

Il cinema di Osgood Perkins:
tra demoni ereditati e solitudini in campo lungo,
di Francesco Sellitti
TR-151
13.06.2026
Anni bui sono state le recenti decadi per gli appassionati del genere horror. Sfilze di remake mal recepiti (o mal realizzati), orde di pellicole superficiali e stilisticamente fin troppo simili e franchise che si trascinavano decomposti come zombie osteoporotici sembravano aver segnato la morte (quantomeno da un punto di vista della valenza critica) del genere dello spavento. Qualcosa però è mutato e, come per miracolo, l’horror sembra stia non solo risorgendo, ma vivendo un vero e proprio rinascimento pari a quello della cultura classica nell’Italia cinquecentesca.
Fra il 2017 e il 2018, grazie a film come Get Out (2017) di Jordan Peele e Hereditary (2018) di Ari Aster, l’approccio di spettatori e critica al genere sembra essere cambiato, fino a riscoprire delle potenzialità troppo a lungo sopite e al punto da coniare un'entusiastica denominazione per segnalare le nuove perle del terrore: elevated horror. Da allora il genere e la sua estetica hanno trovato progressivo successo anche nel pubblico generalista, giungendo persino a ottenere un’ampia rappresentazione durante l’ultima edizione della cerimonia degli Academy Awards attraverso numerose candidature e premiazioni per film come Frankenstein (2025) di Guillermo Del Toro, Sinners (2025) di Ryan Coogler e Weapons (2025) di Zach Cregger.
All’interno di questo emergente e splendidamente macabro panorama, oltre agli ormai celeberrimi Aster, Peele e Eggers, si stanno progressivamente facendo strada autori con una forte cifra stilistica, in grado di poter continuare a restituire sempre maggior dignità a un genere troppo spesso bistrattato. È proprio l'estetica e la poetica di uno di questi nomi che oggi teneteremo di analizzare, osservando una filmografia che rappresenta il perfetto connubio tra regia e sceneggiatura. Lettrici e lettori: Osgood Perkins.

Osgood Perkins a lavoro sul set
L’esordio: The Blackcoat’s Daughter (February - L'innocenza del male, 2015)
Figlio dell'attore Anthony Perkins, Osgood Perkins (Oz per gli amici) non è propriamente un novellino all’interno del panorama cinematografico: esordisce alla regia nel 2015 con The Blackcoat’s Daughter (conosciuto anche come February) e da allora la sua produzione sarà interamente dedicata al genere horror. February (oltre a essere il mese di nascita di Perkins) narra la storia di tre ragazze legate a un collegio femminile cattolico, la Bramford Academy, attraverso due linee narrative parallele: in una, due studentesse, Kat (Kiernan Shipka) e Rose (Lucy Boynton), devono trascorrere alcuni giorni in più durante le vacanze invernali nell'istituto, in attesa dei rispettivi genitori, mentre nell’altra una ragazza di nome Joan (Emma Roberts), nel tentativo di raggiungere il medesimo luogo, si imbatterà in una ambigua coppia sposata.
La narrazione rivela gradualmente un legame inquietante tra le tre donne: la storia è in realtà un unico, tragico racconto di possessione demoniaca e violenza che si snoda su diverse linee temporali. Dopo aver perpetrato una serie di omicidi come sacrificio per un demone, Joan, non altri che Kat nel futuro, ritorna alla Bramford per tentare di rievocare la malvagia identità di cui sente la mancanza. Nonostante l’abbia spinta a commettere atti atroci, tra cui uccidere e decapitare la stessa Rose, lo spirito oscuro rappresentava per lei una presenza confortevole, una soluzione allo stato di abbandono in cui vive. Una volta tornata a Bramford però, nonostante abbia sacrificato due nuove vittime (per una macabra ironia del destino proprio i genitori di Rose, incontrati casualmente nel percorso), nulla pare essere rimasto, neppure il demone. Tutto è freddo, tutto è silenzio, e in mezzo alla neve Joan si dispera. Da sola.
Sul piano formale The Blackcoat’s Daughter utilizza quindi una narrazione non lineare che, nonostante una scansione in tre sezioni (denominate rispettivamente Rose, Joan e Kat), concepisce l’ordine misto degli avvenimenti tra passato e futuro come un vero e proprio puzzle che lo spettatore è chiamato a ricomporre per comprendere appieno la vicenda. Flashback e flashforward si intrecciano continuamente, alternando diversi punti di vista sui medesimi avvenimenti e infondendo nel pubblico un senso di spaesamento e inquietudine quasi al pari di quello vissuto dai personaggi raccontati. Queste sensazioni non sarebbero altrettanto impattanti se non fosse per altri due elementi: la caratterizzazione del sovrannaturale e la sua messa in scena.

Joan (Emma Roberts), in una sequenza del lungometraggio
Il demone di The Blackcoat’s Daughter è l’equivalente di un burattinaio, un’entità ingannatrice che si insinua nella mente e nel corpo della piccola Kat sfruttando le sue debolezze psicologiche e presentandosi come soluzione a ogni sofferenza. Emblematiche sono le parole rivolte dalla ragazza allo spirito una volta completato il suo esorcismo: “Don’t go”. La giovane chiede all'entità di non abbandonarla con le lacrime che le solcano il volto. La crudeltà del demone, inteso come falsa speranza, è forse però ancor più manifesta nel finale della pellicola, in cui, nonostante tutti i suoi sforzi per ritrovarlo, Joan/Kat fallisce. Il maligno non ha più bisogno di lei, e l’abbandona, riaprendo nella giovane non solo la stessa ferita che aveva tentato di colmare con la sua evocazione, ma aggiungendo a essa il terribile senso di colpa per le atrocità commesse.
Il demone di The Blackcoat’s Daughter ha principalmente due modalità di rappresentazione. La prima è esplicita, attraverso la manifestazione in forma di ombra che disegna una sagoma nera con due lunghe corna, la seconda è ambientale, ed è quella attraverso cui Perkins inizia a definire la propria cifra stilistica. La presenza di questa figura è costantemente suggerita dall’isolamento dei personaggi, tanto in sequenze narrative quanto nella messa in quadro. Spesso i protagonisti della storia si ritrovano a muoversi da soli per svariati minuti in ambienti vuoti, silenziosi, che mantengono lo spettatore (soprattutto abituato al genere horror) costantemente all’erta, pronto a scommettere sulla prossima apparizione dell’oscuro burattinaio. Quando Rose attraversa i piani vuoti della Bramford, il pubblico sa che non è davvero sola, lo sente, e avverte esso stesso la presenza malefica sempre in agguato.
Proprio per questa sapiente costruzione il finale risulta ancora più destabilizzante, perché, come per la ragazza, anche per chi guarda il film si manifesta la “delusione” data dalla mancanza di quella presenza che unifica l'intera opera. The Blackcoat’s Daughter fa sì che anche il pubblico si senta abbandonato. Oltre a questo, per meglio ancora comunicare questo oppressivo senso di isolamento, Perkins inizia timidamente a sperimentare con la costruzione di inquadrature inconsuete, in cui ampie porzioni dell’immagine sono occupate da spazi vuoti. Non sono molte, ma inconsciamente tendono a stranire l’occhio di chi guarda.

Il covo del maligno
La definizione stilistica: I Am the Pretty Thing That Lives in the House (Sono la bella creatura che vive in questa casa, 2016)
Con il suo film successivo, I Am the Pretty Thing That Lives in the House (che per praticità editoriale abbrevieremo in Pretty Thing), Perkins decide di esplorare più a fondo le potenzialità espressive di questo suo isolamento cinematografico, e quale maniera migliore per farlo se non con una storia di fantasmi? Il racconto segue Lily Sailor (Ruth Wilson), un’infermiera ingaggiata per assistere a tempo pieno l’anziana Iris Blum (Paula Prentiss), autrice di romanzi dell’orrore ormai affetta da demenza senile. Lily è un tipo facilmente impressionabile, ma sarà costretta ad affrontare le proprie paure nel momento in cui inizierà a credere che la tenuta Blum sia infestata, in particolare dallo spirito protagonista di uno dei romanzi della Blum, The Lady in the Walls.
Tutta la vicenda viene narrata della voce fuori campo della protagonista, la quale, sin dalla sua presentazione, ci pone davanti alla sua condizione peculiare: appena entrata in casa, Lily si ferma, fissando dritto davanti a sé, scrutando direttamente in camera e facendo in questo modo sentire osservato lo spettatore. Non sembra però una rottura della quarta parete: la donna guarda innanzi a sé, e la camera (noi) si trova esattamente a livello del suo sguardo, ma è come se guardasse oltre. Per lei noi non ci siamo, noi possiamo vederla ma lei non può fare altrettanto, anche se la sua voce fuoricampo, appartenente al suo prossimo futuro, dialoga direttamente con il pubblico.
"The pretty thing you are looking at is me. Of this I am sure. My name is Lily Saylor. I am a hospice nurse. Three days ago, I turned 28 years old. I will never be 29 years old". Lily è un fantasma, ma non sappiamo come, quando o perché. Questa sinestesia narrativa acquisisce ancora più forza grazie all’utilizzo di una tipologia di inquadratura sperimentata saltuariamente in The Blackcoat's Daughter, ma che da Pretty Thing in avanti diventerà una delle impostazioni estetiche più distintive del regista e che in suo onore battezzeremo qui come Perkins shot.

Lo sguardo "cieco" di Lily Sailor (Ruth Wilson)
Il Perkins shot è definito principalmente da due elementi: l’isolamento del soggetto rappresentato e la sua posizione. La prima condizione è abbastanza semplice da ottenere, basta che all’interno dell’inquadratura il soggetto sia solo (a voler essere precisi esiste qualche piccola eccezione, ma nella stragrande maggioranza dei casi non sono presenti altri personaggi). La seconda condizione è un po’ più difficile da definire perché va a coinvolgere la composizione della fotografia, considerando la griglia tecnica della regola dei terzi, il soggetto viene posto canonicamente o in corrispondenza delle due verticali o in mezzo alla colonna centrale, mentre ciò che più stranisce è la collocazione della linea del suo sguardo.
Quest’ultima viene collocata in un’area compresa tra l’orizzontale inferiore e un’altra linea immaginaria orizzontale in corrispondenza del centro dell’inquadratura. Questo causa contemporaneamente uno straniamento per lo spettatore, abituato a una grammatica compositiva molto più armonica, classica, e dall’altra va a creare un predominio dell’ambiente sul soggetto, schiacciandolo, opprimendolo, isolandolo. Probabilmente a livello manualistico sarebbe considerata una composizione sbagliata proprio a causa di questa enorme presenza di vuoti nell’immagine, ma all’interno della produzione di Perkins questa assume un preciso significato semiotico, in cui il soggetto diventa vittima della sua illusione di controllo sullo spazio circostante, dimostrandosi in balia degli ambienti e delle forze che li abitano e governano.
Bisogna ammetterlo, a livello prettamente narrativo in Pretty Thing accade ben poco: Lily passa gran parte del tempo a occuparsi di faccende domestiche e a ricercare indizi sul fantasma che infesta la casa, il tutto spesso in silenzio, lentamente. Il focus del film è chiaramente diverso. L’opera sembra indirizzata a una analisi con relativa messa in pratica della costruzione tensiva: come già iniziato a sperimentare in The Blackcoat’s Daughter, in Pretty Thing vengono esasperate le sequenze di possibile minaccia per la protagonista. Inquadrature lunghe, spesso statiche o dai movimenti lentissimi e limitati, seguono le azioni semplici di Lily che, coadiuvate da un sapiente uso dei Perkins shot, diventano profondamente inquietanti a causa delle ampie porzioni di vuoto da cui potrebbe scaturire una nuova minaccia.

Il vuoto che fagocita i protagonisti
Perkins conosce bene la grammatica mainstream del jumpscare e la usa a suo vantaggio per scardinarla e mantenere lo spettatore in uno stato di tensione costante che non sempre culmina con uno spavento catartico, anticipando l’operazione che qualche anno dopo verrà esasperata da Kyle Edward Ball con Skinamarik (2022). Pretty Thing non sarebbe un vero film di fantasmi senza delle apparizioni fantasmatiche. Queste sono classificabili in tre tipologie, ognuna con una differente estetica.
La prima ci mostra la sagoma del defunto sfocata, colta in un lentissimo movimento sospeso nel tempo, calata in uno spazio nero privo di alcun riferimento; la seconda vede lo spirito, ancora sfocato, apparire, muoversi e scomparire all’interno della tenuta Blum, spesso invisibile agli occhi dei suoi inquilini; la terza ritrae il fantasma come entità definita, pienamente visibile agli occhi dello spettatore e dei personaggi diegetici viventi. È utile tenere a mente come queste ultime apparizioni fungano tanto da manifestazione fantasmatica quanto da flashback, finendo per collidere e sovrapporsi nel finale della pellicola.
È dunque plausibile interpretarle come espressioni di un diverso grado di realtà/rappresentazione: tanto più il mistero legato all’entità viene svelato, tanto più questa diventa visibile, conoscibile. Evidentemente però per Perkins questa conoscenza equivale a una condanna, in quanto sia Lily che la signora Blum, una volta interagito con l’apparizione più reale del fantasma della Lady in the Walls, muoiono, finendo con l’unirsi a lei nel regno degli spiriti, divenendo nuove entità infestanti per i successivi inquilini. Il mistero non viene dunque risolto e anzi si tramuta in maledizione destinata a perpetrarsi ancora e ancora.

Lo spettro riflesso negli occhi della protagonista
La consacrazione: Longlegs (2024)
Dopo aver diretto la rivisitazione horror di una fiaba tratta dai Grimm, Gretel e Hansel (2020), Oz Perkins torna anche alla scrittura con il film che lo porterà, definitivamente, ad essere conosciuto e apprezzato dal grande pubblico: Longlegs. Anni Novanta, grazie alle sue capacità sensitive, l’agente FBI Lee Harker (Maika Monroe) viene assegnata alla squadra dell’agente speciale Carter (Blair Underwood), impegnata da tre decenni in un'indagine su dieci inquietanti casi di omicidio-suicidio. In ogni episodio, un padre stermina la propria famiglia, inclusa sempre una figlia nata il giorno 14, prima di uccidersi. Nonostante l'assenza di tracce forensi di estranei, ogni scena del crimine presenta un messaggio in codice firmato "Longlegs", la cui grafia non è riconducibile ad alcuna delle persone coinvolte. Lee riuscirà a dare una svolta decisiva alle indagini, ma si troverà molto più coinvolta nel caso di quanto non avrebbe creduto.
A livello estetico e tematico, Longlegs rappresenta la summa della poetica perkinsiana. Il Perkins shot trova qui nuova linfa, arrivando a isolare non più solo dei personaggi fisicamente separati come in Pretty Thing (pochi protagonisti che vivono da soli in una villa solitaria) ma anche personaggi che si trovano in presenza di altri, con una particolare ossessione per il posizionamento centrale del soggetto nell’inquadratura. Anche nelle scene di dialogo sono molto rari i framing in cui i personaggi coinvolti si trovano tutti contemporaneamente nell’immagine: l’universo narrativo di Perkins sembra configurarsi come un sistema di monadi, ognuna in balia di un'oscura figura che ne manipola l'esistenza. Dopo The Blackcoat's Daughter, infatti, torna a sconvolgere le vite dei protagonisti una potente entità, in questo caso il diavolo.
Rispetto alla presenza di The Blackcoat's Daughter però, il diavolo di Longlegs è molto più ingegnoso e ludico. Il suo comportamento è molto simile a quello dei migliori serial killer delle narrazioni thriller (non a caso testate come Wired hanno definito Longlegs come “Il silenzio degli innocenti del nuovo millennio”): una volontà crudele che brama dolore e distruzione e che anela a essere scoperta per mettere alla prova il proprio potere e riaffermare il proprio dominio. Tutte le vicende macabre mostrate nell'opera sono il frutto di diaboliche macchinazioni da cui non sembra possibile sfuggire, rendendo l’essere umano una semplice creatura che annaspa fra i mali del mondo tentando in ogni modo di sopravvivere ricorrendo alle soluzioni più brutali.

Il progetto del demonio, o meglio dell’uomo del piano di sotto, non sarebbe possibile senza l’aiuto di alcuni complici. Le sue fugaci apparizioni materiali, di fatto, non interagiscono fisicamente con l’ambiente circostante e ricordano stilisticamente una sintesi tra il design del demone di The Blackcoat’s Daughter e le modalità di comparsa di Pretty Thing, oltre a un pizzico di The Exorcist (L'esorcista, 1973) quando si mostra il volto del maligno, con i suoi occhi gialli che rapidamente svaniscono una volta inquadrati. Il braccio destro del diavolo è proprio colui che si fa chiamare Longlegs, un costruttore di bambole satanista che, attraverso delle versioni maledette delle sue creazioni, diffonde il male nelle famiglie selezionate dal demonio.
Longlegs (interpretato da un inquietante Nicolas Cage, produttore oltre che attore della pellicola e innegabile contributo alla diffusione del film) è però un tipo troppo appariscente e decisamente poco rassicurante, il che non lo rende un ottimo candidato per farsi introdurre di buon grado nelle case della gente: un uomo innaturalmente pallido, dall’atteggiamento infantile e schizofrenico. Qui entra in gioco Ruth (Alicia Witt), madre di Lee nonché collega di Longlegs.
La donna, travestendosi da suora, si spaccia per un’inviata della chiesa con il compito di recapitare un dono alle famiglie (le bambole maledette) e di verificare che le mattanze volute dall’uomo del piano di sotto si svolgano come previsto. A differenza del satanista Longlegs, Ruth si è trovata costretta a lavorare per il diavolo, in quanto se non l’avesse fatto quest’ultimo avrebbe preso sua figlia Lee. Come racconta la stessa donna, al momento dell’arrivo nefasto lei e sua figlia vivevano in una condizione di totale isolamento, senza nessuno in grado di far fronte alla incombente minaccia.

Nicolas Cage nei panni di Longlegs
"Once upon a time there was a girl named Lee. She lived in a little house with her mother and no one ever came to visit them. No family. No big, bad wolves. No anyone. One day, a man did come: a doll maker".
Ruth dunque sacrifica sé stessa nello spirito attraverso il sacrificio, nella carne, di altre famiglie pur di salvare quel che rimane della propria. Ma dov’è il resto della famiglia? Della figura del marito, il padre di Lee, nulla viene detto. Tuttavia, questo potrebbe risultare un dettaglio significativo: le bambole di Longlegs hanno sempre effetto principalmente sui padri nelle famiglie designate, i quali, impazzendo, uccidono mogli e figli prima di suicidarsi. Nel momento in cui Longlegs si reca a casa di Ruth, il marito non c’è già più. Perché dunque colpire quella casa? Qual è il motivo di questa eccezione in un piano omicida così metodico? Provando a interpretare, il diavolo potrebbe essere inteso come una metaforizzazione di una figura paterna maligna, un perverso patrigno che soggioga Ruth tenendo sotto scacco la figlia.
Come in The Blackcoat's Daughter, il demonio può essere letto come un’entità affabulatrice, che riempie con l’inganno una mancanza affettiva portando le sue vittime alla distruzione propria e altrui. Il diavolo viene accostato all’interno del film in almeno due occasioni alla figura paterna: durante il test di capacità sensitive, davanti all’immagine di un triangolo rovesciato (successivamente indicato come simbolo del demonio), Lee associa istintivamente il l'immagine alla parola “padre” e durante il colloquio fra Lee e Longlegs, dove quest’ultimo afferma che dopo la sua morte sarà “un po’ dappertutto, ad aspettare dietro le quinte tra le ali del padre”. Il diavolo viene quindi definito attraverso questa figura e perpetra le proprie mattanze proprio per mano dei padri.

Ruth (Alicia Witt), complice del demonio
La perversione orrorifica assume quindi un duplice rovesciamento: sul piano religioso, considerando la dottrina cristiana (non a caso Ruth si traveste da suora) Dio è definito come padre benevolo, mentre in Longlegs questo ruolo viene affidato a Satana, un padre malevolo; sul piano sociale, la figura del padre è tradizionalmente legata al ruolo di protettore della famiglia, mentre in Longlegs ne diventa il principale distruttore.
Il rapporto tra il demonio e Ruth può, secondo questa logica, essere paragonato a una relazione tossica: sebbene non vi sia amore tra le due parti, si viene a formare un fortissimo rapporto di codipendenza, la cui rottura viene vista come qualcosa di potenzialmente letale: durante la festa di compleanno della figlia dell’agente Carter (prossima famiglia obiettivo del diavolo), alla richiesta di spiegazione da parte di Lee, Ruth afferma che “se loro non muoiono, noi bruceremo e ci contorceremo all’Inferno per tutta l’eternità”. Ruth continua a “stare” con Satana, il padre malevolo, perché lasciarlo significherebbe per lei e la figlia la morte, probabilmente dovuta a una sua vendetta.
Nel finale del film Lee diventa conscia di tutta la verità su di sé e sul caso Longlegs pagando un prezzo molto alto, trovandosi costretta a uccidere la madre e, in questo modo, interrompendo il suo diabolico compito, rifiutandosi di esserne complice. Quando però tenta di distruggere l’ultima bambola con un colpo di pistola, questa si blocca misteriosamente: il diavolo non può essere sconfitto così facilmente. La maledizione dell’uomo del piano di sotto non viene dunque spezzata, ma Lee decide di ostacolarla come meglio può: sebbene non possa liberarsi della presenza del maligno, può comunque tentare di affrontarla.

Una scena del film
La sperimentazione: The Monkey (2025)
Perkins giunge quindi a concepire il rapporto con eventi malefici non solo come semplice vessazione subita dalla vittima, ma come fardello: seppur non sia necessariamente colpa del soggetto entrare in contatto con il male, diventa sua responsabilità evitarne la proliferazione. Questo concetto diviene centrale nel successivo film del regista, The Monkey. Dopo aver rinvenuto una vecchia scimmia giocattolo meccanica appartenuta al padre, i gemelli Hal e Bill assistono a una serie di morti orribili che si verificano ogni volta che il giocattolo suona il suo tamburello. Consci del pericolo, decidono di gettare l'oggetto in un pozzo. Anni dopo, però, la scimmia ricompare inspiegabilmente in città, suonando il suo mortale tamburello, e così i fratelli, ormai adulti, si riuniranno per trovare e distruggere il giocattolo una volta per tutte.
The Monkey non è un soggetto originale di Perkins, bensì tratto da una novella omonima di Stephen King. Tuttavia, se mettiamo a confronto i due testi, quello letterario e quello filmico, sarà facile notare come il cineasta abbia mantenuto solamente il concept della scimmia giocattolo e un paio di personaggi dal racconto originale, costruendo una narrazione espansa, ristrutturata e diversissima in quanto a tema e tono. Nell’opera originale, il protagonista è l’adulto Hal che trova assieme alla sua nuova famiglia, composta da moglie e due bambini, la vecchia scimmia giocattolo maledetta di cui credeva essersi sbarazzato. Notando il pericoloso fascino che l’oggetto causa su di lui e sulla sua famiglia, decide di gettare il giocattolo nel fondo di un lago.
La novella, in pieno stile kingiano, racconta passato e presente di Hal attraverso il suo flusso di pensieri e si focalizza sul terrore psicologico che la presenza e l’influenza della scimmia generano nell’uomo e i suoi familiari, soprattutto il suo figlioletto Petey. Perkins adotta una struttura simile, seppur cronologicamente più ordinata, ma cambia invece completamente registro, trasformando lo stress psicologico dei suoi personaggi in ironia drammatico-ludica per lo spettatore, grazie all’inserimento di numerose (anzi numerosissime) morti cruente e spettacolari causate dal tamburellare della scimmia.

Questo cambio stilistico ben preciso è esplicitato da una modifica nel design stesso della scimmia: nel racconto di King, l’animale ha nelle mani dei piatti metallici il cui ossessivo jang-jang-jang-jang si insinua nella mente di Hal e preannuncia una morte improvvisa, ma estremamente verosimile nel proprio contesto, che può colpire indistintamente uomini e animali; nel film di Perkins, la scimmia suona un tamburello mentre è accompagnata da una allegra musichetta circense, questo subito prima di causare morti sì improvvise, ma fuori da ogni consueta logica. Un esempio su tutti: la morte della babysitter dei ragazzi. In King la ragazza muore nel proprio appartamento, uccisa dal compagno della propria coinquilina durante una lite conclusasi con una sparatoria; in Perkins, la ragazza perisce in un ristorante, in compagnia dei gemelli, uccisa dal brusco movimento di un avvenente cuoco che, nel tentativo di sedurre la giovane, finisce invece per decapitarla, facendone rotolare la testa sulla griglia ancora calda e lasciandola sfrigolare.
Il differente approccio sembra evidente. Da notare come per la prima volta Perkins abbia deciso di inserirsi all’interno di una propria pellicola, interpretando lo zio adottivo dei gemelli e facendo una fine orribile: schiacciato da una carica di 67 cavalli selvatici nel suo sacco a pelo, in campeggio. L’iperbole enfatica in questo caso sul numero dei cavalli va a sottolineare l’approccio ludico con cui il film vuole costruire il proprio show: in netto contrasto con le proprie produzioni precedenti, Perkins scrive e dirige un horror comico che “scimmiotta” pellicole alla Final Destination, in cui è l’originale modalità di morte a essere lo spettacolo principale. Il tema della morte non è tuttavia banalizzato, anzi, diviene elemento centrale: la scimmia non utilizza un criterio specifico per selezionare le proprie vittime (o quantomeno, quasi mai), così come agisce la morte nella nostra realtà, e nessuno può farsene una colpa.
Nel suo adattamento, Osgood Perkins oltre a rendere i due fratelli gemelli (interpretati entrambi da adulti da Theo James) li rende antagonisti: Bill è convinto che Hal, azionando la scimmia, abbia causato la morte della madre, così decide di ripagarlo con la stessa moneta, azionando la scimmia fino a quando il fratello non sarà morto. Bill non riesce però nel suo intento proprio perché la morte non segue uno schema, coglie le sue vittime a caso nelle maniere più disparate. Forse è opportuno ricordare un dettaglio della vita di Perkins: la madre, l’attrice Berry Berenson, morì l’11 settembre 2001 a bordo di uno degli aerei che si abbattè sulle Torri Gemelle. Una morte improvvisa, destabilizzante, assolutamente imprevedibile. Eppure è necessario andare avanti. Forse anche per questo il regista sceglie di inserirsi proprio in questo film, una esorcizzazione apotropaica del destino di ogni essere vivente, cineasti inclusi.

La diabolica scimmietta
Da un punto di vista prettamente formale, il Perkins shot torna a dominare anche questa pellicola, seppur non in modo maniacale come in Longlegs e probabilmente per un motivo preciso: come è stato analizzato in precedenza, questo tipo di inquadratura è fortemente legata al senso di isolamento, e The Monkey è un film che tematicamente cerca di superare e risolvere l’isolamento dei suoi personaggi. Il protagonista Hal, costante vittima di bullismo da parte del fratello in giovane età, è divenuto un adulto solitario che, oltre ad aver progressivamente perso i contatti con Bill proprio a causa del suo comportamento, rischia di perdere l’affidamento del figlio, l’adolescente Petey.
La ricomparsa della scimmia sarà dunque il banco di prova di Hal per affrontare le proprie insicurezze e tentare di ricostruire il rapporto perduto con il fratello e il figlio, abbandonando quindi la vita solitaria e abbracciando la dimensione gregaria familiare, una realtà che ha avuto materialmente poco tempo di sperimentare, data la scomparsa del padre e la successiva morte della madre quando ancora era un ragazzino. In questo contesto, considerando che la scimmia è parte del lascito del padre, il giocattolo demoniaco può essere interpretato come la manifestazione fisica della mancanza affettiva che, qualora non venga affrontata in maniera consona, può generare mostri devastanti.
Seppur nel finale Hal e Petey si trovino da soli in mezzo a una cittadina distrutta dagli interventi sovrannaturali della scimmia, The Monkey è il primo film scritto da Perkins che abbia in un certo senso un lieto fine, o quantomeno una prospettiva propositiva verso il futuro. Certo, un futuro non semplice in cui si è costretti ad accettare e fare i conti con le proprie maledizioni, ma un futuro in cui è ancora possibile continuare a vivere. Dopotutto, la morte è l’unica maledizione di cui nessuno può liberarsi, ma questa condanna non può impedirci di goderci i piaceri e gli affetti che la vita è in grado di offrirci, anche quando ormai tutto sembra perduto.

La terribile morte di Lois Shelburn (Tatiana Maslany)
Analizzando la produzione più strettamente autoriale di Osgood Perkins, considerando dunque solamente i film interamente scritti e diretti dal regista - escludendo quindi Gretel e Hansel e il recentissimo Keeper (2026) di cui potete trovare la nostra recensione - possiamo notare come nel corso di pochi lungometraggi si siano definite una poetica e una estetica peculiarmente indicative dell’autore. I personaggi raccontati dal regista sono caratterizzati da una fortissima condizione di isolamento, espressa a livello estetico dall’angosciante Perkins shot, che li blocca, li separa e li rende facili prede delle minacce esterne. Tale isolamento è spesso dovuto all’assenza di figure genitoriali (in modo particolare quella paterna) che dovrebbero proteggere i propri figli ma che invece permettono che questi si trovino in una posizione di vulnerabilità.
In questo è molto probabile che la vita privata di Perkins abbia avuto un ruolo decisivo, vista la perdita del padre a causa dell’AIDS a soli 18 anni e, come già detto, della madre nell’attentato dell’11 settembre 2001 a 27. Se guardiamo in particolare a film come The Blackcoat’s Daughter e Longlegs, possiamo notare come sia proprio la fragilità psicologica dovuta a una carenza affettiva che crea le condizioni favorevoli per l’ingresso del male nella vita dei protagonisti: i genitori di Kat muoiono tragicamente in un incidente (così pare dalla visione della ragazza), mentre in Longlegs Lee vive completamente isolata in termini fisici e sociali in una casa di campagna, e in entrambe le pellicole il male si presenta a queste persone in piena stagione invernale, quando fuori la neve imbianca la natura e silenzia ogni cosa, chiudendo ciascuno tra le mura delle proprie abitazioni.
Questo male descritto da Perkins sembra inoltre avere una peculiarità ereditaria quasi impossibile da interrompere: Pretty Thing e The Monkey, così come Longlegs, sono esempi perfetti in questo senso poiché raccontano come il tentare di opporsi a un ordine sovra-naturale delle cose non porti altro che alla distruzione. Riprendendo un po’ l’archetipo edipico: quando il re tenta di opporsi all’oracolo nefasto non fa altro che permetterne la realizzazione, o peggio, come in The Blackcoat’s Daughter, portare ad un'atroce consapevolezza. L’unica soluzione dunque è custodire i propri demoni come una scimmia giocattolo chiusa in una scatola, per evitare che possano uscire e distruggere la nostra vita e quella di chi ci sta attorno.

Il cinema di Osgood Perkins:
tra demoni ereditati e solitudini in campo lungo,
di Francesco Sellitti
TR-151
13.06.2026
Anni bui sono state le recenti decadi per gli appassionati del genere horror. Sfilze di remake mal recepiti (o mal realizzati), orde di pellicole superficiali e stilisticamente fin troppo simili e franchise che si trascinavano decomposti come zombie osteoporotici sembravano aver segnato la morte (quantomeno da un punto di vista della valenza critica) del genere dello spavento. Qualcosa però è mutato e, come per miracolo, l’horror sembra stia non solo risorgendo, ma vivendo un vero e proprio rinascimento pari a quello della cultura classica nell’Italia cinquecentesca.
Fra il 2017 e il 2018, grazie a film come Get Out (2017) di Jordan Peele e Hereditary (2018) di Ari Aster, l’approccio di spettatori e critica al genere sembra essere cambiato, fino a riscoprire delle potenzialità troppo a lungo sopite e al punto da coniare un'entusiastica denominazione per segnalare le nuove perle del terrore: elevated horror. Da allora il genere e la sua estetica hanno trovato progressivo successo anche nel pubblico generalista, giungendo persino a ottenere un’ampia rappresentazione durante l’ultima edizione della cerimonia degli Academy Awards attraverso numerose candidature e premiazioni per film come Frankenstein (2025) di Guillermo Del Toro, Sinners (2025) di Ryan Coogler e Weapons (2025) di Zach Cregger.
All’interno di questo emergente e splendidamente macabro panorama, oltre agli ormai celeberrimi Aster, Peele e Eggers, si stanno progressivamente facendo strada autori con una forte cifra stilistica, in grado di poter continuare a restituire sempre maggior dignità a un genere troppo spesso bistrattato. È proprio l'estetica e la poetica di uno di questi nomi che oggi teneteremo di analizzare, osservando una filmografia che rappresenta il perfetto connubio tra regia e sceneggiatura. Lettrici e lettori: Osgood Perkins.

Osgood Perkins a lavoro sul set
L’esordio: The Blackcoat’s Daughter (February - L'innocenza del male, 2015)
Figlio dell'attore Anthony Perkins, Osgood Perkins (Oz per gli amici) non è propriamente un novellino all’interno del panorama cinematografico: esordisce alla regia nel 2015 con The Blackcoat’s Daughter (conosciuto anche come February) e da allora la sua produzione sarà interamente dedicata al genere horror. February (oltre a essere il mese di nascita di Perkins) narra la storia di tre ragazze legate a un collegio femminile cattolico, la Bramford Academy, attraverso due linee narrative parallele: in una, due studentesse, Kat (Kiernan Shipka) e Rose (Lucy Boynton), devono trascorrere alcuni giorni in più durante le vacanze invernali nell'istituto, in attesa dei rispettivi genitori, mentre nell’altra una ragazza di nome Joan (Emma Roberts), nel tentativo di raggiungere il medesimo luogo, si imbatterà in una ambigua coppia sposata.
La narrazione rivela gradualmente un legame inquietante tra le tre donne: la storia è in realtà un unico, tragico racconto di possessione demoniaca e violenza che si snoda su diverse linee temporali. Dopo aver perpetrato una serie di omicidi come sacrificio per un demone, Joan, non altri che Kat nel futuro, ritorna alla Bramford per tentare di rievocare la malvagia identità di cui sente la mancanza. Nonostante l’abbia spinta a commettere atti atroci, tra cui uccidere e decapitare la stessa Rose, lo spirito oscuro rappresentava per lei una presenza confortevole, una soluzione allo stato di abbandono in cui vive. Una volta tornata a Bramford però, nonostante abbia sacrificato due nuove vittime (per una macabra ironia del destino proprio i genitori di Rose, incontrati casualmente nel percorso), nulla pare essere rimasto, neppure il demone. Tutto è freddo, tutto è silenzio, e in mezzo alla neve Joan si dispera. Da sola.
Sul piano formale The Blackcoat’s Daughter utilizza quindi una narrazione non lineare che, nonostante una scansione in tre sezioni (denominate rispettivamente Rose, Joan e Kat), concepisce l’ordine misto degli avvenimenti tra passato e futuro come un vero e proprio puzzle che lo spettatore è chiamato a ricomporre per comprendere appieno la vicenda. Flashback e flashforward si intrecciano continuamente, alternando diversi punti di vista sui medesimi avvenimenti e infondendo nel pubblico un senso di spaesamento e inquietudine quasi al pari di quello vissuto dai personaggi raccontati. Queste sensazioni non sarebbero altrettanto impattanti se non fosse per altri due elementi: la caratterizzazione del sovrannaturale e la sua messa in scena.

Joan (Emma Roberts), in una sequenza del lungometraggio
Il demone di The Blackcoat’s Daughter è l’equivalente di un burattinaio, un’entità ingannatrice che si insinua nella mente e nel corpo della piccola Kat sfruttando le sue debolezze psicologiche e presentandosi come soluzione a ogni sofferenza. Emblematiche sono le parole rivolte dalla ragazza allo spirito una volta completato il suo esorcismo: “Don’t go”. La giovane chiede all'entità di non abbandonarla con le lacrime che le solcano il volto. La crudeltà del demone, inteso come falsa speranza, è forse però ancor più manifesta nel finale della pellicola, in cui, nonostante tutti i suoi sforzi per ritrovarlo, Joan/Kat fallisce. Il maligno non ha più bisogno di lei, e l’abbandona, riaprendo nella giovane non solo la stessa ferita che aveva tentato di colmare con la sua evocazione, ma aggiungendo a essa il terribile senso di colpa per le atrocità commesse.
Il demone di The Blackcoat’s Daughter ha principalmente due modalità di rappresentazione. La prima è esplicita, attraverso la manifestazione in forma di ombra che disegna una sagoma nera con due lunghe corna, la seconda è ambientale, ed è quella attraverso cui Perkins inizia a definire la propria cifra stilistica. La presenza di questa figura è costantemente suggerita dall’isolamento dei personaggi, tanto in sequenze narrative quanto nella messa in quadro. Spesso i protagonisti della storia si ritrovano a muoversi da soli per svariati minuti in ambienti vuoti, silenziosi, che mantengono lo spettatore (soprattutto abituato al genere horror) costantemente all’erta, pronto a scommettere sulla prossima apparizione dell’oscuro burattinaio. Quando Rose attraversa i piani vuoti della Bramford, il pubblico sa che non è davvero sola, lo sente, e avverte esso stesso la presenza malefica sempre in agguato.
Proprio per questa sapiente costruzione il finale risulta ancora più destabilizzante, perché, come per la ragazza, anche per chi guarda il film si manifesta la “delusione” data dalla mancanza di quella presenza che unifica l'intera opera. The Blackcoat’s Daughter fa sì che anche il pubblico si senta abbandonato. Oltre a questo, per meglio ancora comunicare questo oppressivo senso di isolamento, Perkins inizia timidamente a sperimentare con la costruzione di inquadrature inconsuete, in cui ampie porzioni dell’immagine sono occupate da spazi vuoti. Non sono molte, ma inconsciamente tendono a stranire l’occhio di chi guarda.

Il covo del maligno
La definizione stilistica: I Am the Pretty Thing That Lives in the House (Sono la bella creatura che vive in questa casa, 2016)
Con il suo film successivo, I Am the Pretty Thing That Lives in the House (che per praticità editoriale abbrevieremo in Pretty Thing), Perkins decide di esplorare più a fondo le potenzialità espressive di questo suo isolamento cinematografico, e quale maniera migliore per farlo se non con una storia di fantasmi? Il racconto segue Lily Sailor (Ruth Wilson), un’infermiera ingaggiata per assistere a tempo pieno l’anziana Iris Blum (Paula Prentiss), autrice di romanzi dell’orrore ormai affetta da demenza senile. Lily è un tipo facilmente impressionabile, ma sarà costretta ad affrontare le proprie paure nel momento in cui inizierà a credere che la tenuta Blum sia infestata, in particolare dallo spirito protagonista di uno dei romanzi della Blum, The Lady in the Walls.
Tutta la vicenda viene narrata della voce fuori campo della protagonista, la quale, sin dalla sua presentazione, ci pone davanti alla sua condizione peculiare: appena entrata in casa, Lily si ferma, fissando dritto davanti a sé, scrutando direttamente in camera e facendo in questo modo sentire osservato lo spettatore. Non sembra però una rottura della quarta parete: la donna guarda innanzi a sé, e la camera (noi) si trova esattamente a livello del suo sguardo, ma è come se guardasse oltre. Per lei noi non ci siamo, noi possiamo vederla ma lei non può fare altrettanto, anche se la sua voce fuoricampo, appartenente al suo prossimo futuro, dialoga direttamente con il pubblico.
"The pretty thing you are looking at is me. Of this I am sure. My name is Lily Saylor. I am a hospice nurse. Three days ago, I turned 28 years old. I will never be 29 years old". Lily è un fantasma, ma non sappiamo come, quando o perché. Questa sinestesia narrativa acquisisce ancora più forza grazie all’utilizzo di una tipologia di inquadratura sperimentata saltuariamente in The Blackcoat's Daughter, ma che da Pretty Thing in avanti diventerà una delle impostazioni estetiche più distintive del regista e che in suo onore battezzeremo qui come Perkins shot.

Lo sguardo "cieco" di Lily Sailor (Ruth Wilson)
Il Perkins shot è definito principalmente da due elementi: l’isolamento del soggetto rappresentato e la sua posizione. La prima condizione è abbastanza semplice da ottenere, basta che all’interno dell’inquadratura il soggetto sia solo (a voler essere precisi esiste qualche piccola eccezione, ma nella stragrande maggioranza dei casi non sono presenti altri personaggi). La seconda condizione è un po’ più difficile da definire perché va a coinvolgere la composizione della fotografia, considerando la griglia tecnica della regola dei terzi, il soggetto viene posto canonicamente o in corrispondenza delle due verticali o in mezzo alla colonna centrale, mentre ciò che più stranisce è la collocazione della linea del suo sguardo.
Quest’ultima viene collocata in un’area compresa tra l’orizzontale inferiore e un’altra linea immaginaria orizzontale in corrispondenza del centro dell’inquadratura. Questo causa contemporaneamente uno straniamento per lo spettatore, abituato a una grammatica compositiva molto più armonica, classica, e dall’altra va a creare un predominio dell’ambiente sul soggetto, schiacciandolo, opprimendolo, isolandolo. Probabilmente a livello manualistico sarebbe considerata una composizione sbagliata proprio a causa di questa enorme presenza di vuoti nell’immagine, ma all’interno della produzione di Perkins questa assume un preciso significato semiotico, in cui il soggetto diventa vittima della sua illusione di controllo sullo spazio circostante, dimostrandosi in balia degli ambienti e delle forze che li abitano e governano.
Bisogna ammetterlo, a livello prettamente narrativo in Pretty Thing accade ben poco: Lily passa gran parte del tempo a occuparsi di faccende domestiche e a ricercare indizi sul fantasma che infesta la casa, il tutto spesso in silenzio, lentamente. Il focus del film è chiaramente diverso. L’opera sembra indirizzata a una analisi con relativa messa in pratica della costruzione tensiva: come già iniziato a sperimentare in The Blackcoat’s Daughter, in Pretty Thing vengono esasperate le sequenze di possibile minaccia per la protagonista. Inquadrature lunghe, spesso statiche o dai movimenti lentissimi e limitati, seguono le azioni semplici di Lily che, coadiuvate da un sapiente uso dei Perkins shot, diventano profondamente inquietanti a causa delle ampie porzioni di vuoto da cui potrebbe scaturire una nuova minaccia.

Il vuoto che fagocita i protagonisti
Perkins conosce bene la grammatica mainstream del jumpscare e la usa a suo vantaggio per scardinarla e mantenere lo spettatore in uno stato di tensione costante che non sempre culmina con uno spavento catartico, anticipando l’operazione che qualche anno dopo verrà esasperata da Kyle Edward Ball con Skinamarik (2022). Pretty Thing non sarebbe un vero film di fantasmi senza delle apparizioni fantasmatiche. Queste sono classificabili in tre tipologie, ognuna con una differente estetica.
La prima ci mostra la sagoma del defunto sfocata, colta in un lentissimo movimento sospeso nel tempo, calata in uno spazio nero privo di alcun riferimento; la seconda vede lo spirito, ancora sfocato, apparire, muoversi e scomparire all’interno della tenuta Blum, spesso invisibile agli occhi dei suoi inquilini; la terza ritrae il fantasma come entità definita, pienamente visibile agli occhi dello spettatore e dei personaggi diegetici viventi. È utile tenere a mente come queste ultime apparizioni fungano tanto da manifestazione fantasmatica quanto da flashback, finendo per collidere e sovrapporsi nel finale della pellicola.
È dunque plausibile interpretarle come espressioni di un diverso grado di realtà/rappresentazione: tanto più il mistero legato all’entità viene svelato, tanto più questa diventa visibile, conoscibile. Evidentemente però per Perkins questa conoscenza equivale a una condanna, in quanto sia Lily che la signora Blum, una volta interagito con l’apparizione più reale del fantasma della Lady in the Walls, muoiono, finendo con l’unirsi a lei nel regno degli spiriti, divenendo nuove entità infestanti per i successivi inquilini. Il mistero non viene dunque risolto e anzi si tramuta in maledizione destinata a perpetrarsi ancora e ancora.

Lo spettro riflesso negli occhi della protagonista
La consacrazione: Longlegs (2024)
Dopo aver diretto la rivisitazione horror di una fiaba tratta dai Grimm, Gretel e Hansel (2020), Oz Perkins torna anche alla scrittura con il film che lo porterà, definitivamente, ad essere conosciuto e apprezzato dal grande pubblico: Longlegs. Anni Novanta, grazie alle sue capacità sensitive, l’agente FBI Lee Harker (Maika Monroe) viene assegnata alla squadra dell’agente speciale Carter (Blair Underwood), impegnata da tre decenni in un'indagine su dieci inquietanti casi di omicidio-suicidio. In ogni episodio, un padre stermina la propria famiglia, inclusa sempre una figlia nata il giorno 14, prima di uccidersi. Nonostante l'assenza di tracce forensi di estranei, ogni scena del crimine presenta un messaggio in codice firmato "Longlegs", la cui grafia non è riconducibile ad alcuna delle persone coinvolte. Lee riuscirà a dare una svolta decisiva alle indagini, ma si troverà molto più coinvolta nel caso di quanto non avrebbe creduto.
A livello estetico e tematico, Longlegs rappresenta la summa della poetica perkinsiana. Il Perkins shot trova qui nuova linfa, arrivando a isolare non più solo dei personaggi fisicamente separati come in Pretty Thing (pochi protagonisti che vivono da soli in una villa solitaria) ma anche personaggi che si trovano in presenza di altri, con una particolare ossessione per il posizionamento centrale del soggetto nell’inquadratura. Anche nelle scene di dialogo sono molto rari i framing in cui i personaggi coinvolti si trovano tutti contemporaneamente nell’immagine: l’universo narrativo di Perkins sembra configurarsi come un sistema di monadi, ognuna in balia di un'oscura figura che ne manipola l'esistenza. Dopo The Blackcoat's Daughter, infatti, torna a sconvolgere le vite dei protagonisti una potente entità, in questo caso il diavolo.
Rispetto alla presenza di The Blackcoat's Daughter però, il diavolo di Longlegs è molto più ingegnoso e ludico. Il suo comportamento è molto simile a quello dei migliori serial killer delle narrazioni thriller (non a caso testate come Wired hanno definito Longlegs come “Il silenzio degli innocenti del nuovo millennio”): una volontà crudele che brama dolore e distruzione e che anela a essere scoperta per mettere alla prova il proprio potere e riaffermare il proprio dominio. Tutte le vicende macabre mostrate nell'opera sono il frutto di diaboliche macchinazioni da cui non sembra possibile sfuggire, rendendo l’essere umano una semplice creatura che annaspa fra i mali del mondo tentando in ogni modo di sopravvivere ricorrendo alle soluzioni più brutali.

Il progetto del demonio, o meglio dell’uomo del piano di sotto, non sarebbe possibile senza l’aiuto di alcuni complici. Le sue fugaci apparizioni materiali, di fatto, non interagiscono fisicamente con l’ambiente circostante e ricordano stilisticamente una sintesi tra il design del demone di The Blackcoat’s Daughter e le modalità di comparsa di Pretty Thing, oltre a un pizzico di The Exorcist (L'esorcista, 1973) quando si mostra il volto del maligno, con i suoi occhi gialli che rapidamente svaniscono una volta inquadrati. Il braccio destro del diavolo è proprio colui che si fa chiamare Longlegs, un costruttore di bambole satanista che, attraverso delle versioni maledette delle sue creazioni, diffonde il male nelle famiglie selezionate dal demonio.
Longlegs (interpretato da un inquietante Nicolas Cage, produttore oltre che attore della pellicola e innegabile contributo alla diffusione del film) è però un tipo troppo appariscente e decisamente poco rassicurante, il che non lo rende un ottimo candidato per farsi introdurre di buon grado nelle case della gente: un uomo innaturalmente pallido, dall’atteggiamento infantile e schizofrenico. Qui entra in gioco Ruth (Alicia Witt), madre di Lee nonché collega di Longlegs.
La donna, travestendosi da suora, si spaccia per un’inviata della chiesa con il compito di recapitare un dono alle famiglie (le bambole maledette) e di verificare che le mattanze volute dall’uomo del piano di sotto si svolgano come previsto. A differenza del satanista Longlegs, Ruth si è trovata costretta a lavorare per il diavolo, in quanto se non l’avesse fatto quest’ultimo avrebbe preso sua figlia Lee. Come racconta la stessa donna, al momento dell’arrivo nefasto lei e sua figlia vivevano in una condizione di totale isolamento, senza nessuno in grado di far fronte alla incombente minaccia.

Nicolas Cage nei panni di Longlegs
"Once upon a time there was a girl named Lee. She lived in a little house with her mother and no one ever came to visit them. No family. No big, bad wolves. No anyone. One day, a man did come: a doll maker".
Ruth dunque sacrifica sé stessa nello spirito attraverso il sacrificio, nella carne, di altre famiglie pur di salvare quel che rimane della propria. Ma dov’è il resto della famiglia? Della figura del marito, il padre di Lee, nulla viene detto. Tuttavia, questo potrebbe risultare un dettaglio significativo: le bambole di Longlegs hanno sempre effetto principalmente sui padri nelle famiglie designate, i quali, impazzendo, uccidono mogli e figli prima di suicidarsi. Nel momento in cui Longlegs si reca a casa di Ruth, il marito non c’è già più. Perché dunque colpire quella casa? Qual è il motivo di questa eccezione in un piano omicida così metodico? Provando a interpretare, il diavolo potrebbe essere inteso come una metaforizzazione di una figura paterna maligna, un perverso patrigno che soggioga Ruth tenendo sotto scacco la figlia.
Come in The Blackcoat's Daughter, il demonio può essere letto come un’entità affabulatrice, che riempie con l’inganno una mancanza affettiva portando le sue vittime alla distruzione propria e altrui. Il diavolo viene accostato all’interno del film in almeno due occasioni alla figura paterna: durante il test di capacità sensitive, davanti all’immagine di un triangolo rovesciato (successivamente indicato come simbolo del demonio), Lee associa istintivamente il l'immagine alla parola “padre” e durante il colloquio fra Lee e Longlegs, dove quest’ultimo afferma che dopo la sua morte sarà “un po’ dappertutto, ad aspettare dietro le quinte tra le ali del padre”. Il diavolo viene quindi definito attraverso questa figura e perpetra le proprie mattanze proprio per mano dei padri.

Ruth (Alicia Witt), complice del demonio
La perversione orrorifica assume quindi un duplice rovesciamento: sul piano religioso, considerando la dottrina cristiana (non a caso Ruth si traveste da suora) Dio è definito come padre benevolo, mentre in Longlegs questo ruolo viene affidato a Satana, un padre malevolo; sul piano sociale, la figura del padre è tradizionalmente legata al ruolo di protettore della famiglia, mentre in Longlegs ne diventa il principale distruttore.
Il rapporto tra il demonio e Ruth può, secondo questa logica, essere paragonato a una relazione tossica: sebbene non vi sia amore tra le due parti, si viene a formare un fortissimo rapporto di codipendenza, la cui rottura viene vista come qualcosa di potenzialmente letale: durante la festa di compleanno della figlia dell’agente Carter (prossima famiglia obiettivo del diavolo), alla richiesta di spiegazione da parte di Lee, Ruth afferma che “se loro non muoiono, noi bruceremo e ci contorceremo all’Inferno per tutta l’eternità”. Ruth continua a “stare” con Satana, il padre malevolo, perché lasciarlo significherebbe per lei e la figlia la morte, probabilmente dovuta a una sua vendetta.
Nel finale del film Lee diventa conscia di tutta la verità su di sé e sul caso Longlegs pagando un prezzo molto alto, trovandosi costretta a uccidere la madre e, in questo modo, interrompendo il suo diabolico compito, rifiutandosi di esserne complice. Quando però tenta di distruggere l’ultima bambola con un colpo di pistola, questa si blocca misteriosamente: il diavolo non può essere sconfitto così facilmente. La maledizione dell’uomo del piano di sotto non viene dunque spezzata, ma Lee decide di ostacolarla come meglio può: sebbene non possa liberarsi della presenza del maligno, può comunque tentare di affrontarla.

Una scena del film
La sperimentazione: The Monkey (2025)
Perkins giunge quindi a concepire il rapporto con eventi malefici non solo come semplice vessazione subita dalla vittima, ma come fardello: seppur non sia necessariamente colpa del soggetto entrare in contatto con il male, diventa sua responsabilità evitarne la proliferazione. Questo concetto diviene centrale nel successivo film del regista, The Monkey. Dopo aver rinvenuto una vecchia scimmia giocattolo meccanica appartenuta al padre, i gemelli Hal e Bill assistono a una serie di morti orribili che si verificano ogni volta che il giocattolo suona il suo tamburello. Consci del pericolo, decidono di gettare l'oggetto in un pozzo. Anni dopo, però, la scimmia ricompare inspiegabilmente in città, suonando il suo mortale tamburello, e così i fratelli, ormai adulti, si riuniranno per trovare e distruggere il giocattolo una volta per tutte.
The Monkey non è un soggetto originale di Perkins, bensì tratto da una novella omonima di Stephen King. Tuttavia, se mettiamo a confronto i due testi, quello letterario e quello filmico, sarà facile notare come il cineasta abbia mantenuto solamente il concept della scimmia giocattolo e un paio di personaggi dal racconto originale, costruendo una narrazione espansa, ristrutturata e diversissima in quanto a tema e tono. Nell’opera originale, il protagonista è l’adulto Hal che trova assieme alla sua nuova famiglia, composta da moglie e due bambini, la vecchia scimmia giocattolo maledetta di cui credeva essersi sbarazzato. Notando il pericoloso fascino che l’oggetto causa su di lui e sulla sua famiglia, decide di gettare il giocattolo nel fondo di un lago.
La novella, in pieno stile kingiano, racconta passato e presente di Hal attraverso il suo flusso di pensieri e si focalizza sul terrore psicologico che la presenza e l’influenza della scimmia generano nell’uomo e i suoi familiari, soprattutto il suo figlioletto Petey. Perkins adotta una struttura simile, seppur cronologicamente più ordinata, ma cambia invece completamente registro, trasformando lo stress psicologico dei suoi personaggi in ironia drammatico-ludica per lo spettatore, grazie all’inserimento di numerose (anzi numerosissime) morti cruente e spettacolari causate dal tamburellare della scimmia.

Questo cambio stilistico ben preciso è esplicitato da una modifica nel design stesso della scimmia: nel racconto di King, l’animale ha nelle mani dei piatti metallici il cui ossessivo jang-jang-jang-jang si insinua nella mente di Hal e preannuncia una morte improvvisa, ma estremamente verosimile nel proprio contesto, che può colpire indistintamente uomini e animali; nel film di Perkins, la scimmia suona un tamburello mentre è accompagnata da una allegra musichetta circense, questo subito prima di causare morti sì improvvise, ma fuori da ogni consueta logica. Un esempio su tutti: la morte della babysitter dei ragazzi. In King la ragazza muore nel proprio appartamento, uccisa dal compagno della propria coinquilina durante una lite conclusasi con una sparatoria; in Perkins, la ragazza perisce in un ristorante, in compagnia dei gemelli, uccisa dal brusco movimento di un avvenente cuoco che, nel tentativo di sedurre la giovane, finisce invece per decapitarla, facendone rotolare la testa sulla griglia ancora calda e lasciandola sfrigolare.
Il differente approccio sembra evidente. Da notare come per la prima volta Perkins abbia deciso di inserirsi all’interno di una propria pellicola, interpretando lo zio adottivo dei gemelli e facendo una fine orribile: schiacciato da una carica di 67 cavalli selvatici nel suo sacco a pelo, in campeggio. L’iperbole enfatica in questo caso sul numero dei cavalli va a sottolineare l’approccio ludico con cui il film vuole costruire il proprio show: in netto contrasto con le proprie produzioni precedenti, Perkins scrive e dirige un horror comico che “scimmiotta” pellicole alla Final Destination, in cui è l’originale modalità di morte a essere lo spettacolo principale. Il tema della morte non è tuttavia banalizzato, anzi, diviene elemento centrale: la scimmia non utilizza un criterio specifico per selezionare le proprie vittime (o quantomeno, quasi mai), così come agisce la morte nella nostra realtà, e nessuno può farsene una colpa.
Nel suo adattamento, Osgood Perkins oltre a rendere i due fratelli gemelli (interpretati entrambi da adulti da Theo James) li rende antagonisti: Bill è convinto che Hal, azionando la scimmia, abbia causato la morte della madre, così decide di ripagarlo con la stessa moneta, azionando la scimmia fino a quando il fratello non sarà morto. Bill non riesce però nel suo intento proprio perché la morte non segue uno schema, coglie le sue vittime a caso nelle maniere più disparate. Forse è opportuno ricordare un dettaglio della vita di Perkins: la madre, l’attrice Berry Berenson, morì l’11 settembre 2001 a bordo di uno degli aerei che si abbattè sulle Torri Gemelle. Una morte improvvisa, destabilizzante, assolutamente imprevedibile. Eppure è necessario andare avanti. Forse anche per questo il regista sceglie di inserirsi proprio in questo film, una esorcizzazione apotropaica del destino di ogni essere vivente, cineasti inclusi.

La diabolica scimmietta
Da un punto di vista prettamente formale, il Perkins shot torna a dominare anche questa pellicola, seppur non in modo maniacale come in Longlegs e probabilmente per un motivo preciso: come è stato analizzato in precedenza, questo tipo di inquadratura è fortemente legata al senso di isolamento, e The Monkey è un film che tematicamente cerca di superare e risolvere l’isolamento dei suoi personaggi. Il protagonista Hal, costante vittima di bullismo da parte del fratello in giovane età, è divenuto un adulto solitario che, oltre ad aver progressivamente perso i contatti con Bill proprio a causa del suo comportamento, rischia di perdere l’affidamento del figlio, l’adolescente Petey.
La ricomparsa della scimmia sarà dunque il banco di prova di Hal per affrontare le proprie insicurezze e tentare di ricostruire il rapporto perduto con il fratello e il figlio, abbandonando quindi la vita solitaria e abbracciando la dimensione gregaria familiare, una realtà che ha avuto materialmente poco tempo di sperimentare, data la scomparsa del padre e la successiva morte della madre quando ancora era un ragazzino. In questo contesto, considerando che la scimmia è parte del lascito del padre, il giocattolo demoniaco può essere interpretato come la manifestazione fisica della mancanza affettiva che, qualora non venga affrontata in maniera consona, può generare mostri devastanti.
Seppur nel finale Hal e Petey si trovino da soli in mezzo a una cittadina distrutta dagli interventi sovrannaturali della scimmia, The Monkey è il primo film scritto da Perkins che abbia in un certo senso un lieto fine, o quantomeno una prospettiva propositiva verso il futuro. Certo, un futuro non semplice in cui si è costretti ad accettare e fare i conti con le proprie maledizioni, ma un futuro in cui è ancora possibile continuare a vivere. Dopotutto, la morte è l’unica maledizione di cui nessuno può liberarsi, ma questa condanna non può impedirci di goderci i piaceri e gli affetti che la vita è in grado di offrirci, anche quando ormai tutto sembra perduto.

La terribile morte di Lois Shelburn (Tatiana Maslany)
Analizzando la produzione più strettamente autoriale di Osgood Perkins, considerando dunque solamente i film interamente scritti e diretti dal regista - escludendo quindi Gretel e Hansel e il recentissimo Keeper (2026) di cui potete trovare la nostra recensione - possiamo notare come nel corso di pochi lungometraggi si siano definite una poetica e una estetica peculiarmente indicative dell’autore. I personaggi raccontati dal regista sono caratterizzati da una fortissima condizione di isolamento, espressa a livello estetico dall’angosciante Perkins shot, che li blocca, li separa e li rende facili prede delle minacce esterne. Tale isolamento è spesso dovuto all’assenza di figure genitoriali (in modo particolare quella paterna) che dovrebbero proteggere i propri figli ma che invece permettono che questi si trovino in una posizione di vulnerabilità.
In questo è molto probabile che la vita privata di Perkins abbia avuto un ruolo decisivo, vista la perdita del padre a causa dell’AIDS a soli 18 anni e, come già detto, della madre nell’attentato dell’11 settembre 2001 a 27. Se guardiamo in particolare a film come The Blackcoat’s Daughter e Longlegs, possiamo notare come sia proprio la fragilità psicologica dovuta a una carenza affettiva che crea le condizioni favorevoli per l’ingresso del male nella vita dei protagonisti: i genitori di Kat muoiono tragicamente in un incidente (così pare dalla visione della ragazza), mentre in Longlegs Lee vive completamente isolata in termini fisici e sociali in una casa di campagna, e in entrambe le pellicole il male si presenta a queste persone in piena stagione invernale, quando fuori la neve imbianca la natura e silenzia ogni cosa, chiudendo ciascuno tra le mura delle proprie abitazioni.
Questo male descritto da Perkins sembra inoltre avere una peculiarità ereditaria quasi impossibile da interrompere: Pretty Thing e The Monkey, così come Longlegs, sono esempi perfetti in questo senso poiché raccontano come il tentare di opporsi a un ordine sovra-naturale delle cose non porti altro che alla distruzione. Riprendendo un po’ l’archetipo edipico: quando il re tenta di opporsi all’oracolo nefasto non fa altro che permetterne la realizzazione, o peggio, come in The Blackcoat’s Daughter, portare ad un'atroce consapevolezza. L’unica soluzione dunque è custodire i propri demoni come una scimmia giocattolo chiusa in una scatola, per evitare che possano uscire e distruggere la nostra vita e quella di chi ci sta attorno.