
di Elena Guardiani
NC-434
04.06.2026
Se ad ognuno di noi venisse chiesto di elencare gli ultimi dieci film visti al cinema sono sicura che i titoli completamente emancipati da una pregressa esperienza letteraria o culturale di riferimento sarebbero la netta minoranza. Non serve essere critici o studiosi per rendersi conto che l’epoca in cui viviamo è alimentata da un revivalismo sfrenato capace di nutrire diversi campi dell’intrattenimento, una tendenza che ci invita a crogiolarci nella passione per le cose vecchie, mai come oggi tornate di moda. Se le manie revivaliste nel corso dei secoli sono state determinate da spinte differenti, nella contemporaneità non è poi così difficile intuire le ragioni profonde del successo di prodotti audiovisivi frutto di un continuo e stratificato ripescaggio culturale. Quando il futuro diventa troppo incerto, non garantito, non assicurato, è sempre bello andarsi a bagnare i piedi nelle acque tiepide del passato.
Il Novecento nelle sue decadi sfaccettate continua ad essere una fucina di idee, anche se ultimamente rivaleggia sempre più spesso con l’Ottocento e il suo vasto bacino di esperienze artistiche ed estetiche. Del resto il XIXesimo è il secolo del romanzo ed è bene sottolinearlo subito, dato che molte delle suggestioni cinematografiche e seriali contemporanee non esisterebbero senza una produzione letteraria vasta e diversificata ad ispirarle. Durante la prima decade ottocentesca il mondo è ancora sconvolto dagli strascichi della Rivoluzione Francese ed ecco che la signora Austen si impone all’attenzione del suo tempo con una perspicace analisi dei salotti della Regency Era, analisi che gli ha assicurato un posto nella storia delle lettere e anche delle immagini, visto il successo degli adattamenti dei suoi romanzi che Netflix non sembra voler smettere di produrre.
In quella stessa Età della reggenza a pochi anni di distanza dai venti reazionari del Congresso di Vienna vede la luce un’opera originale, inaspettata, ancora oggi adattata e citata, capace di fare allora ciò che nessun prodotto culturale sembra più in grado di fare adesso: stupire proponendo qualcosa di mai visto oltre che intercettare un sentimento che si manifesterà compiutamente solo due decenni più tardi, un sentimento in grado di condizionare il gusto letterario e culturale di quasi un secolo intero, quel gusto che oggi chiamiamo “neogotico” e che a duecento anni di distanza continua ad influenzare il lavoro di autori e cineasti.

Mary Shelley ritratta nel 1840 da Richard Rothwell
L’opera a cui mi riferisco è la storia che Mary Shelley scrisse in seguito ad una villeggiatura sul lago di Ginevra, quando grazie ad un sogno colse l’ispirazione per il romanzo del creatore e della sua creatura. Frankenstein viene pubblicato nel 1818 e con la sua carica rivoluzionaria inaugura un discorso sul mostruoso destinato ad innestarsi sotto la pelle di una cultura, quella del XIXesimo secolo, chiamata a fronteggiare paure e minacce mai viste prima derivate da un progresso scientifico che porterà alla nascita di un nuovo sistema economico e produttivo, di una nuova medicina e di un nuovo modo di vivere la vita nelle città illuminate da quello stesso impulso elettrico che il Dottor Frankenstein utilizza per infondere linfa vitale al suo mostro.
L’opera di Mary è in questo senso definibile per i suoi tempi fantascientifica, anche se nell’immaginario collettivo i primi termini ad essa associati sono gotica o orrorifica, termini che nell’Ottocento finivano per assimilarsi ma che nella contemporaneità assumono sfumature differenti. In particolare l’appellativo gotico negli ultimi anni è finito nel tritacarne della divulgazione social in associazione ad una serie di prodotti cinematografici e seriali i cui temi e la cui estetica sono riconducibili al panorama storico e culturale ottocentesco. Ma cosa si intende veramente per “gotico” o per meglio dire ancora “neo-gotico”?
L’aggettivo gotico nasce in associazione al contesto architettonico dell’Alto Medioevo, caratterizzato da edifici svettanti e guglie appuntite. Il termine viene recuperato nell’ambito culturale dei primi decenni dell’Ottocento, quando il Romanticismo riscopre il fascino dell’immaginario medievale epurato dal giudizio che l’Illuminismo gli aveva attribuito. E’ infatti durante il XVIIIesimo secolo che si consolida l’idea del Medioevo come periodo di stagnamento e regressione, idea oggi pienamente confutata ma che ha a lungo dominato nella percezione collettiva.

L'ultima versione di Frankenstein (2025) firmata da Guillermo Del Toro
La ricerca degli artisti romantici rifiutava la razionalità dei filosofi illuminati e trovò nello spirito della cultura medievale spunti di riflessione da cui attingere: l’Identità nazionale sul piano morale e politico e lo stile gotico su quello estetico. L’interesse per i castelli di pietra e le mura merlate venne recuperato insieme alla riscoperta di una dimensione ultraterrena, quella dei fantasmi e delle creature misteriose che albergano nei luoghi più reconditi e oscuri della natura e dell’inconscio. Il revival neogotico che investe l’Europa nella prima metà del XIXesimo secolo ha una matrice letteraria ben definita riportata nuovamente in auge con la trasposizione cinematografica di Cime Tempestose di Emily Brontë, testo di riferimento della letteratura gotica e romantica ed espressione di un interesse per il mondo dell’occulto e del soprannaturale che attraverserà tutto il secolo.
Il revival neogotico di inizio Ottocento è un fenomeno interessante anche dal punto di vista del costume, in quanto non sono solo l’arte e la letteratura a recuperare gli stilemi medievali: anche la moda partecipa con un revival tutto suo, un recupero che seppur non pervasivo come quello neoclassico finisce per produrre una tendenza tracciabile attraverso l’iconografia del periodo. In particolare gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento ci restituiscono immagini di donne con rotondeggianti spalle in vista e acconciature che si ispirano al primo Rinascimento, dimostrando ancora una volta come il Medioevo sia un frangente storico molto esteso e capace di contenere al suo interno sensibilità culturali differenti. Sui girocolli nudi delle dame ritratte ogni tanto fa capolino qualche pendente a croce incastonato di pietre o elegantemente lavorato. Questi ciondoli erano spesso indossati appesi a nastri o catene e diventarono accessori in voga per tutto l’Ottocento, ben abbinandosi all’estetica rigida e funerea del costume vittoriano, espressione di una società attraversata da spinte contrastanti.
Infatti se da una parte la cultura del positivismo occidentale guardava al progresso e al futuro con i suoi palazzi di cristallo e le sue Esposizioni Universali, dall’altra sprofondava nelle sue paure più intime, nutrite dall’esperienza artistica neogotica in tutte le sue interpretazioni, dal Macbeth di Giuseppe Verdi alla ricerca di William Morris, dal lavoro dei Preraffaelliti al Dracula di Bram Stoker, il vampiro che affonda le sue radici ancora una volta nel Medioevo e che rappresenta in insieme al Frankenstein di Mary Shelley un pilastro fondante della letteratura horror. Le due opere infatti hanno cementificato nell'immaginario collettivo la figura del mostro ottocentesco, che sia questo stato creato dall’uomo che si crede Dio assemblando altri pezzi di esseri umani oppure che si manifesti come una creatura immortale nemesi diretta del divino. Sorvolando un momento sulle implicazioni letterarie dei due testi e sulle decine di adattamenti che ne sono stati ricavati nel corso del Novecento, vorrei riflettere sulle modalità con cui negli ultimi due anni la letteratura gotica del XIXesimo secolo sia tornata alla ribalta grazie ad opere cinematografiche che ispirandosi più o meno direttamente ai due testi appena citati ne hanno offerto una lettura presa e rimasticata dalla narrazione social tutta reel e caroselli.

Poor Things (Povere Creature!, 2023) di Yorghos Lanthimos
Il “gothic core” è protagonista già all’inizio del 2024 quando esce Poor Things (Povere Creature!, 2023) di Yorghos Lanthimos, adattamento cinematografico di un omonimo romanzo del 1992 che si riallaccia al concetto di partenza dell’opera di Shelley, tanto che il creatore di Bella Baxter, interpretato da Willem Dafoe, porta il nome da nubile di Mary. Poor Things recupera da Frankenstein un certo apparato di riflessione sulla bioetica e sulla meccanica dei corpi modificati per innestarci sopra un discorso sul femminismo molto marcato, dove la creatura viene identificata prima di tutto come donna alla ricerca della sua liberazione sessuale e morale nel mondo. Il film di Lanthimos esprimeva una ricchezza di contenuti che la comunicazione online non è riuscita a cogliere perchè, come spesso accade su Internet, si finisce per dare maggior risalto all’apparato estetico, elemento centrale nell’economia del film e nella poetica del regista ma insufficiente ad intercettare tutte le sfumature tematiche dell’opera.
Ad un anno di distanza da Poor Things! arriva Nosferatu (2024) di Robert Eggers, ennesima riflessione cinematografica sulla figura del Conte Dracula per mano di un autore che ha esordito e si è fatto amare dal pubblico proprio con una storia horror. Il regista ambienta il suo film nel 1838, momento in cui il revival neogotico del XIXesimo secolo è ancora animato dalla sua spinta più autentica, che l’autore utilizza in una trasposizione che dialoga con le omonime pellicole di Murnau ed Herzog. Nel suo film Eggers sposta il focus sul personaggio di Ellen interpretato da Lily Rose Depp e connota in senso erotico il suo rapporto con il mostro. Questa lettura, che pone l’accento sulla tensione sessuale e carnale tra il vampiro e la sua vittima, non ha convinto del tutto la critica, anche se la minuziosa ricerca estetica proposta dal regista ha finito per intercettare l’attenzione social, fagocitando la creazione di contenuti a tema condivisi a ritmo convulso come accade di routine con i film evento. Nelle settimane immediatamente precedenti e successive all’uscita in sala, le frangie più mainstream della narrazione online hanno prontamente appiccicato a Nosferatu l’aggettivo “gotico" noncuranti che la stessa dicitura era stata spalmata anche su Poor Things! senza riuscire a cogliere le sfaccettature di un sentimento che, seppur attraversi entrambi i lungometraggi, si tinge di volta in volta di sfumature differenti.
Se Nosferatu è piaciuto moltissimo all’algoritmo lo stesso non si può dire di Dracula: A Love Tale, l’ultima fatica pasticciata di Luc Besson nonché l’ultimo, anche se sospetto ancora non per molto, adattamento della storia del vampiro più famoso di sempre, che in questa versione condivide le origini con il Dracula del famigerato film di Coppola. L’opera di Besson è un collage poco riuscito di idee e stili accostati in una maniera confusionaria e poco gradevole alla vista, decisamente la meno interessante tra tutte le storie in salsa gotica proiettate in sala negli ultimi anni, distribuita tra l’altro nello stesso frangente temporale dell’ultimo adattamento cinematografico del romanzo di Mary Shelley.

Nosferatu (2024) di Robert Eggers
E con Frankenstein di Guillermo del Toro ricongiungiamo cinema e letteratura, tornando al punto da cui siamo partiti. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 già mesi prima della sua uscita in sala aveva monopolizzato l’attenzione della critica, del pubblico generalista e ovviamente anche della divulgazione social, che non si poteva far scappare la ghiotta occasione di utilizzare l’estetica e la messa in scena di Del toro per i propri scopi instagrammabili. Il regista ambienta la sua storia alla metà del’Ottocento, nel pieno del positivismo scientifico e della rivoluzione tecnologica, quando le radici dell’appena piantato albero del capitalismo industriale convivevano ancora con le reminiscenze gotiche, i cui semi letterari erano stati gettati dalla stessa Mary Shelley decenni prima.
Il film di Del Toro instaura una conversazione profonda con il romanzo di riferimento e riesce, aldilà del maestoso impianto visivo, a raccontare una storia che trascende l’apparato orrorifico d’appendice e svela la fragilità e la complessità del rapporto tra creatura e creatore, spogliando l’uomo assemblato con i corpi di altri esseri umani dall’etichetta di mostro per svelarne una tenerezza commovente. Jacob Elordi per il ruolo della creatura ha ricevuto la sua prima nomination all’Oscar e, nonostante il film abbia vinto tre statuette solo per le categorie tecniche, l’interpretazione del giovane attore ha celebrato il messaggio dell’autrice di Frankenstein, ribadendo come la creatura non nasca mostro di per sé ma venga resa crudele e violenta dalla paura e dal disprezzo degli uomini.
In questo senso la figura slanciata dal colorito violastro e l’aria malinconica immaginata dal regista messicano anticipa quella della creatura mostrataci in The Bride! (La Sposa!), opera seconda di Maggie Gyllenhaal distribuita in Italia a marzo 2026. Il film è liberamente ispirato alla pellicola The Bride of Frankenstein (La moglie di Frankenstein, 1935) che a sua volta prendeva spunto dal romanzo della Shelley, la quale immagina un mostro talmente sofferente nella sua condizione da chiedere a Victor di creare per lui una compagna sua simile. In The Bride! la creatura di Frankenstein, detta Frank e interpretata da Cristian Bale, si reca dalla dottoressa Cornelia Euphronious per pregarla di donargli una sposa, ed i suoi modi timidi e impacciati ricordano non poco gli sguardi languidi e curiosi di Elordi.

The Bride! (La Sposa!, 2026) di Maggie Gyllenhaal
Frank soffre di attacchi d’ansia che solo lo schermo del cinema sembra capace di placare e il suo desiderio di avere una moglie risponde ad un preciso bisogno di contatto e condivisione. Peccato che la sorte gli riservi Ida, una donna che non potrà essere la sua sposa in quanto già promessa alla causa collettiva del femminismo, che si inserisce come tema portante in un film che vuole parlarci di tante cose tra cui anche la violenza di genere e la malattia mentale. Lo stile chiassoso e citazionista di The Bride! raccoglie il filo lanciato due anni fa dal primo film citato in questa piccola rassegna, ossia Poor Things!, che pure sulla figura della donna e sul suo processo di liberazione aveva costruito uno dei suoi perni principali.
Nel caso di The Bride! il XIXesimo secolo viene però accantonato in favore di un’ambientazione che si sposta negli anni Trenta del Novecento e instaura con le due opere di riferimento un dialogo intermittente. Dentro The Bride! infatti c’è Poor Things! ma non ci sono i corsetti vittoriani, c’è Mary Shelley ma senza eccessive indulgenze nell’immaginario gotico a cui i nostri occhi sono stati abituati negli ultimi anni, perchè in questo caso il citazionismo si è spostato su un differente orizzonte storico, un orizzonte che include una nuova fenomenologia sociale fatta di gangster, divismo, automobili e lunghe strade che attraversano l’America.
C’è in questo film, come in altri prodotti della contemporaneità, una componente di revivalismo talmente tanto stratificata da non essere classificabile all’interno di un unico panorama di riferimento. E’ come se il gioco dei richiami avesse generato un loop in cui ogni revival ne contiene elementi di un altro in un sistema di reference incastrate tra loro come pezzi di una matrioska. In questa danza dai passi familiari eseguiti sul ritmo di quella che sembra la stessa musica riarrangiata di volta in volta con differenti tonalità ciò che viene a mancare è l’originalità, di estetiche, temi, linguaggi e immaginari. Quando il cinema tornerà a investire in idee di cui nessuno ha mai sentito parlare prima? Forse solo quando non avremmo più bisogno di scandagliare le pieghe del passato che già conosciamo per non dover pensare al futuro in cui abbiamo paura di ritrovarci a vivere.
di Elena Guardiani
NC-434
04.06.2026
Se ad ognuno di noi venisse chiesto di elencare gli ultimi dieci film visti al cinema sono sicura che i titoli completamente emancipati da una pregressa esperienza letteraria o culturale di riferimento sarebbero la netta minoranza. Non serve essere critici o studiosi per rendersi conto che l’epoca in cui viviamo è alimentata da un revivalismo sfrenato capace di nutrire diversi campi dell’intrattenimento, una tendenza che ci invita a crogiolarci nella passione per le cose vecchie, mai come oggi tornate di moda. Se le manie revivaliste nel corso dei secoli sono state determinate da spinte differenti, nella contemporaneità non è poi così difficile intuire le ragioni profonde del successo di prodotti audiovisivi frutto di un continuo e stratificato ripescaggio culturale. Quando il futuro diventa troppo incerto, non garantito, non assicurato, è sempre bello andarsi a bagnare i piedi nelle acque tiepide del passato.
Il Novecento nelle sue decadi sfaccettate continua ad essere una fucina di idee, anche se ultimamente rivaleggia sempre più spesso con l’Ottocento e il suo vasto bacino di esperienze artistiche ed estetiche. Del resto il XIXesimo è il secolo del romanzo ed è bene sottolinearlo subito, dato che molte delle suggestioni cinematografiche e seriali contemporanee non esisterebbero senza una produzione letteraria vasta e diversificata ad ispirarle. Durante la prima decade ottocentesca il mondo è ancora sconvolto dagli strascichi della Rivoluzione Francese ed ecco che la signora Austen si impone all’attenzione del suo tempo con una perspicace analisi dei salotti della Regency Era, analisi che gli ha assicurato un posto nella storia delle lettere e anche delle immagini, visto il successo degli adattamenti dei suoi romanzi che Netflix non sembra voler smettere di produrre.
In quella stessa Età della reggenza a pochi anni di distanza dai venti reazionari del Congresso di Vienna vede la luce un’opera originale, inaspettata, ancora oggi adattata e citata, capace di fare allora ciò che nessun prodotto culturale sembra più in grado di fare adesso: stupire proponendo qualcosa di mai visto oltre che intercettare un sentimento che si manifesterà compiutamente solo due decenni più tardi, un sentimento in grado di condizionare il gusto letterario e culturale di quasi un secolo intero, quel gusto che oggi chiamiamo “neogotico” e che a duecento anni di distanza continua ad influenzare il lavoro di autori e cineasti.

Mary Shelley ritratta nel 1840 da Richard Rothwell
L’opera a cui mi riferisco è la storia che Mary Shelley scrisse in seguito ad una villeggiatura sul lago di Ginevra, quando grazie ad un sogno colse l’ispirazione per il romanzo del creatore e della sua creatura. Frankenstein viene pubblicato nel 1818 e con la sua carica rivoluzionaria inaugura un discorso sul mostruoso destinato ad innestarsi sotto la pelle di una cultura, quella del XIXesimo secolo, chiamata a fronteggiare paure e minacce mai viste prima derivate da un progresso scientifico che porterà alla nascita di un nuovo sistema economico e produttivo, di una nuova medicina e di un nuovo modo di vivere la vita nelle città illuminate da quello stesso impulso elettrico che il Dottor Frankenstein utilizza per infondere linfa vitale al suo mostro.
L’opera di Mary è in questo senso definibile per i suoi tempi fantascientifica, anche se nell’immaginario collettivo i primi termini ad essa associati sono gotica o orrorifica, termini che nell’Ottocento finivano per assimilarsi ma che nella contemporaneità assumono sfumature differenti. In particolare l’appellativo gotico negli ultimi anni è finito nel tritacarne della divulgazione social in associazione ad una serie di prodotti cinematografici e seriali i cui temi e la cui estetica sono riconducibili al panorama storico e culturale ottocentesco. Ma cosa si intende veramente per “gotico” o per meglio dire ancora “neo-gotico”?
L’aggettivo gotico nasce in associazione al contesto architettonico dell’Alto Medioevo, caratterizzato da edifici svettanti e guglie appuntite. Il termine viene recuperato nell’ambito culturale dei primi decenni dell’Ottocento, quando il Romanticismo riscopre il fascino dell’immaginario medievale epurato dal giudizio che l’Illuminismo gli aveva attribuito. E’ infatti durante il XVIIIesimo secolo che si consolida l’idea del Medioevo come periodo di stagnamento e regressione, idea oggi pienamente confutata ma che ha a lungo dominato nella percezione collettiva.

L'ultima versione di Frankenstein (2025) firmata da Guillermo Del Toro
La ricerca degli artisti romantici rifiutava la razionalità dei filosofi illuminati e trovò nello spirito della cultura medievale spunti di riflessione da cui attingere: l’Identità nazionale sul piano morale e politico e lo stile gotico su quello estetico. L’interesse per i castelli di pietra e le mura merlate venne recuperato insieme alla riscoperta di una dimensione ultraterrena, quella dei fantasmi e delle creature misteriose che albergano nei luoghi più reconditi e oscuri della natura e dell’inconscio. Il revival neogotico che investe l’Europa nella prima metà del XIXesimo secolo ha una matrice letteraria ben definita riportata nuovamente in auge con la trasposizione cinematografica di Cime Tempestose di Emily Brontë, testo di riferimento della letteratura gotica e romantica ed espressione di un interesse per il mondo dell’occulto e del soprannaturale che attraverserà tutto il secolo.
Il revival neogotico di inizio Ottocento è un fenomeno interessante anche dal punto di vista del costume, in quanto non sono solo l’arte e la letteratura a recuperare gli stilemi medievali: anche la moda partecipa con un revival tutto suo, un recupero che seppur non pervasivo come quello neoclassico finisce per produrre una tendenza tracciabile attraverso l’iconografia del periodo. In particolare gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento ci restituiscono immagini di donne con rotondeggianti spalle in vista e acconciature che si ispirano al primo Rinascimento, dimostrando ancora una volta come il Medioevo sia un frangente storico molto esteso e capace di contenere al suo interno sensibilità culturali differenti. Sui girocolli nudi delle dame ritratte ogni tanto fa capolino qualche pendente a croce incastonato di pietre o elegantemente lavorato. Questi ciondoli erano spesso indossati appesi a nastri o catene e diventarono accessori in voga per tutto l’Ottocento, ben abbinandosi all’estetica rigida e funerea del costume vittoriano, espressione di una società attraversata da spinte contrastanti.
Infatti se da una parte la cultura del positivismo occidentale guardava al progresso e al futuro con i suoi palazzi di cristallo e le sue Esposizioni Universali, dall’altra sprofondava nelle sue paure più intime, nutrite dall’esperienza artistica neogotica in tutte le sue interpretazioni, dal Macbeth di Giuseppe Verdi alla ricerca di William Morris, dal lavoro dei Preraffaelliti al Dracula di Bram Stoker, il vampiro che affonda le sue radici ancora una volta nel Medioevo e che rappresenta in insieme al Frankenstein di Mary Shelley un pilastro fondante della letteratura horror. Le due opere infatti hanno cementificato nell'immaginario collettivo la figura del mostro ottocentesco, che sia questo stato creato dall’uomo che si crede Dio assemblando altri pezzi di esseri umani oppure che si manifesti come una creatura immortale nemesi diretta del divino. Sorvolando un momento sulle implicazioni letterarie dei due testi e sulle decine di adattamenti che ne sono stati ricavati nel corso del Novecento, vorrei riflettere sulle modalità con cui negli ultimi due anni la letteratura gotica del XIXesimo secolo sia tornata alla ribalta grazie ad opere cinematografiche che ispirandosi più o meno direttamente ai due testi appena citati ne hanno offerto una lettura presa e rimasticata dalla narrazione social tutta reel e caroselli.

Poor Things (Povere Creature!, 2023) di Yorghos Lanthimos
Il “gothic core” è protagonista già all’inizio del 2024 quando esce Poor Things (Povere Creature!, 2023) di Yorghos Lanthimos, adattamento cinematografico di un omonimo romanzo del 1992 che si riallaccia al concetto di partenza dell’opera di Shelley, tanto che il creatore di Bella Baxter, interpretato da Willem Dafoe, porta il nome da nubile di Mary. Poor Things recupera da Frankenstein un certo apparato di riflessione sulla bioetica e sulla meccanica dei corpi modificati per innestarci sopra un discorso sul femminismo molto marcato, dove la creatura viene identificata prima di tutto come donna alla ricerca della sua liberazione sessuale e morale nel mondo. Il film di Lanthimos esprimeva una ricchezza di contenuti che la comunicazione online non è riuscita a cogliere perchè, come spesso accade su Internet, si finisce per dare maggior risalto all’apparato estetico, elemento centrale nell’economia del film e nella poetica del regista ma insufficiente ad intercettare tutte le sfumature tematiche dell’opera.
Ad un anno di distanza da Poor Things! arriva Nosferatu (2024) di Robert Eggers, ennesima riflessione cinematografica sulla figura del Conte Dracula per mano di un autore che ha esordito e si è fatto amare dal pubblico proprio con una storia horror. Il regista ambienta il suo film nel 1838, momento in cui il revival neogotico del XIXesimo secolo è ancora animato dalla sua spinta più autentica, che l’autore utilizza in una trasposizione che dialoga con le omonime pellicole di Murnau ed Herzog. Nel suo film Eggers sposta il focus sul personaggio di Ellen interpretato da Lily Rose Depp e connota in senso erotico il suo rapporto con il mostro. Questa lettura, che pone l’accento sulla tensione sessuale e carnale tra il vampiro e la sua vittima, non ha convinto del tutto la critica, anche se la minuziosa ricerca estetica proposta dal regista ha finito per intercettare l’attenzione social, fagocitando la creazione di contenuti a tema condivisi a ritmo convulso come accade di routine con i film evento. Nelle settimane immediatamente precedenti e successive all’uscita in sala, le frangie più mainstream della narrazione online hanno prontamente appiccicato a Nosferatu l’aggettivo “gotico" noncuranti che la stessa dicitura era stata spalmata anche su Poor Things! senza riuscire a cogliere le sfaccettature di un sentimento che, seppur attraversi entrambi i lungometraggi, si tinge di volta in volta di sfumature differenti.
Se Nosferatu è piaciuto moltissimo all’algoritmo lo stesso non si può dire di Dracula: A Love Tale, l’ultima fatica pasticciata di Luc Besson nonché l’ultimo, anche se sospetto ancora non per molto, adattamento della storia del vampiro più famoso di sempre, che in questa versione condivide le origini con il Dracula del famigerato film di Coppola. L’opera di Besson è un collage poco riuscito di idee e stili accostati in una maniera confusionaria e poco gradevole alla vista, decisamente la meno interessante tra tutte le storie in salsa gotica proiettate in sala negli ultimi anni, distribuita tra l’altro nello stesso frangente temporale dell’ultimo adattamento cinematografico del romanzo di Mary Shelley.

Nosferatu (2024) di Robert Eggers
E con Frankenstein di Guillermo del Toro ricongiungiamo cinema e letteratura, tornando al punto da cui siamo partiti. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 già mesi prima della sua uscita in sala aveva monopolizzato l’attenzione della critica, del pubblico generalista e ovviamente anche della divulgazione social, che non si poteva far scappare la ghiotta occasione di utilizzare l’estetica e la messa in scena di Del toro per i propri scopi instagrammabili. Il regista ambienta la sua storia alla metà del’Ottocento, nel pieno del positivismo scientifico e della rivoluzione tecnologica, quando le radici dell’appena piantato albero del capitalismo industriale convivevano ancora con le reminiscenze gotiche, i cui semi letterari erano stati gettati dalla stessa Mary Shelley decenni prima.
Il film di Del Toro instaura una conversazione profonda con il romanzo di riferimento e riesce, aldilà del maestoso impianto visivo, a raccontare una storia che trascende l’apparato orrorifico d’appendice e svela la fragilità e la complessità del rapporto tra creatura e creatore, spogliando l’uomo assemblato con i corpi di altri esseri umani dall’etichetta di mostro per svelarne una tenerezza commovente. Jacob Elordi per il ruolo della creatura ha ricevuto la sua prima nomination all’Oscar e, nonostante il film abbia vinto tre statuette solo per le categorie tecniche, l’interpretazione del giovane attore ha celebrato il messaggio dell’autrice di Frankenstein, ribadendo come la creatura non nasca mostro di per sé ma venga resa crudele e violenta dalla paura e dal disprezzo degli uomini.
In questo senso la figura slanciata dal colorito violastro e l’aria malinconica immaginata dal regista messicano anticipa quella della creatura mostrataci in The Bride! (La Sposa!), opera seconda di Maggie Gyllenhaal distribuita in Italia a marzo 2026. Il film è liberamente ispirato alla pellicola The Bride of Frankenstein (La moglie di Frankenstein, 1935) che a sua volta prendeva spunto dal romanzo della Shelley, la quale immagina un mostro talmente sofferente nella sua condizione da chiedere a Victor di creare per lui una compagna sua simile. In The Bride! la creatura di Frankenstein, detta Frank e interpretata da Cristian Bale, si reca dalla dottoressa Cornelia Euphronious per pregarla di donargli una sposa, ed i suoi modi timidi e impacciati ricordano non poco gli sguardi languidi e curiosi di Elordi.

The Bride! (La Sposa!, 2026) di Maggie Gyllenhaal
Frank soffre di attacchi d’ansia che solo lo schermo del cinema sembra capace di placare e il suo desiderio di avere una moglie risponde ad un preciso bisogno di contatto e condivisione. Peccato che la sorte gli riservi Ida, una donna che non potrà essere la sua sposa in quanto già promessa alla causa collettiva del femminismo, che si inserisce come tema portante in un film che vuole parlarci di tante cose tra cui anche la violenza di genere e la malattia mentale. Lo stile chiassoso e citazionista di The Bride! raccoglie il filo lanciato due anni fa dal primo film citato in questa piccola rassegna, ossia Poor Things!, che pure sulla figura della donna e sul suo processo di liberazione aveva costruito uno dei suoi perni principali.
Nel caso di The Bride! il XIXesimo secolo viene però accantonato in favore di un’ambientazione che si sposta negli anni Trenta del Novecento e instaura con le due opere di riferimento un dialogo intermittente. Dentro The Bride! infatti c’è Poor Things! ma non ci sono i corsetti vittoriani, c’è Mary Shelley ma senza eccessive indulgenze nell’immaginario gotico a cui i nostri occhi sono stati abituati negli ultimi anni, perchè in questo caso il citazionismo si è spostato su un differente orizzonte storico, un orizzonte che include una nuova fenomenologia sociale fatta di gangster, divismo, automobili e lunghe strade che attraversano l’America.
C’è in questo film, come in altri prodotti della contemporaneità, una componente di revivalismo talmente tanto stratificata da non essere classificabile all’interno di un unico panorama di riferimento. E’ come se il gioco dei richiami avesse generato un loop in cui ogni revival ne contiene elementi di un altro in un sistema di reference incastrate tra loro come pezzi di una matrioska. In questa danza dai passi familiari eseguiti sul ritmo di quella che sembra la stessa musica riarrangiata di volta in volta con differenti tonalità ciò che viene a mancare è l’originalità, di estetiche, temi, linguaggi e immaginari. Quando il cinema tornerà a investire in idee di cui nessuno ha mai sentito parlare prima? Forse solo quando non avremmo più bisogno di scandagliare le pieghe del passato che già conosciamo per non dover pensare al futuro in cui abbiamo paura di ritrovarci a vivere.