

L'attore e la sua maschera,
recensione di Lorenzo Sartor
RV-127
22.01.2026
Seduto sul letto, Marty Mauser (Timothée Chalamet) contempla la stanza, finché il suo sguardo non si ferma su un cartonato di se stesso. Il duplicato di cartone è praticamente identico: taglio spettinato, occhiali e baffo sottile anni ’50.Questo breve momento del nuovo film di Josh Safdie non ha risvolti narrativi, ma serve solo a confrontare il protagonista con il ruolo che ha interpretato per tutta l’opera, rendendo consapevole lui e lo spettatore della sua stessa maschera.
Tutto ciò che riguarda la vita di Marty è un brand: le sue palline omonime, il suo look, le immagini televisive che lo ritraggono… la sua aspirazione non è solo quella di poter diventare un campione internazionale di ping pong, ma di continuare a interpretare il ruolo dell’icona che è diventato, rivestendo i panni di quell’immagine che vede nel cartonato. La dicotomia attore e maschera esibita da Safdie non si riduce al singolo film, ma travalica il testo dell’opera per raggiungere la sua stessa campagna marketing. Negli ultimi mesi Chalamet si è distinto come protagonista di una campagna promozionale organizzata da A24 - articolatasi in apparizioni televisive e altri video destinati a diventare virali online, con un abbigliamento vicino al White trash americano - in cui è stato difficile per molti comprendere dove finisse la persona e dove iniziasse il ruolo che gli era stato cucito come personaggio-marketing.
In particolare, un video mostra Chalamet in una sua versione rasata a zero e con un gergo da chav inglese, mentre cerca di convincere i confusi responsabili del marketing di Marty Supreme a basare la promozione del film sul colore arancione. La scena richiama uno dei primi momenti della pellicola, in cui il personaggio di Marty cerca di convincere un uomo d’affari a usare lo stesso colore arancione per le sue palline brandizzate, rendendo a tutti gli effetti lo Chalamet-attore della campagna marketing un’estensione extratestuale del protagonista dell’opera. Non è difficile pensare al personaggio di Marty come creato su misura, o quantomeno adattatosi in fase di scrittura, alle mire di grandezza di Chalamet stesso, che sul palco degli Screen Actors Guild Awards ha ammesso “…la verità è che aspiro alla grandezza. So che la gente di solito non parla così ma voglio essere uno dei grandi. Sono ispirato dai grandi”. Un messaggio diretto, cinicamente onesto, tanto che “sognare in grande”, Dream Big, è diventato lo slogan principale della campagna pubblicitaria del film.
Marty Supreme nasce quindi da un apparente incontro tra l’ambizione di Chalamet e la prosecuzione del percorso autoriale di Josh Safdie, interessato a trattare di personaggi disposti a rovinare la propria vita e quella altrui pur di raggiungere il successo. Come Howard Ratner (Adam Sandler) in Uncut Gems (Diamanti grezzi, 2019) cercava fortuna tramite un opale nero arrivato in America grazie allo sfruttamento dei minatori in Etiopia, la ricerca di grandezza di Marty viene impiegata dal magnate Milton Rockwell (Kevin O’Leary) per portare avanti l’ideologia imperialista americana, con cui il Paese tenta di esportare le proprie icone, anche a costo di creare spettacoli fantoccio da vendere all’estero.
Ancor prima di essere dei thriller metropolitani ispirati alla New York scorsesiana (rispettivamente quella anni ’50 in Marty Supreme e quella contemporanea in Uncut Gems) o di essere dei film su uno sport (il basket in uno e il ping pong nell’altro), le ultime due opere di Josh Safdie parlano dei loro stessi attori. Come era possibile trovare nel percorso di riscatto sociale di Howard un parallelismo con la carriera artistica dello stesso Sandler, è possibile introiettare l’immagine di Chalamet nel personaggio di Marty, dal momento che, per tutto il film, il protagonista fa una sola cosa: recitare.
Marty passa tutto il film a interpretare ruoli. Anche quando gioca a ping pong il protagonista sta creando una performance per il suo pubblico, recitando un personaggio - lo stesso venduto nel materiale promozionale da lui stesso creato. Ma nel momento in cui a Marty viene tolto il ping pong, all’attore viene tolto il proprio palcoscenico e tutta la ricerca che parte da quel momento è quella di un performer che vuole ritrovare il proprio palco. Pertanto, in mezzo agli altri personaggi, spesso il protagonista reciterà un ruolo, fingerà di essere altro e la sua maschera veicolerà di volta in volta nuovi significati, in una matrioska di nuovi livelli da aggiungere alla sua performance.
I Safdie avevano già ammesso l’importanza rivestita dal Neorealismo, da Ladri di Biciclette (De Sica, 1948) e, più in generale, dal cinema italiano nell’influenzare formalmente il loro cinema, ma nella nostra cinematografia nazionale nessun film ha veicolato questo gioco di ruoli e maschere meglio de I Soliti Ignoti (Monicelli, 1958). Se i protagonisti di Josh Safdie già condividono con quelli creati da Monicelli la creazione di disperati piani machiavellici al fine di raggiungere il successo, il personaggio di Marty Supreme possiede tratti in comune con quello di Peppe, il pugile interpretato da Vittorio Gassman. Entrambi ex-sportivi ridotti a diventare criminali improvvisati per riscattarsi, entrambi passano i loro rispettivi film a recitare.
In particolare, Gassman fingerà di essere il vero colpevole dei crimini compiuti da Cosimo (Memmo Carotenuto), adottando in quel caso un registro recitativo da spettacolo tragico, e reciterà poi il ruolo del veneto, seguendo invece gli stilemi del teatro dialettale, per entrare nelle grazie della domestica Nicoletta (Carla Gravina), tanto che, alla festa di Carnevale, sarà l’unico personaggio a ballare indossando una maschera. La dicotomia tra attore e personaggio nella commedia all’italiana esibiva la doppia natura dell’italiano, irrimediabilmente scisso tra il suo essere e la sua rappresentazione. Tra ciò che pensa di essere e ciò che finge di essere. L’italiano ha abbandonato la memoria collettiva della resistenza, l’immagine di ciò che era, per abbracciare la maschera dell’italiano individualista del boom economico.
Allo stesso modo, nella New York post-bellica anni ’50, Marty Mauser indossa una maschera edonista e nel farlo abbandona la memoria collettiva della comunità ebraica (il racconto ambientato ad Auschwitz di un uomo ebreo che si fa leccare dagli altri detenuti il corpo pieno di miele) per abbracciare l’oggettivismo individualista che vede nella felicità individuale lo scopo morale della vita dell’uomo americano, fino a perdere la propria dignità per compiacere i grandi magnati newyorkesi, antisemiti da una parte, interessati a sfruttare consumisticamente l’icona del personaggio dall’altra. In entrambi i film per l’uomo medio italiano o americano, l’illegalità rappresenta poi una fuga dagli obblighi della paternità. Nella commedia italiana il personaggio di Tiberio (Marcello Mastroianni) lascia suo figlio nelle mani della moglie per organizzare la rapina, mentre nell’opera del cineasta americano Marty rifiuta costantemente la genitorialità e di riconoscere il figlio di cui è incinta Rachel (Odessa A’zion), interpretando qualunque ruolo assieme a quest’ultima, pur di non interpretare quello di padre.
Altri parallelismi possono essere fatti tra la pellicola di Monicelli e quella di Safdie, ma centrale rimane il fatto che, come ne I Soliti Ignoti, nel film con Chalamet tutti i personaggi fingono, rivestono dei ruoli. Dal film di Monicelli viene ripresa pure la performance nella performance, perché come Gassman durante la sua recita in prigione finge pure di aver avuto una condanna di tre anni per ingannare il personaggio di Cosimo, allo stesso modo Rachel, per sfuggire al marito violento, interpreterà il ruolo della parente di Marty, il quale però scoprirà che la donna ha simulato di essere stata picchiata, coprendosi l’occhio con del trucco per convincere il protagonista a portarla via da casa sua. La stessa Rachel tenterà poi di ingannare il gangster Ezra (Abel Ferrara), sostituendo il cane del mafioso con un altro identico.
L’artefatto e il simulato ritornano spesso in Marty Supreme in qualità di oggetti contraffati, quali la collana di Kay Stone (Gwyneth Paltrow), ottenuta da Marty sempre recitando, che si rivela essere un comune oggetto da bigiotteria, o la busta piena di soldi tenuta in mano da Ezra, che si scopre contenere perlopiù fotografie pornografiche. La stessa Kay è praticamente il doppio di Marty appartenente a una classe più alta, in quanto anche lei recita, ma su un palcoscenico di Broadway, laddove invece Marty recita per le strade di New York. Lo stesso Rockwell racconterà a Marty di essere un vampiro, promettendogli l’immortalità che solo la maschera dell’icona americana può donargli. Che questa sia un’altra delle tante bugie raccontate durante il film poco importa, perché avere successo per i protagonisti equivale al continuare a interpretare un ruolo, perseguendo un’idea di immortalità - la stessa evocata in apertura dall’uso di Forever Young degli Alphaville - che si trova solo nella finzione, nel “cinema dei grandi”, per dirla nei termini usati pure da Chalamet.
Questo continuo gioco di scambio di ruoli e di ribaltamenti interni alla finzione, rispecchia ciò che per l’autore rappresenta il sogno americano: un gioiello fantoccio, venduto come oggetto di consumo. Se già l’altro fratello Safdie, Benny, ha cercato di mettere in discussione il film sportivo conThe Smashing Machine (2025), rappresentando la storia del lottatore di arti marziali miste Mark Kerr come una parabola sull’accettazione della sconfitta e sulla rottura dei valori della famiglia tradizionale, Marty Supreme compie invece una rottura molto più radicale dei modelli classici americani.
All’interno del film, l’America cede all’estremo farsesco della sua fame neoliberista, arrivando a vendere la sconfitta delle sue stesse icone pur di esportare all’estero il proprio sistema economico. La degenerazione del sogno americano arriva al punto in cui pure la sua stessa sconfitta può essere smerciata come pubblicità: uno spot promozionale sulla fine del capitalismo come pervertimento del capitalismo stesso. La scissione del protagonista tra il bisogno del successo e quello di liberarsi dai fili del sistema americano in realtà era già chiara dai titoli di testa, in una transizione con cui un ovulo fecondato diventava una pallina da ping pong, mostrando la divisione tra il ruolo di sportivo verso cui Marty tende e quello di padre verso cui per tutto il tempo ha cercato di scappare.
“Benvenuto nella tua nuova vita, non si torna più indietro” recita la canzone Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Tears, presente anch’essa nel film. Come Peppe ne I Soliti Ignoti impara a recitare il ruolo da uomo qualunque prima di diventare parte della folla anonima di lavoratori che lo spingono nella fabbrica, la necessità di mettersi nuove maschere diventa l’apprendistato necessario a Marty per rinunciare alla sua immagine (quella uguale al cartonato) e abbracciare la vita fuori dal suo personaggio.
E come Mastroianni, fallita la rapina, ritorna in carcere dal figlio sul finale del film di Monicelli, anche il viaggio di Marty è un percorso necessario a riconoscersi come padre, allontanando l’idea di immortalità proposta da Rockwell a favore della vita da uomo qualunque. Uscendo dal cortocircuito del sogno americano Marty Mauser smette di essere Marty Supreme, risolvendo l’inscindibile conflitto tra l’attore e la sua maschera.

L'attore e la sua maschera,
recensione di Lorenzo Sartor
RV-127
22.01.2026
Seduto sul letto, Marty Mauser (Timothée Chalamet) contempla la stanza, finché il suo sguardo non si ferma su un cartonato di se stesso. Il duplicato di cartone è praticamente identico: taglio spettinato, occhiali e baffo sottile anni ’50.Questo breve momento del nuovo film di Josh Safdie non ha risvolti narrativi, ma serve solo a confrontare il protagonista con il ruolo che ha interpretato per tutta l’opera, rendendo consapevole lui e lo spettatore della sua stessa maschera.
Tutto ciò che riguarda la vita di Marty è un brand: le sue palline omonime, il suo look, le immagini televisive che lo ritraggono… la sua aspirazione non è solo quella di poter diventare un campione internazionale di ping pong, ma di continuare a interpretare il ruolo dell’icona che è diventato, rivestendo i panni di quell’immagine che vede nel cartonato. La dicotomia attore e maschera esibita da Safdie non si riduce al singolo film, ma travalica il testo dell’opera per raggiungere la sua stessa campagna marketing. Negli ultimi mesi Chalamet si è distinto come protagonista di una campagna promozionale organizzata da A24 - articolatasi in apparizioni televisive e altri video destinati a diventare virali online, con un abbigliamento vicino al White trash americano - in cui è stato difficile per molti comprendere dove finisse la persona e dove iniziasse il ruolo che gli era stato cucito come personaggio-marketing.
In particolare, un video mostra Chalamet in una sua versione rasata a zero e con un gergo da chav inglese, mentre cerca di convincere i confusi responsabili del marketing di Marty Supreme a basare la promozione del film sul colore arancione. La scena richiama uno dei primi momenti della pellicola, in cui il personaggio di Marty cerca di convincere un uomo d’affari a usare lo stesso colore arancione per le sue palline brandizzate, rendendo a tutti gli effetti lo Chalamet-attore della campagna marketing un’estensione extratestuale del protagonista dell’opera. Non è difficile pensare al personaggio di Marty come creato su misura, o quantomeno adattatosi in fase di scrittura, alle mire di grandezza di Chalamet stesso, che sul palco degli Screen Actors Guild Awards ha ammesso “…la verità è che aspiro alla grandezza. So che la gente di solito non parla così ma voglio essere uno dei grandi. Sono ispirato dai grandi”. Un messaggio diretto, cinicamente onesto, tanto che “sognare in grande”, Dream Big, è diventato lo slogan principale della campagna pubblicitaria del film.
Marty Supreme nasce quindi da un apparente incontro tra l’ambizione di Chalamet e la prosecuzione del percorso autoriale di Josh Safdie, interessato a trattare di personaggi disposti a rovinare la propria vita e quella altrui pur di raggiungere il successo. Come Howard Ratner (Adam Sandler) in Uncut Gems (Diamanti grezzi, 2019) cercava fortuna tramite un opale nero arrivato in America grazie allo sfruttamento dei minatori in Etiopia, la ricerca di grandezza di Marty viene impiegata dal magnate Milton Rockwell (Kevin O’Leary) per portare avanti l’ideologia imperialista americana, con cui il Paese tenta di esportare le proprie icone, anche a costo di creare spettacoli fantoccio da vendere all’estero.
Ancor prima di essere dei thriller metropolitani ispirati alla New York scorsesiana (rispettivamente quella anni ’50 in Marty Supreme e quella contemporanea in Uncut Gems) o di essere dei film su uno sport (il basket in uno e il ping pong nell’altro), le ultime due opere di Josh Safdie parlano dei loro stessi attori. Come era possibile trovare nel percorso di riscatto sociale di Howard un parallelismo con la carriera artistica dello stesso Sandler, è possibile introiettare l’immagine di Chalamet nel personaggio di Marty, dal momento che, per tutto il film, il protagonista fa una sola cosa: recitare.
Marty passa tutto il film a interpretare ruoli. Anche quando gioca a ping pong il protagonista sta creando una performance per il suo pubblico, recitando un personaggio - lo stesso venduto nel materiale promozionale da lui stesso creato. Ma nel momento in cui a Marty viene tolto il ping pong, all’attore viene tolto il proprio palcoscenico e tutta la ricerca che parte da quel momento è quella di un performer che vuole ritrovare il proprio palco. Pertanto, in mezzo agli altri personaggi, spesso il protagonista reciterà un ruolo, fingerà di essere altro e la sua maschera veicolerà di volta in volta nuovi significati, in una matrioska di nuovi livelli da aggiungere alla sua performance.
I Safdie avevano già ammesso l’importanza rivestita dal Neorealismo, da Ladri di Biciclette (De Sica, 1948) e, più in generale, dal cinema italiano nell’influenzare formalmente il loro cinema, ma nella nostra cinematografia nazionale nessun film ha veicolato questo gioco di ruoli e maschere meglio de I Soliti Ignoti (Monicelli, 1958). Se i protagonisti di Josh Safdie già condividono con quelli creati da Monicelli la creazione di disperati piani machiavellici al fine di raggiungere il successo, il personaggio di Marty Supreme possiede tratti in comune con quello di Peppe, il pugile interpretato da Vittorio Gassman. Entrambi ex-sportivi ridotti a diventare criminali improvvisati per riscattarsi, entrambi passano i loro rispettivi film a recitare.
In particolare, Gassman fingerà di essere il vero colpevole dei crimini compiuti da Cosimo (Memmo Carotenuto), adottando in quel caso un registro recitativo da spettacolo tragico, e reciterà poi il ruolo del veneto, seguendo invece gli stilemi del teatro dialettale, per entrare nelle grazie della domestica Nicoletta (Carla Gravina), tanto che, alla festa di Carnevale, sarà l’unico personaggio a ballare indossando una maschera. La dicotomia tra attore e personaggio nella commedia all’italiana esibiva la doppia natura dell’italiano, irrimediabilmente scisso tra il suo essere e la sua rappresentazione. Tra ciò che pensa di essere e ciò che finge di essere. L’italiano ha abbandonato la memoria collettiva della resistenza, l’immagine di ciò che era, per abbracciare la maschera dell’italiano individualista del boom economico.
Allo stesso modo, nella New York post-bellica anni ’50, Marty Mauser indossa una maschera edonista e nel farlo abbandona la memoria collettiva della comunità ebraica (il racconto ambientato ad Auschwitz di un uomo ebreo che si fa leccare dagli altri detenuti il corpo pieno di miele) per abbracciare l’oggettivismo individualista che vede nella felicità individuale lo scopo morale della vita dell’uomo americano, fino a perdere la propria dignità per compiacere i grandi magnati newyorkesi, antisemiti da una parte, interessati a sfruttare consumisticamente l’icona del personaggio dall’altra. In entrambi i film per l’uomo medio italiano o americano, l’illegalità rappresenta poi una fuga dagli obblighi della paternità. Nella commedia italiana il personaggio di Tiberio (Marcello Mastroianni) lascia suo figlio nelle mani della moglie per organizzare la rapina, mentre nell’opera del cineasta americano Marty rifiuta costantemente la genitorialità e di riconoscere il figlio di cui è incinta Rachel (Odessa A’zion), interpretando qualunque ruolo assieme a quest’ultima, pur di non interpretare quello di padre.
Altri parallelismi possono essere fatti tra la pellicola di Monicelli e quella di Safdie, ma centrale rimane il fatto che, come ne I Soliti Ignoti, nel film con Chalamet tutti i personaggi fingono, rivestono dei ruoli. Dal film di Monicelli viene ripresa pure la performance nella performance, perché come Gassman durante la sua recita in prigione finge pure di aver avuto una condanna di tre anni per ingannare il personaggio di Cosimo, allo stesso modo Rachel, per sfuggire al marito violento, interpreterà il ruolo della parente di Marty, il quale però scoprirà che la donna ha simulato di essere stata picchiata, coprendosi l’occhio con del trucco per convincere il protagonista a portarla via da casa sua. La stessa Rachel tenterà poi di ingannare il gangster Ezra (Abel Ferrara), sostituendo il cane del mafioso con un altro identico.
L’artefatto e il simulato ritornano spesso in Marty Supreme in qualità di oggetti contraffati, quali la collana di Kay Stone (Gwyneth Paltrow), ottenuta da Marty sempre recitando, che si rivela essere un comune oggetto da bigiotteria, o la busta piena di soldi tenuta in mano da Ezra, che si scopre contenere perlopiù fotografie pornografiche. La stessa Kay è praticamente il doppio di Marty appartenente a una classe più alta, in quanto anche lei recita, ma su un palcoscenico di Broadway, laddove invece Marty recita per le strade di New York. Lo stesso Rockwell racconterà a Marty di essere un vampiro, promettendogli l’immortalità che solo la maschera dell’icona americana può donargli. Che questa sia un’altra delle tante bugie raccontate durante il film poco importa, perché avere successo per i protagonisti equivale al continuare a interpretare un ruolo, perseguendo un’idea di immortalità - la stessa evocata in apertura dall’uso di Forever Young degli Alphaville - che si trova solo nella finzione, nel “cinema dei grandi”, per dirla nei termini usati pure da Chalamet.
Questo continuo gioco di scambio di ruoli e di ribaltamenti interni alla finzione, rispecchia ciò che per l’autore rappresenta il sogno americano: un gioiello fantoccio, venduto come oggetto di consumo. Se già l’altro fratello Safdie, Benny, ha cercato di mettere in discussione il film sportivo conThe Smashing Machine (2025), rappresentando la storia del lottatore di arti marziali miste Mark Kerr come una parabola sull’accettazione della sconfitta e sulla rottura dei valori della famiglia tradizionale, Marty Supreme compie invece una rottura molto più radicale dei modelli classici americani.
All’interno del film, l’America cede all’estremo farsesco della sua fame neoliberista, arrivando a vendere la sconfitta delle sue stesse icone pur di esportare all’estero il proprio sistema economico. La degenerazione del sogno americano arriva al punto in cui pure la sua stessa sconfitta può essere smerciata come pubblicità: uno spot promozionale sulla fine del capitalismo come pervertimento del capitalismo stesso. La scissione del protagonista tra il bisogno del successo e quello di liberarsi dai fili del sistema americano in realtà era già chiara dai titoli di testa, in una transizione con cui un ovulo fecondato diventava una pallina da ping pong, mostrando la divisione tra il ruolo di sportivo verso cui Marty tende e quello di padre verso cui per tutto il tempo ha cercato di scappare.
“Benvenuto nella tua nuova vita, non si torna più indietro” recita la canzone Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Tears, presente anch’essa nel film. Come Peppe ne I Soliti Ignoti impara a recitare il ruolo da uomo qualunque prima di diventare parte della folla anonima di lavoratori che lo spingono nella fabbrica, la necessità di mettersi nuove maschere diventa l’apprendistato necessario a Marty per rinunciare alla sua immagine (quella uguale al cartonato) e abbracciare la vita fuori dal suo personaggio.
E come Mastroianni, fallita la rapina, ritorna in carcere dal figlio sul finale del film di Monicelli, anche il viaggio di Marty è un percorso necessario a riconoscersi come padre, allontanando l’idea di immortalità proposta da Rockwell a favore della vita da uomo qualunque. Uscendo dal cortocircuito del sogno americano Marty Mauser smette di essere Marty Supreme, risolvendo l’inscindibile conflitto tra l’attore e la sua maschera.