Monroe ci ricorda che i nostri demoni non muoiono mai, tutt’al più cambiano forma.
24 agosto. Sweetie (1989) di Jane Campion

Kay è una ragazza come tante: è superstiziosa, detesta qualsiasi cosa metta radici e ha paura del buio. Dopo che la signora Schneller le legge i fondi del thè, si convince che Louis, fidanzato con una sua collega, sia l’uomo della sua vita. Lui ci casca e i due si mettono insieme. La convivenza però si rivela più difficile del previsto e, a un anno di distanza, i due già dormono in camere separate. Kay vive reclusa in una prigione emotiva e tronca ogni possibilità di cambiamento. Ciò che Louis semina, Kay lo sradica tempestivamente. Una sera, di ritorno da un tentativo fallito di praticare la meditazione, irrompe in casa loro Dawn, l’istrionica sorella di Kay, una ragazza tanto dolce quando problematica, decisa a prolungare il suo soggiorno indefinitamente. Quando poi Flo, la madre delle ragazze, se ne va di casa all’improvviso, abbandonando il padre Gordon, l’equilibrio già precario della coppia è perso per sempre… Il primo lungo di Jane Campion, scritto a quattro mani con Gerard Lee (Top of the Lake) e presentato in concorso a Cannes, Sweetie è una dolce allegoria sulla metamorfosi che ci insegna che i legami, soprattutto quelli più complessi, sono difficili da spezzare… Le due sorelle devono imparare ad accettare il cambiamento che gli imprevisti portano con sé, e se la mela non cade mai troppo lontano dall’albero… Allora forse è arrivato il momento per Kay di sradicarsi.
28 agosto. Panic Room (2002) di David Fincher

Cosa succede se, appena traslocate nella nuova casa, madre e figlia si nascondono nella camera antipanico per sfuggire all’irruzione di una banda di ladri alla ricerca di una refurtiva che si trova proprio dentro quella camera? Il thriller domestico forse meno noto di Fincher, Panic Room è un esercizio di stile raffinato che ci serve una lezione di claustrofobia cinematografica e descrive una nuova ingegneria della suspense. La casa, qui il tradizionale brownstone newyorkese su più livelli, si trasforma in un campo di battaglia dove ogni corridoio è una linea di demarcazione, ogni stanza una possibile via di fuga e ogni porta chiusa un vicolo cieco. La camera diventa il dispositivo panottico attraverso cui percepire la tensione. Una marziale Jodie Foster è pronta a tutto per difendere una giovanissima Kristen Stewart da un trio di malviventi decisamente ante-litteram, nel thriller d’autore che redime la tematica home-invasion tipica dei b-movies degli anni Novanta. In un’America post 9/11, il regista più ambizioso del cinema contemporaneo declina l’impero del terrore nelle sue tinte più altoborghesi, e ambienta una narrazione ad alta tensione e a lento rilascio escogitata dal maestro del thriller David Koepp. Che sia un grandioso tentativo di affinare quegli intrecci consolidati dalle avventure di Maculay Culkin nella fortuna serie natalizia di Home Alone, o un aggiornamento della lezione hitchcockiana nella sua riconversione digitale, oggi festeggiamo il compleanno di David Fincher, nato sotto il segno della Vergine, con il film da lui stesso definito il divertissement della sua carriera, un ambizioso e riuscito esperimento drammatico ideale per una serata mite di fine agosto.
Disponibile su Netflix e noleggiabile su Apple TV, You Tube, Google Play Film, Rakuten TV e Amazon Prime Video.
30 Agosto. Bad Teacher (2011) di Jake Kasdan

Back to school con una delle commedie più esilaranti e scorrette degli ultimi anni. Cameron Diaz interpreta il ruolo di una vita, la peggiore persona sul pianeta: un’insegnante delle medie. Elizabeth Halsey è una donna cinica, superficiale, anche abbastanza volgare; dopo aver concluso l’anno in una scuola secondaria di Chicago, la sexy cacciatrice di dote è pronta per il suo matrimonio di fortuna e non vede l’ora di smettere di lavorare - per sempre. Quando però il ricco fidanzato Mark, fiutata la scalata sociale dall’estratto conto del mese precedente, rompe una volta per tutte il fidanzamento, con la revoca del suo piano d’uscita anche quello dei restauri dal chirurgo va in fumo. Elizabeth ora deve tornare a scuola, nonostante i numerosi ostacoli che il suo progetto, anzi i suoi due progetti di profondo rinnovamento, troveranno. Dal duo Eseinberg-Stupnitsky (The Office), questa commedia spassosa di qualche anno fa porta allo stremo il tropo donne-che-mangiano-gli-uomini, vagliandolo all’alba dell’analfabetismo funzionale da social e in vista dei primi contraccolpi della crisi finanziaria del 2007. L’ironia del sottotesto tradisce l’intenzionalità bassa dell’effetto slapstick e, se Jane Austen ci aveva già avvisate, ben due secoli fa, che il cammino per la gloria è lungo, questa moderna eroina targata Louboutin ci mostra che le scorciatoie, per una bad girl come lei, sono potenzialmente infinite.
Disponibile su Netflix e noleggiabile su Apple TV, Amazon Prime Video, You Tube e Rakuten TV.