

Venezia 82,
recensione di Antonio Orrico
RV-121
07.09.2025
Adattare Nick Tosches era, in fondo, un atto di hybris. Schnabel è, da sempre, un regista che fa della mimesi completa tra artista e regista, tra ideatore e autore, la sua cifra stilistica. In The Hand Of Dante (2025), sua nuova creatura presentata alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, ne è il palese esempio parossistico, in cui lo stesso cineasta decide di immedesimarsi in Dante. Come? Regalando un film che scende totalmente negli Inferi del cinema contemporaneo. Solo che, a differenza del poeta fiorentino, non vi è nessun Virgilio ad accompagnarlo o a fermarne l’inarrestabile verve per il trash, ma un truccatore e un direttore della fotografia con la fissazione per i velluti, che di fatto ne avalla il linguaggio completamente sconclusionato.
Il romanzo di Tosches, è un testo che, nella sua miscela di autobiografia, delirio e gangsterismo, ricorda ciò che Walter Benjamin definiva Erfahrung: un’esperienza che sfugge alla linearità, che vive della sua frattura. Schnabel, al contrario, sembra aver letto Benjamin al contrario, cercando di reintegrare la frattura in un continuum estetizzante, in cui la lacerazione diventa tappezzeria. Va a finire, così, che In The Hand Of Dante, piuttosto che essere un crime appassionante, si rivela un caos solenne degno dei peggiori Malick e Wenders estetizzanti, da cui, senza dubbi, il regista avrà ripreso una particolare predilezione per i fondi e per i lens flare, mettendo in risalto una tendenza ad innalzare – spiritualmente? Non lo scopriremo mai – il linguaggio filmico in modo del tutto solenne.
Un’intenzione senza dubbio lodevole, che stona nel momento in cui, nel ritmo del film, c’è un’alternanza tra registro basso e registro alto tale da far risultare l'opera più schizoide di un qualsiasi lavoro firmato dal compianto Shūji Terayama. Lo spettatore assiste così a un montaggio alternato tra Dante Alighieri in versione cosplayer e una New York notturna che sembra rigenerata con i filtri di Instagram. Deleuze, parlando dell’“immagine-tempo”, avrebbe probabilmente inarcato il sopracciglio, in quanto non siamo di fronte a una temporalità che si libera dall’azione, ma piuttosto a un tempo congelato, un’immagine-cartolina che si ripete ossessivamente, incapace di generare durata.
C’è, poi, il problema degli attori. Oltre ad un’improvvisa comparsa di Martin Scorsese, conciato ad hoc come fosse uscito or ora da uno dei capitoli di The Lord Of The Rings, il protagonista Oscar Isaac recita come se avesse letto troppa fenomenologia husserliana e fosse rimasto intrappolato nella riduzione eidetica del personaggio, che in qualche modo si mostra come la versione imbalsamata e ridicolmente bressoniana del suo ruolo nello schraderiano The Card Counter (2021). Gal Gadot, di contro, appare e scompare come fosse un simulacro baudrillardiano, pura superficie senza referente, apparendo completamente spaesata e ingessata. Jason Momoa, infine, incarna l’intrusione del “corpo grottesco” di cui parlava Bachtin, che qui però cessa di esserlo nel momento in cui diventa una macchietta che non crede abbastanza nel suo ruolo, generando nello spettatore puro e semplice imbarazzo. Insomma, se la miglior recitazione del lotto tocca a Gerard Butler - protagonista, in ogni caso, di una splendida scena a metà tra i deliri queer di John Waters e uno spot pubblicitario per il turismo gastronomico napoletano - si capisce che non tutto è andato per il verso giusto, per usare un eufemismo.
È raro che un film riesca a sembrare contemporaneamente troppo e troppo poco diretto. Schnabel ci riesce. Infatti, tecnicamente, In The Hand of Dante assume i caratteri di un’esercitazione fallita di uno studente di cinema, ma con il budget di un kolossal. Il film del pittore di Brooklyn è, in definitiva, un esempio di ciò che Pasolini chiamava cinema di poesia, rivisto nella sua accezione meno virtuosa. Si tratta di un melò dai caratteri estremamente lirici e pomposi, talmente autoreferenziale da perdere di vista, dopo la prima mezz’ora che lascia presagire tutt’altro, la tensione reale, politica e corporea del testo di partenza. Dove Tosches usava Dante per sporcare la letteratura con la vita, Schnabel usa Tosches per imbalsamare la vita nell’estetismo, dove però la massima misura estetica utilizzata è l’uso di Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones nella colonna sonora, alimentando ulteriormente il no-sense del lungometraggio. Ecco allora che l’opera, anziché essere un viaggio tra Inferno e Paradiso, si ferma in un Limbo fatto di tableaux vivants e intenzioni altisonanti. Benjamin avrebbe parlato di “aura”, ma qui non c’è traccia dell’unicità irripetibile dell’opera: piuttosto un’aura contraffatta, da museo delle cere.
In questo senso, In The Hand of Dante sembra un caso esemplare di “nuova estetica dell’opacità”, ricalcando in pieno l’operazione fatta non molto tempo fa da Ridley Scott con House Of Gucci (2021), di cui il film di Schnabel ha i caratteri dello spin-off non ufficiale. Se nel film su Gucci, però, Scott poneva al centro questa tipologia di esagerazione per riprendere in pieno l’animo del tutto kitsch/glam della famiglia italiana, riflettendo al contempo su una certa idea di società artistica attaccata al culto dell’immagine, tale da contraffarne la dimensione e da spingere la riflessione sul fetish odierno del cinema per la copia non conforme, il regista newyorkese non è dello stesso avviso, in quando intende l’opacità non come resistenza alla trasparenza, bensì come incapacità di significare. Un film che crede di custodire un segreto, che ha la pretesa di creare un racconto su degli elementi, mentre in realtà non ha nulla da dire.
Dunque, il vero contrappasso di questo parossistico – per essere buoni – adattamento è che, alla fine, il pubblico si ritrova a fare ciò che il regista non avrebbe voluto, vale a dire uscire dalla sala e correre a leggere direttamente Tosches o Dante. In altre parole, Schnabel ha realizzato l’impossibile: un film che non solo non rende giustizia alla letteratura, ma la rimette in vita proprio grazie al suo fallimento.

Venezia 82,
recensione di Antonio Orrico
RV-121
07.09.2025
Adattare Nick Tosches era, in fondo, un atto di hybris. Schnabel è, da sempre, un regista che fa della mimesi completa tra artista e regista, tra ideatore e autore, la sua cifra stilistica. In The Hand Of Dante (2025), sua nuova creatura presentata alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, ne è il palese esempio parossistico, in cui lo stesso cineasta decide di immedesimarsi in Dante. Come? Regalando un film che scende totalmente negli Inferi del cinema contemporaneo. Solo che, a differenza del poeta fiorentino, non vi è nessun Virgilio ad accompagnarlo o a fermarne l’inarrestabile verve per il trash, ma un truccatore e un direttore della fotografia con la fissazione per i velluti, che di fatto ne avalla il linguaggio completamente sconclusionato.
Il romanzo di Tosches, è un testo che, nella sua miscela di autobiografia, delirio e gangsterismo, ricorda ciò che Walter Benjamin definiva Erfahrung: un’esperienza che sfugge alla linearità, che vive della sua frattura. Schnabel, al contrario, sembra aver letto Benjamin al contrario, cercando di reintegrare la frattura in un continuum estetizzante, in cui la lacerazione diventa tappezzeria. Va a finire, così, che In The Hand Of Dante, piuttosto che essere un crime appassionante, si rivela un caos solenne degno dei peggiori Malick e Wenders estetizzanti, da cui, senza dubbi, il regista avrà ripreso una particolare predilezione per i fondi e per i lens flare, mettendo in risalto una tendenza ad innalzare – spiritualmente? Non lo scopriremo mai – il linguaggio filmico in modo del tutto solenne.
Un’intenzione senza dubbio lodevole, che stona nel momento in cui, nel ritmo del film, c’è un’alternanza tra registro basso e registro alto tale da far risultare l'opera più schizoide di un qualsiasi lavoro firmato dal compianto Shūji Terayama. Lo spettatore assiste così a un montaggio alternato tra Dante Alighieri in versione cosplayer e una New York notturna che sembra rigenerata con i filtri di Instagram. Deleuze, parlando dell’“immagine-tempo”, avrebbe probabilmente inarcato il sopracciglio, in quanto non siamo di fronte a una temporalità che si libera dall’azione, ma piuttosto a un tempo congelato, un’immagine-cartolina che si ripete ossessivamente, incapace di generare durata.
C’è, poi, il problema degli attori. Oltre ad un’improvvisa comparsa di Martin Scorsese, conciato ad hoc come fosse uscito or ora da uno dei capitoli di The Lord Of The Rings, il protagonista Oscar Isaac recita come se avesse letto troppa fenomenologia husserliana e fosse rimasto intrappolato nella riduzione eidetica del personaggio, che in qualche modo si mostra come la versione imbalsamata e ridicolmente bressoniana del suo ruolo nello schraderiano The Card Counter (2021). Gal Gadot, di contro, appare e scompare come fosse un simulacro baudrillardiano, pura superficie senza referente, apparendo completamente spaesata e ingessata. Jason Momoa, infine, incarna l’intrusione del “corpo grottesco” di cui parlava Bachtin, che qui però cessa di esserlo nel momento in cui diventa una macchietta che non crede abbastanza nel suo ruolo, generando nello spettatore puro e semplice imbarazzo. Insomma, se la miglior recitazione del lotto tocca a Gerard Butler - protagonista, in ogni caso, di una splendida scena a metà tra i deliri queer di John Waters e uno spot pubblicitario per il turismo gastronomico napoletano - si capisce che non tutto è andato per il verso giusto, per usare un eufemismo.
È raro che un film riesca a sembrare contemporaneamente troppo e troppo poco diretto. Schnabel ci riesce. Infatti, tecnicamente, In The Hand of Dante assume i caratteri di un’esercitazione fallita di uno studente di cinema, ma con il budget di un kolossal. Il film del pittore di Brooklyn è, in definitiva, un esempio di ciò che Pasolini chiamava cinema di poesia, rivisto nella sua accezione meno virtuosa. Si tratta di un melò dai caratteri estremamente lirici e pomposi, talmente autoreferenziale da perdere di vista, dopo la prima mezz’ora che lascia presagire tutt’altro, la tensione reale, politica e corporea del testo di partenza. Dove Tosches usava Dante per sporcare la letteratura con la vita, Schnabel usa Tosches per imbalsamare la vita nell’estetismo, dove però la massima misura estetica utilizzata è l’uso di Jumpin’ Jack Flash dei Rolling Stones nella colonna sonora, alimentando ulteriormente il no-sense del lungometraggio. Ecco allora che l’opera, anziché essere un viaggio tra Inferno e Paradiso, si ferma in un Limbo fatto di tableaux vivants e intenzioni altisonanti. Benjamin avrebbe parlato di “aura”, ma qui non c’è traccia dell’unicità irripetibile dell’opera: piuttosto un’aura contraffatta, da museo delle cere.
In questo senso, In The Hand of Dante sembra un caso esemplare di “nuova estetica dell’opacità”, ricalcando in pieno l’operazione fatta non molto tempo fa da Ridley Scott con House Of Gucci (2021), di cui il film di Schnabel ha i caratteri dello spin-off non ufficiale. Se nel film su Gucci, però, Scott poneva al centro questa tipologia di esagerazione per riprendere in pieno l’animo del tutto kitsch/glam della famiglia italiana, riflettendo al contempo su una certa idea di società artistica attaccata al culto dell’immagine, tale da contraffarne la dimensione e da spingere la riflessione sul fetish odierno del cinema per la copia non conforme, il regista newyorkese non è dello stesso avviso, in quando intende l’opacità non come resistenza alla trasparenza, bensì come incapacità di significare. Un film che crede di custodire un segreto, che ha la pretesa di creare un racconto su degli elementi, mentre in realtà non ha nulla da dire.
Dunque, il vero contrappasso di questo parossistico – per essere buoni – adattamento è che, alla fine, il pubblico si ritrova a fare ciò che il regista non avrebbe voluto, vale a dire uscire dalla sala e correre a leggere direttamente Tosches o Dante. In altre parole, Schnabel ha realizzato l’impossibile: un film che non solo non rende giustizia alla letteratura, ma la rimette in vita proprio grazie al suo fallimento.