

Nulla da salvare,
recensione di Jacopo Abballe
RV-122
10.09.2025
«Ho meritato l’odio universale della società del mio tempo e mi avrebbe dato fastidio avere altri meriti agli occhi di una società del genere». Sono parole di Guy Debord, ma le si potrebbe immaginare uscite dalla bocca di Franco Maresco. In realtà, qualche riconoscimento Maresco lo ha avuto, soprattutto da quando, separato dal suo collega Daniele Ciprì, si è dedicato a un cinema più chiaro, all’apparenza meno radicale, meno indigesto. Ma in pochi sanno che i film di Maresco - Belluscone (2014), ma soprattutto La mafia non è più quella di una volta (2019) - gli sono valsi non pochi problemi con le istituzioni. In primis con la Rai, nei cui uffici Maresco è ormai persona non grata (per usare un eufemismo).
Bisogna poi ricordare che al momento di una premiazione, ormai da molti anni, Maresco non degna nessuno della sua presenza. Non è bastato il premio della giuria a Venezia, nel 2019, per staccarlo dalla sua Palermo. E che non si fraintenda il senso di questa e di altre assenze: non si tratta di snobismo, di superiorità intellettuale. È odio. È schifo. Maresco è uno dei pochi registi di cinema, in Italia, che fa di tutto per distruggerlo, questo cinema. Forse è l’unico in questo senso. Ma non è solo in un piccolo gruppo di autori dissidenti che la Rai e il governo hanno provato in tutti i modi di mettere a tacere (e qualche volta ci sono pure riusciti, come nel caso di Paolo Benvenuti, ormai sconosciuto alle nuove generazioni di spettatori ma che è stato, continua a essere, uno dei registi più importanti del nostro cinema).
Maresco però rimane quello con cui è più difficile trattare, perché non solo non ammette compromessi, ma afferma i suoi principi con tanto disgusto verso il sistema culturale italiano (e verso il mondo in generale, che già i suoi primi lavori televisivi mostravano come distrutto, superato, finito una volta per tutte) da lasciare senza la propria porzione quotidiana una massa di cinefili rincoglioniti da festival e red carpet. I suoi film sono espressione di una visione radicalizzata, non riconciliata con la vita e il linguaggio.
Non fa eccezione Un film fatto per Bene, che è già un superamento del cinema. O meglio, qualcosa al di sotto del cinema: un oggetto che è quasi un film. E in cui Carmelo Bene, è chiaro, non rappresenta che un pretesto. La storia è quella dello stesso Maresco, di cui si sono perse le tracce dopo l’esperienza fallimentare di un film su Bene. Impossibilitato a portare a termine la produzione della sua nuova fatica in una strana convergenza tra sfighe di tutti i tipi e tendenza all’autosabotaggio, Maresco lascia il set, abbandona amici e collaboratori, si isola da qualche parte nella sua Sicilia.
Non ci interessa, in questa sede, approfondire ulteriormente la trama. Basti sapere che il film di Maresco (cioè il film sul film) funziona come uno straordinario catalogo di immagini: in digitale e in pellicola, originali e d’archivio, in bianco e nero e a colori, documentarie e costruite in studio. Un collage-calderone che ha l’aspetto di un’opera definitiva, summa e testamento di tutto un cinema, di tutto un immaginario.
Il cinema è morto, come dice Maresco (e come diceva in continuazione Goffredo Fofi, a cui il film è dedicato). Ma sembra a questo punto che anche il cinema di Maresco lo sia, o che sia, comunque, prossimo a esalare il sospiro estremo. Ultimo (o quasi ultimo) attacco allo schermo da parte di questo esiliato del cinema italiano (ma anche autoesiliato, come il Simon del deserto di Buñuel), Un film fatto per Bene è sì una sorta di film, ma è anzitutto un anti-capolavoro, perché rifiuta tanto la cultura di massa quanto l’estetica positiva del cinema autoriale-festivaliero.
È l’espressione di una filosofia negativa che divora tutto: quando la negazione si fa assoluta, delle cose resta soltanto il comico. Lo spettatore, come nell’insegnamento di Debord, è privato di tutto. Per lui resiste solo la risata, ma è ben poca cosa per la sua salvezza, tantomeno per il suo piacere: è questa, in un tempo di guerra e di fascismi, l’unica commedia che possiamo immaginare. Dunque, ancora, prendere o lasciare. Si sta con Maresco o contro di lui: «Il pareggio non serve a nessuno».
Un ultimo appunto. Il film, come già detto, è dedicato a Goffredo Fofi. Vorrei abbandonare la forma di una scrittura impersonale per abbracciare, almeno qui, almeno stavolta, quell’«io» che nella critica come nella vita ci fa tremare e ci fa paura. Goffredo è stato il più grande intellettuale italiano dalla morte di Pasolini a oggi. Ha ripetuto, fino all’ultimo giorno, che la società si divide tra chi accetta il mondo così com’è e chi non lo accetta. E che chi non lo accetta fa di tutto per cambiarlo.
Maresco, invece, fa di tutto per allontanarci dal cinema, dal fare cinema. E in questo sembra volerci dissuadere dal passaggio all’azione in generale. Ma il vigore del suo nichilismo, la rabbia del suo linguaggio potrà comunque, suo malgrado, essere di ispirazione a chi quella rabbia la prova davvero, e che è mosso, nel fondo della sua persona, da un rifiuto totale di ogni sistema di potere (mafioso, totalitario, omologante).
Nel pieno dei miei venticinque anni, mi sento di poter dire di essere stato, fino a questo punto, orgogliosamente gerontofilo. Non vedo futuri maestri nel giovane cinema italiano. Non vedo nessuna rabbia, nessuna provocazione vera. Non vedo altro che moda. Fofi e Maresco ce lo hanno detto in tutti i modi: è finita. Che ora qualcuno trovi la forza di raccogliere la lezione di questi vecchi. Che si scavi tra le ceneri. Che si riparta da qui. Ora o mai più.

Nulla da salvare,
recensione di Jacopo Abballe
RV-122
10.09.2025
«Ho meritato l’odio universale della società del mio tempo e mi avrebbe dato fastidio avere altri meriti agli occhi di una società del genere». Sono parole di Guy Debord, ma le si potrebbe immaginare uscite dalla bocca di Franco Maresco. In realtà, qualche riconoscimento Maresco lo ha avuto, soprattutto da quando, separato dal suo collega Daniele Ciprì, si è dedicato a un cinema più chiaro, all’apparenza meno radicale, meno indigesto. Ma in pochi sanno che i film di Maresco - Belluscone (2014), ma soprattutto La mafia non è più quella di una volta (2019) - gli sono valsi non pochi problemi con le istituzioni. In primis con la Rai, nei cui uffici Maresco è ormai persona non grata (per usare un eufemismo).
Bisogna poi ricordare che al momento di una premiazione, ormai da molti anni, Maresco non degna nessuno della sua presenza. Non è bastato il premio della giuria a Venezia, nel 2019, per staccarlo dalla sua Palermo. E che non si fraintenda il senso di questa e di altre assenze: non si tratta di snobismo, di superiorità intellettuale. È odio. È schifo. Maresco è uno dei pochi registi di cinema, in Italia, che fa di tutto per distruggerlo, questo cinema. Forse è l’unico in questo senso. Ma non è solo in un piccolo gruppo di autori dissidenti che la Rai e il governo hanno provato in tutti i modi di mettere a tacere (e qualche volta ci sono pure riusciti, come nel caso di Paolo Benvenuti, ormai sconosciuto alle nuove generazioni di spettatori ma che è stato, continua a essere, uno dei registi più importanti del nostro cinema).
Maresco però rimane quello con cui è più difficile trattare, perché non solo non ammette compromessi, ma afferma i suoi principi con tanto disgusto verso il sistema culturale italiano (e verso il mondo in generale, che già i suoi primi lavori televisivi mostravano come distrutto, superato, finito una volta per tutte) da lasciare senza la propria porzione quotidiana una massa di cinefili rincoglioniti da festival e red carpet. I suoi film sono espressione di una visione radicalizzata, non riconciliata con la vita e il linguaggio.
Non fa eccezione Un film fatto per Bene, che è già un superamento del cinema. O meglio, qualcosa al di sotto del cinema: un oggetto che è quasi un film. E in cui Carmelo Bene, è chiaro, non rappresenta che un pretesto. La storia è quella dello stesso Maresco, di cui si sono perse le tracce dopo l’esperienza fallimentare di un film su Bene. Impossibilitato a portare a termine la produzione della sua nuova fatica in una strana convergenza tra sfighe di tutti i tipi e tendenza all’autosabotaggio, Maresco lascia il set, abbandona amici e collaboratori, si isola da qualche parte nella sua Sicilia.
Non ci interessa, in questa sede, approfondire ulteriormente la trama. Basti sapere che il film di Maresco (cioè il film sul film) funziona come uno straordinario catalogo di immagini: in digitale e in pellicola, originali e d’archivio, in bianco e nero e a colori, documentarie e costruite in studio. Un collage-calderone che ha l’aspetto di un’opera definitiva, summa e testamento di tutto un cinema, di tutto un immaginario.
Il cinema è morto, come dice Maresco (e come diceva in continuazione Goffredo Fofi, a cui il film è dedicato). Ma sembra a questo punto che anche il cinema di Maresco lo sia, o che sia, comunque, prossimo a esalare il sospiro estremo. Ultimo (o quasi ultimo) attacco allo schermo da parte di questo esiliato del cinema italiano (ma anche autoesiliato, come il Simon del deserto di Buñuel), Un film fatto per Bene è sì una sorta di film, ma è anzitutto un anti-capolavoro, perché rifiuta tanto la cultura di massa quanto l’estetica positiva del cinema autoriale-festivaliero.
È l’espressione di una filosofia negativa che divora tutto: quando la negazione si fa assoluta, delle cose resta soltanto il comico. Lo spettatore, come nell’insegnamento di Debord, è privato di tutto. Per lui resiste solo la risata, ma è ben poca cosa per la sua salvezza, tantomeno per il suo piacere: è questa, in un tempo di guerra e di fascismi, l’unica commedia che possiamo immaginare. Dunque, ancora, prendere o lasciare. Si sta con Maresco o contro di lui: «Il pareggio non serve a nessuno».
Un ultimo appunto. Il film, come già detto, è dedicato a Goffredo Fofi. Vorrei abbandonare la forma di una scrittura impersonale per abbracciare, almeno qui, almeno stavolta, quell’«io» che nella critica come nella vita ci fa tremare e ci fa paura. Goffredo è stato il più grande intellettuale italiano dalla morte di Pasolini a oggi. Ha ripetuto, fino all’ultimo giorno, che la società si divide tra chi accetta il mondo così com’è e chi non lo accetta. E che chi non lo accetta fa di tutto per cambiarlo.
Maresco, invece, fa di tutto per allontanarci dal cinema, dal fare cinema. E in questo sembra volerci dissuadere dal passaggio all’azione in generale. Ma il vigore del suo nichilismo, la rabbia del suo linguaggio potrà comunque, suo malgrado, essere di ispirazione a chi quella rabbia la prova davvero, e che è mosso, nel fondo della sua persona, da un rifiuto totale di ogni sistema di potere (mafioso, totalitario, omologante).
Nel pieno dei miei venticinque anni, mi sento di poter dire di essere stato, fino a questo punto, orgogliosamente gerontofilo. Non vedo futuri maestri nel giovane cinema italiano. Non vedo nessuna rabbia, nessuna provocazione vera. Non vedo altro che moda. Fofi e Maresco ce lo hanno detto in tutti i modi: è finita. Che ora qualcuno trovi la forza di raccogliere la lezione di questi vecchi. Che si scavi tra le ceneri. Che si riparta da qui. Ora o mai più.