

Venezia 82,
recensione di Cecilia Parini
RV-118
01.09.2025
Quando ci si appresta ad affrontare un colloquio di lavoro spesso c’è sempre qualcuno che, come incoraggiamento, dice: “mi raccomando, falli fuori tutti”. Ognuno di noi è consapevole che questa esclamazione indica un modo di dire, ma se diventasse reale? Se davvero si potesse eliminare per sempre la concorrenza per il lavoro dei propri sogni? È su questo spunto che si basa l’ultimo film del maestro del cinema coreano Park Chan-wook presentato in concorso a questa edizione di Venezia. Ospite alla Mostra del Cinema già nel 2004 con Three… Extremes, film a episodi girato in collaborazione con altri due grandi registi del genere horror e thriller come Fruit Chan e Takashi Miike, Park torna al Lido con No Other Choice (Eojjeol suga eopda).
Tratto dal romanzo americano The Ax di Donald E. Westlake - che vide un primo adattamento cinematografico con la pellicola francese Le Couperet (The Axe, 2005) - il lungometraggio racconta di Man-su, un uomo che, dopo aver lavorato per 25 anni come capo sezione per un’azienda che produce carta, si ritrova disoccupato a causa dei tagli voluti dagli americani che acquisiscono la sua società. Dopo 18 mesi di colloqui a vuoto, la disperazione prende il sopravvento e Man-su decide di eliminare la concorrenza, non in maniera metaforica ma nel senso letterale del termine.
Il regista coreano non poteva immaginare che ci avrebbe messo vent’anni a scrivere e a perfezionare il progetto, ma possiamo confermare che il tempo è stato dalla sua parte, portandolo a girare questa storia al meglio delle proprie competenze. No Other Choice combina intelligentemente umorismo e violenza, creando un perfetto equilibrio tra i due volti che da sempre contraddistinguono il mondo di Park. Lo stile elegante, dalla fotografia pulita e sofisticata, risulta studiato fin nei più piccoli dettagli. Il cineasta ha infatti spiegato in conferenza stampa come, durante le riprese, non si concentri mai sulla messa in scena nel suo insieme, ma come invece preferisca soffermarsi sui singoli particolari che andranno a comporre le sue opere e che possano esprimere al meglio le emozioni dei suoi personaggi. Nel corso della storia, sono infatti meravigliose le sovrapposizioni che Park crea per farci vedere oltre la natura e la mente delle persone che abitano il suo film.
La pellicola, però, non sarebbe la stessa senza il suo incredibile cast, che ha dato vita a personaggi reali e surreali al tempo stesso. Primo tra tutti Lee Byung-hun che sveste i panni del frontman di Squid Game (2021-2025) per interpretare il protagonista Man-su. In occidente non siamo abituati ad associare l’immagine di Lee Byung-hun alla commedia, ma in questo film scopriamo una sua nuova maschera - infatti, nel corso della trama, assistiamo allo sviluppo che porterà il suo personaggio a trasformarsi da padre di famiglia amorevole ad assassino improvvisato.
La sua imbranataggine nei primi tentativi di omicidio ti porta subito ad amare Man-su, e stranamente a fare il “tifo” per lui. Lee non recita solo con le espressioni, ma sfrutta tutto il corpo, provocando ilarità attraverso ogni gesto. Oltre all’aspetto comico, si percepisce come attore e regista abbiano lavorato affinché il personaggio principale presentasse un comportamento totalmente umano, rappresentato dalla paura e dall’ansia che lo porteranno a compiere una serie di scelte estreme. Man-su non vorrebbe uccidere, ma ormai per lui è l’unica soluzione possibile per poter proteggere la propria famiglia e la vita che si è costruito.
Attraverso questo personaggio, Park ci mostra l’aspetto più malato non solo della società Coreana, ma soprattutto di quella capitalistica, dove perdere il lavoro è visto come un disonore, un'onta che trascina le persone in un vortice insostenibile di angoscia. Man-su infatti, empatizza con le sue vittime e rivedere se stesso in tutti loro, non rendendosi conto che, in ogni omicidio, uccide una parte di sé.
Insieme a Lee Byung-hun troviamo nei panni di sua moglie Son Ye-jin, attrice diventata famosa in occidente con la serie Crush Landing on You (2019-2020). Il personaggio di Son Ye-jin, Lee Miri, si presenta (almeno all’inizio) sempre allegro e scoppiettante, una donna concentrata sui figli e sulle proprie lezioni di tennis, ma, nel corso del lungometraggio, la vedremo attraverso diverse sfaccettature rendendoci conto di quanto sia più profonda di quel che appare. Infatti, è proprio Lee Miri che riesce a mantenere unita la famiglia e a prendere le decisioni più dure per riuscire a stare vicino al marito nel momento del bisogno. Lee e Son portano sullo schermo una grande intesa e un'estrema naturalezza nel loro rapporto di coppia.
É vero che inizialmente ciò che spinge Man-su a eliminare la concorrenza con metodi poco ortodossi è la disperazione di trovare nuovamente un occupazione, ma ciò che davvero lo muove è la passione per il proprio lavoro e la carta, così come per Park Chan-wook è il cinema. Lo stesso regista ha ammesso di essersi immedesimato molto nel protagonista del romanzo che lo ha ispirato, perché, infondo, come per Man-su è difficile trovare lavoro nel suo settore, lo stesso accade nel mondo del cinema, dove finita una produzione si è come “disoccupati”. Lo stesso regista si è quindi domandato come si comporterebbe lui se non potesse più portare avanti la propria passione.
No Other Choice si rivela infine una dark-comedy che, costruendo una parabola sul tentativo di trasformare una passione in professione, denuncia la società tossica che ci porta (troppo spesso) a credere che noi siamo il nostro stesso lavoro, spingendoci a dimenticare tutte le altre sfaccettature che ci caratterizzano e facendoci perdere i momenti più importanti della nostra vita (o almeno ad evitare di eliminare fisicamente la concorrenza).

Venezia 82,
recensione di Cecilia Parini
RV-118
01.09.2025
Quando ci si appresta ad affrontare un colloquio di lavoro spesso c’è sempre qualcuno che, come incoraggiamento, dice: “mi raccomando, falli fuori tutti”. Ognuno di noi è consapevole che questa esclamazione indica un modo di dire, ma se diventasse reale? Se davvero si potesse eliminare per sempre la concorrenza per il lavoro dei propri sogni? È su questo spunto che si basa l’ultimo film del maestro del cinema coreano Park Chan-wook presentato in concorso a questa edizione di Venezia. Ospite alla Mostra del Cinema già nel 2004 con Three… Extremes, film a episodi girato in collaborazione con altri due grandi registi del genere horror e thriller come Fruit Chan e Takashi Miike, Park torna al Lido con No Other Choice (Eojjeol suga eopda).
Tratto dal romanzo americano The Ax di Donald E. Westlake - che vide un primo adattamento cinematografico con la pellicola francese Le Couperet (The Axe, 2005) - il lungometraggio racconta di Man-su, un uomo che, dopo aver lavorato per 25 anni come capo sezione per un’azienda che produce carta, si ritrova disoccupato a causa dei tagli voluti dagli americani che acquisiscono la sua società. Dopo 18 mesi di colloqui a vuoto, la disperazione prende il sopravvento e Man-su decide di eliminare la concorrenza, non in maniera metaforica ma nel senso letterale del termine.
Il regista coreano non poteva immaginare che ci avrebbe messo vent’anni a scrivere e a perfezionare il progetto, ma possiamo confermare che il tempo è stato dalla sua parte, portandolo a girare questa storia al meglio delle proprie competenze. No Other Choice combina intelligentemente umorismo e violenza, creando un perfetto equilibrio tra i due volti che da sempre contraddistinguono il mondo di Park. Lo stile elegante, dalla fotografia pulita e sofisticata, risulta studiato fin nei più piccoli dettagli. Il cineasta ha infatti spiegato in conferenza stampa come, durante le riprese, non si concentri mai sulla messa in scena nel suo insieme, ma come invece preferisca soffermarsi sui singoli particolari che andranno a comporre le sue opere e che possano esprimere al meglio le emozioni dei suoi personaggi. Nel corso della storia, sono infatti meravigliose le sovrapposizioni che Park crea per farci vedere oltre la natura e la mente delle persone che abitano il suo film.
La pellicola, però, non sarebbe la stessa senza il suo incredibile cast, che ha dato vita a personaggi reali e surreali al tempo stesso. Primo tra tutti Lee Byung-hun che sveste i panni del frontman di Squid Game (2021-2025) per interpretare il protagonista Man-su. In occidente non siamo abituati ad associare l’immagine di Lee Byung-hun alla commedia, ma in questo film scopriamo una sua nuova maschera - infatti, nel corso della trama, assistiamo allo sviluppo che porterà il suo personaggio a trasformarsi da padre di famiglia amorevole ad assassino improvvisato.
La sua imbranataggine nei primi tentativi di omicidio ti porta subito ad amare Man-su, e stranamente a fare il “tifo” per lui. Lee non recita solo con le espressioni, ma sfrutta tutto il corpo, provocando ilarità attraverso ogni gesto. Oltre all’aspetto comico, si percepisce come attore e regista abbiano lavorato affinché il personaggio principale presentasse un comportamento totalmente umano, rappresentato dalla paura e dall’ansia che lo porteranno a compiere una serie di scelte estreme. Man-su non vorrebbe uccidere, ma ormai per lui è l’unica soluzione possibile per poter proteggere la propria famiglia e la vita che si è costruito.
Attraverso questo personaggio, Park ci mostra l’aspetto più malato non solo della società Coreana, ma soprattutto di quella capitalistica, dove perdere il lavoro è visto come un disonore, un'onta che trascina le persone in un vortice insostenibile di angoscia. Man-su infatti, empatizza con le sue vittime e rivedere se stesso in tutti loro, non rendendosi conto che, in ogni omicidio, uccide una parte di sé.
Insieme a Lee Byung-hun troviamo nei panni di sua moglie Son Ye-jin, attrice diventata famosa in occidente con la serie Crush Landing on You (2019-2020). Il personaggio di Son Ye-jin, Lee Miri, si presenta (almeno all’inizio) sempre allegro e scoppiettante, una donna concentrata sui figli e sulle proprie lezioni di tennis, ma, nel corso del lungometraggio, la vedremo attraverso diverse sfaccettature rendendoci conto di quanto sia più profonda di quel che appare. Infatti, è proprio Lee Miri che riesce a mantenere unita la famiglia e a prendere le decisioni più dure per riuscire a stare vicino al marito nel momento del bisogno. Lee e Son portano sullo schermo una grande intesa e un'estrema naturalezza nel loro rapporto di coppia.
É vero che inizialmente ciò che spinge Man-su a eliminare la concorrenza con metodi poco ortodossi è la disperazione di trovare nuovamente un occupazione, ma ciò che davvero lo muove è la passione per il proprio lavoro e la carta, così come per Park Chan-wook è il cinema. Lo stesso regista ha ammesso di essersi immedesimato molto nel protagonista del romanzo che lo ha ispirato, perché, infondo, come per Man-su è difficile trovare lavoro nel suo settore, lo stesso accade nel mondo del cinema, dove finita una produzione si è come “disoccupati”. Lo stesso regista si è quindi domandato come si comporterebbe lui se non potesse più portare avanti la propria passione.
No Other Choice si rivela infine una dark-comedy che, costruendo una parabola sul tentativo di trasformare una passione in professione, denuncia la società tossica che ci porta (troppo spesso) a credere che noi siamo il nostro stesso lavoro, spingendoci a dimenticare tutte le altre sfaccettature che ci caratterizzano e facendoci perdere i momenti più importanti della nostra vita (o almeno ad evitare di eliminare fisicamente la concorrenza).