
NC-345
12.10.2025
Dopo giorni di fuga tra le campagne romane, Rosa e Santino trovano rifugio per la notte da un anziano pastore. Siamo agli inizi del Novecento, nel bel mezzo di una storia d’amore. Un uomo è morto, il marito di lei, il padrone di lui. Il signor Ercole Rupè per essere precisi, figlio del ricco Rupè che tutto possiede e comanda, anche la costruzione della ferrovia che deve unire l’Italia. Ercole Rupè è morto perché Rosa, stufa delle sue violenze, gli ha sparato un colpo di pistola dritto al cuore. Invaghita di Santino, impareggiabile cavallerizzo bello e fesso, Rosa ha fatto fuoco e ora siede con lui al tavolo del vecchio mandriano, che la scruta in lungo e largo e dice di averla già vista da qualche parte. Tutto ciò mentre fuori gli scagnozzi di Rupè, il cowboy cantastorie Buffalo Bill e alcuni rivoluzionari sudamericani sono sulle loro tracce.
L’intuizione del pastore – il dubbio di avere già visto gli occhi di Rosa – non avrà esito nella narrazione, ma ci aiuta a leggere Testa o croce?, il nuovo film di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, come un'opera al contempo inusitata e proverbiale, colta figlia di un’anti-tradizione nei confronti della quale eccede fino alle estreme conseguenze della parodia e del fantastico. Bazin, del resto, chiamava superwestern quel tipo di western che riflette in senso estetico e intellettuale su se stesso, sul suo linguaggio e sul suo rapporto col mondo. Cavalcare tra le piccole praterie del film, in questo senso, assomiglia a una scapestrata visita nel museo di quel genere che più di ogni altro ha originato l’immaginario della potenza e dell’identità del cinema americano.

I registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis

Rosa (Nadia Tereszkiewicz) e Santino (Alessandro Borghi)
Come molti prima di loro, Zoppis e de Righi decostruiscono la mitologia del grande western classico, svuotando e risignificando in chiave comica o decadente i suoi elementi strutturali. Se da decenni sono tramontate le certezze morali dell’eroe di John Ford, ormai anche il fascino dell’antieroe appare logoro. Il Santino interpretato da Alessandro Borghi, mai così abile nel restituire vezzi e smorfie di una maschera indolente da commedia all’italiana, è infatti la misera controfigura di un protagonista. Più inetto che dannato, Santino è un buttero incapace di sparare a una mosca, così come di orientarsi oltre i confini della stalla in cui lavora. Preda degli eventi e di fatto privo di soggettività (non a caso i pensieri gli verranno mozzati di netto), ben rappresenta la crisi di un maschio e di un cinema i cui codici girano ormai a vuoto, inadeguati fino a disseminarsi e a implodere.
In Testa o croce? non ci sono né sceriffi né giustizia, ma una caccia all’uomo in cui a governare è la legge del denaro e della vendetta. La frontiera, il desiderio dell’attraversamento e della conquista, hanno cessato di essere sogni, tramutandosi in vaghe e confuse velleità di evasione. L'America, solo ieri terra delle felicità, è adesso un miraggio irraggiungibile e così male incipriato che il suo inganno seduce giusto chi non sa guardare. La ribellione dei diseredati fallisce ancor prima di infiammare gli animi, mentre i pellerossa, non più nemici ma schiavi dell’industria dello spettacolo capitalista, sono esposti come vessilli di guerra, comparse costrette a inscenare ogni volta di nuovo il massacro che li ha sterminati. I loro sguardi, densi di nobile disprezzo verso gli oppressori coloniali ora travestiti da showmen, sono lo specchio dell'unica vera coscienza rivoluzionaria del film. Una rivoluzione sconfitta, certo, la cui consapevolezza dura l’attimo di un paio di inquadrature, e che eppure echeggia in secoli di lotta.

Testa o croce? è un teatro citazionista, un mosaico le cui tessere sono incastonate in modo obliquo a formare un'immagine inedita, seppur le sue parti siano in qualche altrove già viste, proprio come il mandriano da qualche parte crede di aver già incontrato Rosa. Così, tra tradimenti e assalti al treno, c’è chi in una testa che rotola scorgerà il crepuscolare surrealismo di Peckinpah e chi nel candore della coppia omicida penserà a Malick, ai suoi bucolici idilli insanguinati da una rabbia giovane. C’è anche chi, poi, sulle facce della moneta che volteggia e non si sa ancora da che lato stia per cadere, vedrà raffigurati i fratelli Coen, le loro riflessioni sull’insensatezza del caso e la banalità del destino. Tutti, comunque, ascoltando un ritornello accompagnare le sorti di personaggi sprovvisti del minimo psicologismo e ridotti a pure funzioni espositive, torneranno a Sergio Leone, ai suoi buoni, brutti e cattivi, alle sue astrazioni metafisiche e alle sue invenzioni di un tempo e di uno spazio essenzialmente cinematografici, per la prima volta italiani.
Ciò che dona originale profondità a questo gioco cinefilo di contestualizzazioni, rimandi e sfasamenti è il tentativo di approfondire la questione, insieme formale e sostanziale, etica ed estetica, che più di ogni altra ha segnato fin qui la filmografia di Zoppis e de Righi: quali dinamiche legano la realtà alla finzione? Dal momento che ogni reale è prima di tutto raccontato, è possibile immaginare la prima senza la seconda, la verità senza la sua falsificazione? E ancora, soprattutto, che mondo producono le narrazioni che ci raccontiamo e che raccontiamo agli altri? A quali comunità danno vita, a quali memorie, a quali rapporti di potere ed esclusione. Miti, fiabe, re granchi e solenghi: se sei un bravo narratore anche la Tuscia può diventare la Monument Valley, così come la più vile delle falsità una travolgente avventura.

Sergio Leone a lavoro sul set
Il Wild West Show che apre il film è allora il perfetto dispositivo per indagare, sotto molteplici aspetti, le ambiguità nascoste in ogni rappresentazione. Recita nella recita, nonché metafora del cinema stesso, che proprio in quegli anni nasceva e si diffondeva commercialmente come forma di intrattenimento borghese, lo spettacolo in cui Buffalo Bill vende agli italiani il mito contraffatto della frontiera americana è una folgorante sintesi della nostra epoca. Il racconto che egli architetta del Far West, con i suoi fucili a salve e i suoi fondali dipinti, affascina gli spettatori proprio perché bugiardo. Merce che riproduce la violenza senza il bisogno di interrogarne l’orrore, il Wild West Show è lo strumento che i vincitori utilizzano per proseguire a colonizzare tanto la verità storica quanto lo sguardo dei vinti e dei consumatori, assicurandosi l’egemonia narrativa sui loro delitti.
Il racconto come arma di dominio, quindi, come forma di controllo e repressione che intreccia interessi economici e discriminazioni imperialiste. Ma anche, e in maniera ancor più equivoca, il racconto come unico mezzo per narrarsi e ottenere successo, per esorcizzare un passato infausto e divenire quel che gli altri sono disposti a credere tu sia. Succede a quasi tutti i personaggi e in special modo a Santino, in grado di trovare la propria identità solo perdendosi nella farsa di una canzonetta, davanti a un pubblico disponibile a essere truffato e compiaciuto. Che infine a interpretare Buffalo Bill, il cowboy narrante, sia John C. Reilly, star hollywoodiana di prima grandezza, avvalora la complessità di un film che si guarda sempre anche dall’esterno e che mette in tensione almeno due diversi livelli di dipendenza: quella della verità nei confronti della finzione e quella, culturale e ideologica, del cinema italiano verso quello americano.

L'attrice Nadia Tereszkiewicz in una sequenza del film
Il personaggio di Rosa, in questo senso, oltre a segnalare il magnetismo di Nadia Tereszkiewicz e a delineare un'eroina senz’altro femminista, incarna anche l’occasione per il nostro cinema di affrancarsi dai modelli d’oltreoceano, diventando finalmente narratore di un proprio e contemporaneo ovest. Intendiamo con ciò un itinerario impervio e luminoso, che dai campi sfoci nel mare e che per via del genere e delle sue trasgressioni possa farci domandare da dove veniamo e dove stiamo andando. Testa o croce? questo percorso prova a esplorarlo con selvaggia raffinatezza, grazie all'estro e alla sensibilità critica di due tra gli autori meno pubblicizzati ma fra i più influenti del panorama nazionale. Il loro appare un western dai molti prefissi possibili, insieme aprifila e fieramente revisionista, che prima replica e poi scardina una consuetudine, esaurendo un capitolo mentre ne spalanca, si spera, un altro.
Un western in costante dialogo con le sovversioni del passato e i cortocircuiti del presente, il cui unico duello davvero fatale, il solo mostrato, è quello che ha in palio la salvifica possibilità, per popoli e individui, di controllare la narrazione della propria esistenza. Se Rosa strapperà la penna a Buffalo Bill, scrivendo così le ultime pagine della sua epopea, e se Santino domerà il purosangue americano sfatando la leggenda colonialista, è anche una questione politica che concerne dove mettere la parola fine, quanto emancipato fare lo sguardo, fino a che punto credere al cinema, nonostante tutto, come alla menzogna più vera che abbiamo.
NC-345
12.10.2025

I registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis
Dopo giorni di fuga tra le campagne romane, Rosa e Santino trovano rifugio per la notte da un anziano pastore. Siamo agli inizi del Novecento, nel bel mezzo di una storia d’amore. Un uomo è morto, il marito di lei, il padrone di lui. Il signor Ercole Rupè per essere precisi, figlio del ricco Rupè che tutto possiede e comanda, anche la costruzione della ferrovia che deve unire l’Italia. Ercole Rupè è morto perché Rosa, stufa delle sue violenze, gli ha sparato un colpo di pistola dritto al cuore. Invaghita di Santino, impareggiabile cavallerizzo bello e fesso, Rosa ha fatto fuoco e ora siede con lui al tavolo del vecchio mandriano, che la scruta in lungo e largo e dice di averla già vista da qualche parte. Tutto ciò mentre fuori gli scagnozzi di Rupè, il cowboy cantastorie Buffalo Bill e alcuni rivoluzionari sudamericani sono sulle loro tracce.
L’intuizione del pastore – il dubbio di avere già visto gli occhi di Rosa – non avrà esito nella narrazione, ma ci aiuta a leggere Testa o croce?, il nuovo film di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, come un'opera al contempo inusitata e proverbiale, colta figlia di un’anti-tradizione nei confronti della quale eccede fino alle estreme conseguenze della parodia e del fantastico. Bazin, del resto, chiamava superwestern quel tipo di western che riflette in senso estetico e intellettuale su se stesso, sul suo linguaggio e sul suo rapporto col mondo. Cavalcare tra le piccole praterie del film, in questo senso, assomiglia a una scapestrata visita nel museo di quel genere che più di ogni altro ha originato l’immaginario della potenza e dell’identità del cinema americano.

Rosa (Nadia Tereszkiewicz) e Santino (Alessandro Borghi)
Come molti prima di loro, Zoppis e de Righi decostruiscono la mitologia del grande western classico, svuotando e risignificando in chiave comica o decadente i suoi elementi strutturali. Se da decenni sono tramontate le certezze morali dell’eroe di John Ford, ormai anche il fascino dell’antieroe appare logoro. Il Santino interpretato da Alessandro Borghi, mai così abile nel restituire vezzi e smorfie di una maschera indolente da commedia all’italiana, è infatti la misera controfigura di un protagonista. Più inetto che dannato, Santino è un buttero incapace di sparare a una mosca, così come di orientarsi oltre i confini della stalla in cui lavora. Preda degli eventi e di fatto privo di soggettività (non a caso i pensieri gli verranno mozzati di netto), ben rappresenta la crisi di un maschio e di un cinema i cui codici girano ormai a vuoto, inadeguati fino a disseminarsi e a implodere.
In Testa o croce? non ci sono né sceriffi né giustizia, ma una caccia all’uomo in cui a governare è la legge del denaro e della vendetta. La frontiera, il desiderio dell’attraversamento e della conquista, hanno cessato di essere sogni, tramutandosi in vaghe e confuse velleità di evasione. L'America, solo ieri terra delle felicità, è adesso un miraggio irraggiungibile e così male incipriato che il suo inganno seduce giusto chi non sa guardare. La ribellione dei diseredati fallisce ancor prima di infiammare gli animi, mentre i pellerossa, non più nemici ma schiavi dell’industria dello spettacolo capitalista, sono esposti come vessilli di guerra, comparse costrette a inscenare ogni volta di nuovo il massacro che li ha sterminati. I loro sguardi, densi di nobile disprezzo verso gli oppressori coloniali ora travestiti da showmen, sono lo specchio dell'unica vera coscienza rivoluzionaria del film. Una rivoluzione sconfitta, certo, la cui consapevolezza dura l’attimo di un paio di inquadrature, e che eppure echeggia in secoli di lotta.

Testa o croce? è un teatro citazionista, un mosaico le cui tessere sono incastonate in modo obliquo a formare un'immagine inedita, seppur le sue parti siano in qualche altrove già viste, proprio come il mandriano da qualche parte crede di aver già incontrato Rosa. Così, tra tradimenti e assalti al treno, c’è chi in una testa che rotola scorgerà il crepuscolare surrealismo di Peckinpah e chi nel candore della coppia omicida penserà a Malick, ai suoi bucolici idilli insanguinati da una rabbia giovane. C’è anche chi, poi, sulle facce della moneta che volteggia e non si sa ancora da che lato stia per cadere, vedrà raffigurati i fratelli Coen, le loro riflessioni sull’insensatezza del caso e la banalità del destino. Tutti, comunque, ascoltando un ritornello accompagnare le sorti di personaggi sprovvisti del minimo psicologismo e ridotti a pure funzioni espositive, torneranno a Sergio Leone, ai suoi buoni, brutti e cattivi, alle sue astrazioni metafisiche e alle sue invenzioni di un tempo e di uno spazio essenzialmente cinematografici, per la prima volta italiani.
Ciò che dona originale profondità a questo gioco cinefilo di contestualizzazioni, rimandi e sfasamenti è il tentativo di approfondire la questione, insieme formale e sostanziale, etica ed estetica, che più di ogni altra ha segnato fin qui la filmografia di Zoppis e de Righi: quali dinamiche legano la realtà alla finzione? Dal momento che ogni reale è prima di tutto raccontato, è possibile immaginare la prima senza la seconda, la verità senza la sua falsificazione? E ancora, soprattutto, che mondo producono le narrazioni che ci raccontiamo e che raccontiamo agli altri? A quali comunità danno vita, a quali memorie, a quali rapporti di potere ed esclusione. Miti, fiabe, re granchi e solenghi: se sei un bravo narratore anche la Tuscia può diventare la Monument Valley, così come la più vile delle falsità una travolgente avventura.

Sergio Leone a lavoro sul set
Il Wild West Show che apre il film è allora il perfetto dispositivo per indagare, sotto molteplici aspetti, le ambiguità nascoste in ogni rappresentazione. Recita nella recita, nonché metafora del cinema stesso, che proprio in quegli anni nasceva e si diffondeva commercialmente come forma di intrattenimento borghese, lo spettacolo in cui Buffalo Bill vende agli italiani il mito contraffatto della frontiera americana è una folgorante sintesi della nostra epoca. Il racconto che egli architetta del Far West, con i suoi fucili a salve e i suoi fondali dipinti, affascina gli spettatori proprio perché bugiardo. Merce che riproduce la violenza senza il bisogno di interrogarne l’orrore, il Wild West Show è lo strumento che i vincitori utilizzano per proseguire a colonizzare tanto la verità storica quanto lo sguardo dei vinti e dei consumatori, assicurandosi l’egemonia narrativa sui loro delitti.
Il racconto come arma di dominio, quindi, come forma di controllo e repressione che intreccia interessi economici e discriminazioni imperialiste. Ma anche, e in maniera ancor più equivoca, il racconto come unico mezzo per narrarsi e ottenere successo, per esorcizzare un passato infausto e divenire quel che gli altri sono disposti a credere tu sia. Succede a quasi tutti i personaggi e in special modo a Santino, in grado di trovare la propria identità solo perdendosi nella farsa di una canzonetta, davanti a un pubblico disponibile a essere truffato e compiaciuto. Che infine a interpretare Buffalo Bill, il cowboy narrante, sia John C. Reilly, star hollywoodiana di prima grandezza, avvalora la complessità di un film che si guarda sempre anche dall’esterno e che mette in tensione almeno due diversi livelli di dipendenza: quella della verità nei confronti della finzione e quella, culturale e ideologica, del cinema italiano verso quello americano.

L'attrice Nadia Tereszkiewicz in una sequenza del film
Il personaggio di Rosa, in questo senso, oltre a segnalare il magnetismo di Nadia Tereszkiewicz e a delineare un'eroina senz’altro femminista, incarna anche l’occasione per il nostro cinema di affrancarsi dai modelli d’oltreoceano, diventando finalmente narratore di un proprio e contemporaneo ovest. Intendiamo con ciò un itinerario impervio e luminoso, che dai campi sfoci nel mare e che per via del genere e delle sue trasgressioni possa farci domandare da dove veniamo e dove stiamo andando. Testa o croce? questo percorso prova a esplorarlo con selvaggia raffinatezza, grazie all'estro e alla sensibilità critica di due tra gli autori meno pubblicizzati ma fra i più influenti del panorama nazionale. Il loro appare un western dai molti prefissi possibili, insieme aprifila e fieramente revisionista, che prima replica e poi scardina una consuetudine, esaurendo un capitolo mentre ne spalanca, si spera, un altro.
Un western in costante dialogo con le sovversioni del passato e i cortocircuiti del presente, il cui unico duello davvero fatale, il solo mostrato, è quello che ha in palio la salvifica possibilità, per popoli e individui, di controllare la narrazione della propria esistenza. Se Rosa strapperà la penna a Buffalo Bill, scrivendo così le ultime pagine della sua epopea, e se Santino domerà il purosangue americano sfatando la leggenda colonialista, è anche una questione politica che concerne dove mettere la parola fine, quanto emancipato fare lo sguardo, fino a che punto credere al cinema, nonostante tutto, come alla menzogna più vera che abbiamo.