
di Lorenzo Nuzzo
NC-398
03.03.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Marzo, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese, appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
5 Marzo. Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut

Il primo Truffaut a colori è un’invenzione sci-fi su un futuro troppo “prossimo”, fatto di città dalla grigia modernità, architetture funzionali dove conta soltanto ciò che serve e il resto è spazzatura. Nelle case prendono forma piccoli incantesimi della Tv che inebria e intontisce fino a desiderarne sempre di più, ma sono i libri che “turbano la gente, la rendono antisociale”. Dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451 è uno di quei film senza tempo, un corpo unico nel cinema di François Truffaut; smaccatamente politico con il corpo speciale 451 dei pompieri in divise nere come vecchi nazisti fautori di roghi. “Si devono bruciare i libri, tutti quanti” aggiunge il maggiore ai suoi uomini mentre fa gli occhi dolci al Mein Kampf. E in questo sonno della ragione e delle coscienze, il bonario Montag apre gli occhi, si ridesta e scopre un mondo di Uomini Lib(e)ri, scacciati dalla città.
Disponibile su Prime Video.
7 Marzo.Spiderhead (2022) di Joseph Kosinski

Joseph Kosinski prima di F1, ancora con quel sottile gusto cyberpunk e di fare a pezzi l’umano, metterlo alle strette, indebolirne le certezze o riscrivere le regole di un intero sistema. È la pulsione di morte di Oblivion e Twister certo, ma anche Top Gun Maverick non è forse il sintomo fresco di un cinema della postmodernità? In Spiderhead siamo in un bunker vista oceano, dove un gruppo di detenuti vive la menzogna della ricerca sperimentale sui loro corpi, che sono di carne ed ossa al contrario delle interfacce AI che guidano Chris Hermsworth versione burattinaio. Certo, Kosinski non è Garland – a proposito di claustrofobia cyberpunk – e forse nemmeno il regista più raffinato, ma sotto il manto sci-fi Spiderhead diventa un solido discorso sul trauma e i suoi sensi di colpa, che gravano così tanto sulle spalle del Jeff di Miles Teller da abbandonarsi a sentimenti artificiali come fossero anestetici.
Disponibile su Netflix
9 Marzo.Reprise (2006) di Joachim Trier

Chissà se qualcuno avesse detto al Joachim Trier di 20 anni fa di “non cercare di essere troppo poetico” come consiglia lo scrittore Sten Egil Dahl a Erik a proposito del suo romanzo d’esordio. Perché in fondo Reprise (2006) – parte prima della trilogia di Oslo dell’autore norvegese – per raccontare le velleità di Erik e Philip, scrittori wannabe in una città indolente, finisce per tracciare gli stessi desideri e ombre del cinema di Trier; stracolmo di maschi che sono “maledetti cliché”, silhouette auto-referenziali (loro sì!) e la loro prosa è forse tutto ciò che gli resta in questo dramma di umanisti incompiuti, che tra le pagine scrivono tutte le grandi parole che non riescono a essere.
Disponibile su Netflix.
11 Marzo. Il solengo (2015) di Matteo Zoppis e Alessio Rigo De Righi

Un film sull’assenza, colmata da tutte le parole, gli accenti e il brusio della tradizione orale. ‘Mario de Marcella’ detto Il Solengo è solo un altro spettro nella poetica crepuscolare di Matteo Zoppis e Alessio Rigo De Righi, che crede fortemente nel mito, nel cinema come pulsione (anti)documentaria, con le immagini (per loro stessa natura) incapaci di insegnare, e allora si fanno scorcio di verità oblique. Lo dicono i rustici e sinceri contadini a proposito del solengo Mario, leggendario eremita in una grotta nel bosco del Vejano: “ognuno racconta una storia, e la verità non la sa nessuno” sentenzia Ercolino cogliendo senza saperlo, il senso di un cinema impressionista come quello di Zoppis e Rigo De Righi, che non cerca segni o certezze ma la grezza memoria dei luoghi..
Disponibile su MUBI.
13 Marzo. L’amore secondo Isabelle (2017) di Claire Denis

“Un innamorato è essenzialmente qualcuno che attende” spiegava Roland Barthes a proposito di tutti quegli stralci, pause o intermittenze del sentimento in Frammenti di un discorso amoroso. Che poi l’unico discorso possibile è quello che l’innamorato fa tra sé e sé, mentre rovista tra le parole giuste per spiegare questo sconosciuto e ingombrante pulsare. E chi meglio di una regista del concetto come Claire Denis saprebbe tradurre in immagini il testamento di Barthes? L’amore secondo Isabelle è la tragedia di una donna che non sa amare e intanto si innamora di insipidi banchieri e attori vanagloriosi, in mezzo a quella borghesia parigina dandy che per amare l’altro ha bisogno di ammirarlo. L’Isabelle di Juliette Binoche, come Nana di Vivre sa vie (1962), si muove tra i mille frammenti sempre e soltanto innamorata dell’attesa, di ciò che forse un giorno accadrà, una possibilità o un brivido, chissà.
Disponibile su RaiPlay
15 Marzo. The Walk (2015) di Robert Zemeckis

Le epifanie di Zemeckis e il riscatto immaginifico delle Twin Towers tra i primi esperimenti 3D. The Walk è l'ennesima dimostrazione di un cineasta incredibilmente "sperimentale" nel senso di prendere la storia e farne spettacolo verticale e vertiginoso. Certo la cornice è naif (è pur sempre Zemeckis!) ma l'effetto prodotto gradualmente è un'estasi di puro cinema, che punta al cielo almeno quanto il funambolo di Joseph Gordon-Levitt, ispirato a Philippe Petit che la mattina del 7 agosto del ‘74 sfidò la gravità passeggiando per 45 minuti lungo un filo che legava le neonate Torri Gemelle. Zemeckis ne fa un sogno sospeso, tra arte e vita, vertigine e ambizione. E il senso è, prima di ogni cosa, nella forma; in quell’armonia verticale che riempie l’immaginario USA della metropoli perfetta.
Disponibile a noleggio su Tim Vision, Apple TV, Prime Video, Rakuten TV.
17 Marzo. The Perfect Neighbor (2025) di Geeta Gandbhir

Tra i documentari in lizza per il prossimo Oscar, The Perfect Neighbor dell’americana Gandbhir è un lucidissimo film-saggio sulla predilezione dello sguardo testimoniale oggi. C’è la cronaca vera in The Perfect Neighbor – la morte dell’afroamericana Ajike AJ Owens in Florida per mano della vicina Susan Lorincz – e poi c’è il suo racconto denso di immagini onniscienti, come quelle della bodycam degli agenti di polizia durante le ripetute liti tra vicine prima del fatale omicidio. Gandbhir fa tesoro dei filmati, alla volta di un discorso sull’ossessione contemporanea del vedere tutto, come se neanche il true crime (ci) basti più per credere davvero all’orrore (iper)reale.
Disponibile su Netflix.
22 Marzo. I duellanti (1977) di Ridley Scott

La difesa dell'onore in un duello che è un gioco ridicolo e ossessivo lungo tutta l’età napoleonica. Da una parte Harvey Keitel, dall’altra Keith Carradine; bestie selvagge sotto le uniformi da gentiluomini. L’anno è il 1977. Ridley Scott, che arriva dal linguaggio pubblicitario, esordisce nel cinema adattando Conrad in un dramma dallo spirito napoleonico e la messinscena spartana, dove lo scontro privato diventa apologo collettivo sulle ragioni – intrise di orgoglio e follia – della guerra e della violenza. Un duello senza fine che diventa presto rituale e drammaturgia compulsiva della lotta. E l’opera prima di Scott non potrebbe essere più memorabile e (ridicolmente) brutale.
Disponibile su Paramount+.
25 Marzo. Loro (2018) di Paolo Sorrentino

Lui è il sogno, l’apogeo e la finitezza. Sembra quasi un demiurgo sceso in terra dal nome impronunciabile ai più. È l’uomo delle masse, l’inventore della “maggioranza” come arma perfetta. Lui che del suo elettorato ha fatto una maestosa sineddoche – la parte fedelissima per il tutto. Lui che, come l’imprenditore Milton Rockwell di Marty Supreme è un vampiro nato nel 1601, è qui da sempre e ha incontrato tanti Marty Mauser nei secoli. Perché il Silvio Berlusconi tratteggiato da Sorrentino in Loro – a conferma del biopic come genere della decadenza – è una specie di umanoide sempre esistito e per sempre riproducibile, dall’aspetto plastico e senza ombra di purezza o fragilità. Sorrentino ne cattura il lato afrodisiaco nel periodo all’opposizione, dal 2006 al 2010, tra i festini in Sardegna, una Roma densa di affaristi e finti borghesi e tanto, tantissimo, spaventevole erotismo. Rivedere Loro oggi, al tempo degli Epstein Files e del MeToo significa scavare a fondo nelle dietrologie del tempo presente. E la censura che questo film ha subito ne è la più lucida conferma.
Disponibile su YouTube.
30 Marzo. River of Grass (1994) di Kelly Reichardt

Kelly Reichardt prima del suo Oregon, ma con la camera già ben salda nel margine fisico e umano. Tra la passione per le anime sole e il suo solito genio di far a pezzi le regole del genere, Reichardt con River of Grass confeziona un esordio sul dramma della fuga dalle cose note e un crime a metà, agli albori di un cinema fatto di promesse stentate e ambizioni impigliate nel concetto. Come se a importare non sia tanto la forma dei suoi personaggi, ma la struttura delle loro traiettorie: in River of Grass Cozy e Lee sono due giovani senza patria per le strade della Florida, protagonisti di un (anti) crime e road-movie. Esito di un cinema jazz che osserva l’arte per metterla da parte, dove l’accento non è il gesto finale, ma la solitudine e l’individualismo che lo precede. E così The Mastermind non è forse il racconto di un uomo terribilmente solo con le sue manie?
Disponibile su MUBI.
di Lorenzo Nuzzo
NC-398
03.03.2026
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Marzo, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese, appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
5 Marzo. Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut

Il primo Truffaut a colori è un’invenzione sci-fi su un futuro troppo “prossimo”, fatto di città dalla grigia modernità, architetture funzionali dove conta soltanto ciò che serve e il resto è spazzatura. Nelle case prendono forma piccoli incantesimi della Tv che inebria e intontisce fino a desiderarne sempre di più, ma sono i libri che “turbano la gente, la rendono antisociale”. Dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451 è uno di quei film senza tempo, un corpo unico nel cinema di François Truffaut; smaccatamente politico con il corpo speciale 451 dei pompieri in divise nere come vecchi nazisti fautori di roghi. “Si devono bruciare i libri, tutti quanti” aggiunge il maggiore ai suoi uomini mentre fa gli occhi dolci al Mein Kampf. E in questo sonno della ragione e delle coscienze, il bonario Montag apre gli occhi, si ridesta e scopre un mondo di Uomini Lib(e)ri, scacciati dalla città.
Disponibile su Prime Video.
7 Marzo.Spiderhead (2022) di Joseph Kosinski

Joseph Kosinski prima di F1, ancora con quel sottile gusto cyberpunk e di fare a pezzi l’umano, metterlo alle strette, indebolirne le certezze o riscrivere le regole di un intero sistema. È la pulsione di morte di Oblivion e Twister certo, ma anche Top Gun Maverick non è forse il sintomo fresco di un cinema della postmodernità? In Spiderhead siamo in un bunker vista oceano, dove un gruppo di detenuti vive la menzogna della ricerca sperimentale sui loro corpi, che sono di carne ed ossa al contrario delle interfacce AI che guidano Chris Hermsworth versione burattinaio. Certo, Kosinski non è Garland – a proposito di claustrofobia cyberpunk – e forse nemmeno il regista più raffinato, ma sotto il manto sci-fi Spiderhead diventa un solido discorso sul trauma e i suoi sensi di colpa, che gravano così tanto sulle spalle del Jeff di Miles Teller da abbandonarsi a sentimenti artificiali come fossero anestetici.
Disponibile su Netflix
9 Marzo.Reprise (2006) di Joachim Trier

Chissà se qualcuno avesse detto al Joachim Trier di 20 anni fa di “non cercare di essere troppo poetico” come consiglia lo scrittore Sten Egil Dahl a Erik a proposito del suo romanzo d’esordio. Perché in fondo Reprise (2006) – parte prima della trilogia di Oslo dell’autore norvegese – per raccontare le velleità di Erik e Philip, scrittori wannabe in una città indolente, finisce per tracciare gli stessi desideri e ombre del cinema di Trier; stracolmo di maschi che sono “maledetti cliché”, silhouette auto-referenziali (loro sì!) e la loro prosa è forse tutto ciò che gli resta in questo dramma di umanisti incompiuti, che tra le pagine scrivono tutte le grandi parole che non riescono a essere.
Disponibile su Netflix.
11 Marzo. Il solengo (2015) di Matteo Zoppis e Alessio Rigo De Righi

Un film sull’assenza, colmata da tutte le parole, gli accenti e il brusio della tradizione orale. ‘Mario de Marcella’ detto Il Solengo è solo un altro spettro nella poetica crepuscolare di Matteo Zoppis e Alessio Rigo De Righi, che crede fortemente nel mito, nel cinema come pulsione (anti)documentaria, con le immagini (per loro stessa natura) incapaci di insegnare, e allora si fanno scorcio di verità oblique. Lo dicono i rustici e sinceri contadini a proposito del solengo Mario, leggendario eremita in una grotta nel bosco del Vejano: “ognuno racconta una storia, e la verità non la sa nessuno” sentenzia Ercolino cogliendo senza saperlo, il senso di un cinema impressionista come quello di Zoppis e Rigo De Righi, che non cerca segni o certezze ma la grezza memoria dei luoghi..
Disponibile su MUBI.
13 Marzo. L’amore secondo Isabelle (2017) di Claire Denis

“Un innamorato è essenzialmente qualcuno che attende” spiegava Roland Barthes a proposito di tutti quegli stralci, pause o intermittenze del sentimento in Frammenti di un discorso amoroso. Che poi l’unico discorso possibile è quello che l’innamorato fa tra sé e sé, mentre rovista tra le parole giuste per spiegare questo sconosciuto e ingombrante pulsare. E chi meglio di una regista del concetto come Claire Denis saprebbe tradurre in immagini il testamento di Barthes? L’amore secondo Isabelle è la tragedia di una donna che non sa amare e intanto si innamora di insipidi banchieri e attori vanagloriosi, in mezzo a quella borghesia parigina dandy che per amare l’altro ha bisogno di ammirarlo. L’Isabelle di Juliette Binoche, come Nana di Vivre sa vie (1962), si muove tra i mille frammenti sempre e soltanto innamorata dell’attesa, di ciò che forse un giorno accadrà, una possibilità o un brivido, chissà.
Disponibile su RaiPlay
15 Marzo. The Walk (2015) di Robert Zemeckis

Le epifanie di Zemeckis e il riscatto immaginifico delle Twin Towers tra i primi esperimenti 3D. The Walk è l'ennesima dimostrazione di un cineasta incredibilmente "sperimentale" nel senso di prendere la storia e farne spettacolo verticale e vertiginoso. Certo la cornice è naif (è pur sempre Zemeckis!) ma l'effetto prodotto gradualmente è un'estasi di puro cinema, che punta al cielo almeno quanto il funambolo di Joseph Gordon-Levitt, ispirato a Philippe Petit che la mattina del 7 agosto del ‘74 sfidò la gravità passeggiando per 45 minuti lungo un filo che legava le neonate Torri Gemelle. Zemeckis ne fa un sogno sospeso, tra arte e vita, vertigine e ambizione. E il senso è, prima di ogni cosa, nella forma; in quell’armonia verticale che riempie l’immaginario USA della metropoli perfetta.
Disponibile a noleggio su Tim Vision, Apple TV, Prime Video, Rakuten TV.
17 Marzo. The Perfect Neighbor (2025) di Geeta Gandbhir

Tra i documentari in lizza per il prossimo Oscar, The Perfect Neighbor dell’americana Gandbhir è un lucidissimo film-saggio sulla predilezione dello sguardo testimoniale oggi. C’è la cronaca vera in The Perfect Neighbor – la morte dell’afroamericana Ajike AJ Owens in Florida per mano della vicina Susan Lorincz – e poi c’è il suo racconto denso di immagini onniscienti, come quelle della bodycam degli agenti di polizia durante le ripetute liti tra vicine prima del fatale omicidio. Gandbhir fa tesoro dei filmati, alla volta di un discorso sull’ossessione contemporanea del vedere tutto, come se neanche il true crime (ci) basti più per credere davvero all’orrore (iper)reale.
Disponibile su Netflix.
22 Marzo. I duellanti (1977) di Ridley Scott

La difesa dell'onore in un duello che è un gioco ridicolo e ossessivo lungo tutta l’età napoleonica. Da una parte Harvey Keitel, dall’altra Keith Carradine; bestie selvagge sotto le uniformi da gentiluomini. L’anno è il 1977. Ridley Scott, che arriva dal linguaggio pubblicitario, esordisce nel cinema adattando Conrad in un dramma dallo spirito napoleonico e la messinscena spartana, dove lo scontro privato diventa apologo collettivo sulle ragioni – intrise di orgoglio e follia – della guerra e della violenza. Un duello senza fine che diventa presto rituale e drammaturgia compulsiva della lotta. E l’opera prima di Scott non potrebbe essere più memorabile e (ridicolmente) brutale.
Disponibile su Paramount+.
25 Marzo. Loro (2018) di Paolo Sorrentino

Lui è il sogno, l’apogeo e la finitezza. Sembra quasi un demiurgo sceso in terra dal nome impronunciabile ai più. È l’uomo delle masse, l’inventore della “maggioranza” come arma perfetta. Lui che del suo elettorato ha fatto una maestosa sineddoche – la parte fedelissima per il tutto. Lui che, come l’imprenditore Milton Rockwell di Marty Supreme è un vampiro nato nel 1601, è qui da sempre e ha incontrato tanti Marty Mauser nei secoli. Perché il Silvio Berlusconi tratteggiato da Sorrentino in Loro – a conferma del biopic come genere della decadenza – è una specie di umanoide sempre esistito e per sempre riproducibile, dall’aspetto plastico e senza ombra di purezza o fragilità. Sorrentino ne cattura il lato afrodisiaco nel periodo all’opposizione, dal 2006 al 2010, tra i festini in Sardegna, una Roma densa di affaristi e finti borghesi e tanto, tantissimo, spaventevole erotismo. Rivedere Loro oggi, al tempo degli Epstein Files e del MeToo significa scavare a fondo nelle dietrologie del tempo presente. E la censura che questo film ha subito ne è la più lucida conferma.
Disponibile su YouTube.
30 Marzo. River of Grass (1994) di Kelly Reichardt

Kelly Reichardt prima del suo Oregon, ma con la camera già ben salda nel margine fisico e umano. Tra la passione per le anime sole e il suo solito genio di far a pezzi le regole del genere, Reichardt con River of Grass confeziona un esordio sul dramma della fuga dalle cose note e un crime a metà, agli albori di un cinema fatto di promesse stentate e ambizioni impigliate nel concetto. Come se a importare non sia tanto la forma dei suoi personaggi, ma la struttura delle loro traiettorie: in River of Grass Cozy e Lee sono due giovani senza patria per le strade della Florida, protagonisti di un (anti) crime e road-movie. Esito di un cinema jazz che osserva l’arte per metterla da parte, dove l’accento non è il gesto finale, ma la solitudine e l’individualismo che lo precede. E così The Mastermind non è forse il racconto di un uomo terribilmente solo con le sue manie?
Disponibile su MUBI.