

Dietro la facciata,
recensione di Antonio Orrico
RV-123
15.09.2025
L’horror nostrano, con Paolo Strippoli, sta sperimentando una strada che in qualche modo tenta di importare, dal continente americano, quel famoso gentrified horror che ha assunto rilievo negli ultimi quindici anni, combinando estetiche levigate, ambientazioni borghesi e un registro di inquietudine più sottile che perturbante, laddove l’orrore, soprattutto attraverso le teorie di Lowenstein e Church, si cela in comunità apparentemente ordinate, rassicuranti, persino terapeutiche. Questi microcosmi, però, sempre più spesso, diventano veri e propri antagonisti in pectore, contenendo i segreti e tirannizzando qualsiasi agente esterno che provi a ribaltare lo status quo. In questo senso, il nuovo La valle dei sorrisi rappresenta un lavoro improntato proprio nel dialogare direttamente con la messa in scena di comunità apparentemente armoniche, curate e pacificate, costruite però, paradossalmente, sull’esclusione sistemica.
La terza opera di Strippoli, in modo molto intelligente, cerca a più riprese proprio di venire incontro a queste tendenze e incorporarle all’interno di un genere italiano che sta prendendo sempre di più ispirazioni da oltreoceano per riformare una certa cultura. La messa in scena del villaggio di Remis - il quale, a tratti, richiama alla mente e si accinge ad essere riproprosizione del villaggio solare di Midsommar (2019), evidenziando una volta di più il legame a stretto filo che si intrattiene tra il cinema del regista italiano e Ari Aster, la cui ispirazione dirige La Valle Dei Sorrisi anche su strade molto analoghe a quelle di Hereditary (2017) - nasconde la violenza nell’ordine, laddove proprio la mostruosità, messa in campo anche attraverso l’uso di simbolismi vari della macchina da presa e tramite un’iconografia che inevitabilmente riprende in modo insistito una certa estetica A24, diventa un escamotage per raccontare le colpe e la chiusura di una comunità, necessitata a cavalcare con notevole ipocrisia sentimenti che riflettono in modo sostanziale il fragile confine tra cura e dominio.
Come nelle ville ovattate di Speak No Evil (2022), altro palese esempio della tendenza enumerata precedentemente, anche a Remis l’arrivo di Michele Riondino scombussola quel finto ordine tipico del villaggio, portando la mostruosità a camuffarsi da benessere condiviso. La gentrificazione dell’horror non è solo estetica, ma politica: significa raccontare come la promessa di comfort e coesione si fondi sulla cancellazione di chi non aderisce alla norma. Il cineasta barese, in un primo momento, rifiuta la catarsi e lascia lo spettatore esposto all’inaccettabile, lo mette di fronte all’impossibilità di calarsi in una realtà non propria, attraverso l’uso del grandangolo e della camera a mano - soprattutto nei momenti in cui Sergio/Michele Riondino si sente estraneo al luogo - in modo da non “neutralizzare” mai il campo visivo, portandolo a creare, tramite la composizione, il silenzio, la luce e i colori, la strada perturbante, una reinterpretazione di tutti questi codici, ben consolidati all’interno dell’immaginario collettivo.
La valle dei sorrisi si pone dunque come coniugazione “europea” di una certa americanizzazione dell’horror odierno, ma paradossalmente proprio questo rappresenta il suo più grave problema. Il battere strade già conosciute, iconograficamente e poeticamente parlando, rappresenta purtroppo una scelta grossomodo anonima, che soprattutto nella seconda metà cede a moltissime soluzioni - soprattutto estetiche - che risultano già viste e consolidatissime. L’esito, sfortunatamente, non è per nulla coraggioso. La nuova opera di Strippoli assume la forma di una commistione del tutto kinghiana, cadendo in cliché che la portano a perdere completamente il fascino e l’equilibrio tra ciò che resta ignoto e ciò che si rivela, dall’andamento molto umorale che acuisce la poca coesione di fondo che circonda l’horror, volendo essere allegoria sociale, horror folcloristico, horror esistenziale, dramma esistenziale, esplorazione dell’adolescenza queer, meditazione sul lutto tutto insieme e portando l’intera struttura a collassare su sé stessa.
Se il precedente Piove (2022), rappresentava un'interessante commistione tra il superhero movie e l’estremo, dove Strippoli si era dimostrato molto capace di lasciare tutto alla libera interpretazione dello spettatore, preferendo nascondere ed omettere piuttosto che esporre, fornendo una regia invisibile che lasciava il compito di trovare il bandolo della matassa a chiunque guardasse il lungometraggio, e tentava di avere riferimenti anche interessanti e poco inflazionati quale il J-Horror di Shimizu, La Valle Dei Sorrisi rappresenta un deciso passo indietro per il regista pugliese, tentando di posizionarsi tra l’arthouse e il pop, finendo però per trovare una soluzione di comodo che non gli giova minimamente, e porta il film ad essere un’occasione sprecata.

Dietro la facciata,
recensione di Antonio Orrico
RV-123
15.09.2025
L’horror nostrano, con Paolo Strippoli, sta sperimentando una strada che in qualche modo tenta di importare, dal continente americano, quel famoso gentrified horror che ha assunto rilievo negli ultimi quindici anni, combinando estetiche levigate, ambientazioni borghesi e un registro di inquietudine più sottile che perturbante, laddove l’orrore, soprattutto attraverso le teorie di Lowenstein e Church, si cela in comunità apparentemente ordinate, rassicuranti, persino terapeutiche. Questi microcosmi, però, sempre più spesso, diventano veri e propri antagonisti in pectore, contenendo i segreti e tirannizzando qualsiasi agente esterno che provi a ribaltare lo status quo. In questo senso, il nuovo La valle dei sorrisi rappresenta un lavoro improntato proprio nel dialogare direttamente con la messa in scena di comunità apparentemente armoniche, curate e pacificate, costruite però, paradossalmente, sull’esclusione sistemica.
La terza opera di Strippoli, in modo molto intelligente, cerca a più riprese proprio di venire incontro a queste tendenze e incorporarle all’interno di un genere italiano che sta prendendo sempre di più ispirazioni da oltreoceano per riformare una certa cultura. La messa in scena del villaggio di Remis - il quale, a tratti, richiama alla mente e si accinge ad essere riproprosizione del villaggio solare di Midsommar (2019), evidenziando una volta di più il legame a stretto filo che si intrattiene tra il cinema del regista italiano e Ari Aster, la cui ispirazione dirige La Valle Dei Sorrisi anche su strade molto analoghe a quelle di Hereditary (2017) - nasconde la violenza nell’ordine, laddove proprio la mostruosità, messa in campo anche attraverso l’uso di simbolismi vari della macchina da presa e tramite un’iconografia che inevitabilmente riprende in modo insistito una certa estetica A24, diventa un escamotage per raccontare le colpe e la chiusura di una comunità, necessitata a cavalcare con notevole ipocrisia sentimenti che riflettono in modo sostanziale il fragile confine tra cura e dominio.
Come nelle ville ovattate di Speak No Evil (2022), altro palese esempio della tendenza enumerata precedentemente, anche a Remis l’arrivo di Michele Riondino scombussola quel finto ordine tipico del villaggio, portando la mostruosità a camuffarsi da benessere condiviso. La gentrificazione dell’horror non è solo estetica, ma politica: significa raccontare come la promessa di comfort e coesione si fondi sulla cancellazione di chi non aderisce alla norma. Il cineasta barese, in un primo momento, rifiuta la catarsi e lascia lo spettatore esposto all’inaccettabile, lo mette di fronte all’impossibilità di calarsi in una realtà non propria, attraverso l’uso del grandangolo e della camera a mano - soprattutto nei momenti in cui Sergio/Michele Riondino si sente estraneo al luogo - in modo da non “neutralizzare” mai il campo visivo, portandolo a creare, tramite la composizione, il silenzio, la luce e i colori, la strada perturbante, una reinterpretazione di tutti questi codici, ben consolidati all’interno dell’immaginario collettivo.
La valle dei sorrisi si pone dunque come coniugazione “europea” di una certa americanizzazione dell’horror odierno, ma paradossalmente proprio questo rappresenta il suo più grave problema. Il battere strade già conosciute, iconograficamente e poeticamente parlando, rappresenta purtroppo una scelta grossomodo anonima, che soprattutto nella seconda metà cede a moltissime soluzioni - soprattutto estetiche - che risultano già viste e consolidatissime. L’esito, sfortunatamente, non è per nulla coraggioso. La nuova opera di Strippoli assume la forma di una commistione del tutto kinghiana, cadendo in cliché che la portano a perdere completamente il fascino e l’equilibrio tra ciò che resta ignoto e ciò che si rivela, dall’andamento molto umorale che acuisce la poca coesione di fondo che circonda l’horror, volendo essere allegoria sociale, horror folcloristico, horror esistenziale, dramma esistenziale, esplorazione dell’adolescenza queer, meditazione sul lutto tutto insieme e portando l’intera struttura a collassare su sé stessa.
Se il precedente Piove (2022), rappresentava un'interessante commistione tra il superhero movie e l’estremo, dove Strippoli si era dimostrato molto capace di lasciare tutto alla libera interpretazione dello spettatore, preferendo nascondere ed omettere piuttosto che esporre, fornendo una regia invisibile che lasciava il compito di trovare il bandolo della matassa a chiunque guardasse il lungometraggio, e tentava di avere riferimenti anche interessanti e poco inflazionati quale il J-Horror di Shimizu, La Valle Dei Sorrisi rappresenta un deciso passo indietro per il regista pugliese, tentando di posizionarsi tra l’arthouse e il pop, finendo però per trovare una soluzione di comodo che non gli giova minimamente, e porta il film ad essere un’occasione sprecata.