
INT-108
13.01.2026
Quando Ali Asgari, regista di Kafka a Teheran (2023), presentò il suo ultimo lavoro, Divine Comedy, alla Mostra del Cinema di Venezia 82, non poteva immaginare che nel giro di pochi mesi l’Iran sarebbe precipitato in una delle sue fasi più buie. Oggi i telegiornali e i social media restituiscono le immagini di un Paese attraversato da manifestazioni, arresti e violente repressioni di un regime che impone il silenzio con la morte.
Di fronte a questo scenario, il film di Ali Asgari potrebbe apparire quasi fuori tempo, disallineato rispetto all’urgenza della cronaca. É invece in questi momenti che un film come Divine Comedy ci ricorda qualcosa di essenziale: anche la risata può essere una forma di resistenza.
In un film che richiama alla mente i grandi della comicità, come Woody Allen e Nanni Moretti, Asgari racconta la storia di un regista intrappolato nella burocrazia e nella censura, impegnato in una battaglia surreale per riuscire semplicemente a proiettare il proprio film. Divine Comedy (disponibile nelle nostre sale dal 15 gennaio grazie a Teodora Film) è sì una commedia, ma è soprattutto il ritratto di un uomo che trova il coraggio di dire no, di superare i limiti che gli vengono imposti, e di rivendicare uno spazio di libertà in un sistema che vorrebbe negarlo. In questa ostinazione, ironica e fragile, si riflette oggi più che mai il destino di molti artisti iraniani.
Abbiamo avuto il grande piacere di incontrare Ali Asgari, che con passione ci ha raccontato del suo ultimo lavoro.

Kafka a Teheran (2023)
Nel film vediamo come sia la lentezza della burocrazia iraniana (da lei descritta) a dare ritmo a tutta la narrazione. Qual è il motivo di questa scelta?
Fin da quando ho voluto fare questo film, pensavo a un mise-en-scène del genere perché la storia parla proprio di questa assurdità che esiste in Iran. Quindi anche nel racconto narrativo, ho cercato di mostrare questa assurdità. Pensavo ad un regia che aggiungesse un po' a questa assurdità, quindi non doveva essere una regia classica, con campo contro campo e tutte queste cose. Questa regia, per me, era uno "stile" per raccontare questa assurdità che esiste.
All’interno del film viene pronunciata la battuta: “I'm astonished by cinema”. Anche a lei capita di sentirsi così?
Sì, il film parla dell'amore per il cinema e per gli attori. Ci sono tanti riferimenti anche alla mia passione per il cinema italiano, sono stato molto ispirato da questa cinematografia. Con il termine “astonished” interpreto il mio stato d'animo nei confronti della Settima Arte. Io vedo molti film ogni giorno, ogni mese. Per me, guardare i film sul grande schermo è sempre stato essenziale, mi sono sempre rifiutato di guardare qualcosa sul cellulare, sul laptop. Per me era molto importante esprimere, attraverso quest'opera, il mio profondo amore per il cinema.
Nel film mi è sembrato chiaro che lei senta il bisogna di intraprendere anche un discorso (estremamente attuale anche da noi in Italia) sul divario che non dovrebbe esistere tra cinema d’autore e cinema mainstream, poiché entrambi meritano di esistere e hanno ognuno il proprio pubblico. É una questione su cui ha ragionato durante le riprese?
Anche se faccio film in Iran, questo non vuol dire che sto parlando esclusivamente dell’Iran. Cito un grande maestro che dice: “quando vuoi fare un film per un pubblico internazionale, devi fare un film locale, e prima o poi quel film diventerà un film internazionale”.

Divine Comedy (2025)
Infatti, mi ha colpito e ho apprezzato molto come il suo film voglia mostrare cosa significhi davvero lavorare nel mondo della produzione cinematografica e i problemi che ci si ritrova ad affrontare. Tornando all’inizio di Divine Comedy, quando il regista scopre che il suo film è stato censurato a causa della presenza di un cane, si fa notare come in Iran ci si concentri su un animale in scena mentre nel resto del mondo si dibatte sull’utilizzo dell’AI nel cinema. A questo proposito, lei cosa ne pensa dell’intelligenza artificiale e degli sviluppi che può portare nel settore cinematografico?
Io non ho paura dell'intelligenza artificiale, perché per ora, poi non so tra dieci o vent’anni, sentiamo ogni giorno una cosa nuova, e sempre più assurda sull’AI. Ieri ho sentito qualcuno che mi diceva che stanno allungando la vita dell'essere umano tramite l’AI, e non so come siano possibili tutte queste cose. Nel film volevo anche fare dell'ironia, e scherzare sull'assurdità del mondo moderno, sul cinema e su me stesso. Infatti al protagonista (Bahram Ark, n.d.r) gli viene chiesto, “ma tu hai fatto un film un po' brutto di Ali Asgari?” - Bahram è stato veramente l'attore di un mio film che ha avuto dei problemi (in Iran n.d.r) - e lui risponde di no, che il film è stato girato tramite l'AI. Ci sono molti riferimenti alla tematica dell'intelligenza artificiale, ad esempio, in un'altra scena, vediamo i personaggi al bar che stanno parlando di come si relizeranno i film e che non sarà più necessario andare su un set.
Nel suo film ci sono tanti elementi di comicità grottesca - non ha caso ha detto di ispirarsi molto alla commedia italiana - e per certi versi quasi surreali per il contesto nel quale è ambientata la storia. Si potrebbe, però, dire che l’aspetto più surreale del film è l’idea di un artista che non accetta i limiti che gli vengono imposti. Ce ne vuole parlare meglio?
All'inizio, quando tutti mi chiedevano “perché vuoi adoperare questo titolo?” io rispondevo che, per me, la storia che volevo raccontare non era solo quella di un regista che vuole proiettare il suo film, ma di qualcuno che vuole trovare salvezza attraverso il dire di no. Perché noi esseri umani siamo costantemente costretti ad accettare tutte le regole che vigono nel Paese dove viviamo, nel mondo in generale, nella famiglia, ecc., il mio protagonista invece decide di trovare la salvezza attraverso il "dire di no". La connessione con la Divina Commedia si trova nel fatto che anche l'opera di Dante parla di qualcuno che si sposta dal buio fino alla luce, dall'inferno al paradiso. Anche il mio protagonista affronta un percorso per trovare la salvezza, il paradiso, sulla terra questa volta. Quindi era una cosa molto importante per me che questo aspetto del film emergesse, non volevo semplicemente vederlo come un lungometraggio sulla censura. Era importante vedere il film dal punto di vista di un essere umano, di qualcuno che vuole trovare questa salvezza attraverso il dire dei no, attraverso il rompere tutte queste regole che esistono intorno a noi.

I protagonisti di Divine Comedy (2025)
Come ha appena detto lei, non è solo un film sulla censura, ma possiamo dire che è un tema centrale. Negli ultimi anni, soprattutto, possiamo dire che il cinema iraniano ha fatto parlare di sé non solo attraverso i film, ma purtroppo anche attraverso la cronaca, penso a registi che sono stati arrestati o che sono dovuti scappare dal Paese. É interessante, però, come lei racconti questi aspetti con uno sguardo ironico. Quindi vorrei chiederle come si riesce a raccontare il lato comico anche nei contesti più drammatici?
Questa è una cosa molto importante e centrale per me, raccontare qualcosa attraverso l’ironia, perché, come lei ha detto, quando parliamo di cinema iraniano pensiamo subito a film scuri, amari, che parlano esclusivamente di problemi sociali, senza pensare neanche per un minuto alla speranza. Io non volevo ripetere tutte queste cose, perché ognuno di noi ha ormai ben chiara la terribile situazione dell'Iran. Questa volta volevo raccontare una storia in un modo più semplice, anche per lo spettatore. Il pubblico ha il diritto di ridere in alcuni momenti. Anche perché, come ho detto, il cinema non è solo un palco per trattare di politica, ci può essere anche la possibilità di ridere. La risata, in questo film, non è solo una risata. Per me ridere è un potere, un mezzo di resistenza. Quando ridi in un sistema (come quello iraniano n.d.r) non è solo un "ridere normale", è come un’arma. Possiamo dire, in questo caso, che la risata diventa un atto politico. Quindi quando ridi, tu stai compiendo un atto politico. Bisogna sempre reagire, attraverso la risata e il lavoro, lo dico sempre, perché ci sono dei registi in Iran che dopo che la situazione culturale è diventata più complessa non lavorano più, io dico sempre che lavorare è un atto di resistenza, se tu in questo sistema stai in silenzio, che significa?
Quando tu continui a lavorare, anche in un sistema così complesso, e trovi il modo di esprimere te stesso significa che non ti stai arrendendo. Nel mio caso, dicendo una cosa pesante con ironia, è più facile raccontare al pubblico una storia.
Pensa che il film verrà proiettato in Iran? C'è qualche possibilità?
No. Ho girato cinque film finora e nessuno è uscito in Iran. Questo non significa che non proiettiamo proprio il film, non lo proiettiamo in un modo legale, (il regista ride n.d.r.). Perché i miei film sono stati tutti girati in modo clandestino. In Iran i miei lavori sono proiettati in una maniera molto "underground" e senza guadagni, proiettiamo su internet, mettiamo il link su telegram, su whatsapp e tutte queste cose. Comunque per me è molto importante, quando faccio un film, che la gente iraniana lo veda, quindi cerco sempre di trovare un modo per distribuirlo, in un certo senso. Per esempio il film precedente, Kafka a Tehran, è stato visto da tante persone, più di dieci milioni, è stato proiettato su instagram, su telegram, su internet, non ci sono stati ritorni economici, ma la mia gioia è stata grande.

Una sequenza del film
A livello di resistenza e sovversione politica, secondo lei il cinema indipendente iraniano che ruolo potrà avere nei prossimi anni?
Il cinema è un mezzo molto potente, ma questo non significa che può cambiare velocemente una determinata situazione. Ci vuole tempo per il cambiamento. In questi anni il nostro cinema sta avendo un ruolo molto importante fuori dall’Iran. Ghandi diceva di voler combattere attraverso la pace, il cinema ha questo ruolo: come Ghandi resiste tramite la pace, non è una resistenza armata. Ci vuole pazienza.
Tornando al suo film, volevo chiederle qualcosa di più sul tema musicale, perché comunque la musica detta un po' il tono. Ero curiosa di sapere come è nata la colonna sonora, se aveva già in mente le musiche o se sono arrivate nel corso della lavorazione
No, ho pensato fin dall'inizio alla musica jazz, perché, come dicevo, c'è questa assurdità (la burocrazia e la censura all’interno del film n.d.r.) e pensavo che il jazz potesse essere il genere giusto per esprimerla, come vediamo nelle pellicole di Woody Allen. Infatti, la reference principale di Divine Comedy e sempre stato il cinema di Woody Allen, anche l'attore del film sembra un po' il Woody Allen degli anni '70.
Come ha appena ricordato il suo film è molto influenzato dalla filmografia Woody Allen, sopratutto quella degli anni ’70, però, come dicevamo, si nota anche l'influenza della commedia italiana, sempre degli anni ’70 e ’80, dove come lei sa avendo studiato qui, erano anni dove la censura era molto pesante e la commedia era uno dei pochi generi che potesse "raggirarla". Quindi volevo chiederle quali fossero i registi italiani che l’hanno influenzata o di cui ammira il lavoro.
Io ho cominciato a vedere film grazie al cinema italiano. La commedia all’italiana è stata parte della mia formazione. Dino Risi, Ettore Scola, Mario Monicelli, sono profondamente legato a tutti questi registi, e poi io amo Nanni Moretti, molto, moltissimo. E anche in questo film ho preso molta ispirazione da Moretti, soprattutto il suo modo di scrivere i dialoghi, la sua assurdità. Una cosa molto interessante è che ho visto Caro Diario (1993) dieci anni fa, e poi non l’ho più visto, l’ho amato molto ma non ho più avuto la possibilità di rivederlo. Quando ho finito Divine Comedy l’ho fatto vedere ad alcuni amici, tra cui due amici italiani, che subito dopo mi hanno detto che è il mio film era "molto Nanni Moretti". Quando l'ho rivisto ho notato che ci sono due o tre battute che sono estremamente simili a dei dialoghi di Caro Diario. Non lo avevo notato fino a quel momento, ma comunque c'è questa ispirazione inconscia molto importante. Anche Nanni Moretti ha visto il film, l'ha amato, mi ha detto che gli è piaciuto, ha anche visto il film precedente, mi ha scritto.
Come si è sentito nel ricevere i complimenti di un regista che ama molto?
È stata una gioia, è molto importante per me quando un regista che stimo vede i miei film e apprezza l'influenza che ha esercitato su di me.
Il trailer di Divine Comedy (2025)
INT-108
13.01.2026
Quando Ali Asgari, regista di Kafka a Teheran (2023), presentò il suo ultimo lavoro, Divine Comedy, alla Mostra del Cinema di Venezia 82, non poteva immaginare che nel giro di pochi mesi l’Iran sarebbe precipitato in una delle sue fasi più buie. Oggi i telegiornali e i social media restituiscono le immagini di un Paese attraversato da manifestazioni, arresti e violente repressioni di un regime che impone il silenzio con la morte.
Di fronte a questo scenario, il film di Ali Asgari potrebbe apparire quasi fuori tempo, disallineato rispetto all’urgenza della cronaca. É invece in questi momenti che un film come Divine Comedy ci ricorda qualcosa di essenziale: anche la risata può essere una forma di resistenza.
In un film che richiama alla mente i grandi della comicità, come Woody Allen e Nanni Moretti, Asgari racconta la storia di un regista intrappolato nella burocrazia e nella censura, impegnato in una battaglia surreale per riuscire semplicemente a proiettare il proprio film. Divine Comedy (disponibile nelle nostre sale dal 15 gennaio grazie a Teodora Film) è sì una commedia, ma è soprattutto il ritratto di un uomo che trova il coraggio di dire no, di superare i limiti che gli vengono imposti, e di rivendicare uno spazio di libertà in un sistema che vorrebbe negarlo. In questa ostinazione, ironica e fragile, si riflette oggi più che mai il destino di molti artisti iraniani.
Abbiamo avuto il grande piacere di incontrare Ali Asgari, che con passione ci ha raccontato del suo ultimo lavoro.

Kafka a Teheran (2023)
Nel film vediamo come sia la lentezza della burocrazia iraniana (da lei descritta) a dare ritmo a tutta la narrazione. Qual è il motivo di questa scelta?
Fin da quando ho voluto fare questo film, pensavo a un mise-en-scène del genere perché la storia parla proprio di questa assurdità che esiste in Iran. Quindi anche nel racconto narrativo, ho cercato di mostrare questa assurdità. Pensavo ad un regia che aggiungesse un po' a questa assurdità, quindi non doveva essere una regia classica, con campo contro campo e tutte queste cose. Questa regia, per me, era uno "stile" per raccontare questa assurdità che esiste.
All’interno del film viene pronunciata la battuta: “I'm astonished by cinema”. Anche a lei capita di sentirsi così?
Sì, il film parla dell'amore per il cinema e per gli attori. Ci sono tanti riferimenti anche alla mia passione per il cinema italiano, sono stato molto ispirato da questa cinematografia. Con il termine “astonished” interpreto il mio stato d'animo nei confronti della Settima Arte. Io vedo molti film ogni giorno, ogni mese. Per me, guardare i film sul grande schermo è sempre stato essenziale, mi sono sempre rifiutato di guardare qualcosa sul cellulare, sul laptop. Per me era molto importante esprimere, attraverso quest'opera, il mio profondo amore per il cinema.
Nel film mi è sembrato chiaro che lei senta il bisogna di intraprendere anche un discorso (estremamente attuale anche da noi in Italia) sul divario che non dovrebbe esistere tra cinema d’autore e cinema mainstream, poiché entrambi meritano di esistere e hanno ognuno il proprio pubblico. É una questione su cui ha ragionato durante le riprese?
Anche se faccio film in Iran, questo non vuol dire che sto parlando esclusivamente dell’Iran. Cito un grande maestro che dice: “quando vuoi fare un film per un pubblico internazionale, devi fare un film locale, e prima o poi quel film diventerà un film internazionale”.

Divine Comedy (2025)
Infatti, mi ha colpito e ho apprezzato molto come il suo film voglia mostrare cosa significhi davvero lavorare nel mondo della produzione cinematografica e i problemi che ci si ritrova ad affrontare. Tornando all’inizio di Divine Comedy, quando il regista scopre che il suo film è stato censurato a causa della presenza di un cane, si fa notare come in Iran ci si concentri su un animale in scena mentre nel resto del mondo si dibatte sull’utilizzo dell’AI nel cinema. A questo proposito, lei cosa ne pensa dell’intelligenza artificiale e degli sviluppi che può portare nel settore cinematografico?
Io non ho paura dell'intelligenza artificiale, perché per ora, poi non so tra dieci o vent’anni, sentiamo ogni giorno una cosa nuova, e sempre più assurda sull’AI. Ieri ho sentito qualcuno che mi diceva che stanno allungando la vita dell'essere umano tramite l’AI, e non so come siano possibili tutte queste cose. Nel film volevo anche fare dell'ironia, e scherzare sull'assurdità del mondo moderno, sul cinema e su me stesso. Infatti al protagonista (Bahram Ark, n.d.r) gli viene chiesto, “ma tu hai fatto un film un po' brutto di Ali Asgari?” - Bahram è stato veramente l'attore di un mio film che ha avuto dei problemi (in Iran n.d.r) - e lui risponde di no, che il film è stato girato tramite l'AI. Ci sono molti riferimenti alla tematica dell'intelligenza artificiale, ad esempio, in un'altra scena, vediamo i personaggi al bar che stanno parlando di come si relizeranno i film e che non sarà più necessario andare su un set.
Nel suo film ci sono tanti elementi di comicità grottesca - non ha caso ha detto di ispirarsi molto alla commedia italiana - e per certi versi quasi surreali per il contesto nel quale è ambientata la storia. Si potrebbe, però, dire che l’aspetto più surreale del film è l’idea di un artista che non accetta i limiti che gli vengono imposti. Ce ne vuole parlare meglio?
All'inizio, quando tutti mi chiedevano “perché vuoi adoperare questo titolo?” io rispondevo che, per me, la storia che volevo raccontare non era solo quella di un regista che vuole proiettare il suo film, ma di qualcuno che vuole trovare salvezza attraverso il dire di no. Perché noi esseri umani siamo costantemente costretti ad accettare tutte le regole che vigono nel Paese dove viviamo, nel mondo in generale, nella famiglia, ecc., il mio protagonista invece decide di trovare la salvezza attraverso il "dire di no". La connessione con la Divina Commedia si trova nel fatto che anche l'opera di Dante parla di qualcuno che si sposta dal buio fino alla luce, dall'inferno al paradiso. Anche il mio protagonista affronta un percorso per trovare la salvezza, il paradiso, sulla terra questa volta. Quindi era una cosa molto importante per me che questo aspetto del film emergesse, non volevo semplicemente vederlo come un lungometraggio sulla censura. Era importante vedere il film dal punto di vista di un essere umano, di qualcuno che vuole trovare questa salvezza attraverso il dire dei no, attraverso il rompere tutte queste regole che esistono intorno a noi.

I protagonisti di Divine Comedy (2025)
Come ha appena detto lei, non è solo un film sulla censura, ma possiamo dire che è un tema centrale. Negli ultimi anni, soprattutto, possiamo dire che il cinema iraniano ha fatto parlare di sé non solo attraverso i film, ma purtroppo anche attraverso la cronaca, penso a registi che sono stati arrestati o che sono dovuti scappare dal Paese. É interessante, però, come lei racconti questi aspetti con uno sguardo ironico. Quindi vorrei chiederle come si riesce a raccontare il lato comico anche nei contesti più drammatici?
Questa è una cosa molto importante e centrale per me, raccontare qualcosa attraverso l’ironia, perché, come lei ha detto, quando parliamo di cinema iraniano pensiamo subito a film scuri, amari, che parlano esclusivamente di problemi sociali, senza pensare neanche per un minuto alla speranza. Io non volevo ripetere tutte queste cose, perché ognuno di noi ha ormai ben chiara la terribile situazione dell'Iran. Questa volta volevo raccontare una storia in un modo più semplice, anche per lo spettatore. Il pubblico ha il diritto di ridere in alcuni momenti. Anche perché, come ho detto, il cinema non è solo un palco per trattare di politica, ci può essere anche la possibilità di ridere. La risata, in questo film, non è solo una risata. Per me ridere è un potere, un mezzo di resistenza. Quando ridi in un sistema (come quello iraniano n.d.r) non è solo un "ridere normale", è come un’arma. Possiamo dire, in questo caso, che la risata diventa un atto politico. Quindi quando ridi, tu stai compiendo un atto politico. Bisogna sempre reagire, attraverso la risata e il lavoro, lo dico sempre, perché ci sono dei registi in Iran che dopo che la situazione culturale è diventata più complessa non lavorano più, io dico sempre che lavorare è un atto di resistenza, se tu in questo sistema stai in silenzio, che significa?
Quando tu continui a lavorare, anche in un sistema così complesso, e trovi il modo di esprimere te stesso significa che non ti stai arrendendo. Nel mio caso, dicendo una cosa pesante con ironia, è più facile raccontare al pubblico una storia.
Pensa che il film verrà proiettato in Iran? C'è qualche possibilità?
No. Ho girato cinque film finora e nessuno è uscito in Iran. Questo non significa che non proiettiamo proprio il film, non lo proiettiamo in un modo legale, (il regista ride n.d.r.). Perché i miei film sono stati tutti girati in modo clandestino. In Iran i miei lavori sono proiettati in una maniera molto "underground" e senza guadagni, proiettiamo su internet, mettiamo il link su telegram, su whatsapp e tutte queste cose. Comunque per me è molto importante, quando faccio un film, che la gente iraniana lo veda, quindi cerco sempre di trovare un modo per distribuirlo, in un certo senso. Per esempio il film precedente, Kafka a Tehran, è stato visto da tante persone, più di dieci milioni, è stato proiettato su instagram, su telegram, su internet, non ci sono stati ritorni economici, ma la mia gioia è stata grande.

Una sequenza del film
A livello di resistenza e sovversione politica, secondo lei il cinema indipendente iraniano che ruolo potrà avere nei prossimi anni?
Il cinema è un mezzo molto potente, ma questo non significa che può cambiare velocemente una determinata situazione. Ci vuole tempo per il cambiamento. In questi anni il nostro cinema sta avendo un ruolo molto importante fuori dall’Iran. Ghandi diceva di voler combattere attraverso la pace, il cinema ha questo ruolo: come Ghandi resiste tramite la pace, non è una resistenza armata. Ci vuole pazienza.
Tornando al suo film, volevo chiederle qualcosa di più sul tema musicale, perché comunque la musica detta un po' il tono. Ero curiosa di sapere come è nata la colonna sonora, se aveva già in mente le musiche o se sono arrivate nel corso della lavorazione
No, ho pensato fin dall'inizio alla musica jazz, perché, come dicevo, c'è questa assurdità (la burocrazia e la censura all’interno del film n.d.r.) e pensavo che il jazz potesse essere il genere giusto per esprimerla, come vediamo nelle pellicole di Woody Allen. Infatti, la reference principale di Divine Comedy e sempre stato il cinema di Woody Allen, anche l'attore del film sembra un po' il Woody Allen degli anni '70.
Come ha appena ricordato il suo film è molto influenzato dalla filmografia Woody Allen, sopratutto quella degli anni ’70, però, come dicevamo, si nota anche l'influenza della commedia italiana, sempre degli anni ’70 e ’80, dove come lei sa avendo studiato qui, erano anni dove la censura era molto pesante e la commedia era uno dei pochi generi che potesse "raggirarla". Quindi volevo chiederle quali fossero i registi italiani che l’hanno influenzata o di cui ammira il lavoro.
Io ho cominciato a vedere film grazie al cinema italiano. La commedia all’italiana è stata parte della mia formazione. Dino Risi, Ettore Scola, Mario Monicelli, sono profondamente legato a tutti questi registi, e poi io amo Nanni Moretti, molto, moltissimo. E anche in questo film ho preso molta ispirazione da Moretti, soprattutto il suo modo di scrivere i dialoghi, la sua assurdità. Una cosa molto interessante è che ho visto Caro Diario (1993) dieci anni fa, e poi non l’ho più visto, l’ho amato molto ma non ho più avuto la possibilità di rivederlo. Quando ho finito Divine Comedy l’ho fatto vedere ad alcuni amici, tra cui due amici italiani, che subito dopo mi hanno detto che è il mio film era "molto Nanni Moretti". Quando l'ho rivisto ho notato che ci sono due o tre battute che sono estremamente simili a dei dialoghi di Caro Diario. Non lo avevo notato fino a quel momento, ma comunque c'è questa ispirazione inconscia molto importante. Anche Nanni Moretti ha visto il film, l'ha amato, mi ha detto che gli è piaciuto, ha anche visto il film precedente, mi ha scritto.
Come si è sentito nel ricevere i complimenti di un regista che ama molto?
È stata una gioia, è molto importante per me quando un regista che stimo vede i miei film e apprezza l'influenza che ha esercitato su di me.
Il trailer di Divine Comedy (2025)