

Il kabuki e la vita, fianco a fianco,
recensione di Maurizio Encari
RV-143
28.04.2026
Esiste nella tradizione giapponese una distinzione che non ha equivalenti omologhi nelle altre culture: il ningen kokuho, ovvero il "tesoro nazionale vivente", designazione conferita dallo Stato a coloro che incarnano nel proprio corpo e nella propria tecnica un patrimonio immateriale ritenuto inestimabile. È una figura di confine, quella del Kokuho: non un museo, non un archivio, ma un essere umano consapevole di portare con sé qualcosa che lo trascende, custode di una forma d'arte che non sopravvive nei libri ma soltanto nella trasmissione da corpo a corpo, da maestro ad allievo, da generazione a generazione.
Intorno a questa tensione - tra l'individuo e la tradizione che lo abita, tra il talento naturale e il lignaggio che lo legittima - Lee Sang-il ha costruito il suo film più ambizioso, il terzo capitolo di un sodalizio con lo scrittore Yoshida Shuichi che ha già dato alla luce gli adattamenti di altrettanti romanzi, come Villain (2010) e Rage (2016), entrambi capaci di imporlo come una delle voci più interessanti del cinema d'autore asiatico contemporaneo. Rispetto ai predecessori, Kokuho è un salto di scala e di ambizione: là dove quei film si muovevano nell'asciuttezza del noir psicologico, questo è un affresco che copre cinque decenni e che ha la consapevolezza di raccontare qualcosa in grande, ampiamente esportabile ad ogni latitudine.
Molti asianofili avranno facilmente visto Hula Girls (2006), il primo cult del regista che raccontava, ispirandosi a una storia realmente accaduta, la paradossale vicenda di alcune ragazze, residenti in una cittadina mineraria, che divenivano ballerine di danza hawaiana. Una commedia non priva di spunti amari e sociali, dove il movimento sinuoso dei corpi giocava un ruolo assai importante. E in Kokuho questo si ripete, giacché l'arte dei protagonisti è anch'essa una sorta di danza sospesa nel tempo, un modo per riportare in vita scene di un passato più o meno leggendario ad un pubblico affamato di tradizione e cultura.
La trama di Kokuho ha inizio nel 1964 a Nagasaki. Gongoro Tachibana, boss della yakuza, viene ucciso dai sicari di una banda rivale pochi minuti dopo aver assistito a una rappresentazione di kabuki nella quale si esibiva suo figlio Kikuo. Il ragazzo ormai orfano viene preso sotto la protezione del grande attore Hanai Hanjiro che, rimasto colpito dal suo talento, vuole introdurre, fianco a fianco con il figlio Shunsuke, il giovane Kikuo a questa antichissima arte. Entrambi saranno destinati a diventare onnagata, ovvero interpreti di ruoli femminili secondo la tradizione kabuki che per secoli ha proibito alle donne l'accesso al palcoscenico. E mentre Shunsuke porta nel corpo il lignaggio e nelle vene la tecnica appresa da una vita intera, Kikuo è custode di qualcosa di più difficile da nominare e impossibile da insegnare: quell'istinto predatorio ereditato dalla vita di strada dei clan, sublimato in una presenza scenica che lascia l'audience senza respiro.
Il raffronto con Addio mia concubina (1993) di Chen Kaige è inevitabile: due interpreti, uno dei quali dotato di un talento soprannaturale per il ruolo femminile, formati insieme fin dall'infanzia, destinati a una rivalità e a un legame che prosegue nel tempo, non senza tragedie o dolorose separazioni di mezzo. Qui però il contesto storico è un semplice orpello: il tempo che passa rappresenta un palcoscenico per le evoluzioni personali dei due protagonisti, uniti e divisi da quel teatro che per loro rappresenta ogni cosa. Il risultato è un film più intimista di quanto le sue quasi tre ore di durata lascino pensare, più interessato all'individuo e alla sua trasformazione che ad un affresco a tutto tondo.
Vale la pena soffermarsi sul kabuki, una forma d'arte non sempre conosciuta nella cultura occidentale e spesso oggetto di critiche superficiali. Nasce nel Giappone del primo Seicento come teatro popolare e scandaloso, associato alle prostitute e ai quartieri di piacere di Kyoto, e nei quattro secoli successivi subisce una metamorfosi che lo porta a diventare patrimonio dell'umanità secondo l'UNESCO: un percorso di legittimazione che ha però un prezzo altissimo, quello della codificazione totale. Ogni gesto sul palcoscenico ha infatti un nome e una storia ben precisi, ogni spostamento del piede e ogni inclinazione del collo rispondono a una grammatica fissata nei kata - le forme tramandate oralmente e fisicamente dal maestro all'allievo - che non ammettono improvvisazione né interpretazione personale, se non all'interno di margini rigidissimi.
A questa complessità si aggiunge il sistema delle ie-no-gei, le "arti di casa" che ciascuna grande famiglia kabuki custodisce come un tesoro esclusivo: certi ruoli, certe modalità di interpretazione, appartengono per diritto ereditario a specifici clan e non possono essere eseguiti da chi non porta quel nome, almeno non nella loro versione più autentica. È in questo sistema chiuso che Kikuo si trova a dover sopravvivere e cercare la propria voce.
Nel cast, Ken Watanabe porta alla figura di quel maestro che prima di tutto è anche padre - un doppio ruolo che lo mette in molte difficoltà nelle scelte a venire - la gravità che il personaggio richiede: una figura depositaria di una tradizione che non tollera la mediocrità e che distribuisce gloria e onori solo laddove intuisce il vero talento. Ogni scena in cui Watanabe e Ryo Yoshizawa condividono lo spazio è un duello di pesi specifici diversi, con il giovane attore capace di tenere il confronto senza cedere alla soggezione. Ryusei Yokohama, nel ruolo del rivale-fratello Shunsuke, gestisce con intelligenza l'ingrato compito di incarnare la bravura senza l'eccellenza. Tre interpretazioni magistrali, che tengono alta e costante l'asticella tensiva e drammatica di un film che non fa sconti, colpisce ed emoziona fino a quel crescendo finale, dove il climax tocca apici inaspettati.
Ci troviamo davanti ad un cinema che crede nell'attore come corpo filmico, trasportando il teatro sullo schermo con una naturalezza inaspettata e riaccendendo, anche nel buio della sala, la magia del palco dove questi attori - eredi di una tradizione secolare - mettono in scena storie immortali, di amanti spesso destinati alla tragedia. Lee Sang-il firma il suo lavoro più maturo e (pre)potente, in una narrazione fiume che in quasi tre ore si muove in un tempo che muta nutrendosi dell'apparente lentezza del kabuki, cannibalizzando il legame tra i personaggi tra un silenzio e un gesto, tra un sorriso o un tradimento. Dove realtà e finzione si mescolano in un vortice indistinguibile, e dove la vita e la morte restano sussurri spezzati danzanti nel vento e un canto d’amore diventa uno struggente addio alle arti.

Il kabuki e la vita, fianco a fianco,
recensione di Maurizio Encari
RV-143
28.04.2026
Esiste nella tradizione giapponese una distinzione che non ha equivalenti omologhi nelle altre culture: il ningen kokuho, ovvero il "tesoro nazionale vivente", designazione conferita dallo Stato a coloro che incarnano nel proprio corpo e nella propria tecnica un patrimonio immateriale ritenuto inestimabile. È una figura di confine, quella del Kokuho: non un museo, non un archivio, ma un essere umano consapevole di portare con sé qualcosa che lo trascende, custode di una forma d'arte che non sopravvive nei libri ma soltanto nella trasmissione da corpo a corpo, da maestro ad allievo, da generazione a generazione.
Intorno a questa tensione - tra l'individuo e la tradizione che lo abita, tra il talento naturale e il lignaggio che lo legittima - Lee Sang-il ha costruito il suo film più ambizioso, il terzo capitolo di un sodalizio con lo scrittore Yoshida Shuichi che ha già dato alla luce gli adattamenti di altrettanti romanzi, come Villain (2010) e Rage (2016), entrambi capaci di imporlo come una delle voci più interessanti del cinema d'autore asiatico contemporaneo. Rispetto ai predecessori, Kokuho è un salto di scala e di ambizione: là dove quei film si muovevano nell'asciuttezza del noir psicologico, questo è un affresco che copre cinque decenni e che ha la consapevolezza di raccontare qualcosa in grande, ampiamente esportabile ad ogni latitudine.
Molti asianofili avranno facilmente visto Hula Girls (2006), il primo cult del regista che raccontava, ispirandosi a una storia realmente accaduta, la paradossale vicenda di alcune ragazze, residenti in una cittadina mineraria, che divenivano ballerine di danza hawaiana. Una commedia non priva di spunti amari e sociali, dove il movimento sinuoso dei corpi giocava un ruolo assai importante. E in Kokuho questo si ripete, giacché l'arte dei protagonisti è anch'essa una sorta di danza sospesa nel tempo, un modo per riportare in vita scene di un passato più o meno leggendario ad un pubblico affamato di tradizione e cultura.
La trama di Kokuho ha inizio nel 1964 a Nagasaki. Gongoro Tachibana, boss della yakuza, viene ucciso dai sicari di una banda rivale pochi minuti dopo aver assistito a una rappresentazione di kabuki nella quale si esibiva suo figlio Kikuo. Il ragazzo ormai orfano viene preso sotto la protezione del grande attore Hanai Hanjiro che, rimasto colpito dal suo talento, vuole introdurre, fianco a fianco con il figlio Shunsuke, il giovane Kikuo a questa antichissima arte. Entrambi saranno destinati a diventare onnagata, ovvero interpreti di ruoli femminili secondo la tradizione kabuki che per secoli ha proibito alle donne l'accesso al palcoscenico. E mentre Shunsuke porta nel corpo il lignaggio e nelle vene la tecnica appresa da una vita intera, Kikuo è custode di qualcosa di più difficile da nominare e impossibile da insegnare: quell'istinto predatorio ereditato dalla vita di strada dei clan, sublimato in una presenza scenica che lascia l'audience senza respiro.
Il raffronto con Addio mia concubina (1993) di Chen Kaige è inevitabile: due interpreti, uno dei quali dotato di un talento soprannaturale per il ruolo femminile, formati insieme fin dall'infanzia, destinati a una rivalità e a un legame che prosegue nel tempo, non senza tragedie o dolorose separazioni di mezzo. Qui però il contesto storico è un semplice orpello: il tempo che passa rappresenta un palcoscenico per le evoluzioni personali dei due protagonisti, uniti e divisi da quel teatro che per loro rappresenta ogni cosa. Il risultato è un film più intimista di quanto le sue quasi tre ore di durata lascino pensare, più interessato all'individuo e alla sua trasformazione che ad un affresco a tutto tondo.
Vale la pena soffermarsi sul kabuki, una forma d'arte non sempre conosciuta nella cultura occidentale e spesso oggetto di critiche superficiali. Nasce nel Giappone del primo Seicento come teatro popolare e scandaloso, associato alle prostitute e ai quartieri di piacere di Kyoto, e nei quattro secoli successivi subisce una metamorfosi che lo porta a diventare patrimonio dell'umanità secondo l'UNESCO: un percorso di legittimazione che ha però un prezzo altissimo, quello della codificazione totale. Ogni gesto sul palcoscenico ha infatti un nome e una storia ben precisi, ogni spostamento del piede e ogni inclinazione del collo rispondono a una grammatica fissata nei kata - le forme tramandate oralmente e fisicamente dal maestro all'allievo - che non ammettono improvvisazione né interpretazione personale, se non all'interno di margini rigidissimi.
A questa complessità si aggiunge il sistema delle ie-no-gei, le "arti di casa" che ciascuna grande famiglia kabuki custodisce come un tesoro esclusivo: certi ruoli, certe modalità di interpretazione, appartengono per diritto ereditario a specifici clan e non possono essere eseguiti da chi non porta quel nome, almeno non nella loro versione più autentica. È in questo sistema chiuso che Kikuo si trova a dover sopravvivere e cercare la propria voce.
Nel cast, Ken Watanabe porta alla figura di quel maestro che prima di tutto è anche padre - un doppio ruolo che lo mette in molte difficoltà nelle scelte a venire - la gravità che il personaggio richiede: una figura depositaria di una tradizione che non tollera la mediocrità e che distribuisce gloria e onori solo laddove intuisce il vero talento. Ogni scena in cui Watanabe e Ryo Yoshizawa condividono lo spazio è un duello di pesi specifici diversi, con il giovane attore capace di tenere il confronto senza cedere alla soggezione. Ryusei Yokohama, nel ruolo del rivale-fratello Shunsuke, gestisce con intelligenza l'ingrato compito di incarnare la bravura senza l'eccellenza. Tre interpretazioni magistrali, che tengono alta e costante l'asticella tensiva e drammatica di un film che non fa sconti, colpisce ed emoziona fino a quel crescendo finale, dove il climax tocca apici inaspettati.
Ci troviamo davanti ad un cinema che crede nell'attore come corpo filmico, trasportando il teatro sullo schermo con una naturalezza inaspettata e riaccendendo, anche nel buio della sala, la magia del palco dove questi attori - eredi di una tradizione secolare - mettono in scena storie immortali, di amanti spesso destinati alla tragedia. Lee Sang-il firma il suo lavoro più maturo e (pre)potente, in una narrazione fiume che in quasi tre ore si muove in un tempo che muta nutrendosi dell'apparente lentezza del kabuki, cannibalizzando il legame tra i personaggi tra un silenzio e un gesto, tra un sorriso o un tradimento. Dove realtà e finzione si mescolano in un vortice indistinguibile, e dove la vita e la morte restano sussurri spezzati danzanti nel vento e un canto d’amore diventa uno struggente addio alle arti.