
di Giulia Adami
NC-449
01.08.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Agosto, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
2 Agosto. Easy Rider – Libertà e paura (1969), di Dennis Hopper

Agosto 1969: migliaia e migliaia di giovani si riuniscono a Woodstock, nello stato di New York. Furono tre giorni di ballo, canto, un inno alla libertà tanto desiderata mentre imperversava la guerra del Vietnam. Fu un anno di rivoluzione: la musica celebrava l’arte, il desiderio di libertà e l’estraniarsi da un mondo a cui non si sentiva più d’appartenere. Ma fu anche l’anno in cui, proprio un mese prima, negli Stati Uniti – e poi in Italia, in anteprima al festival di Taormina – uscì Easy Rider. È uno di quei film da guardare almeno una volta nella vita, senza farsi suggestionare dall’etichetta di road movie, perché la pellicola rappresenta uno spaccato degli Stati Uniti di quegli anni, periodo di cambiamenti, in cui la vecchia America dai valori tradizionali si scontra con quella nuova e ribelle. “Parlano, parlano di libertà. Ma quando vedono un individuo veramente libero, allora ne hanno paura”, afferma George Hanson – interpretato da Jack Nicholson, qui alla sua prima candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista – in un monologo scioccante per l’epoca. Un road movie tragico, in sella alla motociclette, in cui alcuni giovani hippie attraversano i paesaggi deserti e infiniti di un’America che ormai non c’è più, inseguendo il loro desiderio di evasione, sottolineato da una colonna sonora ormai mitica, con pezzi dei Byrds, The Band, Bob Dylan e, in apertura, Born to be wild degli Steppenwolf.
Disponibile su Netflix e a pagamento su Rakuten TV e Amazon Prime Video
5 Agosto. A qualcuno piace caldo (1959), di Billy Wilder

Una pellicola ambientata durante il proibizionismo, ma che si toglie le vesti da gangster movie, per indossare quelle della screwball comedy. Siamo a Chicago e due musicisti, Joe e Jerry (Tony Curtis e Jack Lemmon) assistono involontariamente alla strage di San Valentino. In fuga dai loro inseguitori, sono costretti a salire a bordo di un treno diretto in Florida, travestendosi da donne per unirsi a un’orchestra jazz femminile. La sorprendente battuta che chiude il film – “Nessuno è perfetto” – sembra essere smentita proprio dall’opera stessa, pressoché perfetta, ancora oggi per molti la commedia più riuscita nella storia del cinema. Un’opera en travesti sorprendentemente moderna, che omaggia il vecchio cinema con un efficace equilibrio tra gag e irresistibili equivoci, tra inversioni di ruolo, allusioni all’amore libero e all’omosessualità. Ma A qualcuno piace caldo allude anche, tristemente, alla vita di Marilyn Monroe, qui nei panni di Sugar, cantante infelice e suonatrice di ukulele, spinta all’alcolismo da delusioni d’amore. La produzione fu particolarmente travagliata, a causa dei continui ritardi e delle tensioni sul set causati dalla Monroe, ma Wilder riuscì a far rivivere sul grande schermo la diva, in una delle sue migliori interpretazioni.
Disponibile su MUBI e MGM+ e a pagamento su Rakuten TV e CHILI
8 Agosto. Provaci ancora, Sam (1972), di Herbert Ross

Le cose, si sa, non vanno sempre come vorremmo. In Provaci ancora, Sam – pièce teatrale scritta da Woody Allen, messa in scena a Broadway nel 1969 e trasposta sullo schermo nel 1972 – ritroviamo tutti i tratti tipici dei personaggi "sfigati" che popoleranno il suo cinema. Con Take the money and run (Prendi i soldi e scappa, 1969) e Bananas (Il dittatore dello stato libero di Bananas, 1971), Allen si era già cimentato in buone prove di regia, ma questa volta la direzione passa ad Herbert Ross. È inoltre la prima volta che vediamo Allen sullo schermo insieme all’indimenticabile Diane Keaton, già qui in un’ottima prova d’attrice. L’ambientazione viene situata a San Francisco, nonostante l’opera teatrale fosse ambientata a New York, ma ciò che conta davvero sono gli interni, come piace ad Allen, con la sua particolare attenzione ai dialoghi: acuti, mai a sproposito, adatti a un pubblico di cultura medio-alta. Il cinema di Allen respira da sempre un’aria europeista – ha subito molto l’influenza del cinema italiano e francese – e si rivolge intenzionalmente a un pubblico elitario. Per questo, complice anche quell’aria pessimistica che tanto non piace agli americani, negli Stati Uniti non viene mai apprezzato quanto in Europa. Nella pellicola Allen interpreta Sam (nell’originale Allan), un critico cinematografico con l’ossessione per Humphrey Bogart, suo alter-ego nel film, che viene lasciato dalla compagna perché bravo solo a guardare, non ad agire. Keaton è Linda, sua amica ma anche compagna ideale, l’unica che sembra comprenderne davvero la natura. Con Provaci ancora, Sam Allen si fece conoscere al grande pubblico, anticipando i migliori ingredienti delle sue opere migliori: umorismo, autoironia, imbranataggine. Sam si definisce un ipercritico affetto dalla tendenza a respingere prima di essere respinto – un meccanismo, spiega, che gli fa risparmiare tempo e denaro. Ed è tra un’apparizione di Bogart e l’altra, qui idolo e mito indiscusso del protagonista, che la commedia si consuma.
Disponibile a pagamento su Rakuten TV, CHILI e Amazon Prime Video
11 Agosto. Bagdad Café (1987), di Percy Adlon

Mi chiedo quanti ricordino questa deliziosa commedia ambientata nel deserto dell’Arizona. Bagdad Café del regista tedesco Percy Adlon, all’epoca ottenne un notevole successo, incassando circa 4 milioni di dollari a fronte di un budget di 2 milioni, ma pur essendo stato decretato un cult movie, non è uno di quei film che si sente spesso nominare. Forse è quel tocco europeista – fatto di scorci inusuali (le inquadrature in diagonale che ritornano reiteratamente), di ritmi lenti, sottolineati dalla canzone principale Calling you di Jevetta Steele – a non attecchire sul pubblico moderno, tanto meno su quello mainstream. Tuttavia Bagdad Café è una piacevole commedia fatta di piccole cose, che racconta la storia di Jasmin, casalinga bavarese che, dopo essere stata piantata dal marito in mezzo al deserto dell’Arizona, trova ospitalità in un desolato motel gestito dall’energica Brenda. È il gioco di opposti tra la compostezza di Jasmin in contrasto con l’energia scomposta di Brenda a trasformarsi in un’imprevedibile e commovente amicizia.
Disponibile su IWonderfull
17 Agosto. Dancer in the dark (2000), di Lars von Trier

Il musical è da sempre il genere estivo per eccellenza: la spensieratezza, i colori, la vivacità, l’allegria, ma non se si tratta di Lars von Trier. Dancer in the dark, a tratti considerato un antimusical, è l’ultimo capitolo della trilogia del Cuore d’Oro (Le onde del destino, Idioti) e, a differenza dei due film precedenti, si distacca dai principi del Dogma 95 per un motivo preciso: la protagonista è un amante dei musical, genere d’evasione per eccellenza. La vicenda segue la storia di Selma (Björk), giovane operaia emigrata dall’Est Europa negli Stati Uniti in cerca di un lavoro per racimolare i soldi necessari a curare il figlio, affetto dalla stessa malattia della madre: la cecità. Una pellicola tragica che contrappone il sogno alla realtà: ai toni neutri, cupi e lenti si alternano i momenti spensierati e trasognati in cui Selma cerca di evadere dalla quotidianità. Trier utilizza la colonna sonora – scritta dalla stessa Björk – per descrivere l’evasione della protagonista; canto e ballo ci sono, enfatizzati da una fotografia dai colori saturi, ma non come gli amanti del musical tradizionale se li immaginano. Qui sono momenti che alleggeriscono il film, ma che lasciano una nota amara poiche la protagonista è consapevole che i musical le danno solo l’illusione di poter vivere in un mondo diverso da quello quotidiano. La scelta di Björk non è casuale: cantante e musicista sperimentale, poco conosciuta al pubblico mainstream, si rivela perfetta per interpretare i panni di Selma in questo tragico capolavoro, vincitore della Palma d’Oro a Cannes. Ogni sconfinamento nella fantasia viene preannunciato da un rumore della vita quotidiana, andando a creare brani ritmati e complessi. Nonostante il clima di tensione tra Björk e il resto del cast, per Trier fu impensabile immaginare qualcun altro nel ruolo di Selma – e dopo aver visto e ascoltato I’ve Seen it All, capirete perché.
Disponibile su MUBI e Amazon Prime Video
20 Agosto. Persona (1966), di Ingmar Bergman

Lungo la sua carriera Ingmar Bergman attraversò varie tematiche – il rapporto coniugale, la religione, l’allegoria – confrontandosi con temi complessi e tecniche derivanti dal teatro. Nel suo cinema sperimentò molto: già dagli anni Sessanta sulle sue opere si scrissero monografie che analizzavano approfonditamente un cinema mai facile. Con Persona il regista optò per uno psicodramma in cui la distinzione tra realtà e finzione diventa assai complessa. Il cinema di Bergman non è mai stato facile, lo stile intimista, anticipato da Il Settimo sigillo (1957), si intensifica in questa pellicola. I dettagli e i primi piani, con i ripetuti sguardi in camera delle protagoniste, insieme ai lunghi monologhi, incatenano lo spettatore allo schermo. Nessun dettaglio può essere tralasciato in quest’opera che sfida la capacità di interpretazione del pubblico e che mantiene un significato ultimo ambiguo. L’attrice Elisabeth Vogler si rifiuta di parlare e viene quindi assistita dalla infermiera Alma che la porta a trascorrere una vacanza su un’isola. “È meglio che vai a letto, altrimenti ti addormenti sul tavolo”, sono alcune delle poche parole pronunciate, forse, da Elisabeth (Liv Ullman), dopo il primo lungo monologo rivelatore di Alma (Bibi Andersson), prima che si entri definitivamente nella seconda parte del film. Gradualmente, vediamo le due donne fondersi in quello che sembra uno scambio o perdita di identità, interrogandoci sul senso di questo assoluto capolavoro.
Disponibile su Novecento The Movies, Rakuten TV e CHILI
22 Agosto. Ma come si può uccidere un bambino? (1976), di Narciso Ibañez Serrador

Disturbante e provocatorio, Ma come si può uccidere un bambino?, è un film horror capace di scuoterci con le sue immagini crude e di denuncia. Siamo in Spagna, Tom (Lewis Fiander) ed Evelyn (Prunella Ransome) sono una giovane coppia in attesa di un figlio, decisa a trascorrere le vacanze nel sole e nella tranquillità. Ma quando approdano nell’isola di Almanzora, si ritrovano in un luogo ormai spettrale. Tratto dal romanzo El juego de los niños di Juan José Plans, il film si apre con un montaggio di immagini di repertorio – testimonianze reali delle atrocità commesse dagli uomini ai danni dei più piccoli, da Auschwitz alla Guerra di Corea (spettatori più sensibili, siete avvisati). Questo incipit scioccante fa da preludio al susseguirsi delle vicende: ad Almanzora, sotto la superficie da cartolina, si insinuerà una tensione costante. Ribaltando la prospettiva, i bambini diventano i carnefici e il film si trasforma in un pesante atto d’accusa contro le violenze perpetrate su di loro nel corso dei secoli. A distanza di cinquant’anni questo piccolo cult indipendente conserva tutta la sua capacità di disturbare e far riflettere.
Disponibile su Amazon Prime Video
24 Agosto. Caccia al ladro (1955), di Alfred Hitchcock

Quando François Truffaut chiese a Hitchcock cosa ne pensava del film, il regista rispose semplicemente: “Era una storia piuttosto leggera”. Infatti Caccia al ladro si allontana dalle atmosfere cupe di molti suoi lavori e certo non ne rappresenta né il capolavoro né il titolo più celebre, rimanendo tuttavia un classico del maestro del brivido. Girato nel 1954, Caccia al ladro porta sullo schermo una storia più semplice e lineare rispetto a futuri lavori comePsycho (1960) o Vertigo (La donna che visse due volte, 1958), eppure della pellicola ne apprezziamo i toni caldi e sofisticati, frutto della scelta di girare tutti gli esterni in Costa Azzurra. La vicenda segue John Robie (Cary Grant), ex ladro di gioielli, coinvolto suo malgrado in un gioco criminale, ma che, questa volta, si trova dall’altra parte della barricata, costretto a catturare un imitatore che ricalca il suo vecchio stile per confondere la polizia. Ad aggiudicarsi il premio Oscar fu la fotografia di Robert Burks, riconoscimento decisamente meritato grazie anche alla scelta dei paesaggi mozzafiato della costiera. Ma una seconda ragione per ricordare la pellicola è la scelta dei due attori protagonisti, Cary Grant e Grace Kelly, entrambi volti noti a Hollywood per fascino ed eleganza e già precedentemente diretti dal regista in altri film. Per Grace Kelly questo fu l’ultimo ruolo in un film di Hitchcock – fu proprio durante le riprese che l’attrice conobbe il principe Ranieri di Monaco – prima di lasciare le scene nel 1956. Il suo addio lasciò nel regista il rimpianto di non poterla riavere in Marnie (1964), ruolo poi affidato a Tippi Hedren. In Caccia al ladro Kelly veste i panni di Frances Stevens, ricca ereditiera, vittima di uno dei furti, di cui John si innamora. Definita da Hitchcock “ghiaccio bollente” per la sua algida bellezza, Kelly risulta perfetta, grazie al suo magnetismo, per dare un tocco di romance alla pellicola. Pur non possedendo la forza dei suoi lavori più noti e maggiormente acclamati, Caccia al ladro è un thriller efficace, leggero e ironico, mai troppo scontato, perfetto da guardare in una calda sera d’estate.
Disponibile a pagamento su Rakuten TV, Amazon Prime Video e CHILI
27 Agosto. Departures (2008), di Yōjirō Takita

La ritualità e la tradizione appartengono all’anima del Giappone e ce ne accorgiamo guardando i loro film, molti dei quali si soffermano sulla profondità dei loro riti, come accade in questo gioiello del 2008, vincitore del Premio Oscar come Miglior Film straniero. Il rito della “dipartita” è il cuore pulsante di questa storia che segue le vicende di Daigo (Masahiro Motoki), violoncellista fallito e costretto dalle circostanze a fare ritorno alla sua casa natale in un piccolo paese giapponese immerso nella quiete. Qui il protagonista, attraversato da una profonda crisi personale, si imbatte in un annuncio di lavoro – “Assistiamo coloro che partono per dei viaggi” – e, convinto si tratti di un’agenzia turistica, si presenta subito al colloquio. Un equivoco che regala allo spettatore un istante di leggerezza in una pellicola tanto toccante quanto profonda. Infatti la partenza a cui si riferisce l’annuncio è ben altra: è la partenza definitiva, quella verso la morte – un concetto che nella cultura giapponese porta con sé un peso e un rispetto immensi. Nel corso del film la cura del corpo del defunto si trasforma in un vero e proprio atto cerimoniale compiuto con una delicatezza quasi sacra. Quello del protagonista è un viaggio poetico, fatto di piccoli gesti, cura, semplicità e silenzio, accompagnato dalla colonna sonora firmata da Joe Hisaishi, che unisce il passato da violoncellista di Daigo al suo percorso di rinascita. Inizialmente spinto solo dal bisogno di denaro, imbarazzato da un mestiere che la società guarda con diffidenza, il protagonista arriva lentamente a fare i conti con sé stesso, con il proprio passato irrisolto e con il presente che lo attende. Un percorso che lo conduce, infine, ad amare e onorare un lavoro che prima rifiutava con vergogna.
Disponibile su Far East Channel
31 Agosto. L’ultima notte di Amore (2023), di Andrea Di Stefano

Quando Di Stefano e Favino sono arrivati nella mia città a presentare questo film, hanno scherzato su un’idea molto diffusa in Italia: se un film è fatto molto bene o è “troppo bello”, allora non sembra italiano – quasi come se noi non avessimo più la capacità di fare buoni film e che il bel cinema nostrano risalisse ormai solo al secolo scorso. Di Stefano, qui al suo primo lungometraggio girato in Italia, dimostra invece come in questo paese si sappia fare cinema e soprattutto come si sappia cimentarsi in ottimi polizieschi, come nel caso di L’ultima notte di Amore. La pellicola segue le vicende di Franco Amore che, ad un giorno dal pensionamento, si trova coinvolto in una sparatoria in cui l’amico e partner di lavoro Dino rimane ucciso. Prima di girare il film Di Stefano ha condotto lunghe ricerche sul lavoro di poliziotto e sulla criminalità milanese, arrivando a ingaggiare un ex carabiniere come consulente alla sceneggiatura e che nel film vediamo interpretare il ruolo dell’appuntato Armando Guerra. La pellicola si apre con una lenta veduta notturna di Milano, per poi entrare nella casa di Franco: la vicenda parte dalla notte stessa della sparatoria, proseguendo a ritroso, dieci giorni prima dell’accaduto. Seguiamo i passi di Franco e del collega, vedendo progressivamente emergere i motivi che hanno portato a quella notte terribile. Un thriller ricco di suspense, che non ha nulla da invidiare a un giallo statunitense.
Disponibile su Netflix, Amazon Prime Video e a pagamento su NOW, Rakuten TV e CHILI
di Giulia Adami
NC-449
01.08.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Agosto, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
2 Agosto. Easy Rider – Libertà e paura (1969), di Dennis Hopper

Agosto 1969: migliaia e migliaia di giovani si riuniscono a Woodstock, nello stato di New York. Furono tre giorni di ballo, canto, un inno alla libertà tanto desiderata mentre imperversava la guerra del Vietnam. Fu un anno di rivoluzione: la musica celebrava l’arte, il desiderio di libertà e l’estraniarsi da un mondo a cui non si sentiva più d’appartenere. Ma fu anche l’anno in cui, proprio un mese prima, negli Stati Uniti – e poi in Italia, in anteprima al festival di Taormina – uscì Easy Rider. È uno di quei film da guardare almeno una volta nella vita, senza farsi suggestionare dall’etichetta di road movie, perché la pellicola rappresenta uno spaccato degli Stati Uniti di quegli anni, periodo di cambiamenti, in cui la vecchia America dai valori tradizionali si scontra con quella nuova e ribelle. “Parlano, parlano di libertà. Ma quando vedono un individuo veramente libero, allora ne hanno paura”, afferma George Hanson – interpretato da Jack Nicholson, qui alla sua prima candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista – in un monologo scioccante per l’epoca. Un road movie tragico, in sella alla motociclette, in cui alcuni giovani hippie attraversano i paesaggi deserti e infiniti di un’America che ormai non c’è più, inseguendo il loro desiderio di evasione, sottolineato da una colonna sonora ormai mitica, con pezzi dei Byrds, The Band, Bob Dylan e, in apertura, Born to be wild degli Steppenwolf.
Disponibile su Netflix e a pagamento su Rakuten TV e Amazon Prime Video
5 Agosto. A qualcuno piace caldo (1959), di Billy Wilder

Una pellicola ambientata durante il proibizionismo, ma che si toglie le vesti da gangster movie, per indossare quelle della screwball comedy. Siamo a Chicago e due musicisti, Joe e Jerry (Tony Curtis e Jack Lemmon) assistono involontariamente alla strage di San Valentino. In fuga dai loro inseguitori, sono costretti a salire a bordo di un treno diretto in Florida, travestendosi da donne per unirsi a un’orchestra jazz femminile. La sorprendente battuta che chiude il film – “Nessuno è perfetto” – sembra essere smentita proprio dall’opera stessa, pressoché perfetta, ancora oggi per molti la commedia più riuscita nella storia del cinema. Un’opera en travesti sorprendentemente moderna, che omaggia il vecchio cinema con un efficace equilibrio tra gag e irresistibili equivoci, tra inversioni di ruolo, allusioni all’amore libero e all’omosessualità. Ma A qualcuno piace caldo allude anche, tristemente, alla vita di Marilyn Monroe, qui nei panni di Sugar, cantante infelice e suonatrice di ukulele, spinta all’alcolismo da delusioni d’amore. La produzione fu particolarmente travagliata, a causa dei continui ritardi e delle tensioni sul set causati dalla Monroe, ma Wilder riuscì a far rivivere sul grande schermo la diva, in una delle sue migliori interpretazioni.
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8 Agosto. Provaci ancora, Sam (1972), di Herbert Ross

Le cose, si sa, non vanno sempre come vorremmo. In Provaci ancora, Sam – pièce teatrale scritta da Woody Allen, messa in scena a Broadway nel 1969 e trasposta sullo schermo nel 1972 – ritroviamo tutti i tratti tipici dei personaggi "sfigati" che popoleranno il suo cinema. Con Take the money and run (Prendi i soldi e scappa, 1969) e Bananas (Il dittatore dello stato libero di Bananas, 1971), Allen si era già cimentato in buone prove di regia, ma questa volta la direzione passa ad Herbert Ross. È inoltre la prima volta che vediamo Allen sullo schermo insieme all’indimenticabile Diane Keaton, già qui in un’ottima prova d’attrice. L’ambientazione viene situata a San Francisco, nonostante l’opera teatrale fosse ambientata a New York, ma ciò che conta davvero sono gli interni, come piace ad Allen, con la sua particolare attenzione ai dialoghi: acuti, mai a sproposito, adatti a un pubblico di cultura medio-alta. Il cinema di Allen respira da sempre un’aria europeista – ha subito molto l’influenza del cinema italiano e francese – e si rivolge intenzionalmente a un pubblico elitario. Per questo, complice anche quell’aria pessimistica che tanto non piace agli americani, negli Stati Uniti non viene mai apprezzato quanto in Europa. Nella pellicola Allen interpreta Sam (nell’originale Allan), un critico cinematografico con l’ossessione per Humphrey Bogart, suo alter-ego nel film, che viene lasciato dalla compagna perché bravo solo a guardare, non ad agire. Keaton è Linda, sua amica ma anche compagna ideale, l’unica che sembra comprenderne davvero la natura. Con Provaci ancora, Sam Allen si fece conoscere al grande pubblico, anticipando i migliori ingredienti delle sue opere migliori: umorismo, autoironia, imbranataggine. Sam si definisce un ipercritico affetto dalla tendenza a respingere prima di essere respinto – un meccanismo, spiega, che gli fa risparmiare tempo e denaro. Ed è tra un’apparizione di Bogart e l’altra, qui idolo e mito indiscusso del protagonista, che la commedia si consuma.
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11 Agosto. Bagdad Café (1987), di Percy Adlon

Mi chiedo quanti ricordino questa deliziosa commedia ambientata nel deserto dell’Arizona. Bagdad Café del regista tedesco Percy Adlon, all’epoca ottenne un notevole successo, incassando circa 4 milioni di dollari a fronte di un budget di 2 milioni, ma pur essendo stato decretato un cult movie, non è uno di quei film che si sente spesso nominare. Forse è quel tocco europeista – fatto di scorci inusuali (le inquadrature in diagonale che ritornano reiteratamente), di ritmi lenti, sottolineati dalla canzone principale Calling you di Jevetta Steele – a non attecchire sul pubblico moderno, tanto meno su quello mainstream. Tuttavia Bagdad Café è una piacevole commedia fatta di piccole cose, che racconta la storia di Jasmin, casalinga bavarese che, dopo essere stata piantata dal marito in mezzo al deserto dell’Arizona, trova ospitalità in un desolato motel gestito dall’energica Brenda. È il gioco di opposti tra la compostezza di Jasmin in contrasto con l’energia scomposta di Brenda a trasformarsi in un’imprevedibile e commovente amicizia.
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17 Agosto. Dancer in the dark (2000), di Lars von Trier

Il musical è da sempre il genere estivo per eccellenza: la spensieratezza, i colori, la vivacità, l’allegria, ma non se si tratta di Lars von Trier. Dancer in the dark, a tratti considerato un antimusical, è l’ultimo capitolo della trilogia del Cuore d’Oro (Le onde del destino, Idioti) e, a differenza dei due film precedenti, si distacca dai principi del Dogma 95 per un motivo preciso: la protagonista è un amante dei musical, genere d’evasione per eccellenza. La vicenda segue la storia di Selma (Björk), giovane operaia emigrata dall’Est Europa negli Stati Uniti in cerca di un lavoro per racimolare i soldi necessari a curare il figlio, affetto dalla stessa malattia della madre: la cecità. Una pellicola tragica che contrappone il sogno alla realtà: ai toni neutri, cupi e lenti si alternano i momenti spensierati e trasognati in cui Selma cerca di evadere dalla quotidianità. Trier utilizza la colonna sonora – scritta dalla stessa Björk – per descrivere l’evasione della protagonista; canto e ballo ci sono, enfatizzati da una fotografia dai colori saturi, ma non come gli amanti del musical tradizionale se li immaginano. Qui sono momenti che alleggeriscono il film, ma che lasciano una nota amara poiche la protagonista è consapevole che i musical le danno solo l’illusione di poter vivere in un mondo diverso da quello quotidiano. La scelta di Björk non è casuale: cantante e musicista sperimentale, poco conosciuta al pubblico mainstream, si rivela perfetta per interpretare i panni di Selma in questo tragico capolavoro, vincitore della Palma d’Oro a Cannes. Ogni sconfinamento nella fantasia viene preannunciato da un rumore della vita quotidiana, andando a creare brani ritmati e complessi. Nonostante il clima di tensione tra Björk e il resto del cast, per Trier fu impensabile immaginare qualcun altro nel ruolo di Selma – e dopo aver visto e ascoltato I’ve Seen it All, capirete perché.
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20 Agosto. Persona (1966), di Ingmar Bergman

Lungo la sua carriera Ingmar Bergman attraversò varie tematiche – il rapporto coniugale, la religione, l’allegoria – confrontandosi con temi complessi e tecniche derivanti dal teatro. Nel suo cinema sperimentò molto: già dagli anni Sessanta sulle sue opere si scrissero monografie che analizzavano approfonditamente un cinema mai facile. Con Persona il regista optò per uno psicodramma in cui la distinzione tra realtà e finzione diventa assai complessa. Il cinema di Bergman non è mai stato facile, lo stile intimista, anticipato da Il Settimo sigillo (1957), si intensifica in questa pellicola. I dettagli e i primi piani, con i ripetuti sguardi in camera delle protagoniste, insieme ai lunghi monologhi, incatenano lo spettatore allo schermo. Nessun dettaglio può essere tralasciato in quest’opera che sfida la capacità di interpretazione del pubblico e che mantiene un significato ultimo ambiguo. L’attrice Elisabeth Vogler si rifiuta di parlare e viene quindi assistita dalla infermiera Alma che la porta a trascorrere una vacanza su un’isola. “È meglio che vai a letto, altrimenti ti addormenti sul tavolo”, sono alcune delle poche parole pronunciate, forse, da Elisabeth (Liv Ullman), dopo il primo lungo monologo rivelatore di Alma (Bibi Andersson), prima che si entri definitivamente nella seconda parte del film. Gradualmente, vediamo le due donne fondersi in quello che sembra uno scambio o perdita di identità, interrogandoci sul senso di questo assoluto capolavoro.
Disponibile su Novecento The Movies, Rakuten TV e CHILI
22 Agosto. Ma come si può uccidere un bambino? (1976), di Narciso Ibañez Serrador

Disturbante e provocatorio, Ma come si può uccidere un bambino?, è un film horror capace di scuoterci con le sue immagini crude e di denuncia. Siamo in Spagna, Tom (Lewis Fiander) ed Evelyn (Prunella Ransome) sono una giovane coppia in attesa di un figlio, decisa a trascorrere le vacanze nel sole e nella tranquillità. Ma quando approdano nell’isola di Almanzora, si ritrovano in un luogo ormai spettrale. Tratto dal romanzo El juego de los niños di Juan José Plans, il film si apre con un montaggio di immagini di repertorio – testimonianze reali delle atrocità commesse dagli uomini ai danni dei più piccoli, da Auschwitz alla Guerra di Corea (spettatori più sensibili, siete avvisati). Questo incipit scioccante fa da preludio al susseguirsi delle vicende: ad Almanzora, sotto la superficie da cartolina, si insinuerà una tensione costante. Ribaltando la prospettiva, i bambini diventano i carnefici e il film si trasforma in un pesante atto d’accusa contro le violenze perpetrate su di loro nel corso dei secoli. A distanza di cinquant’anni questo piccolo cult indipendente conserva tutta la sua capacità di disturbare e far riflettere.
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24 Agosto. Caccia al ladro (1955), di Alfred Hitchcock

Quando François Truffaut chiese a Hitchcock cosa ne pensava del film, il regista rispose semplicemente: “Era una storia piuttosto leggera”. Infatti Caccia al ladro si allontana dalle atmosfere cupe di molti suoi lavori e certo non ne rappresenta né il capolavoro né il titolo più celebre, rimanendo tuttavia un classico del maestro del brivido. Girato nel 1954, Caccia al ladro porta sullo schermo una storia più semplice e lineare rispetto a futuri lavori comePsycho (1960) o Vertigo (La donna che visse due volte, 1958), eppure della pellicola ne apprezziamo i toni caldi e sofisticati, frutto della scelta di girare tutti gli esterni in Costa Azzurra. La vicenda segue John Robie (Cary Grant), ex ladro di gioielli, coinvolto suo malgrado in un gioco criminale, ma che, questa volta, si trova dall’altra parte della barricata, costretto a catturare un imitatore che ricalca il suo vecchio stile per confondere la polizia. Ad aggiudicarsi il premio Oscar fu la fotografia di Robert Burks, riconoscimento decisamente meritato grazie anche alla scelta dei paesaggi mozzafiato della costiera. Ma una seconda ragione per ricordare la pellicola è la scelta dei due attori protagonisti, Cary Grant e Grace Kelly, entrambi volti noti a Hollywood per fascino ed eleganza e già precedentemente diretti dal regista in altri film. Per Grace Kelly questo fu l’ultimo ruolo in un film di Hitchcock – fu proprio durante le riprese che l’attrice conobbe il principe Ranieri di Monaco – prima di lasciare le scene nel 1956. Il suo addio lasciò nel regista il rimpianto di non poterla riavere in Marnie (1964), ruolo poi affidato a Tippi Hedren. In Caccia al ladro Kelly veste i panni di Frances Stevens, ricca ereditiera, vittima di uno dei furti, di cui John si innamora. Definita da Hitchcock “ghiaccio bollente” per la sua algida bellezza, Kelly risulta perfetta, grazie al suo magnetismo, per dare un tocco di romance alla pellicola. Pur non possedendo la forza dei suoi lavori più noti e maggiormente acclamati, Caccia al ladro è un thriller efficace, leggero e ironico, mai troppo scontato, perfetto da guardare in una calda sera d’estate.
Disponibile a pagamento su Rakuten TV, Amazon Prime Video e CHILI
27 Agosto. Departures (2008), di Yōjirō Takita

La ritualità e la tradizione appartengono all’anima del Giappone e ce ne accorgiamo guardando i loro film, molti dei quali si soffermano sulla profondità dei loro riti, come accade in questo gioiello del 2008, vincitore del Premio Oscar come Miglior Film straniero. Il rito della “dipartita” è il cuore pulsante di questa storia che segue le vicende di Daigo (Masahiro Motoki), violoncellista fallito e costretto dalle circostanze a fare ritorno alla sua casa natale in un piccolo paese giapponese immerso nella quiete. Qui il protagonista, attraversato da una profonda crisi personale, si imbatte in un annuncio di lavoro – “Assistiamo coloro che partono per dei viaggi” – e, convinto si tratti di un’agenzia turistica, si presenta subito al colloquio. Un equivoco che regala allo spettatore un istante di leggerezza in una pellicola tanto toccante quanto profonda. Infatti la partenza a cui si riferisce l’annuncio è ben altra: è la partenza definitiva, quella verso la morte – un concetto che nella cultura giapponese porta con sé un peso e un rispetto immensi. Nel corso del film la cura del corpo del defunto si trasforma in un vero e proprio atto cerimoniale compiuto con una delicatezza quasi sacra. Quello del protagonista è un viaggio poetico, fatto di piccoli gesti, cura, semplicità e silenzio, accompagnato dalla colonna sonora firmata da Joe Hisaishi, che unisce il passato da violoncellista di Daigo al suo percorso di rinascita. Inizialmente spinto solo dal bisogno di denaro, imbarazzato da un mestiere che la società guarda con diffidenza, il protagonista arriva lentamente a fare i conti con sé stesso, con il proprio passato irrisolto e con il presente che lo attende. Un percorso che lo conduce, infine, ad amare e onorare un lavoro che prima rifiutava con vergogna.
Disponibile su Far East Channel
31 Agosto. L’ultima notte di Amore (2023), di Andrea Di Stefano

Quando Di Stefano e Favino sono arrivati nella mia città a presentare questo film, hanno scherzato su un’idea molto diffusa in Italia: se un film è fatto molto bene o è “troppo bello”, allora non sembra italiano – quasi come se noi non avessimo più la capacità di fare buoni film e che il bel cinema nostrano risalisse ormai solo al secolo scorso. Di Stefano, qui al suo primo lungometraggio girato in Italia, dimostra invece come in questo paese si sappia fare cinema e soprattutto come si sappia cimentarsi in ottimi polizieschi, come nel caso di L’ultima notte di Amore. La pellicola segue le vicende di Franco Amore che, ad un giorno dal pensionamento, si trova coinvolto in una sparatoria in cui l’amico e partner di lavoro Dino rimane ucciso. Prima di girare il film Di Stefano ha condotto lunghe ricerche sul lavoro di poliziotto e sulla criminalità milanese, arrivando a ingaggiare un ex carabiniere come consulente alla sceneggiatura e che nel film vediamo interpretare il ruolo dell’appuntato Armando Guerra. La pellicola si apre con una lenta veduta notturna di Milano, per poi entrare nella casa di Franco: la vicenda parte dalla notte stessa della sparatoria, proseguendo a ritroso, dieci giorni prima dell’accaduto. Seguiamo i passi di Franco e del collega, vedendo progressivamente emergere i motivi che hanno portato a quella notte terribile. Un thriller ricco di suspense, che non ha nulla da invidiare a un giallo statunitense.
Disponibile su Netflix, Amazon Prime Video e a pagamento su NOW, Rakuten TV e CHILI