

Berlino 76,
recensione di Antonio Orrico
RV-133
22.02.2026
C’è una sequenza ben precisa, all’interno di The Loneliest Man In Town (2026), nuovo “ritratto” a 360° del duo italo-austriaco composto da Tizza Covi e Rainer Frimmel, che rappresenta molto bene il loro modo di intendere i loro personaggi ai margini, offrendo una percezione di sé che vada ben al di fuori del mondo contemporaneo e, proprio per questo, eccentrica e anti-conformista. Nel mentre ci troviamo nello spazio contemplativo relativo alla casa di Al Cook, oggetto del film, lo stesso artista risponde ad una chiamata, svelando così la possessione di un Nokia di inizio anni 2000, e non di uno smartphone di nuova generazione. Questa sequenza è il simbolo perfetto di un racconto di una cristallizzazione di un mondo che non esiste più, alla stregua di una post-Apocalisse di “mathesoniana” memoria, dove l’ultimo baluardo rimasto, un incrocio nell’aspetto tra il Robert Mitchum di Farewell, My Lovely (1975), noir crepuscolare di Dick Richards, e il Bruce Springsteen degli ultimi tempi per il suo approccio compassato, è il simbolo di un cinema contemporaneo fatto di icone in via di sparizione, vivi solamente per contemplare il nulla dell’oggi, senza viverlo.
La poetica di Covi/Frimmel ci porta nuovamente, dopo Vera (2022), alle prese con un essere umano dimenticato, marginale, con la disgregazione che investe in primis l’ambiente circostante e il mondo “personale” di Al - l’appartamento pieno di oggetti, ricordi, vinili e videocassette ormai quasi inutilizzati, recalcitranti anche nello splendido finale in cui risuona il giradischi in una casa vuota, fino a consumarsi – per poi espandersi anche al di fuori dello spazio casalingo, mostrando quanto l’America sia in realtà introiettata e quanto affascini ancora il “Vecchio” Continente. La disgregazione del mondo di Al Cook non è dunque un mero espediente narrativo, quanto una metafora dell’esistenza, del tempo e della memoria che, naturalmente, con la sua progressione, si disfa e si contorce. In questo senso, l’intento da parte dei due registi di portare avanti un racconto quotidiano, attraverso scelte di regia che permettono un’osservazione ritualistica – tanti sono i campi medi negli interni e negli esterni, soprattutto nel momento in cui si ritrae il protagonista alle prese con le proprie funzionalità di ogni giorno – è pienamente riuscito, perché traspaiono delle sensazioni di grande delicatezza e rispetto nei confronti di ogni singolo gesto, sguardo o azione che il protagonista compie.
Non c’è, dunque, nessuna velleità iper-spettacolare, nessuna voglia di calcare all’eccesso la drammaturgia del personaggio in questione, quanto piuttosto di portarne allo scoperto le profondità dell’anima e risaltarne anche gli aspetti socialmente pregnanti. La scelta di riprendere atti che riguardano tutti noi da vicino, quali possano essere il rifiuto di cedere la propria casa ai costruttori o la vendita di ogni oggetto che costituisce la propria identità, trasforma The Loneliest Man In Town in un racconto di resistenza umana e morale alla cancellazione del passato. In questo senso, i due cineasti non si limitano a parlare di solitudine, ma usano quest’ultima come chiave per esplorare il rapporto fra individuo, memoria e trasformazione urbana o sociale.
In questo senso, l’archivio a cui i due registi fanno riferimento è la casa di Al Cook, che funge da feticcio dell’analogico. I primi piani sui dettagli materiali — la plastica opaca del telefono, la polvere sui vinili, le cassette impilate — producono una fascinazione “sensoriale” dalla deriva quasi nostalgica, un’esposizione insistita e tattile della materia, se non fosse per il fatto che i due registi eludono questa “gabbia” mantenendo un registro sempre osservativo, documentario e mai di puro consumo. Dunque l’analogico, in The Loneliest Man In Town, non si trasforma in icona glamour, ma rappresenta la forma concreta di una soggettività che resiste al tempo. In altre parole, Covi e Frimmel descrivono ciò che resta di noi quando tutto si smaterializza.
Un passaggio chiave, che permette una riflessione ad ampio raggio anche grazie all’uso, intelligente, del 16mm, in grado di restituire una limpidezza molto naturale che privilegia l’osservazione e il racconto del quotidiano senza restare artefatta, dando sempre la sensazione di uno stile poco invadente, atto perlopiù a costruire uno sguardo empatico e attento al reale. Il work-in-progress narrativo, che ci fa comprendere come quello di Al Cook non sia un semplice ritratto di un uomo alla ricerca della sua icona, quanto di un uomo che è alla ricerca di un nuovo significato esistenziale attraverso il tempo, è una modalità ottimale per narrare la storia di una condizione umana che è al di fuori dei modelli comuni, che non riesce a percepire il sé nel mondo contemporaneo, se non all’interno di una funzionalità estremamente umana e “tattile”, quale può essere quella di un’esistenza analogica calata in un contemporaneo estremamente digitale, risultando dunque sì al di fuori della realtà, ma estremamente fedele alla propria identità.
Se, dunque, la “pornografia del digitale” punta alla trasparenza totale, sovraesponendo il proprio materiale, in The Loneliest Man In Town accade l’esatto opposto, portando dunque alla luce una questione che è anche etica, nei confronti del cinema odierno. Se l’immagine di oggi è liscia, non contiene imperfezioni, la memoria è smaterializzata e l’io stesso è spettacolarizzato, come possiamo comprendere fino a fondo quanto anche una forma in teoria leggibile quale quella del documentario sia contaminata o meno dalla “finta” realtà circostante? Il ritratto di Al Cook, in tal senso, dimostra come sia possibile creare, nel cinema d’oggi, un attrito puramente ontologico attraverso il racconto puro, senza filtri, che rifiuta la performance dell’immagine e rifiuta, soprattutto, la spettacolarizzazione dell’intimità. In questo senso, si tratta di un’operazione completamente anti-tetica a quella compiuta dai due registi in Vera (2022). Si passa da una soggettività mai completamente accessibile, un Io costruito e modellato su forme plastiche e mai veritiero al 100%, a un ego completamente trasparente, ripreso finanche nelle sue zone d’ombra.
L’opacità, dunque, in The Loneliest Man In The Town, si evolve da un’ambiguità del reale a una trasparenza materiale che diventa ancora più preponderante nella misura in cui la stessa casa di Al Cook è una rappresentazione perfetta dell’anti-conformismo odierno (urbano, in tal caso). In un’Europa che tende sempre di più alla riqualificazione e alla rimozione del “superfluo”, l’appartamento del protagonista, per Covi-Frimmel, diventa spazio di attrito contro il capitale immobiliare, contro una modernità che non contempla il gesto, la nostalgia e il cuore. In tal senso, le riprese di una Vienna a dir poco fantasmatica, di interi jazz club svuotati, oppressi dalla trasparenza neo-liberale del “moderno”, si trasformano rapidamente in atto politico, in cui si denuncia la traiettoria decadente di un analogico che diventa una reliquia estetica.
In The Loneliest Man In Town, dunque, Tizza Covi e Rainer Frimmel confrontano la nuova estetica dell’opacità con il rischio della museificazione del vivente. La casa-archivio di Al Cook non è un santuario nostalgico, ma un deposito in disordine che resiste sia alla trasparenza neoliberale sia alla patrimonializzazione vintage, simbolo perfetto della resistenza al capitalismo di moderna concezione. La nuova opera dei due registi è dunque un film sulla possibilità di produrre attrito ontologico nell’epoca della trasparenza totale.

Berlino 76,
recensione di Antonio Orrico
RV-133
22.02.2026
C’è una sequenza ben precisa, all’interno di The Loneliest Man In Town (2026), nuovo “ritratto” a 360° del duo italo-austriaco composto da Tizza Covi e Rainer Frimmel, che rappresenta molto bene il loro modo di intendere i loro personaggi ai margini, offrendo una percezione di sé che vada ben al di fuori del mondo contemporaneo e, proprio per questo, eccentrica e anti-conformista. Nel mentre ci troviamo nello spazio contemplativo relativo alla casa di Al Cook, oggetto del film, lo stesso artista risponde ad una chiamata, svelando così la possessione di un Nokia di inizio anni 2000, e non di uno smartphone di nuova generazione. Questa sequenza è il simbolo perfetto di un racconto di una cristallizzazione di un mondo che non esiste più, alla stregua di una post-Apocalisse di “mathesoniana” memoria, dove l’ultimo baluardo rimasto, un incrocio nell’aspetto tra il Robert Mitchum di Farewell, My Lovely (1975), noir crepuscolare di Dick Richards, e il Bruce Springsteen degli ultimi tempi per il suo approccio compassato, è il simbolo di un cinema contemporaneo fatto di icone in via di sparizione, vivi solamente per contemplare il nulla dell’oggi, senza viverlo.
La poetica di Covi/Frimmel ci porta nuovamente, dopo Vera (2022), alle prese con un essere umano dimenticato, marginale, con la disgregazione che investe in primis l’ambiente circostante e il mondo “personale” di Al - l’appartamento pieno di oggetti, ricordi, vinili e videocassette ormai quasi inutilizzati, recalcitranti anche nello splendido finale in cui risuona il giradischi in una casa vuota, fino a consumarsi – per poi espandersi anche al di fuori dello spazio casalingo, mostrando quanto l’America sia in realtà introiettata e quanto affascini ancora il “Vecchio” Continente. La disgregazione del mondo di Al Cook non è dunque un mero espediente narrativo, quanto una metafora dell’esistenza, del tempo e della memoria che, naturalmente, con la sua progressione, si disfa e si contorce. In questo senso, l’intento da parte dei due registi di portare avanti un racconto quotidiano, attraverso scelte di regia che permettono un’osservazione ritualistica – tanti sono i campi medi negli interni e negli esterni, soprattutto nel momento in cui si ritrae il protagonista alle prese con le proprie funzionalità di ogni giorno – è pienamente riuscito, perché traspaiono delle sensazioni di grande delicatezza e rispetto nei confronti di ogni singolo gesto, sguardo o azione che il protagonista compie.
Non c’è, dunque, nessuna velleità iper-spettacolare, nessuna voglia di calcare all’eccesso la drammaturgia del personaggio in questione, quanto piuttosto di portarne allo scoperto le profondità dell’anima e risaltarne anche gli aspetti socialmente pregnanti. La scelta di riprendere atti che riguardano tutti noi da vicino, quali possano essere il rifiuto di cedere la propria casa ai costruttori o la vendita di ogni oggetto che costituisce la propria identità, trasforma The Loneliest Man In Town in un racconto di resistenza umana e morale alla cancellazione del passato. In questo senso, i due cineasti non si limitano a parlare di solitudine, ma usano quest’ultima come chiave per esplorare il rapporto fra individuo, memoria e trasformazione urbana o sociale.
In questo senso, l’archivio a cui i due registi fanno riferimento è la casa di Al Cook, che funge da feticcio dell’analogico. I primi piani sui dettagli materiali — la plastica opaca del telefono, la polvere sui vinili, le cassette impilate — producono una fascinazione “sensoriale” dalla deriva quasi nostalgica, un’esposizione insistita e tattile della materia, se non fosse per il fatto che i due registi eludono questa “gabbia” mantenendo un registro sempre osservativo, documentario e mai di puro consumo. Dunque l’analogico, in The Loneliest Man In Town, non si trasforma in icona glamour, ma rappresenta la forma concreta di una soggettività che resiste al tempo. In altre parole, Covi e Frimmel descrivono ciò che resta di noi quando tutto si smaterializza.
Un passaggio chiave, che permette una riflessione ad ampio raggio anche grazie all’uso, intelligente, del 16mm, in grado di restituire una limpidezza molto naturale che privilegia l’osservazione e il racconto del quotidiano senza restare artefatta, dando sempre la sensazione di uno stile poco invadente, atto perlopiù a costruire uno sguardo empatico e attento al reale. Il work-in-progress narrativo, che ci fa comprendere come quello di Al Cook non sia un semplice ritratto di un uomo alla ricerca della sua icona, quanto di un uomo che è alla ricerca di un nuovo significato esistenziale attraverso il tempo, è una modalità ottimale per narrare la storia di una condizione umana che è al di fuori dei modelli comuni, che non riesce a percepire il sé nel mondo contemporaneo, se non all’interno di una funzionalità estremamente umana e “tattile”, quale può essere quella di un’esistenza analogica calata in un contemporaneo estremamente digitale, risultando dunque sì al di fuori della realtà, ma estremamente fedele alla propria identità.
Se, dunque, la “pornografia del digitale” punta alla trasparenza totale, sovraesponendo il proprio materiale, in The Loneliest Man In Town accade l’esatto opposto, portando dunque alla luce una questione che è anche etica, nei confronti del cinema odierno. Se l’immagine di oggi è liscia, non contiene imperfezioni, la memoria è smaterializzata e l’io stesso è spettacolarizzato, come possiamo comprendere fino a fondo quanto anche una forma in teoria leggibile quale quella del documentario sia contaminata o meno dalla “finta” realtà circostante? Il ritratto di Al Cook, in tal senso, dimostra come sia possibile creare, nel cinema d’oggi, un attrito puramente ontologico attraverso il racconto puro, senza filtri, che rifiuta la performance dell’immagine e rifiuta, soprattutto, la spettacolarizzazione dell’intimità. In questo senso, si tratta di un’operazione completamente anti-tetica a quella compiuta dai due registi in Vera (2022). Si passa da una soggettività mai completamente accessibile, un Io costruito e modellato su forme plastiche e mai veritiero al 100%, a un ego completamente trasparente, ripreso finanche nelle sue zone d’ombra.
L’opacità, dunque, in The Loneliest Man In The Town, si evolve da un’ambiguità del reale a una trasparenza materiale che diventa ancora più preponderante nella misura in cui la stessa casa di Al Cook è una rappresentazione perfetta dell’anti-conformismo odierno (urbano, in tal caso). In un’Europa che tende sempre di più alla riqualificazione e alla rimozione del “superfluo”, l’appartamento del protagonista, per Covi-Frimmel, diventa spazio di attrito contro il capitale immobiliare, contro una modernità che non contempla il gesto, la nostalgia e il cuore. In tal senso, le riprese di una Vienna a dir poco fantasmatica, di interi jazz club svuotati, oppressi dalla trasparenza neo-liberale del “moderno”, si trasformano rapidamente in atto politico, in cui si denuncia la traiettoria decadente di un analogico che diventa una reliquia estetica.
In The Loneliest Man In Town, dunque, Tizza Covi e Rainer Frimmel confrontano la nuova estetica dell’opacità con il rischio della museificazione del vivente. La casa-archivio di Al Cook non è un santuario nostalgico, ma un deposito in disordine che resiste sia alla trasparenza neoliberale sia alla patrimonializzazione vintage, simbolo perfetto della resistenza al capitalismo di moderna concezione. La nuova opera dei due registi è dunque un film sulla possibilità di produrre attrito ontologico nell’epoca della trasparenza totale.