

Galleggiare sul dolore,
recensione di Elena Guardiani
RV-150
11.06.2026
La cronologia dell'acqua, adattamento dell’omonimo romanzo di Lidia Yuknavitch, è stato presentato al festival di Cannes 2025, anticipato da una curiosità latente che ha accompagnato il film sin dall’annuncio della sua stessa produzione. A fagocitare l’interesse è stato sicuramente il nome della regista, Kristen Stewart, un’attrice che ha debuttato giovanissima e ha poi raggiunto il successo internazionale grazie a un franchise commerciale (Twilight, 2008-2012) che ha rischiato di cristallizzarne l’immagine, e dal quale si è impegnata non poco a distaccarsi. Un percorso simile a quello di Robert Pattinson, suo partner nella saga, la cui carriera attoriale può oggi vantare un mix davvero ben equilibrato di film indipendenti e blockbuster d’autore.
In maniera differente il percorso recitativo della Stewart si è andato assestando attraverso scelte più o meno felici, culminate nella decisione di esordire a questa regia, un progetto ambizioso che ha potuto beneficiare di una delle vetrine festivaliere più prestigiose del panorama internazionale, quello stesso Festival in cui, proprio nel 2011, anno di pubblicazione del testo della Yuknavitch, Terrence Malick vinse la Palma d’Oro con The Tree of Life.
Non si tratta di una semplice citazione bibliografica quanto della ricerca di un fil rouge con l’opera malickiana, che la Stewart sembra voler omaggiare con una ridondanza a tratti fastidiosa per chi ama ricondurre la ricerca e la sperimentazione a precise "estetiche di riferimento". Ricordiamoci sempre che viviamo in un’epoca di sfrenato revivalismo e che nemmeno il più coraggioso degli artisti è in grado di sfuggire a "fenomenologie stilistiche codificate", le cui caratteristiche incontrano il gusto del pubblico secondo le specifiche inclinazioni di ciascuno.
Lasciamo quindi da parte le velleità estetiche, la pellicola 16 mm e i suoi slabbrati effetti cromatici, le inquadrature, l’intero apparato visivo che trasuda, fotogramma dopo fotogramma, l’ardente desiderio di comunicare agli spettatori la vocazione autoriale dell’opera, la sua natura indipendente manifestata attraverso un linguaggio filmico troppo radicato in troppe tradizioni differenti per essere preso sul serio come scelta formale. Dimentichiamo le decorazioni del pacchetto, fin troppo manierate per chi avrebbe apprezzato il contenuto anche se fosse arrivato avvolto in una vecchia carta da pacchi stropicciata.
Torniamo a Malick e concentriamoci su uno degli apparati tematici che avvicina The Tree of Life a La cronologia dell'acqua: ossia l’importanza della memoria come strumento di ricostruzione del passato, cosi come indica anche il titolo del film nella sua accezione più didascalica. La memoria, come la superficie dell’acqua d'altronde, può restituire immagini più o meno nitide, increspate e compromesse dalle emozioni che sempre accompagnano i ricordi e rendono il passato uno specchio in cui non sempre è facile rintracciare una verità univoca. La memoria come prigione di sofferenze a cui sfuggire ma anche come pozzo da cui attingere la forza per emanciparsi dai traumi e per provare a guardarli dal di fuori, per allontanarli da sè adoperando l’arte come mezzo privilegiato di catalizzazione e poi di espulsione del dolore.
Ed ecco che già se ci si concentra sulle modalità del recupero del passato di Lidia, doppelgänger cinematografico della Yuknavitch interpretata da Imogen Poots, si trova una chiave di lettura interessante per un film nel complesso caotico e a tratti disorganico, che si salva proprio grazie al suo bisogno di rappresentare con autenticità il rapporto della protagonista con i ricordi della sua infanzia traviata e con l’esigenza di sfuggire al baratro attraverso la scrittura.
“In water, like in books you can leave your life” pronuncia ad un tratto la voce narrante fuori campo, servendosi di una catchphrase estrapolata dal romanzo e volta ad enfatizzare il potere purificatore dell’acqua e delle parole. La protagonista cresce affidandosi al nuoto come mezzo di sfogo e di fuga da una realtà familiare complessa e abusante. L’acqua è un luogo astratto, che permette al corpo di fluttuare e di liberarsi della sua componente terrena e materica per accogliere una dimensione pura, dove anche il desiderio e la rabbia vengono utilizzati nella loro componente liquida e messi al servizio delle parole.
Se svincolate da una ricerca formale artificialmente naïve le immagini del film riescono a veicolare con efficacia queste precise tematiche conferendo alla pellicola un appeal che trascende la ricerca stilistica e che deve, necessariamente, scavare più a fondo, molto di più di quanto forse la stessa Stewart abbia immaginato durante lo sviluppo del progetto.
In questo senso l’opera sembra essere molto più apprezzabile sul piano contenutistico che su quello estetico, forse perché capace di offrire uno spunto di riflessione sganciato dalle peculiari esperienze di abuso subite dalla protagonista, la quale ad un certo punto smette di essere una ragazza e poi una giovane donna con alle spalle un’infanzia problematica per divenire il simbolo di ogni individuo in lotta con le proprie insicurezze e le proprie ossessioni, derivate da un passato più o meno vicino e da una ferita più o meno profonda.
Da questo punto di vista l’acqua, più che la scrittura, sembra voler offrire una zona franca, un momento di tregua dalle paure e dai dolori tramite un evidente richiamo al liquido amniotico e al ventre materno - inquadrato dalla Stewart in diverse momenti del film, quasi a voler suggerire una discrepanza tra un dentro e un fuori. Questa simbologia si esprimerà a più riprese nel corso della pellicola, sottolineando la capacità del corpo stesso di mantenere una distanza tra le emozioni, la rabbia e le parole che rimangono "incastrate dentro" contro quelle che "vengono rigettate fuori", per via di modalità anche violente che includono il sesso, l’abuso di sostanze e, infine, proprio la scrittura.
Quest’ultima viene utilizzata dalla protaognista alla stregua dell’acqua, per purificarsi ma anche per galleggiare, per restare in qualche modo vigile e non soccombere totalmente alle spinte autodistruttive che minano la sua salute mentale e quella delle persone che le stanno intorno...e a cui tenta disperatamente di aggrapparsi come fossero salvagenti. Ed è proprio questa necessità di "continuare a muoversi", seppur dibattendosi violentemente come un pesce fuori dall’acqua, che anima Lidia nel suo percorso di crescita e di presa di coscienza del sé.
Questo tema sembra essere suggerito anche all’inizio del film quando la voce narrante della protagonista chiede: “Quanti chilometri bisogna nuotare per raggiungere sé stessi?” È possibile lavorare sui traumi che in modo più o meno consapevole i nostri genitori ci hanno lasciato in eredità tramite meccanismi genetici ed emotivi? Quanto è forte il legame del sangue e quanto invece siamo capaci di spingerci lontano da esso ignorando il bruciore delle ferite e fendendo la superficie dell’acqua una bracciata vigorosa dopo l’altra? Se il tema dell’arte utile alla salvezza dell’individuo e della collettività non fossero tanto cari a chi scrive La cronologia dell'acqua verrebbe relegato ad un esercizio di stile ostentato e in fondo inefficace.
Essendo però la cassa di risonanza tematica del film potenzialmente universale si aspetterà con curiosità il responso del pubblico. Insomma si vuole concedere il beneficio del dubbio all’esordio alla regia di una diva hollywoodiana ancora acerba dietro la macchina da presa, ma che in futuro potrebbe sviluppare uno sguardo sempre più interessante e maturo.

Galleggiare sul dolore,
recensione di Elena Guardiani
RV-150
11.06.2026
La cronologia dell'acqua, adattamento dell’omonimo romanzo di Lidia Yuknavitch, è stato presentato al festival di Cannes 2025, anticipato da una curiosità latente che ha accompagnato il film sin dall’annuncio della sua stessa produzione. A fagocitare l’interesse è stato sicuramente il nome della regista, Kristen Stewart, un’attrice che ha debuttato giovanissima e ha poi raggiunto il successo internazionale grazie a un franchise commerciale (Twilight, 2008-2012) che ha rischiato di cristallizzarne l’immagine, e dal quale si è impegnata non poco a distaccarsi. Un percorso simile a quello di Robert Pattinson, suo partner nella saga, la cui carriera attoriale può oggi vantare un mix davvero ben equilibrato di film indipendenti e blockbuster d’autore.
In maniera differente il percorso recitativo della Stewart si è andato assestando attraverso scelte più o meno felici, culminate nella decisione di esordire a questa regia, un progetto ambizioso che ha potuto beneficiare di una delle vetrine festivaliere più prestigiose del panorama internazionale, quello stesso Festival in cui, proprio nel 2011, anno di pubblicazione del testo della Yuknavitch, Terrence Malick vinse la Palma d’Oro con The Tree of Life.
Non si tratta di una semplice citazione bibliografica quanto della ricerca di un fil rouge con l’opera malickiana, che la Stewart sembra voler omaggiare con una ridondanza a tratti fastidiosa per chi ama ricondurre la ricerca e la sperimentazione a precise "estetiche di riferimento". Ricordiamoci sempre che viviamo in un’epoca di sfrenato revivalismo e che nemmeno il più coraggioso degli artisti è in grado di sfuggire a "fenomenologie stilistiche codificate", le cui caratteristiche incontrano il gusto del pubblico secondo le specifiche inclinazioni di ciascuno.
Lasciamo quindi da parte le velleità estetiche, la pellicola 16 mm e i suoi slabbrati effetti cromatici, le inquadrature, l’intero apparato visivo che trasuda, fotogramma dopo fotogramma, l’ardente desiderio di comunicare agli spettatori la vocazione autoriale dell’opera, la sua natura indipendente manifestata attraverso un linguaggio filmico troppo radicato in troppe tradizioni differenti per essere preso sul serio come scelta formale. Dimentichiamo le decorazioni del pacchetto, fin troppo manierate per chi avrebbe apprezzato il contenuto anche se fosse arrivato avvolto in una vecchia carta da pacchi stropicciata.
Torniamo a Malick e concentriamoci su uno degli apparati tematici che avvicina The Tree of Life a La cronologia dell'acqua: ossia l’importanza della memoria come strumento di ricostruzione del passato, cosi come indica anche il titolo del film nella sua accezione più didascalica. La memoria, come la superficie dell’acqua d'altronde, può restituire immagini più o meno nitide, increspate e compromesse dalle emozioni che sempre accompagnano i ricordi e rendono il passato uno specchio in cui non sempre è facile rintracciare una verità univoca. La memoria come prigione di sofferenze a cui sfuggire ma anche come pozzo da cui attingere la forza per emanciparsi dai traumi e per provare a guardarli dal di fuori, per allontanarli da sè adoperando l’arte come mezzo privilegiato di catalizzazione e poi di espulsione del dolore.
Ed ecco che già se ci si concentra sulle modalità del recupero del passato di Lidia, doppelgänger cinematografico della Yuknavitch interpretata da Imogen Poots, si trova una chiave di lettura interessante per un film nel complesso caotico e a tratti disorganico, che si salva proprio grazie al suo bisogno di rappresentare con autenticità il rapporto della protagonista con i ricordi della sua infanzia traviata e con l’esigenza di sfuggire al baratro attraverso la scrittura.
“In water, like in books you can leave your life” pronuncia ad un tratto la voce narrante fuori campo, servendosi di una catchphrase estrapolata dal romanzo e volta ad enfatizzare il potere purificatore dell’acqua e delle parole. La protagonista cresce affidandosi al nuoto come mezzo di sfogo e di fuga da una realtà familiare complessa e abusante. L’acqua è un luogo astratto, che permette al corpo di fluttuare e di liberarsi della sua componente terrena e materica per accogliere una dimensione pura, dove anche il desiderio e la rabbia vengono utilizzati nella loro componente liquida e messi al servizio delle parole.
Se svincolate da una ricerca formale artificialmente naïve le immagini del film riescono a veicolare con efficacia queste precise tematiche conferendo alla pellicola un appeal che trascende la ricerca stilistica e che deve, necessariamente, scavare più a fondo, molto di più di quanto forse la stessa Stewart abbia immaginato durante lo sviluppo del progetto.
In questo senso l’opera sembra essere molto più apprezzabile sul piano contenutistico che su quello estetico, forse perché capace di offrire uno spunto di riflessione sganciato dalle peculiari esperienze di abuso subite dalla protagonista, la quale ad un certo punto smette di essere una ragazza e poi una giovane donna con alle spalle un’infanzia problematica per divenire il simbolo di ogni individuo in lotta con le proprie insicurezze e le proprie ossessioni, derivate da un passato più o meno vicino e da una ferita più o meno profonda.
Da questo punto di vista l’acqua, più che la scrittura, sembra voler offrire una zona franca, un momento di tregua dalle paure e dai dolori tramite un evidente richiamo al liquido amniotico e al ventre materno - inquadrato dalla Stewart in diverse momenti del film, quasi a voler suggerire una discrepanza tra un dentro e un fuori. Questa simbologia si esprimerà a più riprese nel corso della pellicola, sottolineando la capacità del corpo stesso di mantenere una distanza tra le emozioni, la rabbia e le parole che rimangono "incastrate dentro" contro quelle che "vengono rigettate fuori", per via di modalità anche violente che includono il sesso, l’abuso di sostanze e, infine, proprio la scrittura.
Quest’ultima viene utilizzata dalla protaognista alla stregua dell’acqua, per purificarsi ma anche per galleggiare, per restare in qualche modo vigile e non soccombere totalmente alle spinte autodistruttive che minano la sua salute mentale e quella delle persone che le stanno intorno...e a cui tenta disperatamente di aggrapparsi come fossero salvagenti. Ed è proprio questa necessità di "continuare a muoversi", seppur dibattendosi violentemente come un pesce fuori dall’acqua, che anima Lidia nel suo percorso di crescita e di presa di coscienza del sé.
Questo tema sembra essere suggerito anche all’inizio del film quando la voce narrante della protagonista chiede: “Quanti chilometri bisogna nuotare per raggiungere sé stessi?” È possibile lavorare sui traumi che in modo più o meno consapevole i nostri genitori ci hanno lasciato in eredità tramite meccanismi genetici ed emotivi? Quanto è forte il legame del sangue e quanto invece siamo capaci di spingerci lontano da esso ignorando il bruciore delle ferite e fendendo la superficie dell’acqua una bracciata vigorosa dopo l’altra? Se il tema dell’arte utile alla salvezza dell’individuo e della collettività non fossero tanto cari a chi scrive La cronologia dell'acqua verrebbe relegato ad un esercizio di stile ostentato e in fondo inefficace.
Essendo però la cassa di risonanza tematica del film potenzialmente universale si aspetterà con curiosità il responso del pubblico. Insomma si vuole concedere il beneficio del dubbio all’esordio alla regia di una diva hollywoodiana ancora acerba dietro la macchina da presa, ma che in futuro potrebbe sviluppare uno sguardo sempre più interessante e maturo.