

L'orrore e il labirinto,
recensione diĀ Antonio OrricoĀ
RV-138
14.03.2026
Oz Perkins ĆØ una delle figure più sfuggenti e in continua trasformazione del panorama horror contemporaneo. Analizzandone il percorso si ha la percezione di un regista che, film dopo film, ha progressivamente radicalizzato il proprio approccio al genere. I primi lavori si muovono infatti allāinterno di forme frammentarie tipiche di una certa sensibilitĆ contemporanea, dove il terrore affonda nei territori emotivi dei personaggi. In questo senso The Blackcoatās Daughter (2015) e I Am the Pretty Thing That Lives in the House (Sono la bella creatura che vive in questa casa, 2016) rappresentano gli esempi più emblematici di un orrore intimista, fortemente legato agli stati interiori. A questa fase segue una stilizzazione sempre più marcata e simbolica - Gretel & Hansel (2020) - fino ad arrivare a un orrore endemico e sistemico, dove il Male assume una dimensione strutturale, come accade in Longlegs (2024). Da The Monkey (2025) in poi, invece, si verifica un improvviso spostamento ontologico dellāorrore, che si smarca e riapproda ai suoi moduli primari. Sotto questo punto di vista, la sua ultima creatura, Keeper (2025), rappresenta il suo gesto più radicale e riuscito.
Keeper rappresenta un punto di svolta nella poetica āperkinsianaā, perchĆ© il dispositivo perturbante non si fonda più esclusivamente sulla dimensione narrativa individuale, ma diventa topologico, spostando il fulcro del discorso sullāoccupazione dello spazio e sulla struttura degli ambienti. Del resto, lāultima fatica del figlio dāarte, con protagonista Tatiana Maslany, ĆØ rappresentata da uno svolgimento scarno, ridotto allāosso, che abbandona quasi completamente le dinamiche investigative o psicologiche per concentrarsi su un unico dispositivo narrativo, ovvero una casa isolata che progressivamente si trasforma in un labirinto percettivo. Si ha, dunque, una riconfigurazione sistematica e lāorrore si fa labirintico, nascendo piuttosto dalla relazione tra i personaggi e lo spazio che abitano. Nellāarticolazione del rapporto tra Liz (Tatiana Maslany) e Malcolm (Rossif Sutherland), alle prese con una vacanza romantica in uno chalet immerso nei boschi, emerge una nuova concezione delle convenzioni del nido familiare - giĆ centrali nei film precedenti - qui completamente ribaltate. Keeper mette infatti a nudo lāorrore nascosto dietro il mito della complicitĆ erotico-domestica, trasformandolo in un terreno di vulnerabilitĆ e inganno.Ā
In Keeper, dunque, contrariamente ai precedenti film, il terrore torna a una forma primordiale, venendo riportato ad uno stadio primigenio, dove a creare tensione ĆØ la singola inquadratura, la gestione degli spazi - che, nel caso di Tatiana Maslany, sono da occupare e da conquistare per garantire una propria sopravvivenza - che si articolano nel ānidoā familiare per eccellenza, ovvero la casa dove ĆØ espletata la luna di miele dei due protagonisti. Il consueto simbolismo dello spazio rassicurante ĆØ dunque contrastato proprio dalla manipolazione della macchina da presa e dal montaggio, che si compone di grandangoli distorti e di prospettive decisamente deformanti per mettere in scena un confronto di identitĆ diverse, in relazione alla coppia e alla memoria.Ā
Perkins costruisce cosƬ una personale forma di ārelationship horrorā, dove il terrore non ĆØ generato da una forza esterna neutrale, ma dalle dinamiche tossiche e patriarcali che possono esistere allāinterno di una coppia, che emergono quando il ānidoā familiare ĆØ sotto stress. Il linguaggio tipico dellāhorror ĆØ sfruttato dal regista americano per riflettere, oltre che nuovamente sulle dinamiche tossiche familiari relative anche alla sua esperienza autobiografica, come accadeva anche in The Monkey. Anche in questo caso, infatti, la figura maschile di Keeper ĆØ bugiarda e mentitrice, come lo erano i āPadri fondatoriā ritratti nellāufficio di Blair Underwood in Longlegs, passando rapidamente da figure ācustodiā della famiglia a veri e propri traditori, in grado di mettere a repentaglio il desiderio e la soggettivitĆ altrui. In fin dei conti, ĆØ proprio questa una delle forze del film: neutralizzare la sensorialitĆ e parlare di violenza patriarcale e forma di controllo attraverso la normalizzazione di essa tramite lāintimitĆ .
Keeper possiede le stimmate di una rom-com rovesciata, dove lo spazio diegetico della macchina da presa, cui Perkins distorce le inquadrature e le prospettive, ĆØ continuamente combattuto anche nel montaggio interno. Il cineasta rinuncia quasi completamente alla spiegazione e alla costruzione classica della tensione per concentrarsi su qualcosa di più āelementareā - nellāaccezione di āscarnificatoā - e disturbante, portando alla luce una āguerra tra sessiā che avviene a colpi di manipolazione, come lo stesso regista manipola, di fatto, la diegesi con la camera, per costringere lo spazio del femminile e obbligarlo ad una riconquista del territorio. Riconquista che avviene puntualmente e che mette in evidenza un altro fattore importantissimo e fondamentale: lāimpossibilitĆ di rimpossessarsi del sĆ©, se non abbracciando tutto lāorrore vissuto - come nellāiconico finale - e passando ādallāaltra parteā.
Dāaltro canto, ĆØ interessantissimo notare come lo sguardo del regista sia sempre più immerso nella propria maturitĆ , sempre più lucido anche nei confronti dei topos del genere, sintomo di una padronanza del mezzo - lāuso delle dissolvenze incrociate nelle situazioni più concitate ne sono un chiaro esempio - e soprattutto di una notevole attenzione alla manipolazione dellāimmagine odierna che ĆØ decisamente imprescindibile per lāoggi, creando squarci di tensione attraverso la rigiditĆ geometrica dello sguardo, che gli permette di frammentare la scena - Tatiana Maslany ĆØ spesso isolata nelle soglie della scena, quasi laterale, a simboleggiare unāarchitettura che domina i corpi - e di portare lo spettatore a scrutare il fondo dellāimmagine, dal quale lāorrore può emergere da un momento allāaltro, anche attraverso un semplice apice sonoro.
In un panorama horror contemporaneo spesso diviso tra spettacolaritĆ estrema e introspezione psicologica, Keeper rappresenta una vera anomalia, vale a dire un horror topologico in cui la paura nasce dalla forma stessa dello spazio e dalla relazione che i corpi instaurano con esso. Unāanomalia preziosa, di cui il genere - e gli spettatori di oggi - avrebbe decisamente bisogno più spesso.

L'orrore e il labirinto,
recensione diĀ Antonio Orrico
RV-138
14.03.2026
Oz Perkins ĆØ una delle figure più sfuggenti e in continua trasformazione del panorama horror contemporaneo. Analizzandone il percorso si ha la percezione di un regista che, film dopo film, ha progressivamente radicalizzato il proprio approccio al genere. I primi lavori si muovono infatti allāinterno di forme frammentarie tipiche di una certa sensibilitĆ contemporanea, dove il terrore affonda nei territori emotivi dei personaggi. In questo senso The Blackcoatās Daughter (2015) e I Am the Pretty Thing That Lives in the House (Sono la bella creatura che vive in questa casa, 2016) rappresentano gli esempi più emblematici di un orrore intimista, fortemente legato agli stati interiori. A questa fase segue una stilizzazione sempre più marcata e simbolica - Gretel & Hansel (2020) - fino ad arrivare a un orrore endemico e sistemico, dove il Male assume una dimensione strutturale, come accade in Longlegs (2024). Da The Monkey (2025) in poi, invece, si verifica un improvviso spostamento ontologico dellāorrore, che si smarca e riapproda ai suoi moduli primari. Sotto questo punto di vista, la sua ultima creatura, Keeper (2025), rappresenta il suo gesto più radicale e riuscito.
Keeper rappresenta un punto di svolta nella poetica āperkinsianaā, perchĆ© il dispositivo perturbante non si fonda più esclusivamente sulla dimensione narrativa individuale, ma diventa topologico, spostando il fulcro del discorso sullāoccupazione dello spazio e sulla struttura degli ambienti. Del resto, lāultima fatica del figlio dāarte, con protagonista Tatiana Maslany, ĆØ rappresentata da uno svolgimento scarno, ridotto allāosso, che abbandona quasi completamente le dinamiche investigative o psicologiche per concentrarsi su un unico dispositivo narrativo, ovvero una casa isolata che progressivamente si trasforma in un labirinto percettivo. Si ha, dunque, una riconfigurazione sistematica e lāorrore si fa labirintico, nascendo piuttosto dalla relazione tra i personaggi e lo spazio che abitano. Nellāarticolazione del rapporto tra Liz (Tatiana Maslany) e Malcolm (Rossif Sutherland), alle prese con una vacanza romantica in uno chalet immerso nei boschi, emerge una nuova concezione delle convenzioni del nido familiare - giĆ centrali nei film precedenti - qui completamente ribaltate. Keeper mette infatti a nudo lāorrore nascosto dietro il mito della complicitĆ erotico-domestica, trasformandolo in un terreno di vulnerabilitĆ e inganno.Ā
In Keeper, dunque, contrariamente ai precedenti film, il terrore torna a una forma primordiale, venendo riportato ad uno stadio primigenio, dove a creare tensione ĆØ la singola inquadratura, la gestione degli spazi - che, nel caso di Tatiana Maslany, sono da occupare e da conquistare per garantire una propria sopravvivenza - che si articolano nel ānidoā familiare per eccellenza, ovvero la casa dove ĆØ espletata la luna di miele dei due protagonisti. Il consueto simbolismo dello spazio rassicurante ĆØ dunque contrastato proprio dalla manipolazione della macchina da presa e dal montaggio, che si compone di grandangoli distorti e di prospettive decisamente deformanti per mettere in scena un confronto di identitĆ diverse, in relazione alla coppia e alla memoria.Ā
Perkins costruisce cosƬ una personale forma di ārelationship horrorā, dove il terrore non ĆØ generato da una forza esterna neutrale, ma dalle dinamiche tossiche e patriarcali che possono esistere allāinterno di una coppia, che emergono quando il ānidoā familiare ĆØ sotto stress. Il linguaggio tipico dellāhorror ĆØ sfruttato dal regista americano per riflettere, oltre che nuovamente sulle dinamiche tossiche familiari relative anche alla sua esperienza autobiografica, come accadeva anche in The Monkey. Anche in questo caso, infatti, la figura maschile di Keeper ĆØ bugiarda e mentitrice, come lo erano i āPadri fondatoriā ritratti nellāufficio di Blair Underwood in Longlegs, passando rapidamente da figure ācustodiā della famiglia a veri e propri traditori, in grado di mettere a repentaglio il desiderio e la soggettivitĆ altrui. In fin dei conti, ĆØ proprio questa una delle forze del film: neutralizzare la sensorialitĆ e parlare di violenza patriarcale e forma di controllo attraverso la normalizzazione di essa tramite lāintimitĆ .
Keeper possiede le stimmate di una rom-com rovesciata, dove lo spazio diegetico della macchina da presa, cui Perkins distorce le inquadrature e le prospettive, ĆØ continuamente combattuto anche nel montaggio interno. Il cineasta rinuncia quasi completamente alla spiegazione e alla costruzione classica della tensione per concentrarsi su qualcosa di più āelementareā - nellāaccezione di āscarnificatoā - e disturbante, portando alla luce una āguerra tra sessiā che avviene a colpi di manipolazione, come lo stesso regista manipola, di fatto, la diegesi con la camera, per costringere lo spazio del femminile e obbligarlo ad una riconquista del territorio. Riconquista che avviene puntualmente e che mette in evidenza un altro fattore importantissimo e fondamentale: lāimpossibilitĆ di rimpossessarsi del sĆ©, se non abbracciando tutto lāorrore vissuto - come nellāiconico finale - e passando ādallāaltra parteā.
Dāaltro canto, ĆØ interessantissimo notare come lo sguardo del regista sia sempre più immerso nella propria maturitĆ , sempre più lucido anche nei confronti dei topos del genere, sintomo di una padronanza del mezzo - lāuso delle dissolvenze incrociate nelle situazioni più concitate ne sono un chiaro esempio - e soprattutto di una notevole attenzione alla manipolazione dellāimmagine odierna che ĆØ decisamente imprescindibile per lāoggi, creando squarci di tensione attraverso la rigiditĆ geometrica dello sguardo, che gli permette di frammentare la scena - Tatiana Maslany ĆØ spesso isolata nelle soglie della scena, quasi laterale, a simboleggiare unāarchitettura che domina i corpi - e di portare lo spettatore a scrutare il fondo dellāimmagine, dal quale lāorrore può emergere da un momento allāaltro, anche attraverso un semplice apice sonoro.
In un panorama horror contemporaneo spesso diviso tra spettacolaritĆ estrema e introspezione psicologica, Keeper rappresenta una vera anomalia, vale a dire un horror topologico in cui la paura nasce dalla forma stessa dello spazio e dalla relazione che i corpi instaurano con esso. Unāanomalia preziosa, di cui il genere - e gli spettatori di oggi - avrebbe decisamente bisogno più spesso.