

Nulla di certo,
recensione di Antonio Orrico
RV-141
15.04.2026
Nel corso dell’incipit di Dossier 137 (2025), nuova creatura partorita dalla mente di Dominik Moll, leggiamo in sovrimpressione una scritta che suona come una dichiarazione d’intenti vera e propria, ovvero che si tratta di “un film di finzione ispirato a fatti realmente accaduti”. Un meccanismo che svela subito l’intento del regista francese, ovvero quello di presentarsi solo in superficie come un giallo a sfondo sociale e, invece, di riflettere sulla possibilità di riformare la funzione testuale dell’immagine, incasellandola in un contesto totalmente interpretativo che fornisce allo spettatore la possibilità stessa di conoscere attraverso le immagini.
A più riprese, emerge nel corso del thriller una fiducia epistemologica che è sempre messa in discussione, fin dall’incipit che inquadra, attraverso dei footage verosimili, il corteo preso in esame dall’ispettrice Stephanie Bertrand - una Léa Drucker che porta il peso del film interamente sulle sue spalle e sulle sue micro-espressioni facciali - nel tentativo di ricostruire l’accaduto intorno cui tutto il lungometraggio di Moll ruota. Ma chi ci dice che quei footage siano una forma documentaria effettiva o siano dei re-enactment creati ad hoc per la vicenda? Non potrebbe, invece, trattarsi di un deep-fake? Nella pellicola, infatti, il materiale visivo non funziona mai come prova definitiva. Piuttosto, si configura come un oggetto ambiguo, aperto a più letture. Proprio per questo, l’oggetto mediale si trasforma in un dispositivo produttivo di campi d’interpretazione molteplici e diversi, implicando necessariamente un contesto per comprendere quanto si sta guardando, un’interrogazione su chi riprende e cosa riprende, ma soprattutto una verità che difficilmente traspare attraverso il dato visibile, ma emerge tramite la sua messa in relazione con l’ambiente circostante.
Il caso 137 ribadisce l’importanza, nel cinema di genere odierno - cavalcato solo in maniera apparente, in realtà affrancato per sondare le pieghe di un dramma a carattere nazionale - dell’interpretazione delle immagini, ribadendo come il territorio di queste ultime non sia affatto neutrale, ma anzi diventi un campo di lotta tra istituzioni e individui, ma soprattutto tra visibile e invisibile, e quindi tra memoria e cancellazione. Vedere, dunque, non significa sapere, e ogni immagine è attraversata da una zona d’ombra che ne destabilizza il senso, mettendo noi spettatori in una posizione di incertezza costante, costretti a colmare lacune che il film non intende risolvere. Sotto questo punto di vista, l'opera di Moll è anche una riflessione sul potere gerarchico degli artefatti comunicativi. Nessuna immagine è neutra, c’è sempre qualcosa che vi si nasconde dietro - come mostrato nella scena delle riprese relative alla finestra dell’hotel da cui si può riassumere tutto il conflitto relativo all’indagine - e non vi è mai una chiarezza. Le immagini, dunque, non rivelano semplicemente il reale, ma partecipano attivamente alla sua costruzione o alla sua distorsione.
Questo meccanismo d’incertezza favorisce Moll nella creazione continua di tensione nel corso di tutto il film. Anche la sua forma, fatta di un montaggio continuamente spezzettato come lo sono i punti di vista dei dispositivi di sorveglianza analizzati, rifiuta qualsiasi linearità rassicurante, proponendo piuttosto un accumulo di prospettive che si contraddicono e si sovrappongono. Come in La Nuit Du 12 (La notte del 12), ad emergere sono le parti più oscure della provincia francese, dove il reale eccede la comprensione perché troppo complesso da accettare e da assimilare. Ma, se nel film del 2022 eravamo coinvolti a pieno titolo nella frustrazione dei protagonisti, qui siamo noi stessi a dover montare i frammenti e dare loro una forma che ci permetta il raffronto. In questo modo, l’immagine cambia ulteriormente di senso, diventando un campo di redistribuzione del sensibile, il quale ridefinisce i confini percettivi dell’immagine - e quindi del mondo circostante - e soprattutto suggerisce quanto l’entità statale sia, al giorno d’oggi, una figura quasi evanescente, dai canoni sempre più deboli, una struttura che si nutre solamente di burocrazia dimenticando completamente l’atto umano.
Il caso 137 ci immerge non solo in un’attualità politica più rovente che mai, ma soprattutto ha il merito di far provare sulla pelle dello spettatore come l’opacità di questo clima odierno sia diventata quasi naturale, figlia diretta della dimensione contemporanea. Moll ci esprime in modo esplicito che viviamo in un’epoca saturata di immagini, ed è dunque impossibile avere una fiducia ingenua nel visibile, perché esso stesso è alterato.
E, alla fine di tutto, più che fornire una risposta definitiva, ci lascia con un’altra domanda: cosa significa davvero vedere? Che ruolo ha lo sguardo nell’oggi? La verità di Moll è che i personaggi – come sempre profondamente empatici nel suo cinema, in piena sintonia con lo spettatore, come mostra anche il magnifico finale – da questo conflitto hanno solamente da perdere, in quanto nella realtà circostante non vi è nulla di certo.

Nulla di certo,
recensione di Antonio Orrico
RV-141
15.04.2026
Nel corso dell’incipit di Dossier 137 (2025), nuova creatura partorita dalla mente di Dominik Moll, leggiamo in sovrimpressione una scritta che suona come una dichiarazione d’intenti vera e propria, ovvero che si tratta di “un film di finzione ispirato a fatti realmente accaduti”. Un meccanismo che svela subito l’intento del regista francese, ovvero quello di presentarsi solo in superficie come un giallo a sfondo sociale e, invece, di riflettere sulla possibilità di riformare la funzione testuale dell’immagine, incasellandola in un contesto totalmente interpretativo che fornisce allo spettatore la possibilità stessa di conoscere attraverso le immagini.
A più riprese, emerge nel corso del thriller una fiducia epistemologica che è sempre messa in discussione, fin dall’incipit che inquadra, attraverso dei footage verosimili, il corteo preso in esame dall’ispettrice Stephanie Bertrand - una Léa Drucker che porta il peso del film interamente sulle sue spalle e sulle sue micro-espressioni facciali - nel tentativo di ricostruire l’accaduto intorno cui tutto il lungometraggio di Moll ruota. Ma chi ci dice che quei footage siano una forma documentaria effettiva o siano dei re-enactment creati ad hoc per la vicenda? Non potrebbe, invece, trattarsi di un deep-fake? Nella pellicola, infatti, il materiale visivo non funziona mai come prova definitiva. Piuttosto, si configura come un oggetto ambiguo, aperto a più letture. Proprio per questo, l’oggetto mediale si trasforma in un dispositivo produttivo di campi d’interpretazione molteplici e diversi, implicando necessariamente un contesto per comprendere quanto si sta guardando, un’interrogazione su chi riprende e cosa riprende, ma soprattutto una verità che difficilmente traspare attraverso il dato visibile, ma emerge tramite la sua messa in relazione con l’ambiente circostante.
Il caso 137 ribadisce l’importanza, nel cinema di genere odierno - cavalcato solo in maniera apparente, in realtà affrancato per sondare le pieghe di un dramma a carattere nazionale - dell’interpretazione delle immagini, ribadendo come il territorio di queste ultime non sia affatto neutrale, ma anzi diventi un campo di lotta tra istituzioni e individui, ma soprattutto tra visibile e invisibile, e quindi tra memoria e cancellazione. Vedere, dunque, non significa sapere, e ogni immagine è attraversata da una zona d’ombra che ne destabilizza il senso, mettendo noi spettatori in una posizione di incertezza costante, costretti a colmare lacune che il film non intende risolvere. Sotto questo punto di vista, l'opera di Moll è anche una riflessione sul potere gerarchico degli artefatti comunicativi. Nessuna immagine è neutra, c’è sempre qualcosa che vi si nasconde dietro - come mostrato nella scena delle riprese relative alla finestra dell’hotel da cui si può riassumere tutto il conflitto relativo all’indagine - e non vi è mai una chiarezza. Le immagini, dunque, non rivelano semplicemente il reale, ma partecipano attivamente alla sua costruzione o alla sua distorsione.
Questo meccanismo d’incertezza favorisce Moll nella creazione continua di tensione nel corso di tutto il film. Anche la sua forma, fatta di un montaggio continuamente spezzettato come lo sono i punti di vista dei dispositivi di sorveglianza analizzati, rifiuta qualsiasi linearità rassicurante, proponendo piuttosto un accumulo di prospettive che si contraddicono e si sovrappongono. Come in La Nuit Du 12 (La notte del 12), ad emergere sono le parti più oscure della provincia francese, dove il reale eccede la comprensione perché troppo complesso da accettare e da assimilare. Ma, se nel film del 2022 eravamo coinvolti a pieno titolo nella frustrazione dei protagonisti, qui siamo noi stessi a dover montare i frammenti e dare loro una forma che ci permetta il raffronto. In questo modo, l’immagine cambia ulteriormente di senso, diventando un campo di redistribuzione del sensibile, il quale ridefinisce i confini percettivi dell’immagine - e quindi del mondo circostante - e soprattutto suggerisce quanto l’entità statale sia, al giorno d’oggi, una figura quasi evanescente, dai canoni sempre più deboli, una struttura che si nutre solamente di burocrazia dimenticando completamente l’atto umano.
Il caso 137 ci immerge non solo in un’attualità politica più rovente che mai, ma soprattutto ha il merito di far provare sulla pelle dello spettatore come l’opacità di questo clima odierno sia diventata quasi naturale, figlia diretta della dimensione contemporanea. Moll ci esprime in modo esplicito che viviamo in un’epoca saturata di immagini, ed è dunque impossibile avere una fiducia ingenua nel visibile, perché esso stesso è alterato.
E, alla fine di tutto, più che fornire una risposta definitiva, ci lascia con un’altra domanda: cosa significa davvero vedere? Che ruolo ha lo sguardo nell’oggi? La verità di Moll è che i personaggi – come sempre profondamente empatici nel suo cinema, in piena sintonia con lo spettatore, come mostra anche il magnifico finale – da questo conflitto hanno solamente da perdere, in quanto nella realtà circostante non vi è nulla di certo.