

L'etica dell'impossibilità
recensione di Beatrice Gangi
RV-125
05.11.2025
Il cinema di Jafar Panahi è ospite abituale del margine tra ciò che è possibile e ciò che è proibito: un cinema che nasce dal filmare quando non si può filmare, dal parlare se la parola è sconsigliata, dal farsi testimonianza dove il solo apparire diventa un atto di sfida. Un cinema in cui il documentario si nasconde dietro la finzione, il realismo nei limiti della sua censura. In Un semplice incidente, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, il regista porta questa tensione a un nuovo livello: non il solo gesto di filmare l’impossibile, ma quello di interrogare l’impossibilità morale dell’agire stesso.
Per quanto in apparenza sia ascrivibile come tale, Un semplice incidente è un’opera molto più sfaccettata di un semplice film sulla vendetta, sul pentimento, così come su pietà e perdono. Non si tratta, infatti, di una disamina sul ravvedimento morale. E non è un film sull’ossimoro della giustizia. Elementi che lo abitano, che ne costituiscono l’impalcatura narrativa più manifesta, ma che non ne sono la riflessione strutturale. Ciò, nonostante Jafar Panahi parta da una premessa che, in altre mani, sarebbe bastata a costruire un dramma morale puro o una parabola di redenzione: un gruppo di ex prigionieri politici iraniani, anni dopo la fine della loro detenzione, si ritrova a decidere - per caso o per destino - del futuro dell’uomo che li aveva torturati, derisi, violati e distrutti.
Una posizione che li pone in uno stato di potere prima impensato, inedito, quello di giustizieri, (o meno) , di colui che in passato gli ha inflitto la maggiore sofferenza possibile. Eppure Panahi, coerentemente con il suo sguardo antiretorico, scarta subito ogni via narrativa lineare, e rifiuta l’immediatezza della giustizia sommaria. Il suo film domanda, con amara lucidità, come sia possibile agire moralmente dopo aver conosciuto il male, quindi quando qualsiasi forma di simmetrismo dipende dal replicarlo, ma con la più ancor personale esperienza della sua natura, ovvero di un atto - a prescindere dal suo esecutore - invariabilmente amorale.
Procedendo per livelli di lettura, l’incertezza iniziale sulla vera identità del torturatore diventa quindi mero pretesto per sospendere la decisione e lasciar emergere dubbi più profondi, tanto nei personaggi agenti sulla scena quanto nello spettatore nel suo ruolo di testimone muto. Si discute, poiché eliminare un uomo colpevole non cancella il sistema che lo ha reso tale, e sempre se la colpa sia nel sistema e non nell’individuo. Qualsiasi offerta di legge del taglione non è che di sollievo immediato, effimero, agrodolce, destinato a dissolversi nel momento stesso in cui lo si ottiene. Questo concetto riassume il primo gradino etico di Panahi, come si è detto, il più manifesto: una giustizia priva di riflessione rischia di deformarsi in un gesto sterile in cui fare del male a chi ha fatto del male non è un atto di equilibrio, ma un ritorno all’origine della violenza.
Vi è poi un secondo livello di lettura, più sottile e più delicato, che il regista esplora con rara consapevolezza: esiste uno scarto tra chi è capace di fare del male e chi non lo è. Non si tratta di una determinante dovuta a debolezza o codardia, ma di una struttura interiore, quasi biologica. Alcune persone - sembra suggerire Panahi - non possono ferire, e non possono distruggere, anche qualora abbiano un evidente diritto di rivalsa. Una caratteristica che appare come una forma di rispetto radicale per la vita, di empatia, una fermezza morale che non si insegna e non si impone. Forse si impara. E’ in particolare questa seconda lettura a rendere Un semplice incidente non un film sul passato, ma sul futuro: l’atto che i protagonisti esitano a compiere non riguarda la chiusura di un conto, ma la definizione di ciò che accadrà a testimone passato di mano, di chi prevarrà tra l’una e l’altra categoria di individui. Vendicarsi significa perpetuare il ciclo; astenersi significa - almeno in possibilità - la speranza di un nuovo inizio.
Sul piano formale, il regista torna a un linguaggio maggiormente narrativo rispetto alle sue opere precedenti, senza però rinunciare a quella tensione documentaria che ne attraversa la filmografia. Dopo anni di divieti e restrizioni, Panahi torna “pienamente” dietro la macchina da presa, ma resta fedele al suo metodo: attori non professionisti, dialoghi gestiti come improvvisazioni, una messa in scena che rifugge l’artificio. Ogni personaggio mantiene sempre la densità di un essere reale, non di una funzione drammatica. Così come anche l’uomo accusato - il torturatore - riceve tempo di parola, un margine di ambiguità. In parallelo, il tono oscilla tra commedia nera e tragedia morale. Il riso che attraversa molti momenti non alleggerisce, ma acuisce la tensione, un espediente per rivelare la misura dell’assurdo in cui i personaggi sono immersi.
Strutturalmente, il film si potrebbe descrivere come un road movie in perpetua stasi. I personaggi si muovono, si spostano, cambiano direzione, discutono, ma si ritrovano sempre allo stesso punto, ogni spostamento equivale a un ritorno. Non a caso, il film cita apertamente Aspettando Godot: come in Beckett, l’attesa non riguarda un evento esterno, ma la possibilità di agire. L’azione, qui, è un’assenza costante: il film intero vive nel vuoto tra l’intenzione e il gesto, tra la decisione e la sua impossibilità.
Con mezzi ridotti, con le stesse limitazioni che dal 2010 ne hanno segnato la carriera, Panahi ha realizzato un’opera di evidente urgenza in cui, ancora una volta, la sua pratica cinematografica è inseparabile dal gesto politico. Ma è da sottolineare, Un semplice incidente non è neanche “solo” un film sull’Iran. Piuttosto, è un film sull’umanità tutta in ogni tempo di crisi, sulla frattura tra chi è in grado di decidere per il male e chi non lo è. Panahi riflette sulla società di oggi, ne esamina le speranze, ma non ambisce a trovare facili soluzioni, consapevole del fatto che non esistono. La sua osservazione, appare però evidente: laddove i conflitti, le guerre, e le tirannie, nascono dal dominio della prima tipologia di persone, è solo la seconda che ne può portare davvero alla risoluzione. Rimane quindi, per il futuro, una speranza agrodolce, tristemente solita a deformarsi in sopruso, che chi non sa fare del male non impari mai a farlo.

L'etica dell'impossibilità
recensione di Beatrice Gangi
RV-125
05.11.2025
Il cinema di Jafar Panahi è ospite abituale del margine tra ciò che è possibile e ciò che è proibito: un cinema che nasce dal filmare quando non si può filmare, dal parlare se la parola è sconsigliata, dal farsi testimonianza dove il solo apparire diventa un atto di sfida. Un cinema in cui il documentario si nasconde dietro la finzione, il realismo nei limiti della sua censura. In Un semplice incidente, Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, il regista porta questa tensione a un nuovo livello: non il solo gesto di filmare l’impossibile, ma quello di interrogare l’impossibilità morale dell’agire stesso.
Per quanto in apparenza sia ascrivibile come tale, Un semplice incidente è un’opera molto più sfaccettata di un semplice film sulla vendetta, sul pentimento, così come su pietà e perdono. Non si tratta, infatti, di una disamina sul ravvedimento morale. E non è un film sull’ossimoro della giustizia. Elementi che lo abitano, che ne costituiscono l’impalcatura narrativa più manifesta, ma che non ne sono la riflessione strutturale. Ciò, nonostante Jafar Panahi parta da una premessa che, in altre mani, sarebbe bastata a costruire un dramma morale puro o una parabola di redenzione: un gruppo di ex prigionieri politici iraniani, anni dopo la fine della loro detenzione, si ritrova a decidere - per caso o per destino - del futuro dell’uomo che li aveva torturati, derisi, violati e distrutti.
Una posizione che li pone in uno stato di potere prima impensato, inedito, quello di giustizieri, (o meno) , di colui che in passato gli ha inflitto la maggiore sofferenza possibile. Eppure Panahi, coerentemente con il suo sguardo antiretorico, scarta subito ogni via narrativa lineare, e rifiuta l’immediatezza della giustizia sommaria. Il suo film domanda, con amara lucidità, come sia possibile agire moralmente dopo aver conosciuto il male, quindi quando qualsiasi forma di simmetrismo dipende dal replicarlo, ma con la più ancor personale esperienza della sua natura, ovvero di un atto - a prescindere dal suo esecutore - invariabilmente amorale.
Procedendo per livelli di lettura, l’incertezza iniziale sulla vera identità del torturatore diventa quindi mero pretesto per sospendere la decisione e lasciar emergere dubbi più profondi, tanto nei personaggi agenti sulla scena quanto nello spettatore nel suo ruolo di testimone muto. Si discute, poiché eliminare un uomo colpevole non cancella il sistema che lo ha reso tale, e sempre se la colpa sia nel sistema e non nell’individuo. Qualsiasi offerta di legge del taglione non è che di sollievo immediato, effimero, agrodolce, destinato a dissolversi nel momento stesso in cui lo si ottiene. Questo concetto riassume il primo gradino etico di Panahi, come si è detto, il più manifesto: una giustizia priva di riflessione rischia di deformarsi in un gesto sterile in cui fare del male a chi ha fatto del male non è un atto di equilibrio, ma un ritorno all’origine della violenza.
Vi è poi un secondo livello di lettura, più sottile e più delicato, che il regista esplora con rara consapevolezza: esiste uno scarto tra chi è capace di fare del male e chi non lo è. Non si tratta di una determinante dovuta a debolezza o codardia, ma di una struttura interiore, quasi biologica. Alcune persone - sembra suggerire Panahi - non possono ferire, e non possono distruggere, anche qualora abbiano un evidente diritto di rivalsa. Una caratteristica che appare come una forma di rispetto radicale per la vita, di empatia, una fermezza morale che non si insegna e non si impone. Forse si impara. E’ in particolare questa seconda lettura a rendere Un semplice incidente non un film sul passato, ma sul futuro: l’atto che i protagonisti esitano a compiere non riguarda la chiusura di un conto, ma la definizione di ciò che accadrà a testimone passato di mano, di chi prevarrà tra l’una e l’altra categoria di individui. Vendicarsi significa perpetuare il ciclo; astenersi significa - almeno in possibilità - la speranza di un nuovo inizio.
Sul piano formale, il regista torna a un linguaggio maggiormente narrativo rispetto alle sue opere precedenti, senza però rinunciare a quella tensione documentaria che ne attraversa la filmografia. Dopo anni di divieti e restrizioni, Panahi torna “pienamente” dietro la macchina da presa, ma resta fedele al suo metodo: attori non professionisti, dialoghi gestiti come improvvisazioni, una messa in scena che rifugge l’artificio. Ogni personaggio mantiene sempre la densità di un essere reale, non di una funzione drammatica. Così come anche l’uomo accusato - il torturatore - riceve tempo di parola, un margine di ambiguità. In parallelo, il tono oscilla tra commedia nera e tragedia morale. Il riso che attraversa molti momenti non alleggerisce, ma acuisce la tensione, un espediente per rivelare la misura dell’assurdo in cui i personaggi sono immersi.
Strutturalmente, il film si potrebbe descrivere come un road movie in perpetua stasi. I personaggi si muovono, si spostano, cambiano direzione, discutono, ma si ritrovano sempre allo stesso punto, ogni spostamento equivale a un ritorno. Non a caso, il film cita apertamente Aspettando Godot: come in Beckett, l’attesa non riguarda un evento esterno, ma la possibilità di agire. L’azione, qui, è un’assenza costante: il film intero vive nel vuoto tra l’intenzione e il gesto, tra la decisione e la sua impossibilità.
Con mezzi ridotti, con le stesse limitazioni che dal 2010 ne hanno segnato la carriera, Panahi ha realizzato un’opera di evidente urgenza in cui, ancora una volta, la sua pratica cinematografica è inseparabile dal gesto politico. Ma è da sottolineare, Un semplice incidente non è neanche “solo” un film sull’Iran. Piuttosto, è un film sull’umanità tutta in ogni tempo di crisi, sulla frattura tra chi è in grado di decidere per il male e chi non lo è. Panahi riflette sulla società di oggi, ne esamina le speranze, ma non ambisce a trovare facili soluzioni, consapevole del fatto che non esistono. La sua osservazione, appare però evidente: laddove i conflitti, le guerre, e le tirannie, nascono dal dominio della prima tipologia di persone, è solo la seconda che ne può portare davvero alla risoluzione. Rimane quindi, per il futuro, una speranza agrodolce, tristemente solita a deformarsi in sopruso, che chi non sa fare del male non impari mai a farlo.