

Berlino 76,
recensione di Cecilia Parini
RV-134
24.02.2026
Alla fine siamo tutti un po’ “sconosciuti” all’interno delle nostre famiglie, nessuno può dire di conoscere al cento per cento i propri genitori o figli, ma, pur rimanendo estranei, in qualche modo ci si rende conto che sono soprattutto le esperienze vissute insieme che fortificano i legami sinceri, quelli che anche nelle giornate peggiori ti fanno sentire a casa. Ed è proprio questa sensazione di famiglia che Anthony Chen ci regala con il suo nuovo film presentato all'ultima edizione della Berlinale. We Are All Strangers ha sicuramente rappresentato uno dei lavori più belli e interessanti del festival, tanto da far credere a un possibile premio che purtroppo non è arrivato, ma nonstante ciò il lungometraggio ha conquistato i cuori di tutti coloro che l’hanno visto.
Il film singaporiano è più di un melodramma familiare, è una love story e un coming of age amalgamati nella stessa pellicola. Malgrado il “timore” iniziale prima della visione, dovuto alla durata del film (157 minuti), Anthony Chen dimostra ancora una volta che quando la storia scorre bene, le ore non si percepiscono nemmeno. Il regista si prende tutto il tempo necessario per raccontare le storie di quattro persone che intrecciano le proprie vite in una Singapore lontana dai grandi grattacieli e dalla vita di lusso.
We Are All Strangers è un film corale che segue le vicende di una famiglia che, per diversi motivi, finisce per allargarsi, portando quattro sconosciuti a vivere sotto lo stesso tetto. Costretti inizialmente ad abituarsi gli uni agli altri è a una quotidianità che cambia - e che in principio sembra estremamente difficile - con il passare del tempo i personaggi trasformeranno una convivenza "sofferta" in affetto, fino a farla diventare amore. Chen vuole presentarci un film che parla di amore nelle sue diverse sfumature: l’amore di un genitore per un figlio, tra due giovani amanti che non sanno ancora cosa sia la vita adulta, tra due adulti che credevano che non avrebbero più provato un'emozione così forte, e infine l’amore che ognuno di loro, compreso il regista, prova per la città che li ospita.
Probabilmente tra le varie vicende che Anthony Chen descrive, quella che maggiormente colpisce per la sua dolcezza è la storia d'amore tra Boon Kian e Bee Hwa. Questi due personaggi, all’apparenza così diversi (lui un cuoco introverso in un chiosco di ramen, lei estroversa e appariscente beer lady che lavora nel suo stesso locale), si scoprono molto simili - entrambe persone premurose che hanno sacrificato molto di loro stessi per aiutare e proteggere la famiglia. Dopo aver trovato il coraggio di chiederle di uscire, Boom Kian propone un appuntamento “insolito”: un giro in autobus. Nonostante la “banalità” dell'incontro, Chen riesce a rendere questo momento una delle sequenze più belle di tutto il film - il regista stesso ha confermato in conferenza stampa che è una delle sue scene preferite e che ci hanno messo tre giorni a girarla per le complicazioni dovute al fatto che è stata realizzata su un vero autobus che girava per la città - e probabilmente anche una delle più emozionanti.
Vedere due “sconosciuti” guardarsi, studiandosi in silenzio su un autobus, e osservare il sincero affetto che sta nascendo tra i due non ha parole. Dietro di loro scrutiamo dai finestrini sprazzi della città. Singapore, si eleva da ambientazione a protagonista del film, allontanadosi dall’immaginario comune e mostrando il suo volto più sincero, fatto di vicoletti, chioschi di cibo in mezzo alla strada, condomini enormi pieni di appartamenti minuscoli, persone comuni che la vivono nonostante il mercato immobiliare cerchi di nasconderli, se non addirittura costringerli ad andarsene. Il regista con questo film scrive una vera e propria lettera d’amore alla sua città natale.
We Are All Strangers mette due generazioni a confronto, due modi diversi di vivere l’amore e la famiglia, ma senza alcun giudizio di merito o demerito. Se da un lato l’amore tra Boon Kian e Bee Hwa è un affetto adulto che si basa sulla sicurezza di stare con qualcuno e la calma che regala quest’ultimo, dall’altra parte si ha l’amore più passionale e ingenuo tra Junyang e Lydia, che si amano più di ogni altra cosa ma che nemmeno loro sanno cosa voglia dire perché ancora non conoscono nemmeno loro stessi. I due ragazzi incarnano la loro generazione, due ventenni che vivono le proprie scelte senza temere le conseguenze e quando la vita li pone davanti a delle sfide, si troveranno a sbagliare tante volte prime di comprendere cosa vogliano davvero. Se seguisse solo la storia di Junyang, il film potrebbe essere etichettato come un coming of age, ma come si è detto prima, non è solo questo.
La potenza della pellicola sta nella sua coralità, e per questo va fatta una menzione speciale al cast che, con il suo lavoro, ci ha fatto affezionare ai personaggi, creando l’illusione di conoscerli davvero. In questo film, insieme al regista ci sono Yeo Yann Yann (Bee Hwa) e Koh Jia Ler (Junyang), alla loro terza collaborazione con Anthony Chen dopo Ilo Ilo (2013) e Re Dai Yu (2019). Come ha dichiarato lo stesso regista, con Yeo Yann Yann ha un ottimo rapporto di stima e affetto che aiuta nel lavoro insieme e nella creazione del personaggio, mentre Koh Jia Ler l’ha letteralmente visto crescere, scoprendolo lui stesso nel 2013.
We Are All Strangers è un film che ti lascia una sensazione di calore che difficilmente si dimentica, tra una lacrima di commozione e una risata finale, Chen ci ricorda la complessità della vita e la bellezza di intrecciare relazioni con persone che prima erano sconosciute ma che poi diventano le presenze più importanti che si possano desiderare accanto.

Berlino 76,
recensione di Cecilia Parini
RV-134
24.02.2026
Alla fine siamo tutti un po’ “sconosciuti” all’interno delle nostre famiglie, nessuno può dire di conoscere al cento per cento i propri genitori o figli, ma, pur rimanendo estranei, in qualche modo ci si rende conto che sono soprattutto le esperienze vissute insieme che fortificano i legami sinceri, quelli che anche nelle giornate peggiori ti fanno sentire a casa. Ed è proprio questa sensazione di famiglia che Anthony Chen ci regala con il suo nuovo film presentato all'ultima edizione della Berlinale. We Are All Strangers ha sicuramente rappresentato uno dei lavori più belli e interessanti del festival, tanto da far credere a un possibile premio che purtroppo non è arrivato, ma nonstante ciò il lungometraggio ha conquistato i cuori di tutti coloro che l’hanno visto.
Il film singaporiano è più di un melodramma familiare, è una love story e un coming of age amalgamati nella stessa pellicola. Malgrado il “timore” iniziale prima della visione, dovuto alla durata del film (157 minuti), Anthony Chen dimostra ancora una volta che quando la storia scorre bene, le ore non si percepiscono nemmeno. Il regista si prende tutto il tempo necessario per raccontare le storie di quattro persone che intrecciano le proprie vite in una Singapore lontana dai grandi grattacieli e dalla vita di lusso.
We Are All Strangers è un film corale che segue le vicende di una famiglia che, per diversi motivi, finisce per allargarsi, portando quattro sconosciuti a vivere sotto lo stesso tetto. Costretti inizialmente ad abituarsi gli uni agli altri è a una quotidianità che cambia - e che in principio sembra estremamente difficile - con il passare del tempo i personaggi trasformeranno una convivenza "sofferta" in affetto, fino a farla diventare amore. Chen vuole presentarci un film che parla di amore nelle sue diverse sfumature: l’amore di un genitore per un figlio, tra due giovani amanti che non sanno ancora cosa sia la vita adulta, tra due adulti che credevano che non avrebbero più provato un'emozione così forte, e infine l’amore che ognuno di loro, compreso il regista, prova per la città che li ospita.
Probabilmente tra le varie vicende che Anthony Chen descrive, quella che maggiormente colpisce per la sua dolcezza è la storia d'amore tra Boon Kian e Bee Hwa. Questi due personaggi, all’apparenza così diversi (lui un cuoco introverso in un chiosco di ramen, lei estroversa e appariscente beer lady che lavora nel suo stesso locale), si scoprono molto simili - entrambe persone premurose che hanno sacrificato molto di loro stessi per aiutare e proteggere la famiglia. Dopo aver trovato il coraggio di chiederle di uscire, Boom Kian propone un appuntamento “insolito”: un giro in autobus. Nonostante la “banalità” dell'incontro, Chen riesce a rendere questo momento una delle sequenze più belle di tutto il film - il regista stesso ha confermato in conferenza stampa che è una delle sue scene preferite e che ci hanno messo tre giorni a girarla per le complicazioni dovute al fatto che è stata realizzata su un vero autobus che girava per la città - e probabilmente anche una delle più emozionanti.
Vedere due “sconosciuti” guardarsi, studiandosi in silenzio su un autobus, e osservare il sincero affetto che sta nascendo tra i due non ha parole. Dietro di loro scrutiamo dai finestrini sprazzi della città. Singapore, si eleva da ambientazione a protagonista del film, allontanadosi dall’immaginario comune e mostrando il suo volto più sincero, fatto di vicoletti, chioschi di cibo in mezzo alla strada, condomini enormi pieni di appartamenti minuscoli, persone comuni che la vivono nonostante il mercato immobiliare cerchi di nasconderli, se non addirittura costringerli ad andarsene. Il regista con questo film scrive una vera e propria lettera d’amore alla sua città natale.
We Are All Strangers mette due generazioni a confronto, due modi diversi di vivere l’amore e la famiglia, ma senza alcun giudizio di merito o demerito. Se da un lato l’amore tra Boon Kian e Bee Hwa è un affetto adulto che si basa sulla sicurezza di stare con qualcuno e la calma che regala quest’ultimo, dall’altra parte si ha l’amore più passionale e ingenuo tra Junyang e Lydia, che si amano più di ogni altra cosa ma che nemmeno loro sanno cosa voglia dire perché ancora non conoscono nemmeno loro stessi. I due ragazzi incarnano la loro generazione, due ventenni che vivono le proprie scelte senza temere le conseguenze e quando la vita li pone davanti a delle sfide, si troveranno a sbagliare tante volte prime di comprendere cosa vogliano davvero. Se seguisse solo la storia di Junyang, il film potrebbe essere etichettato come un coming of age, ma come si è detto prima, non è solo questo.
La potenza della pellicola sta nella sua coralità, e per questo va fatta una menzione speciale al cast che, con il suo lavoro, ci ha fatto affezionare ai personaggi, creando l’illusione di conoscerli davvero. In questo film, insieme al regista ci sono Yeo Yann Yann (Bee Hwa) e Koh Jia Ler (Junyang), alla loro terza collaborazione con Anthony Chen dopo Ilo Ilo (2013) e Re Dai Yu (2019). Come ha dichiarato lo stesso regista, con Yeo Yann Yann ha un ottimo rapporto di stima e affetto che aiuta nel lavoro insieme e nella creazione del personaggio, mentre Koh Jia Ler l’ha letteralmente visto crescere, scoprendolo lui stesso nel 2013.
We Are All Strangers è un film che ti lascia una sensazione di calore che difficilmente si dimentica, tra una lacrima di commozione e una risata finale, Chen ci ricorda la complessità della vita e la bellezza di intrecciare relazioni con persone che prima erano sconosciute ma che poi diventano le presenze più importanti che si possano desiderare accanto.