

Tra neorealismo e road movie,
recensione di Ludovico Cantisani
RV-139
19.03.2026
La torta del presidente, il lungometraggio di debutto di Hasan Hadi, si è aggiudicato sia la Camera d'or che il premio del pubblico alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2025, facendo poi un'importante festival run e venendo anche proposto dall'Iraq agli Oscar come Miglior Film straniero. Il film, in uscita il 19 marzo nelle sale italiane grazie a Lucky Red, vede al fianco dell'esordiente Hadi la presenza di un co-sceneggiatore del calibro di Eric Roth, tra i maggiori screenwriter americani contemporanei, premio Oscar per Forrest Gump (1994) e co-autore di film come Munich (2005) di Steven Spielberg, Insider (1999) e Alì (2001) di Michael Mann, Extremely Loud & Incredibly Close (Estremamente forte e incredibilmente vicino, 2011) di Stephen Dandry tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, The Curious Case of Benjamin Button (Il curioso caso di Benjamin Button, 2008) e Mank (2020) di David Fincher, i due Dune (2021-2024) di Denis Villeneuve e Killers of the Flower Moon (2023) di Martin Scorsese. Roth figura anche come produttore esecutivo al fianco di Chris Columbus e di Marielle Heller, altri due grandi nomi dell'industria cinematografica statunitense - essenziale per la messa in cantiere e il grande supporto ricevuto dal progetto è stata per Hadi la partecipazione ai laboratori di regia e di sceneggiatura del Sundance Institute.
L'idea narrativa alla base del film, perfettamente calibrato tra commedia e dramma sul suo sfondo storico, è effettivamente folgorante: nell’Iraq degli anni Novanta, devastato dalla guerra e dalla carestia, Lamia, una bambina di nove anni, è costretta a partecipare a un concorso scolastico che prevede la preparazione di una torta destinata al presidente Saddam Hussein. Proveniente da un villaggio delle paludi, la piccola giunge a Baghdad insieme alla nonna, da poco rimasta senza lavoro nei campi. Una volta nella capitale, Lamia affronta una serie di disavventure in compagnia dell'amico Saeed mentre cerca di procurarsi gli ingredienti necessari per la preparazione del fantomatico dolce. Anche se la rappresentazione storico-sociale dell'Iraq degli ultimi anni del regime di Hussein suscita qualche perplessità, La torta del presidente è un coinvolgente debutto denotato da una preziosa "lievità di sguardo", un'ottima commistione di sense of humor e consapevolezza sociale e una fotografia volutamente grezza ma, proprio per questo, ben riuscita - soprattutto quando ritrae location urbane e paesaggi rurali iracheni che raramente riusciamo a intercettare sui nostri schermi.
Resta però la caratterizzazione di quell'idea di orientalismo tanto criticata dallo studioso Edward Said, e l'espediente di centrare tutto il racconto su una bambina in difficoltà - tipico della narrativa filmica statunitense e di quel cinema del Terzo Mondo che guarda a quella zona grigia tra Hollywood e l'indie americano. Ma La torta del presidente colpisce proprio perché è un film sincero nel suo sguardo e nella sua narrazione, che sa mettere in scena con credibilità il viaggio un po' picaresco, il road movie prevalentemente urbano di Lamia e Saeed. Notevole anche l'insieme del cast, composto per la maggior parte da non professionisti: spiccano in particolare la piccola protagonista Banin Ahmad Nayef, che dà il volto a Lamia, Sajad Mohamad Qasem, che veste i panni di Saeed, e l'anziana Waheed Thabet Khreibat, nel ruolo della nonna Bibi.
Dal punto di vista del casting La torta del presidente si riallaccia alla lezione del neorealismo e del post-neorealismo italiano in generale e, per toni, andamento narrativo e sguardo, alla poetica di Cesare Zavattini; non manca neanche un fugace omaggio ad Ettore Scola e al suo Una giornata particolare (1977) in una sequenza ambientata su un tetto. In Laboriose inezie, recentemente ripubblicato dall'Adelphi, il grande critico letterario e scrittore italiano Giorgio Manganelli scriveva che il racconto del viaggio è la forma di "narrazione non narrativa" per eccellenza; e in pagine celebri del suo distico sul cinema L'immagine-movimento e L'immagine-tempo il filosofo francese Gilles Deleuze evidenziava come fu proprio con il Neorealismo, e con il coevo cinema francese, che si passò da un classico cinema di azione in senso lato, con il protagonista arbitro del suo destino, a un cinema di contemplazione, giocato sugli spostamenti e sui "camminamenti" dei protagonisti, soggetti passivi nei confronti del mondo e dell'ambiente sociale in cui vivono, con le sue regole, le sue disgrazie e i suoi accadimenti.
Questa fiabesca peregrinazione attraverso Baghdad rappresenta un po' un punto di incontro tra queste due tendenze del cinema individuate da Deleuze - con la piccola Lamia che è agente in prima persona ma che, trovatasi sola in una grande città che non ha mai visto prima innesca reazioni che non sa prevedere, finendo addirittura brevemente arrestata. La dimensione del road movie urbano su scenario storico che permea l'opera consente inoltre ad Hasan Hadi di muoversi fluidamente tra piano individuale e piano collettivo, mostrando Laamia nella sua ostinata ricerca mentre sullo sfondo delle strade si celebrano le marce in pompa magna volute dal regime o nei corridoi degli ospedali sfilano i reduci militari gravemente feriti.
Opera prima di indubbia qualità e spessore, che sa adoperare al meglio gli stilemi di certo realismo grezzo a cui l'arthouse festivaliero del world cinema generalmente si rifà. La torta del presidente è quindi al contempo un'avventura umanistica ricca di grazia e uno spaccato storico illuminante che può parlare anche della situazione geopolitica dei paesi arabi di oggi.

Tra neorealismo e road movie,
recensione di Ludovico Cantisani
RV-139
19.03.2026
La torta del presidente, il lungometraggio di debutto di Hasan Hadi, si è aggiudicato sia la Camera d'or che il premio del pubblico alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2025, facendo poi un'importante festival run e venendo anche proposto dall'Iraq agli Oscar come Miglior Film straniero. Il film, in uscita il 19 marzo nelle sale italiane grazie a Lucky Red, vede al fianco dell'esordiente Hadi la presenza di un co-sceneggiatore del calibro di Eric Roth, tra i maggiori screenwriter americani contemporanei, premio Oscar per Forrest Gump (1994) e co-autore di film come Munich (2005) di Steven Spielberg, Insider (1999) e Alì (2001) di Michael Mann, Extremely Loud & Incredibly Close (Estremamente forte e incredibilmente vicino, 2011) di Stephen Dandry tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, The Curious Case of Benjamin Button (Il curioso caso di Benjamin Button, 2008) e Mank (2020) di David Fincher, i due Dune (2021-2024) di Denis Villeneuve e Killers of the Flower Moon (2023) di Martin Scorsese. Roth figura anche come produttore esecutivo al fianco di Chris Columbus e di Marielle Heller, altri due grandi nomi dell'industria cinematografica statunitense - essenziale per la messa in cantiere e il grande supporto ricevuto dal progetto è stata per Hadi la partecipazione ai laboratori di regia e di sceneggiatura del Sundance Institute.
L'idea narrativa alla base del film, perfettamente calibrato tra commedia e dramma sul suo sfondo storico, è effettivamente folgorante: nell’Iraq degli anni Novanta, devastato dalla guerra e dalla carestia, Lamia, una bambina di nove anni, è costretta a partecipare a un concorso scolastico che prevede la preparazione di una torta destinata al presidente Saddam Hussein. Proveniente da un villaggio delle paludi, la piccola giunge a Baghdad insieme alla nonna, da poco rimasta senza lavoro nei campi. Una volta nella capitale, Lamia affronta una serie di disavventure in compagnia dell'amico Saeed mentre cerca di procurarsi gli ingredienti necessari per la preparazione del fantomatico dolce. Anche se la rappresentazione storico-sociale dell'Iraq degli ultimi anni del regime di Hussein suscita qualche perplessità, La torta del presidente è un coinvolgente debutto denotato da una preziosa "lievità di sguardo", un'ottima commistione di sense of humor e consapevolezza sociale e una fotografia volutamente grezza ma, proprio per questo, ben riuscita - soprattutto quando ritrae location urbane e paesaggi rurali iracheni che raramente riusciamo a intercettare sui nostri schermi.
Resta però la caratterizzazione di quell'idea di orientalismo tanto criticata dallo studioso Edward Said, e l'espediente di centrare tutto il racconto su una bambina in difficoltà - tipico della narrativa filmica statunitense e di quel cinema del Terzo Mondo che guarda a quella zona grigia tra Hollywood e l'indie americano. Ma La torta del presidente colpisce proprio perché è un film sincero nel suo sguardo e nella sua narrazione, che sa mettere in scena con credibilità il viaggio un po' picaresco, il road movie prevalentemente urbano di Lamia e Saeed. Notevole anche l'insieme del cast, composto per la maggior parte da non professionisti: spiccano in particolare la piccola protagonista Banin Ahmad Nayef, che dà il volto a Lamia, Sajad Mohamad Qasem, che veste i panni di Saeed, e l'anziana Waheed Thabet Khreibat, nel ruolo della nonna Bibi.
Dal punto di vista del casting La torta del presidente si riallaccia alla lezione del neorealismo e del post-neorealismo italiano in generale e, per toni, andamento narrativo e sguardo, alla poetica di Cesare Zavattini; non manca neanche un fugace omaggio ad Ettore Scola e al suo Una giornata particolare (1977) in una sequenza ambientata su un tetto. In Laboriose inezie, recentemente ripubblicato dall'Adelphi, il grande critico letterario e scrittore italiano Giorgio Manganelli scriveva che il racconto del viaggio è la forma di "narrazione non narrativa" per eccellenza; e in pagine celebri del suo distico sul cinema L'immagine-movimento e L'immagine-tempo il filosofo francese Gilles Deleuze evidenziava come fu proprio con il Neorealismo, e con il coevo cinema francese, che si passò da un classico cinema di azione in senso lato, con il protagonista arbitro del suo destino, a un cinema di contemplazione, giocato sugli spostamenti e sui "camminamenti" dei protagonisti, soggetti passivi nei confronti del mondo e dell'ambiente sociale in cui vivono, con le sue regole, le sue disgrazie e i suoi accadimenti.
Questa fiabesca peregrinazione attraverso Baghdad rappresenta un po' un punto di incontro tra queste due tendenze del cinema individuate da Deleuze - con la piccola Lamia che è agente in prima persona ma che, trovatasi sola in una grande città che non ha mai visto prima innesca reazioni che non sa prevedere, finendo addirittura brevemente arrestata. La dimensione del road movie urbano su scenario storico che permea l'opera consente inoltre ad Hasan Hadi di muoversi fluidamente tra piano individuale e piano collettivo, mostrando Laamia nella sua ostinata ricerca mentre sullo sfondo delle strade si celebrano le marce in pompa magna volute dal regime o nei corridoi degli ospedali sfilano i reduci militari gravemente feriti.
Opera prima di indubbia qualità e spessore, che sa adoperare al meglio gli stilemi di certo realismo grezzo a cui l'arthouse festivaliero del world cinema generalmente si rifà. La torta del presidente è quindi al contempo un'avventura umanistica ricca di grazia e uno spaccato storico illuminante che può parlare anche della situazione geopolitica dei paesi arabi di oggi.