
NC-437
15.06.2026
Nel nuovo film di Steven Spielberg, Disclosure Day (2026), lo spettatore è più volte chiamato in causa direttamente come parte attiva del racconto, specialmente nella decodificazione delle informazioni che Josh O’Connor e Emily Blunt ricevono nel corso della loro avventura. Una chiamata che avviene a più riprese attraverso dispositivi – schermi che controllano, che fungono da filtro tra la realtà e la percezione e che, banalmente, “sorvegliano” – che diventano un prolungamento diretto della sintomatologia che noi tutti abbiamo nei confronti del digitale. Se in War Of The Worlds (La guerra dei mondi, 2005), Tom Cruise fuggiva in auto guardando i tripodi direttamente attraverso il vetro, in un realismo viscerale e immediato, nel 2026 Spielberg ci dice che, in un mondo in preda al collasso, impossibile da intercettare e da capire, l’umano non ha più fiducia nei propri occhi e avverte il bisogno che la realtà sia incorniciata e digerita da un algoritmo.
Il dispositivo cinematografico utilizzato in Disclosure Day, dunque, non ha più la capacità di restituire l'Aura e la sacralità dell'ignoto, ma si piega alla frammentazione contemporanea. Se nei suoi film sci-fi, da Close Encounters Of The Third Kind (Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977) in poi, l’evento straordinario apparteneva ad un’immagine nitida che si nutriva del suo “sense of wonder”, dagli anni ’90 in poi questo stesso evento si è “raffreddato” e riposizionato, sostituendo lo stupore analogico con la nevrosi del display. L’alieno, figura tanto amata dal regista, ha completamente mutuato il suo ruolo: non è più un mistero da contemplare, ma un dato da decodificare. Si avverte, dunque, una natura di partenza decisamente più pessimista rispetto al passato, dove lo stupore è sostituito dal senso paranoico legato alla claustrofobia dell’iper- I dati si trasformano nel terreno su cui si creano fazioni e guerre intestine – come nel caso dello scontro tra Daniel Kellner (Josh O’Connor) e la Wandex Corporation – rendendo la tecnologia una vera e propria “droga” per la società, un'assuefazione che causa una perdita d’empatia apparentemente inarrestabile.

Un giovane Steven Spelberg a lavoro sul set

Steven Spelberg dirige Emily Blunt in Disclosure Day (2026)
Fin dai tempi di Duel (1971) e Sugarland Express (1974) la relazione fra realtà e spettacolo, fra il vissuto individuale e la sua rappresentazione pubblica, è una componente centrale del cinema spielberghiano. Essa permette al regista di materializzare il cinema come macchina dello sguardo collettivo, una lente capace di trasformare il dramma in evento. Arrivati ai giorni di Disclosure Day, tuttavia, il confine tra l’evento reale e la sua spettacolarizzazione mediatica si è fatto pressoché nullo: la realtà, per essere interiorizzata dallo spettatore, deve prima diventare uno spettacolo. Nella moltiplicazione di schermi che seguono le vicende di Emily Blunt e gli altri, Spielberg abbandona la classica steadycam hollywoodiana in funzione dell’estetica sporca, verticale e iper-veloce delle dirette TikTok e Twitch, connettendo dunque la “rivelazione” del film alla realtà iper-medializzata dell’odierno. In questo scenario, i testimoni non cercano di scappare, quanto piuttosto di trovare l’inquadratura perfetta per certificare la propria presenza all’interno delle immagini della Storia.
Rispetto al passato, la logica con cui lo stesso Spielberg agisce si è evoluta di pari passo con i meccanismi massmediali odierni. In Close Encounters Of The Third Kind gli scienziati e i protagonisti adoperavano la musica - le celebri cinque note - e i colori per comunicare con l'alieno. In Disclosure Day, invece, l’immagine è ingabbiata nello show business, non è più un tentativo genuino di stabilire un contatto spirituale tra due realtà agli antipodi, ma una reazione algoritmica. L’immagine di Disclosure Day è istantaneamente campionata, remixata nei feed di notizie, trasformata addirittura in meme e interrotta da inserti pubblicitari o inserita all’interno di una pluralità di schermi – come nella scena della sala di controllo della televisione mondiale, dove un membro della troupe professa il dubbio nella veridicità delle immagini aliene pensando a una sua fabbricazione attraverso l’AI – dove la sua onnipresenza rende difficile la distinzione effettiva tra la verità e la post-verità.

Goldie Hawn e William Atherton in una sequenza di Sugarland Express (1974)
Una semplice domanda, dunque, porta Spielberg a far riflettere lo spettatore sul legame “ombelicale” che si crea tra l’immagine e il reale, che nel mondo odierno risulta disperso. Non importa quanto un video sia dettagliato o drammatico, perché la tecnologia ha reso la falsificazione indistinguibile dal vero. Un dubbio che si staglia nello spettatore di Disclosure Day e lo porta ad un’associazione molto semplice, quasi immediata, ovvero che ciò che si rivela perfetto e allo stesso tempo quasi impossibile dal punto di vista fenomenico/umano diventa automaticamente sinonimo di falso. Spielberg ci mostra un'umanità intrappolata in un cortocircuito che riattiva lo stesso principio teorico di Redacted (2007) di Brian De Palma: per poter essere credibili agli occhi dello spettatore, le immagini di un evento (bellico o scientifico che sia) devono obbligatoriamente dotarsi della “bassa definizione”, dello “sporco” e dello sgranato. È il lo-fi, paradossalmente, a restituire la veridicità di una testimonianza in un mondo in cui lo spettacolo ha ormai fagocitato la realtà.
Qual è, però, la cura per questa visione pessimistica dell’immagine che Disclosure Day propone? Per Spielberg, la soluzione all'anestesia da schermo e al dubbio logorante è ripartire dalla base, dal credere nel visibile, investendo l'immagine di una forte carica empatica e morale. All'inizio del film, Daniel (Josh O'Connor) tratta i file secretati sugli alieni come "dati" da diffondere, pura merce di scambio informativa. Tuttavia, la svolta emotiva e teorica del film avviene quando questi video mostrano le sofferenze e le torture subite dalle creature nei laboratori militari terrestri, perché proprio l’empatia nelle immagini è il primo passo per ritornare a credervi. Allora appare molto interessante questa improvvisa convergenza con un altro grande – ingiustamente bistrattato, il più delle volte – “spielberghiano” di ferro qual è M. Night Shyamalan. Se rapportiamo Disclosure Day a grandi film quali Signs (2002) – affine non solo per la tematica extra-terrestre – e The Happening (E venne il giorno, 2008), appare visibile come siano i media e i dispositivi a fungere da “altari” moderni, e siano proprio i protagonisti a dover fare un atto di fede nei confronti di ciò che mostra lo schermo.
Il finale di Disclosure Day, dunque, non è solamente una messa in scena della totale accettazione nei confronti dell’Altro, di ciò che noi non riusciamo a comprendere e di cui abbiamo, naturalmente, paura, ma rappresenta soprattutto un modo per ricominciare a credere nelle immagini e nell’essere umano che le produce. Il monito all’ascolto da parte dell’alieno nel confronto finale è un invito esplicito a lasciarsi andare, a non temere ciò che non si conosce e, soprattutto, ad accogliere nuovamente il potere primordiale del cinema: quello di unire culture diverse e smuovere intere società.

Josh O'Connor in Disclosure Day (2026)
NC-437
15.06.2026

Un giovane Steven Spelberg a lavoro sul set
Nel nuovo film di Steven Spielberg, Disclosure Day (2026), lo spettatore è più volte chiamato in causa direttamente come parte attiva del racconto, specialmente nella decodificazione delle informazioni che Josh O’Connor e Emily Blunt ricevono nel corso della loro avventura. Una chiamata che avviene a più riprese attraverso dispositivi – schermi che controllano, che fungono da filtro tra la realtà e la percezione e che, banalmente, “sorvegliano” – che diventano un prolungamento diretto della sintomatologia che noi tutti abbiamo nei confronti del digitale. Se in War Of The Worlds (La guerra dei mondi, 2005), Tom Cruise fuggiva in auto guardando i tripodi direttamente attraverso il vetro, in un realismo viscerale e immediato, nel 2026 Spielberg ci dice che, in un mondo in preda al collasso, impossibile da intercettare e da capire, l’umano non ha più fiducia nei propri occhi e avverte il bisogno che la realtà sia incorniciata e digerita da un algoritmo.
Il dispositivo cinematografico utilizzato in Disclosure Day, dunque, non ha più la capacità di restituire l'Aura e la sacralità dell'ignoto, ma si piega alla frammentazione contemporanea. Se nei suoi film sci-fi, da Close Encounters Of The Third Kind (Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977) in poi, l’evento straordinario apparteneva ad un’immagine nitida che si nutriva del suo “sense of wonder”, dagli anni ’90 in poi questo stesso evento si è “raffreddato” e riposizionato, sostituendo lo stupore analogico con la nevrosi del display. L’alieno, figura tanto amata dal regista, ha completamente mutuato il suo ruolo: non è più un mistero da contemplare, ma un dato da decodificare. Si avverte, dunque, una natura di partenza decisamente più pessimista rispetto al passato, dove lo stupore è sostituito dal senso paranoico legato alla claustrofobia dell’iper- I dati si trasformano nel terreno su cui si creano fazioni e guerre intestine – come nel caso dello scontro tra Daniel Kellner (Josh O’Connor) e la Wandex Corporation – rendendo la tecnologia una vera e propria “droga” per la società, un'assuefazione che causa una perdita d’empatia apparentemente inarrestabile.

Steven Spelberg dirige Emily Blunt in Disclosure Day (2026)
Fin dai tempi di Duel (1971) e Sugarland Express (1974) la relazione fra realtà e spettacolo, fra il vissuto individuale e la sua rappresentazione pubblica, è una componente centrale del cinema spielberghiano. Essa permette al regista di materializzare il cinema come macchina dello sguardo collettivo, una lente capace di trasformare il dramma in evento. Arrivati ai giorni di Disclosure Day, tuttavia, il confine tra l’evento reale e la sua spettacolarizzazione mediatica si è fatto pressoché nullo: la realtà, per essere interiorizzata dallo spettatore, deve prima diventare uno spettacolo. Nella moltiplicazione di schermi che seguono le vicende di Emily Blunt e gli altri, Spielberg abbandona la classica steadycam hollywoodiana in funzione dell’estetica sporca, verticale e iper-veloce delle dirette TikTok e Twitch, connettendo dunque la “rivelazione” del film alla realtà iper-medializzata dell’odierno. In questo scenario, i testimoni non cercano di scappare, quanto piuttosto di trovare l’inquadratura perfetta per certificare la propria presenza all’interno delle immagini della Storia.
Rispetto al passato, la logica con cui lo stesso Spielberg agisce si è evoluta di pari passo con i meccanismi massmediali odierni. In Close Encounters Of The Third Kind gli scienziati e i protagonisti adoperavano la musica - le celebri cinque note - e i colori per comunicare con l'alieno. In Disclosure Day, invece, l’immagine è ingabbiata nello show business, non è più un tentativo genuino di stabilire un contatto spirituale tra due realtà agli antipodi, ma una reazione algoritmica. L’immagine di Disclosure Day è istantaneamente campionata, remixata nei feed di notizie, trasformata addirittura in meme e interrotta da inserti pubblicitari o inserita all’interno di una pluralità di schermi – come nella scena della sala di controllo della televisione mondiale, dove un membro della troupe professa il dubbio nella veridicità delle immagini aliene pensando a una sua fabbricazione attraverso l’AI – dove la sua onnipresenza rende difficile la distinzione effettiva tra la verità e la post-verità.

Goldie Hawn e William Atherton in una sequenza di Sugarland Express (1974)
Una semplice domanda, dunque, porta Spielberg a far riflettere lo spettatore sul legame “ombelicale” che si crea tra l’immagine e il reale, che nel mondo odierno risulta disperso. Non importa quanto un video sia dettagliato o drammatico, perché la tecnologia ha reso la falsificazione indistinguibile dal vero. Un dubbio che si staglia nello spettatore di Disclosure Day e lo porta ad un’associazione molto semplice, quasi immediata, ovvero che ciò che si rivela perfetto e allo stesso tempo quasi impossibile dal punto di vista fenomenico/umano diventa automaticamente sinonimo di falso. Spielberg ci mostra un'umanità intrappolata in un cortocircuito che riattiva lo stesso principio teorico di Redacted (2007) di Brian De Palma: per poter essere credibili agli occhi dello spettatore, le immagini di un evento (bellico o scientifico che sia) devono obbligatoriamente dotarsi della “bassa definizione”, dello “sporco” e dello sgranato. È il lo-fi, paradossalmente, a restituire la veridicità di una testimonianza in un mondo in cui lo spettacolo ha ormai fagocitato la realtà.
Qual è, però, la cura per questa visione pessimistica dell’immagine che Disclosure Day propone? Per Spielberg, la soluzione all'anestesia da schermo e al dubbio logorante è ripartire dalla base, dal credere nel visibile, investendo l'immagine di una forte carica empatica e morale. All'inizio del film, Daniel (Josh O'Connor) tratta i file secretati sugli alieni come "dati" da diffondere, pura merce di scambio informativa. Tuttavia, la svolta emotiva e teorica del film avviene quando questi video mostrano le sofferenze e le torture subite dalle creature nei laboratori militari terrestri, perché proprio l’empatia nelle immagini è il primo passo per ritornare a credervi. Allora appare molto interessante questa improvvisa convergenza con un altro grande – ingiustamente bistrattato, il più delle volte – “spielberghiano” di ferro qual è M. Night Shyamalan. Se rapportiamo Disclosure Day a grandi film quali Signs (2002) – affine non solo per la tematica extra-terrestre – e The Happening (E venne il giorno, 2008), appare visibile come siano i media e i dispositivi a fungere da “altari” moderni, e siano proprio i protagonisti a dover fare un atto di fede nei confronti di ciò che mostra lo schermo.
Il finale di Disclosure Day, dunque, non è solamente una messa in scena della totale accettazione nei confronti dell’Altro, di ciò che noi non riusciamo a comprendere e di cui abbiamo, naturalmente, paura, ma rappresenta soprattutto un modo per ricominciare a credere nelle immagini e nell’essere umano che le produce. Il monito all’ascolto da parte dell’alieno nel confronto finale è un invito esplicito a lasciarsi andare, a non temere ciò che non si conosce e, soprattutto, ad accogliere nuovamente il potere primordiale del cinema: quello di unire culture diverse e smuovere intere società.

Josh O'Connor in Disclosure Day (2026)