

Malavita e identità
recensione di Matteo Burburan
RV-113
16.07.2025
Ancora una volta il giovane regista Luis Ortega torna su personaggi maschili androgini e sulle loro parabole autodistruttive a sfondo criminale. È così in El Jockey, la storia di un fantino alle prese con un gruppo di gangster, così come era stato nel suo precedente El Angel (2018), prodotto dalla El Deseo di Pedro Almódovar, che lo aveva reso celebre, dopo il successo a Cannes, anche in virtù della scelta dell’Argentina di portarlo agli Oscar (“battendo” una concorrenza agguerritissima quell’anno, tra cui spiccava La Flor di Mariano Llinás).
Se nel precedente film di Ortega è il protagonista a essere un effettivo criminale (storia ispirata ai fatti dell’assassino seriale argentino Robledo Puch), in El Jockey, è invece l’ambiente delle scommesse sui cavalli a portare il leggendario fantino Manfredini (interpretato da Nahuel Pérez Biscayart, già visto in 120 Battiti al Minuto del 2017 di Robin Campillo), ormai caduto in disgrazia, a confrontarsi con l’ambiente della malavita, con i suoi pericoli e i suoi vizi tentacolari. È proprio il suo comportamento e la sua passione per le droghe e gli alcolici a metterlo nei guai, quando uccide per sbaglio un costosissimo cavallo giapponese di proprietà del suo capobanda Sirena. Inizia a questo punto, per il protagonista, una lunga fuga per le strade di una surreale Buenos Aires che gli farà toccare il fondo, ma da cui ne uscirà completamente trasformato.
Il tono che domina il film è contraddistinto da una grottesca esuberanza, spesso indirizzata verso una chiara ricerca dell’elemento kitsch, a partire dalla costruzione delle immagini, che si concentra a restituire l’enorme disorientamento di Remo di fronte a una realtà che lo fa sentire fuori posto. A dirigere la fotografia è infatti Timo Salminen, noto collaboratore di Aki Kaurismäki. La sua composizione delle immagini per El Jockey, infatti, come nei film del regista finlandese, punta a eccessivi e stranianti equilibri e simmetrie - in netto contrasto con le scanzonate sequenze e con i costumi e i trucchi dei personaggi. Allo stesso modo l’illuminazione frontale e talvolta anti-naturalistica, quasi come se tutti i protagonisti fossero costantemente fotografati con un flash, regala un senso di "sospensione del tempo" in una dimensione surreale.
Sempre nell’ottica di questa "sospensione temporale" è anche interessante osservare la scelta dell’ambientazione in un’Argentina sicuramente contemporanea, denotata, per esempio, dalle automobili e dai telefoni cellulari, in cui sono però inseriti, quasi anacronisticamente, personaggi e oggetti che sembrano provenire da altre epoche.
È, infatti, l’essere fuori posto - con le norme di genere e le aspettative che questo comporta - a rappresentare il fulcro dell'opera. La transessualizzazione del protagonista, che avviene nel secondo atto del lungometraggio (quando esso si presenta sotto il nome di Dolores) in realtà è già anticipata da numerosi segnali a inizio film. Le "aspettative comportamentali" di una società stupida ed ottusa, anche in relazione alla fantina/fidanzata Abril, non vengono fin da subito mantenute. Emblematica, in questo senso, è una delle prime sequenze della pellicola, che ritrae l'infantile abbraccio di Remo tra le gambe, pressoché materne, del personaggio interpretato da Úrsula Corberó (iconica interprete della fortunata serie La casa di carta), al posto di assecondare più prevedibili pulsioni sessuali.
La medesima fragilità maschile che si riscontra nel personaggio principale caratterizza anche tutti gli antagonisti del lungometraggio. Gli stessi gangster, per quanto cinici e crudeli, sono spesso comicamente ribaltati .Il contrasto (a livello sessuale, ma anche di stereotipi comportamentali) rappresenta quindi il marchio di quest'opera, che si impone come un appello alla libertà, sotto il segno di un’accettazione che deriva direttamente dal cinema di Pedro Almodóvar, e di un surrealismo che sembra ispirarsi alla poetica del maestro Luis Buñuel.

Malavita e identità
recensione di Matteo Burburan
RV-113
16.07.2025
Ancora una volta il giovane regista Luis Ortega torna su personaggi maschili androgini e sulle loro parabole autodistruttive a sfondo criminale. È così in El Jockey, la storia di un fantino alle prese con un gruppo di gangster, così come era stato nel suo precedente El Angel (2018), prodotto dalla El Deseo di Pedro Almódovar, che lo aveva reso celebre, dopo il successo a Cannes, anche in virtù della scelta dell’Argentina di portarlo agli Oscar (“battendo” una concorrenza agguerritissima quell’anno, tra cui spiccava La Flor di Mariano Llinás).
Se nel precedente film di Ortega è il protagonista a essere un effettivo criminale (storia ispirata ai fatti dell’assassino seriale argentino Robledo Puch), in El Jockey, è invece l’ambiente delle scommesse sui cavalli a portare il leggendario fantino Manfredini (interpretato da Nahuel Pérez Biscayart, già visto in 120 Battiti al Minuto del 2017 di Robin Campillo), ormai caduto in disgrazia, a confrontarsi con l’ambiente della malavita, con i suoi pericoli e i suoi vizi tentacolari. È proprio il suo comportamento e la sua passione per le droghe e gli alcolici a metterlo nei guai, quando uccide per sbaglio un costosissimo cavallo giapponese di proprietà del suo capobanda Sirena. Inizia a questo punto, per il protagonista, una lunga fuga per le strade di una surreale Buenos Aires che gli farà toccare il fondo, ma da cui ne uscirà completamente trasformato.
Il tono che domina il film è contraddistinto da una grottesca esuberanza, spesso indirizzata verso una chiara ricerca dell’elemento kitsch, a partire dalla costruzione delle immagini, che si concentra a restituire l’enorme disorientamento di Remo di fronte a una realtà che lo fa sentire fuori posto. A dirigere la fotografia è infatti Timo Salminen, noto collaboratore di Aki Kaurismäki. La sua composizione delle immagini per El Jockey, infatti, come nei film del regista finlandese, punta a eccessivi e stranianti equilibri e simmetrie - in netto contrasto con le scanzonate sequenze e con i costumi e i trucchi dei personaggi. Allo stesso modo l’illuminazione frontale e talvolta anti-naturalistica, quasi come se tutti i protagonisti fossero costantemente fotografati con un flash, regala un senso di "sospensione del tempo" in una dimensione surreale.
Sempre nell’ottica di questa "sospensione temporale" è anche interessante osservare la scelta dell’ambientazione in un’Argentina sicuramente contemporanea, denotata, per esempio, dalle automobili e dai telefoni cellulari, in cui sono però inseriti, quasi anacronisticamente, personaggi e oggetti che sembrano provenire da altre epoche.
È, infatti, l’essere fuori posto - con le norme di genere e le aspettative che questo comporta - a rappresentare il fulcro dell'opera. La transessualizzazione del protagonista, che avviene nel secondo atto del lungometraggio (quando esso si presenta sotto il nome di Dolores) in realtà è già anticipata da numerosi segnali a inizio film. Le "aspettative comportamentali" di una società stupida ed ottusa, anche in relazione alla fantina/fidanzata Abril, non vengono fin da subito mantenute. Emblematica, in questo senso, è una delle prime sequenze della pellicola, che ritrae l'infantile abbraccio di Remo tra le gambe, pressoché materne, del personaggio interpretato da Úrsula Corberó (iconica interprete della fortunata serie La casa di carta), al posto di assecondare più prevedibili pulsioni sessuali.
La medesima fragilità maschile che si riscontra nel personaggio principale caratterizza anche tutti gli antagonisti del lungometraggio. Gli stessi gangster, per quanto cinici e crudeli, sono spesso comicamente ribaltati .Il contrasto (a livello sessuale, ma anche di stereotipi comportamentali) rappresenta quindi il marchio di quest'opera, che si impone come un appello alla libertà, sotto il segno di un’accettazione che deriva direttamente dal cinema di Pedro Almodóvar, e di un surrealismo che sembra ispirarsi alla poetica del maestro Luis Buñuel.