

Venezia 82
recensione di Beatrice Gangi
RV-119
03.09.2025
Si definisce Principio di Anna Karenina, e nasce da quella così famosa apertura del romanzo di Tolstoj - "Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo" - il presupposto secondo cui il successo di un sistema (quale quello familiare) dipenda dal soddisfacimento di un insieme di vincoli congiuntivi. Secondo tale principio, una serie definita di fattori deve essere consistentemente rispettata, nessuna esclusione, pena il fallimento del sistema stesso. Internamente al nucleo familiare, si può trattare di fondamenti come accettazione reciproca, capacità comunicativa, ma anche sicurezza economica o attitudine alla responsabilità condivisa. Trattandosi tuttavia di molteplici fattori che è possibile non rispettare, esiste un solo modo per riuscire nel compito, ma, di combinazioni fallimentari, infinite.
Di tali combinazioni dissestate Jim Jarmusch ne figura tre, spostandosi tra Stati Uniti, Dublino, e Parigi. In concorso alla 82ª edizione del Festival del Cinema di Venezia con Father Mother Sister Brother, l’iconico cineasta porta quindi sullo schermo un trittico di famiglie compromesse, sottilmente o meno. Specificatamente nella prima storia, ambientata nel New Jersey, il regista ribadisce (forse con un certo didascalismo) la prospettiva comune e diffusa sulla natura della relazione parentale: non è legame frutto di scelta consapevole, è un legame che viene imposto. Puoi scegliere i tuoi amici, puoi scegliere i tuoi amanti, genitori, fratelli, e affini, sono coatti. In un certo senso, questa concezione è l’elemento costante di rottura alla base delle tre parabole esposte. Di fatto, è un’idea che assimila la parentela alla spartizione forzata della propria esistenza con uno o più individui casuali - quindi estranei. Di contro, è un approccio che ignora tratti come la consanguineità, ovvero l’affinità e appartenenza biologica, ciò che rende genitori e fratelli quanto di più dissimile da ciò che ci è realmente alieno.
Le famiglie di Jarmusch sono quindi famiglie che si concepiscono come estranee, e si frequentano per precetto sociale. Le relazioni tra genitori e figli sono imbevute da lievi falsità, disconoscimento, disinteresse, sottile disprezzo. Le relazioni tra fratelli sono più ambigue, ma apparentemente - in particolare nel terzo atto - aperte verso tratti relazionali più sani, altrimenti assenti. Intimo e cinico, Jarmusch osserva i propri personaggi con metodicità, i loro volti, le gestualità, gli spazi che abitano e gli oggetti che usano. A tratti grottesco, a tratti malinconico, il regista si conferma, ancora una volta, un maestro della composizione visiva come - grazie al brillante reparto tecnico- della messa in scena.
Parimenti a Night on Earth (Taxisti di Notte, 1991), coralità e suddivisione in capitoli formano una struttura narrativa in cui la frammentazione diventa unità. I parallelismi sono sottili: motivi e incontri ricorrenti, modi di dire che si ripetono, elementi minimi che funzionano come fili nascosti a cucire un tessuto complesso. Più dell’intreccio, a interessare Jarmusch è la possibilità di far dialogare anime diverse all’interno di uno stesso spazio di visione.
Eppure, proprio nel cuore tematico del film - la famiglia - affiora una certa limitatezza. L’indagine sul legame tra genitori e figli sembra limitarsi a sfiorarne la superficie, più attratta dal dettaglio estetico, dalle idiosincrasie comportamentali, che da una reale immersione non solo nelle dinamiche emotive ma, fondamentalmente, nel concetto di famiglia stesso. Non si esplora cosa renda una famiglia fallace comunque tale e, soprattutto, la tacita intesa (così evidente in questo trittico) nel performare primordialmente il proprio ruolo, anche in un sistema spezzato. Maschere - il padre, la madre, la figlia, il figlio - da indossare per prescrizione, e da recitare secondo regole prefissate. I protagonisti sono vividi, resi con precisione quasi documentaristica, ma i loro pensieri, le loro ragioni, restano in parte inaccessibili. Rimangono, di fatto, puri personaggi.
Con Father Mother Sister Brother, Jarmusch sembra dunque ribadire un interesse per i sistemi chiusi, per quei microcosmi dove la convivenza appare generare attrito più che armonia, e in cui la vicinanza obbligata diventa materia drammatica. Se l’affresco resta parziale, incapace forse di scavare a fondo nell’enigma del legame familiare, ciò che rimane è un’opera dalla forza visiva magnetica, attraversata da un ritmo ipnotico e da un’ironia cupa che sa farsi riflessione universale. Un film che non offre risposte, ma che insiste sulla fragilità di un’istituzione tanto antica quanto instabile, in cui l’equilibrio può essere provvisorio, l’intesa un atto di finzione ma che, nonostante tutto, rimane il nostro luogo più inevitabile.

Venezia 82
recensione di Beatrice Gangi
RV-119
03.09.2025
Si definisce Principio di Anna Karenina, e nasce da quella così famosa apertura del romanzo di Tolstoj - "Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo" - il presupposto secondo cui il successo di un sistema (quale quello familiare) dipenda dal soddisfacimento di un insieme di vincoli congiuntivi. Secondo tale principio, una serie definita di fattori deve essere consistentemente rispettata, nessuna esclusione, pena il fallimento del sistema stesso. Internamente al nucleo familiare, si può trattare di fondamenti come accettazione reciproca, capacità comunicativa, ma anche sicurezza economica o attitudine alla responsabilità condivisa. Trattandosi tuttavia di molteplici fattori che è possibile non rispettare, esiste un solo modo per riuscire nel compito, ma, di combinazioni fallimentari, infinite.
Di tali combinazioni dissestate Jim Jarmusch ne figura tre, spostandosi tra Stati Uniti, Dublino, e Parigi. In concorso alla 82ª edizione del Festival del Cinema di Venezia con Father Mother Sister Brother, l’iconico cineasta porta quindi sullo schermo un trittico di famiglie compromesse, sottilmente o meno. Specificatamente nella prima storia, ambientata nel New Jersey, il regista ribadisce (forse con un certo didascalismo) la prospettiva comune e diffusa sulla natura della relazione parentale: non è legame frutto di scelta consapevole, è un legame che viene imposto. Puoi scegliere i tuoi amici, puoi scegliere i tuoi amanti, genitori, fratelli, e affini, sono coatti. In un certo senso, questa concezione è l’elemento costante di rottura alla base delle tre parabole esposte. Di fatto, è un’idea che assimila la parentela alla spartizione forzata della propria esistenza con uno o più individui casuali - quindi estranei. Di contro, è un approccio che ignora tratti come la consanguineità, ovvero l’affinità e appartenenza biologica, ciò che rende genitori e fratelli quanto di più dissimile da ciò che ci è realmente alieno.
Le famiglie di Jarmusch sono quindi famiglie che si concepiscono come estranee, e si frequentano per precetto sociale. Le relazioni tra genitori e figli sono imbevute da lievi falsità, disconoscimento, disinteresse, sottile disprezzo. Le relazioni tra fratelli sono più ambigue, ma apparentemente - in particolare nel terzo atto - aperte verso tratti relazionali più sani, altrimenti assenti. Intimo e cinico, Jarmusch osserva i propri personaggi con metodicità, i loro volti, le gestualità, gli spazi che abitano e gli oggetti che usano. A tratti grottesco, a tratti malinconico, il regista si conferma, ancora una volta, un maestro della composizione visiva come - grazie al brillante reparto tecnico- della messa in scena.
Parimenti a Night on Earth (Taxisti di Notte, 1991), coralità e suddivisione in capitoli formano una struttura narrativa in cui la frammentazione diventa unità. I parallelismi sono sottili: motivi e incontri ricorrenti, modi di dire che si ripetono, elementi minimi che funzionano come fili nascosti a cucire un tessuto complesso. Più dell’intreccio, a interessare Jarmusch è la possibilità di far dialogare anime diverse all’interno di uno stesso spazio di visione.
Eppure, proprio nel cuore tematico del film - la famiglia - affiora una certa limitatezza. L’indagine sul legame tra genitori e figli sembra limitarsi a sfiorarne la superficie, più attratta dal dettaglio estetico, dalle idiosincrasie comportamentali, che da una reale immersione non solo nelle dinamiche emotive ma, fondamentalmente, nel concetto di famiglia stesso. Non si esplora cosa renda una famiglia fallace comunque tale e, soprattutto, la tacita intesa (così evidente in questo trittico) nel performare primordialmente il proprio ruolo, anche in un sistema spezzato. Maschere - il padre, la madre, la figlia, il figlio - da indossare per prescrizione, e da recitare secondo regole prefissate. I protagonisti sono vividi, resi con precisione quasi documentaristica, ma i loro pensieri, le loro ragioni, restano in parte inaccessibili. Rimangono, di fatto, puri personaggi.
Con Father Mother Sister Brother, Jarmusch sembra dunque ribadire un interesse per i sistemi chiusi, per quei microcosmi dove la convivenza appare generare attrito più che armonia, e in cui la vicinanza obbligata diventa materia drammatica. Se l’affresco resta parziale, incapace forse di scavare a fondo nell’enigma del legame familiare, ciò che rimane è un’opera dalla forza visiva magnetica, attraversata da un ritmo ipnotico e da un’ironia cupa che sa farsi riflessione universale. Un film che non offre risposte, ma che insiste sulla fragilità di un’istituzione tanto antica quanto instabile, in cui l’equilibrio può essere provvisorio, l’intesa un atto di finzione ma che, nonostante tutto, rimane il nostro luogo più inevitabile.