

La fenomenologia della passione
recensione di Pavel Belli Micati
RV-126
26.11.2025
Il suo mondo è in fiamme, e lei non può - né vuole - spegnerlo. In Die My Love, l’ultima passione di Lynne Ramsay, il fuoco si mostra nella sua duplice natura: potenza distruttrice e forza creativa. Una sinfonia lisergica tra sentimenti, emozioni e percezioni incontra la sua sintesi in Grace - una Jennifer Lawrence in dolce attesa che abbandona New York per il Montana, per costruire, insieme al compagno Jackson (un penitenziale Robert Pattinson), il nido d’amore nel cuore della foresta. Per il suo quinto lungometraggio, la regista scozzese adatta l’esordio letterario dell’argentina ArianaHarwicz, Ammazzati amore mio, trasformandolo in un viaggio psichedelico attraverso le visioni di una mente tormentata: un’anima senza tregua, una madre in stato d’allarme, una donna prigioniera della frustrazione - tutte variazioni di un medesimo desiderio che non si arrende alla fine. Questo è il mondo di Grace, chiamata a essere prima fertile, poi ragionevole e infine indulgente: lei, che non vive se non nel fuoco della propria passione.
L’amore, per Jackson, è come un brano folk, una ballad di John Prine; per Grace, invece, la vita risuona come una rapsodia di Brahms. «C’è uno studio, qui. Potrai scrivere il tuo grande romanzo americano!», le dice lui, entusiasta, entrando in casa per la prima volta. Ma lei non vuole scriverlo - o meglio, lei vuole viverlo, nella mente e sul corpo. «Non sono mai riuscita a spiegargli che non mi interessano le stelle. Che non mi interessa cosa c’è nel cielo», scrive la donna che guarda l’uomo che pensa al paradiso, mentre lei è lì sulla terra, a patire l’inferno. Ramsay traduce questo scarto di percezione in una Lawrence animalesca, passionale, rabbiosa e radiosa, metafora del solipsismo che si fa corpo, trasfigurazione della pulsione inconscia. Lo spazio domestico è il luogo del sacrificio che si compirà, la capanna che presto sarà divorata dalle fiamme. Ma tutto è già avvenuto, deve ancora accadere o non è mai successo? Il latte materno si mescola all’inchiostro, e l’inchiostro al sangue che sgorga: nutrimento che dà la vita, trasforma la vita in arte e ne fa la propria condanna.
«Il desiderio è un allarme che non posso disattivare», scrive Harwicz, e l’emozione di Lawrence infonde alla sua Grace - una donna indecisa se fare qualcosa, o non fare assolutamente nulla, della propria vita - un ritmo irregolare, discontinuo: è il battito di un cuore che non conosce riposo. La passione si fa materia, diventa fenomenologia. Non c’è inizio né fine, in questo delirante desiderio che è la vita. Esiste solo il sentimento, percepito nella sua durata, attraverso la sua intensità, nelle giornate in cui Grace (Jennifer Lawrence) spera in un miracolo e invece trova, al tramonto, solo un marito-figlio, e una pila di piatti da lavare. Lei teme che lui la tradisca, ma lui teme che lei dia fuoco alla casa (con il bambino dentro). Ramsay assolve A Woman Under the Influence (Una moglie, 1974) di John Cassavetes, restituendo a Gena Rowlands quella dignità negata dalla diagnosi precoce. Tra cieli immensi e campi spettrali, in omaggio all’introspezione del cinema di Terrence Malick, il film non cerca la verità nella crisi, né offre spazi di riflessione: la passione qui non è sentimento, ma cataclisma che attraversa e incendia il mondo.
Dal repertorio romantico della canzone inglese - da Billie Holiday ai Cream, passando per Nick Lowe - Ramsay compone un canto libero che unisce passione e dolore, estasi e psicosi, arte e morte in un solo respiro semantico. È la storia di una donna, ma anche parabola sulla creazione artistica: la carne si fa verbo, e il verbo la muove, torce e contorce - letteralmente. Con Die My Love, Ramsay tocca l’apice della sua rappresentazione. I temi a lei più cari - la morte, l’isolamento, la maternità, il dolore – si fondono qui in una miscela intensa, un affresco dal tratto vivace, i toni autunnali e le incursioni pop. Un assolo di estetica tanto iconoclasta quanto sensibile, che consacra un nuovo manifesto per il cinema neo-ermeneutico e tributa quello più introspettivo, narrato attraverso la dispersione continua del processo cognitivo. Seamus McGarvey torna alla fotografia e, conforme al ritorno del cinema in pellicola, l’ektachrome in 35 mm cattura non solo la brillantezza di questa ardente passione, colora anche l’opacità in cui il delirio sfuma.
Sin dagli inizi, lo sguardo di Ramsay si è posato, più che sui personaggi descritti, sulla condizione psichica in loro rappresentata. L’annegamento che apre Ratcatcher (1999) assurge a simbolo della perdita dell’innocenza: la sua visione trasforma il senso di colpa in materia luminosa, ma anche in scarto e riflessione. In Morvern Callar (2002), tratto dal romanzo di Alan Warner, la fine tragica di una relazione si fa per la sua protagonista occasione di re-identificazione, oltre a uno strumento di alienazione dallo spettatore. La regia usa la frammentazione psicologica come metodo d’indagine, esplorando l’inaffidabilità narrativa e l’ambiguità percettiva che costruiscono la sua architettura. Vivere, nel cinema di Ramsay, non è mai un’esperienza spettacolare: è piuttosto un’allucinazione sensoriale. We Need To Talk About Kevin ( E ora parliamo di Kevin, 2011) segna il passaggio dal colore sociale ai tableaux del lutto; You Were Never Really Here (2017) conduce la lente intimista nel thriller metafisico, dove grazia ed efferatezza si alternano in una parabola che tuona dalla rabbia ma si conforta nel rancore.
Non paradigmi, ma condizioni: i paesaggi di Ramsay descrivono l’indicibile. In equilibrio tra la sopravvivenza nel mondo in carne e ossa, e la rivendicazione di uno interiore, il sentimento qui diventa sinestesia pura. La regia colora l’incongruità della coscienza sovversiva: ogni scena è un affresco emotivo, il formato Academy accentua l’intimità espressiva e la saturazione delle tinte dipinge un’esistenza alla fine del mondo come un quadro di Rembrandt - vissuto dall’interno. Se James esce dalla finestra, Morvern la lascia aperta, Eva la accosta e Joe la riapre, Grace la frantuma in un’infinità di schegge. La sua visione poetica, che è anche il formato della narrazione, alterna strazio allucinatorio ed estasi sensoriale. Tutti i frammenti in cui l’ipostasi si spezza - i rendez-vous con gli animali notturni, le fantasie d’adulterio, le metamorfosi familiari - non cercano risoluzione né la desiderano; eppure, riacquistano un’unità formale solo attraverso la loro riduzione ultima. L’epilogo, il ritorno a casa - tanto desiderato quanto rifiutato - resta cristallizzato sulla superficie.
Lungo la sua carriera, Ramsay ha rincorso la necessità di restituire una forma coerente a quel contenuto frammentario che è l’esistenza. La conclusione a cui approda è che non esiste un modo esatto di vivere, e neanche uno di raccontarlo. La vita e l’arte sono i formati migliori attraverso cui l’emozione canta se stessa, mentre attende la fine. Amore e morte, creazione e sacrificio sfumano sempre più le une dentro le altre, e viceversa. Lontana da opposizioni binarie, Grace è santa e puttana, genio e folle, in estasi e in angoscia. Perché l’immagine e il suo doppio negativo, in Ramsay, confliggono sempre. Il suo cinema è sofferenza e atto di fede nella passione che la muove. Un bambino concepito all’alba di un’apocalisse e nato alla vigilia di una rivoluzione. Tensione tra impulso e terrore, permesso e violazione, il sentimento e la sua ineluttabilità. È la stessa tensione che percorre la sua filmografia, da Ratcatcher a You Were Never Really Here, quell’attrito tra autodistruzione e un amore ostinato per la mente che riscrive la vita nel suo scorrere. In Die My Love questa ambivalenza incontra più che stabilità formale il proprio sincretismo materico.
Un’estetica elaborata acquisisce qui piena consapevolezza - in un esorcismo in stile libero che rifiuta la logica e tutto ciò che osa opporsi all’emozione. «Quando mi innamoro, mentre mi dimeno, spargo un pugno di terra su una bara. Non importa di chi è». L’ipostasi è ridotta al minimo, ma il ridimensionamento del monologo interiore trova, nel non risparmiare nulla alla sua protagonista, il suo corrispettivo filmico. Jennifer Lawrence è la sintesi di un nuovo femminile plurale, una Madre spietata e indomita che supera, per potenza e grazia, quella di Darren Aronofsky. Può la sopravvivenza, dunque, farsi miracolo? Creare la vita significa anche distruggerla? Essere al mondo è solo un eufemismo per “essere in guerra”? I classici interrogativi ramsayiani riposano nella luce della loro rivelazione e all’ombra della nostra coscienza. Die My Love è un’allegoria sfuggente - eppure mai neutra - di quell’atto naturale che è il semplice e puro sentire. È l’ultima catarsi visiva dove l’emozione, trascendendo insieme prassi creativa e riproduttiva, ne dilata universalmente la percezione. Ramsay trasforma così, ancora una volta, la vita nella propria visione.

La fenomenologia della passione
recensione di Pavel Belli Micati
RV-126
26.11.2025
Il suo mondo è in fiamme, e lei non può - né vuole - spegnerlo. In Die My Love, l’ultima passione di Lynne Ramsay, il fuoco si mostra nella sua duplice natura: potenza distruttrice e forza creativa. Una sinfonia lisergica tra sentimenti, emozioni e percezioni incontra la sua sintesi in Grace - una Jennifer Lawrence in dolce attesa che abbandona New York per il Montana, per costruire, insieme al compagno Jackson (un penitenziale Robert Pattinson), il nido d’amore nel cuore della foresta. Per il suo quinto lungometraggio, la regista scozzese adatta l’esordio letterario dell’argentina ArianaHarwicz, Ammazzati amore mio, trasformandolo in un viaggio psichedelico attraverso le visioni di una mente tormentata: un’anima senza tregua, una madre in stato d’allarme, una donna prigioniera della frustrazione - tutte variazioni di un medesimo desiderio che non si arrende alla fine. Questo è il mondo di Grace, chiamata a essere prima fertile, poi ragionevole e infine indulgente: lei, che non vive se non nel fuoco della propria passione.
L’amore, per Jackson, è come un brano folk, una ballad di John Prine; per Grace, invece, la vita risuona come una rapsodia di Brahms. «C’è uno studio, qui. Potrai scrivere il tuo grande romanzo americano!», le dice lui, entusiasta, entrando in casa per la prima volta. Ma lei non vuole scriverlo - o meglio, lei vuole viverlo, nella mente e sul corpo. «Non sono mai riuscita a spiegargli che non mi interessano le stelle. Che non mi interessa cosa c’è nel cielo», scrive la donna che guarda l’uomo che pensa al paradiso, mentre lei è lì sulla terra, a patire l’inferno. Ramsay traduce questo scarto di percezione in una Lawrence animalesca, passionale, rabbiosa e radiosa, metafora del solipsismo che si fa corpo, trasfigurazione della pulsione inconscia. Lo spazio domestico è il luogo del sacrificio che si compirà, la capanna che presto sarà divorata dalle fiamme. Ma tutto è già avvenuto, deve ancora accadere o non è mai successo? Il latte materno si mescola all’inchiostro, e l’inchiostro al sangue che sgorga: nutrimento che dà la vita, trasforma la vita in arte e ne fa la propria condanna.
«Il desiderio è un allarme che non posso disattivare», scrive Harwicz, e l’emozione di Lawrence infonde alla sua Grace - una donna indecisa se fare qualcosa, o non fare assolutamente nulla, della propria vita - un ritmo irregolare, discontinuo: è il battito di un cuore che non conosce riposo. La passione si fa materia, diventa fenomenologia. Non c’è inizio né fine, in questo delirante desiderio che è la vita. Esiste solo il sentimento, percepito nella sua durata, attraverso la sua intensità, nelle giornate in cui Grace (Jennifer Lawrence) spera in un miracolo e invece trova, al tramonto, solo un marito-figlio, e una pila di piatti da lavare. Lei teme che lui la tradisca, ma lui teme che lei dia fuoco alla casa (con il bambino dentro). Ramsay assolve A Woman Under the Influence (Una moglie, 1974) di John Cassavetes, restituendo a Gena Rowlands quella dignità negata dalla diagnosi precoce. Tra cieli immensi e campi spettrali, in omaggio all’introspezione del cinema di Terrence Malick, il film non cerca la verità nella crisi, né offre spazi di riflessione: la passione qui non è sentimento, ma cataclisma che attraversa e incendia il mondo.
Dal repertorio romantico della canzone inglese - da Billie Holiday ai Cream, passando per Nick Lowe - Ramsay compone un canto libero che unisce passione e dolore, estasi e psicosi, arte e morte in un solo respiro semantico. È la storia di una donna, ma anche parabola sulla creazione artistica: la carne si fa verbo, e il verbo la muove, torce e contorce - letteralmente. Con Die My Love, Ramsay tocca l’apice della sua rappresentazione. I temi a lei più cari - la morte, l’isolamento, la maternità, il dolore – si fondono qui in una miscela intensa, un affresco dal tratto vivace, i toni autunnali e le incursioni pop. Un assolo di estetica tanto iconoclasta quanto sensibile, che consacra un nuovo manifesto per il cinema neo-ermeneutico e tributa quello più introspettivo, narrato attraverso la dispersione continua del processo cognitivo. Seamus McGarvey torna alla fotografia e, conforme al ritorno del cinema in pellicola, l’ektachrome in 35 mm cattura non solo la brillantezza di questa ardente passione, colora anche l’opacità in cui il delirio sfuma.
Sin dagli inizi, lo sguardo di Ramsay si è posato, più che sui personaggi descritti, sulla condizione psichica in loro rappresentata. L’annegamento che apre Ratcatcher (1999) assurge a simbolo della perdita dell’innocenza: la sua visione trasforma il senso di colpa in materia luminosa, ma anche in scarto e riflessione. In Morvern Callar (2002), tratto dal romanzo di Alan Warner, la fine tragica di una relazione si fa per la sua protagonista occasione di re-identificazione, oltre a uno strumento di alienazione dallo spettatore. La regia usa la frammentazione psicologica come metodo d’indagine, esplorando l’inaffidabilità narrativa e l’ambiguità percettiva che costruiscono la sua architettura. Vivere, nel cinema di Ramsay, non è mai un’esperienza spettacolare: è piuttosto un’allucinazione sensoriale. We Need To Talk About Kevin ( E ora parliamo di Kevin, 2011) segna il passaggio dal colore sociale ai tableaux del lutto; You Were Never Really Here (2017) conduce la lente intimista nel thriller metafisico, dove grazia ed efferatezza si alternano in una parabola che tuona dalla rabbia ma si conforta nel rancore.
Non paradigmi, ma condizioni: i paesaggi di Ramsay descrivono l’indicibile. In equilibrio tra la sopravvivenza nel mondo in carne e ossa, e la rivendicazione di uno interiore, il sentimento qui diventa sinestesia pura. La regia colora l’incongruità della coscienza sovversiva: ogni scena è un affresco emotivo, il formato Academy accentua l’intimità espressiva e la saturazione delle tinte dipinge un’esistenza alla fine del mondo come un quadro di Rembrandt - vissuto dall’interno. Se James esce dalla finestra, Morvern la lascia aperta, Eva la accosta e Joe la riapre, Grace la frantuma in un’infinità di schegge. La sua visione poetica, che è anche il formato della narrazione, alterna strazio allucinatorio ed estasi sensoriale. Tutti i frammenti in cui l’ipostasi si spezza - i rendez-vous con gli animali notturni, le fantasie d’adulterio, le metamorfosi familiari - non cercano risoluzione né la desiderano; eppure, riacquistano un’unità formale solo attraverso la loro riduzione ultima. L’epilogo, il ritorno a casa - tanto desiderato quanto rifiutato - resta cristallizzato sulla superficie.
Lungo la sua carriera, Ramsay ha rincorso la necessità di restituire una forma coerente a quel contenuto frammentario che è l’esistenza. La conclusione a cui approda è che non esiste un modo esatto di vivere, e neanche uno di raccontarlo. La vita e l’arte sono i formati migliori attraverso cui l’emozione canta se stessa, mentre attende la fine. Amore e morte, creazione e sacrificio sfumano sempre più le une dentro le altre, e viceversa. Lontana da opposizioni binarie, Grace è santa e puttana, genio e folle, in estasi e in angoscia. Perché l’immagine e il suo doppio negativo, in Ramsay, confliggono sempre. Il suo cinema è sofferenza e atto di fede nella passione che la muove. Un bambino concepito all’alba di un’apocalisse e nato alla vigilia di una rivoluzione. Tensione tra impulso e terrore, permesso e violazione, il sentimento e la sua ineluttabilità. È la stessa tensione che percorre la sua filmografia, da Ratcatcher a You Were Never Really Here, quell’attrito tra autodistruzione e un amore ostinato per la mente che riscrive la vita nel suo scorrere. In Die My Love questa ambivalenza incontra più che stabilità formale il proprio sincretismo materico.
Un’estetica elaborata acquisisce qui piena consapevolezza - in un esorcismo in stile libero che rifiuta la logica e tutto ciò che osa opporsi all’emozione. «Quando mi innamoro, mentre mi dimeno, spargo un pugno di terra su una bara. Non importa di chi è». L’ipostasi è ridotta al minimo, ma il ridimensionamento del monologo interiore trova, nel non risparmiare nulla alla sua protagonista, il suo corrispettivo filmico. Jennifer Lawrence è la sintesi di un nuovo femminile plurale, una Madre spietata e indomita che supera, per potenza e grazia, quella di Darren Aronofsky. Può la sopravvivenza, dunque, farsi miracolo? Creare la vita significa anche distruggerla? Essere al mondo è solo un eufemismo per “essere in guerra”? I classici interrogativi ramsayiani riposano nella luce della loro rivelazione e all’ombra della nostra coscienza. Die My Love è un’allegoria sfuggente - eppure mai neutra - di quell’atto naturale che è il semplice e puro sentire. È l’ultima catarsi visiva dove l’emozione, trascendendo insieme prassi creativa e riproduttiva, ne dilata universalmente la percezione. Ramsay trasforma così, ancora una volta, la vita nella propria visione.