

Berlino 76,
recensione di Omar Franini
RV-132
19.02.2026
“Sarà una cerimonia vera o una simulata?” chiede una delle attrici di Dao durante uno dei “provini” mostrati nel film. Poco dopo, quando le viene domandato quale ruolo vorrebbe interpretare, risponde senza esitazione che le piacerebbe essere una cuoca, così da poter coordinare il tutto. La conversazione si chiude con un’ultima domanda, più leggera, sul tipo di film che le piacciono. “Quelli culturali”, dice, mentre su quelli sentimentali sembra invece sorvolare, accennando soltanto all’amore corrisposto per il marito. Conversazioni di questo tipo ritornano più volte all’interno della nuova opera di Alain Gomis, che sin dall’inizio svela con chiarezza la natura del progetto; ciò che stiamo vedendo è una sorta di reenactment. Le immagini, i volti e le situazioni sfiorano il documentario, ma restano pienamente fiction. “Come prima cosa dobbiamo creare una famiglia, una vera famiglia finta. Solo dopo si può parlare di finzione”, così il regista spiega ai suoi attori l’ambizione del suo lavoro. Tra loro c’è Katy Correa, attrice non professionista scelta per interpretare Gloria, protagonista di questa odissea socioculturale di tre ore. È attraverso il suo volto, il suo sguardo spesso malinconico e assorto, che veniamo guidati dentro un doppio movimento, quello geografico tra Francia e Guinea-Bissau e quello temporale tra passato e presente.
Nel film si intrecciano infatti due cerimonie, distanti un anno; da una parte il matrimonio della figlia Nour in Francia e dall’altra la commemorazione del padre defunto in Guinea-Bissau. Due nazioni, due mondi apparentemente inconciliabili, due sistemi di valori che sembrano quasi opposti e che tuttavia convivono negli stessi corpi. I giovani, Nour e James, appaiono come la coppia perfetta, convinti della scelta matrimoniale, Gloria/Katy invece osserva quella festa con uno sguardo ambivalente, ricordando come nella sua generazione il matrimonio fosse più un obbligo che un atto d’amore.
Su questa dimensione sospesa tra documentario e finzione si sviluppa Dao. Dopo l’arrivo in Guinea-Bissau, una melodia malinconica al pianoforte accompagna i primi momenti africani, come a suggerire che ciò che sta per accadere non è solo un ritorno fisico, ma un’immersione nella memoria. La musica diventa quindi un elemento strutturale dell’opera. I motivi jazz di Keïta Janota, insieme a ritmi tradizionali e improvvisazioni che richiamano una costruzione quasi performativa, attraversano l’intero film, ricorrendo ciclicamente. Il tema al pianoforte, ripetuto più volte, rischia a tratti di risultare insistente, persino stucchevole, ma è proprio questa reiterazione a costruire il senso di ritualità e circolarità che sostiene l’intera narrazione. La musica unisce le due celebrazioni, salda i momenti di gioia e quelli di lutto, crea un continuum emotivo che supera le distanze geografiche.
Eppure Dao non è un film etnografico. La cultura è centrale, ma Alain Gomis non vuole impartire lezioni a un pubblico occidentale. Non c’è spiegazione didascalica dei riti, né volontà di trasformare la Guinea-Bissau in oggetto di studio. Il film evita anche un’analisi esplicita del colonialismo o del post-colonialismo, ponendosi quasi in posizione speculare rispetto a O Riso e a Faca (2025) di Pedro Pinho, che costruisce invece un discorso apertamente politico sulle dinamiche economiche e ideologiche tra Europa e Africa. Se il film di Pinho argomenta e problematizza in modo frontale, Dao sceglie la via dell’ellissi, della sospensione e, quando un personaggio inizia a citare eventi storici e accenna alla figura di Amílcar Cabral, viene interrotto da un parente quasi per concidenza e il discorso non viene più ripreso. È una scelta che rafforza l’impressione di realismo e improvvisazione, come se la storia collettiva restasse sullo sfondo, presente ma non tematizzata, parte del flusso vitale più che oggetto di trattazione teorica.
Il centro del film è pur sempre la famiglia, intesa non come istituzione immobile ma come una corrente di legami e fratture. È fatta di memoria e perdita, ma anche di trasmissione culturale e trasformazione. I litigi tra gli zii, le tensioni economiche, le battute ironiche, le riconciliazioni improvvise, tutto contribuisce a restituire l’idea di una comunità in continuo assestamento. Emblematica è la lunga ed interrotta sequenza della partita di calcio durante il matrimonio che inizia come gioco tra bambini, poi coinvolge gli adolescenti e infine gli adulti. È un passaggio generazionale che si compie davanti ai nostri occhi, un microcosmo che potrebbe appartenere a qualsiasi cultura ed in questo modo Dao pone le sue radici in una realtà specifica ma ambisce a un’esperienza universale.
Grande spazio è dato soprattutto alle sequenze di danza. I corpi occupano lo schermo con una vitalità contagiosa, si muovono, si sfiorano, si cercano. Gli sguardi si incrociano, la gioia esplode in un’energia collettiva che contraddice qualsiasi rappresentazione stereotipata e folkloristica. Gomis ribalta le immagini convenzionali dei riti “esotici” e soprattutto quelle legate alla donna; le figure femminili non sono marginali né passive, ma entità attive nelle decisioni familiari e nella costruzione del senso comunitario. In quest'ottica il percorso del regista appare coerente con un’evoluzione già visibile nei suoi film precedenti, dal maschile inquieto di L’afrance (2001) alla centralità femminile di Félicité (2017), fino a questa nuova tappa in cui lo sguardo di Gloria diventa vero baricentro emotivo.
Katy Correa è, in effetti, il cuore pulsante dell’opera. Il suo volto trattiene emozioni, lascia filtrare esitazioni, nostalgia, rabbia e tenerezza. La scena con l’ex marito è tra le più toccanti ed in pochi gesti e silenzi si condensano anni di storia condivisa, rimpianti e affetti irrisolti. È attraverso di lei che percepiamo la distanza tra chi è rimasto e chi è partito, tra chi ha cercato fortuna in Europa e chi è rimasto a custodire tradizioni e memorie. Il suo sguardo funge da traghettatore in questo viaggio, mantenendo un equilibrio fragile tra appartenenza e dislocazione.
Lo scontro generazionale, il peso del patriarcato e il ruolo della donna nelle dinamiche familiari, le tensioni tra modernità e tradizione, la frattura, ma anche il legame indissolubile tra Africa ed Europa. Dao è tutto questo e molto altro. È un mosaico che riflette la nostra stessa vita. La nascita di una nuova famiglia e la commemorazione di chi non c’è più si specchiano l’una nell’altra, mostrando come ogni inizio porti con sé una fine e ogni perdita contenga una forma di continuità.
Non a caso, il titolo rimanda a un movimento perpetuo e circolare che attraversa ogni cosa e unisce il mondo. Dao è appunto questo movimento, un ritorno costante tra passato e presente, tra qui e altrove, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. Un cinema che non pretende di spiegare, ma di farci sostare dentro il flusso della vita. E nel farlo, ci ricorda che ogni famiglia, per quanto situata in un contesto preciso, è già, in fondo, una storia universale.

Berlino 76,
recensione di Omar Franini
RV-132
19.02.2026
“Sarà una cerimonia vera o una simulata?” chiede una delle attrici di Dao durante uno dei “provini” mostrati nel film. Poco dopo, quando le viene domandato quale ruolo vorrebbe interpretare, risponde senza esitazione che le piacerebbe essere una cuoca, così da poter coordinare il tutto. La conversazione si chiude con un’ultima domanda, più leggera, sul tipo di film che le piacciono. “Quelli culturali”, dice, mentre su quelli sentimentali sembra invece sorvolare, accennando soltanto all’amore corrisposto per il marito. Conversazioni di questo tipo ritornano più volte all’interno della nuova opera di Alain Gomis, che sin dall’inizio svela con chiarezza la natura del progetto; ciò che stiamo vedendo è una sorta di reenactment. Le immagini, i volti e le situazioni sfiorano il documentario, ma restano pienamente fiction. “Come prima cosa dobbiamo creare una famiglia, una vera famiglia finta. Solo dopo si può parlare di finzione”, così il regista spiega ai suoi attori l’ambizione del suo lavoro. Tra loro c’è Katy Correa, attrice non professionista scelta per interpretare Gloria, protagonista di questa odissea socioculturale di tre ore. È attraverso il suo volto, il suo sguardo spesso malinconico e assorto, che veniamo guidati dentro un doppio movimento, quello geografico tra Francia e Guinea-Bissau e quello temporale tra passato e presente.
Nel film si intrecciano infatti due cerimonie, distanti un anno; da una parte il matrimonio della figlia Nour in Francia e dall’altra la commemorazione del padre defunto in Guinea-Bissau. Due nazioni, due mondi apparentemente inconciliabili, due sistemi di valori che sembrano quasi opposti e che tuttavia convivono negli stessi corpi. I giovani, Nour e James, appaiono come la coppia perfetta, convinti della scelta matrimoniale, Gloria/Katy invece osserva quella festa con uno sguardo ambivalente, ricordando come nella sua generazione il matrimonio fosse più un obbligo che un atto d’amore.
Su questa dimensione sospesa tra documentario e finzione si sviluppa Dao. Dopo l’arrivo in Guinea-Bissau, una melodia malinconica al pianoforte accompagna i primi momenti africani, come a suggerire che ciò che sta per accadere non è solo un ritorno fisico, ma un’immersione nella memoria. La musica diventa quindi un elemento strutturale dell’opera. I motivi jazz di Keïta Janota, insieme a ritmi tradizionali e improvvisazioni che richiamano una costruzione quasi performativa, attraversano l’intero film, ricorrendo ciclicamente. Il tema al pianoforte, ripetuto più volte, rischia a tratti di risultare insistente, persino stucchevole, ma è proprio questa reiterazione a costruire il senso di ritualità e circolarità che sostiene l’intera narrazione. La musica unisce le due celebrazioni, salda i momenti di gioia e quelli di lutto, crea un continuum emotivo che supera le distanze geografiche.
Eppure Dao non è un film etnografico. La cultura è centrale, ma Alain Gomis non vuole impartire lezioni a un pubblico occidentale. Non c’è spiegazione didascalica dei riti, né volontà di trasformare la Guinea-Bissau in oggetto di studio. Il film evita anche un’analisi esplicita del colonialismo o del post-colonialismo, ponendosi quasi in posizione speculare rispetto a O Riso e a Faca (2025) di Pedro Pinho, che costruisce invece un discorso apertamente politico sulle dinamiche economiche e ideologiche tra Europa e Africa. Se il film di Pinho argomenta e problematizza in modo frontale, Dao sceglie la via dell’ellissi, della sospensione e, quando un personaggio inizia a citare eventi storici e accenna alla figura di Amílcar Cabral, viene interrotto da un parente quasi per concidenza e il discorso non viene più ripreso. È una scelta che rafforza l’impressione di realismo e improvvisazione, come se la storia collettiva restasse sullo sfondo, presente ma non tematizzata, parte del flusso vitale più che oggetto di trattazione teorica.
Il centro del film è pur sempre la famiglia, intesa non come istituzione immobile ma come una corrente di legami e fratture. È fatta di memoria e perdita, ma anche di trasmissione culturale e trasformazione. I litigi tra gli zii, le tensioni economiche, le battute ironiche, le riconciliazioni improvvise, tutto contribuisce a restituire l’idea di una comunità in continuo assestamento. Emblematica è la lunga ed interrotta sequenza della partita di calcio durante il matrimonio che inizia come gioco tra bambini, poi coinvolge gli adolescenti e infine gli adulti. È un passaggio generazionale che si compie davanti ai nostri occhi, un microcosmo che potrebbe appartenere a qualsiasi cultura ed in questo modo Dao pone le sue radici in una realtà specifica ma ambisce a un’esperienza universale.
Grande spazio è dato soprattutto alle sequenze di danza. I corpi occupano lo schermo con una vitalità contagiosa, si muovono, si sfiorano, si cercano. Gli sguardi si incrociano, la gioia esplode in un’energia collettiva che contraddice qualsiasi rappresentazione stereotipata e folkloristica. Gomis ribalta le immagini convenzionali dei riti “esotici” e soprattutto quelle legate alla donna; le figure femminili non sono marginali né passive, ma entità attive nelle decisioni familiari e nella costruzione del senso comunitario. In quest'ottica il percorso del regista appare coerente con un’evoluzione già visibile nei suoi film precedenti, dal maschile inquieto di L’afrance (2001) alla centralità femminile di Félicité (2017), fino a questa nuova tappa in cui lo sguardo di Gloria diventa vero baricentro emotivo.
Katy Correa è, in effetti, il cuore pulsante dell’opera. Il suo volto trattiene emozioni, lascia filtrare esitazioni, nostalgia, rabbia e tenerezza. La scena con l’ex marito è tra le più toccanti ed in pochi gesti e silenzi si condensano anni di storia condivisa, rimpianti e affetti irrisolti. È attraverso di lei che percepiamo la distanza tra chi è rimasto e chi è partito, tra chi ha cercato fortuna in Europa e chi è rimasto a custodire tradizioni e memorie. Il suo sguardo funge da traghettatore in questo viaggio, mantenendo un equilibrio fragile tra appartenenza e dislocazione.
Lo scontro generazionale, il peso del patriarcato e il ruolo della donna nelle dinamiche familiari, le tensioni tra modernità e tradizione, la frattura, ma anche il legame indissolubile tra Africa ed Europa. Dao è tutto questo e molto altro. È un mosaico che riflette la nostra stessa vita. La nascita di una nuova famiglia e la commemorazione di chi non c’è più si specchiano l’una nell’altra, mostrando come ogni inizio porti con sé una fine e ogni perdita contenga una forma di continuità.
Non a caso, il titolo rimanda a un movimento perpetuo e circolare che attraversa ogni cosa e unisce il mondo. Dao è appunto questo movimento, un ritorno costante tra passato e presente, tra qui e altrove, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. Un cinema che non pretende di spiegare, ma di farci sostare dentro il flusso della vita. E nel farlo, ci ricorda che ogni famiglia, per quanto situata in un contesto preciso, è già, in fondo, una storia universale.