
di Mattia Pescitelli
NC-377
19.12.2025
Ѐ tornato quel momento dell’anno. Il momento in cui si tirano le somme di quanto il cinema ci ha regalato e di quanto ci ha privato. La stagione dei premi, con i suoi lustrini, i suoi occhi di bue e le sue orchestrazioni dal vivo. Oro, argento e rosé, con quella striscia purpurea che segna il percorso a chi quei film li ha portati sullo schermo. Una celebrazione per i celebri e un indicatore del tempo che viviamo, sia artisticamente che non. Tra gli appuntamenti più attesi in tal senso c’è quello con i Golden Globes, per i quali sono state svelate questo mese le candidature. Scopriremo chi otterrà il premio solo l’11 gennaio, ma considerando la qualità e la forte risonanza che i nominati hanno avuto con pubblico e critica, siamo forse noi i vincitori.
Ci sono annate migliori di altre. A volte a spiccare sono le produzioni imponenti, altre volte i ritorni in gran stile di chi il linguaggio ha contribuito a definirlo, altre ancora le incursioni indipendenti, che sovrastano le gargantuesche case di produzione, scalzandole dal loro piedistallo. Da quando è iniziata la corsa ai premi quasi un secolo fa di cose ne sono cambiate. Le “major” cinematografiche, lo studio system, i grandi nomi, mai come oggi tutto ciò è stato rimesso in discussione, rimediato per andare incontro alle necessità di una comunità nel corso di un cambiamento radicale e velocissimo, tanto che è difficile stare al passo.
Gli autori si sono liberati nuovamente dalle catene che i loro predecessori, emancipatori sovversivi a loro volta, avevano contribuito indirettamente a costruire, per raggiungere una nuova liberalizzazione del mezzo, capace di portare al grande pubblico contenuti che si pensava impossibile veicolare, forti del passaparola, ma anche della vastissima, quasi soverchiante, scelta a costante disposizione; un mare che può essere navigato solo se c’è un faro che guida i marinai alla deriva.

Il barocco, poetico e visionario Frankenstein di Guillermo Del Toro, presentato in competizione a Venezia 82

Jessie Buckley e Paul Mescal protagonisti di Hamnet (2025) di Chloé Zhao
Questo è stato un anno molto particolare. L’industria sembra aver preso coscienza dei propri strumenti comunicativi tutto assieme, sprigionando quel potenziale inespresso tenuto stretto dagli stilemi che hanno accompagnato da sempre la narrazione. Le grandi storie si sono fatte più audaci, meno immediatamente leggibili, alla ricerca di una coerenza interna che distrugge i pilastri portanti per ricomporli a piacimento, giocando con i generi e gli espedienti, specialmente con la sottile linea che separa il dramma dalla commedia.
Lo abbiamo visto (o, meglio, in Italia lo vedremo solo a febbraio, strategicamente incastonato nella corsa all’Oscar) in un film come Hamnet, scritto da Chloé Zhao e Maggie O’Farrell, dove quello che è sempre stato il motore dell’interesse da parte di pubblico e produttori, la figura storica, viene privata della sua centralità e riportata su un piano umano come poche volte è capitato di vedere al cinema, ma anche nel dittico imprescindibile di Richard Linklater, che torna con due produzioni riguardanti produzioni, Nouvelle Vague e Blue Moon, ricche di stile e mimetiche in una misura tale da portare a chiedersi se non si stia di fatto assistendo al contenuto di una bobina ritrovata in qualche scantinato, o anche la vera “rivoluzione” dell’anno, il travolgente One Battle After Another (Una battaglia dopo l’altra) di Paul Thomas Anderson, opera di decostruzione della classicità drammaturgica in favore di un punto di vista inedito e sorprendente, una scommessa vinta in sala.
Dalle candidature è evidente come il cinema di genere stia sempre di più riprendendo le redini culturali, alimentato da una nuova generazione di cineasti cresciuta e ispirata dai cinemaniaci che hanno segnato il cosiddetto postmodernismo cinematografico, il che li rende doppiamente più ferrati sull’argomento, profondi conoscitori del mezzo e della storia alle sue spalle. In un mondo dove puoi vedere tutto e subito, dove hai a disposizione un intero catalogo di film che hanno fatto la storia del cinema, dove non è più necessario scendere in strada e andare in videoteca per recuperare le gemme del passato dato che basta un telefono e una connessione a internet, il cinema è diventato arma alla portata di tutti, conoscenza sociale che vive di frammenti, spezzoni e fotogrammi.
Tutti conosciamo tutto (o quasi) anche se non lo abbiamo mai visto nel suo complesso. Non solo abbiamo sentito parlare di questo o quel film, ma ne conosciamo lo stile, i momenti, i colpi di scena, anche senza avere un legame mnemonico diretto con la fonte da cui quelle immagini sono state estrapolate. Ed è da questo fermento culturale che il genere trae la sua forza. Lo spettatore vuole stare al passo con i tempi, ha sete di materiale da condividere con i propri coetanei, ha bisogno di pulp e manierismo, di immagini in grado di distinguersi e lasciare un segno riconoscibile.

Un'immagine pubblicitaria di One Battle After Another (Una battaglia dopo l’altra, 2025), l'atteso lavoro di Paul Thomas Anderson
Questo è stato l’anno delle grandi trovate pubblicitarie, con il mondano che diventa meta di pellegrinaggio sociale e social; l’anno di Charli XCX, che ha dato alla cultura cinematografica una rilevanza popolare come non si assisteva da anni, incuriosendo i giovani nei confronti di un medium che sentivano distante e poco affine al loro mondo; l’anno di Letterboxd, la cui ascesa a fenomeno culturale ha stupito un po’ tutti, merito di una gestione della propria immagine pubblica in costante dialogo con la tendenza del cinema di diventare macchina di clamore e aggregazione sociale, punto di convergenza di passioni affini, camera di risonanza delle proprie convinzioni e tavolo da gioco per il confronto tra opposizioni.
Il cinema sta tornando a essere sempre più un’esperienza collettiva che necessita di essere vissuta qui e ora, figlia dell’ossessione di rimanere indietro che guida il nostro tempo. Per fare ciò serve una voce chiara, uno visione definita e la capacità di saper parlare alle masse, anche se non capiranno tutto; anche se non torna tutto. L’importante è distinguersi e cogliere l’attenzione di un pubblico disattento, viziato con la scelta e ammansito dall’audiovisivo. Questo pare quanto più evidente se guardiamo i candidati a questi Golden Globes 2026.
Il Frankenstein tra il gotico e il barocco di Del Toro, la ballata sanguinaria di Sinners (I peccatori) di Coogler, il Marty Supreme di Safdie, lo stesso One Battle After Another, Weapons di Cregger. Tutti prodotti che devono il loro successo, oltra alla qualità della pellicola (senza la quale non basterebbe un popolo intero per salvarne la reputazione), a un passaparola online composto da un marketing spudorato e aggressivo, in grado di muovere le giuste persone, puntando a pubblici specifici e agguerriti che creano fortificazioni potenti ancora prima di raggiungere la sala. Sala che sta vivendo una nuova era, anch'essa legata al fascino incontrastato dell’esperienza, del poter dire “io c’ero”.
Una volta, al cinematografo si andava per trovarsi al fianco di una collettività, per scambiare pareri e sentimenti, per sentirsi parte di un gruppo. Col tempo la sala si è fatta luogo di culto, adombrata da un silenzio reverenziale nei confronti dell’opera mostrata. Oggi si è un po’ tornati a quelle condivisioni primigenie, ma con la differenza che, ora, verso la sala ci spinge una carica prettamente egoistica. I cinema hanno capito che la nuova uscita attira fino a un certo punto. Ciò che interessa è tutto quello che ci gira attorno, sono le proiezioni speciali, gli incontri con il cast, le comparsate da pubblicare sui social e far sperare che anche io, sì, potrei trovarmi a sedere al fianco di Al Pacino durante una proiezione nel cuore di Roma.

Timothée Chalamet, sfrenato protagonista di Marty Supreme (2025), prima regia in solitaria di Josh Safdie
Uno dei maggiori successi commerciali di quest’anno è stato A Minecraft Movie (Un film Minecraft), opera creata a tavolino per diventare meme e per attirare il pubblico al cinema, convincendolo che non può non far parte di quel fenomeno subculturale, anche se il film non ha valore per il singolo spettatore, anche se lo annoia per tutto il tempo che lo separa dalla sequenza iconica tanto attesa. La sala sta diventando sempre più teatro di varietà, tornando forse a quello che era lo spettacolo cinematografico alle origini, uno scatolone ricolmo di ammennicoli che decoravano il protagonista della serata: il film. Una parte di me vede del marcio in tutto ciò; un ultimo, disperato assalto alla sopravvivenza prima del baratro.
Ma, sotto questa superficie che ci allontana dal cinema in quanto tale, c’è dell’altro. C’è l’interesse che il medium sta acquisendo ultimamente da parte di sempre più realtà. C’è l’arrivo sul grande schermo di produzioni come quelle di Crunchyroll, il cui incredibile successo di pubblico, per la maggior parte inaspettato, spingerà senz’altro le piattaforme concorrenti a far diventare un evento l’uscita delle proprie opere. C’è la voglia di spendere tempo e risorse per riportare in sala la storia del cinema attraverso retrospettive che contribuiscono alla formazione delle future menti dietro la macchina da presa, dialogando con un mercato stufo della nostalgia spicciola e alla ricerca di una “novità familiare”.
Ed è qui, allora, che inizio a vederci un bene dietro tutto questo “circo”, perché serve una differenziazione che permetta al pubblico di sentirsi parte di qualcosa di più grande, impossibile da replicare altrove, quando varca quella soglia oscura. Serve una Charli XCX che faccia la lista degli autori da scoprire e riscoprire. Serve lo sradicamento del divismo e la sua ricostruzione per un sistema che viaggia in verticale, a pochi centimetri dal volto, alla portata di tutti e sotto gli occhi di tutti.
Serve tutto questo perché senza ciò, il cinema rimane solo un linguaggio elitario, fermo nel suo tempo, compreso solo da pochi e parlato da ancora meno individui. E quando una lingua vive solo nella bocca di una manciata di eletti è fuor di dubbio che presto o tardi diventerà una lingua morta, passione di archeologi e pezzo da museo, per sempre dietro una bacheca di vetro accompagnata da una didascalia: “relitto di supponenza”.

Nouvelle Vague (2025), il nuovo lungometraggio di Richard Linklater presentato in concorso a Cannes 78
di Mattia Pescitelli
NC-377
19.12.2025

Il barocco, poetico e visionario Frankenstein di Guillermo Del Toro, presentato in competizione a Venezia 82
Ѐ tornato quel momento dell’anno. Il momento in cui si tirano le somme di quanto il cinema ci ha regalato e di quanto ci ha privato. La stagione dei premi, con i suoi lustrini, i suoi occhi di bue e le sue orchestrazioni dal vivo. Oro, argento e rosé, con quella striscia purpurea che segna il percorso a chi quei film li ha portati sullo schermo. Una celebrazione per i celebri e un indicatore del tempo che viviamo, sia artisticamente che non. Tra gli appuntamenti più attesi in tal senso c’è quello con i Golden Globes, per i quali sono state svelate questo mese le candidature. Scopriremo chi otterrà il premio solo l’11 gennaio, ma considerando la qualità e la forte risonanza che i nominati hanno avuto con pubblico e critica, siamo forse noi i vincitori.
Ci sono annate migliori di altre. A volte a spiccare sono le produzioni imponenti, altre volte i ritorni in gran stile di chi il linguaggio ha contribuito a definirlo, altre ancora le incursioni indipendenti, che sovrastano le gargantuesche case di produzione, scalzandole dal loro piedistallo. Da quando è iniziata la corsa ai premi quasi un secolo fa di cose ne sono cambiate. Le “major” cinematografiche, lo studio system, i grandi nomi, mai come oggi tutto ciò è stato rimesso in discussione, rimediato per andare incontro alle necessità di una comunità nel corso di un cambiamento radicale e velocissimo, tanto che è difficile stare al passo.
Gli autori si sono liberati nuovamente dalle catene che i loro predecessori, emancipatori sovversivi a loro volta, avevano contribuito indirettamente a costruire, per raggiungere una nuova liberalizzazione del mezzo, capace di portare al grande pubblico contenuti che si pensava impossibile veicolare, forti del passaparola, ma anche della vastissima, quasi soverchiante, scelta a costante disposizione; un mare che può essere navigato solo se c’è un faro che guida i marinai alla deriva.

Jessie Buckley e Paul Mescal protagonisti di Hamnet (2025) di Chloé Zhao
Questo è stato un anno molto particolare. L’industria sembra aver preso coscienza dei propri strumenti comunicativi tutto assieme, sprigionando quel potenziale inespresso tenuto stretto dagli stilemi che hanno accompagnato da sempre la narrazione. Le grandi storie si sono fatte più audaci, meno immediatamente leggibili, alla ricerca di una coerenza interna che distrugge i pilastri portanti per ricomporli a piacimento, giocando con i generi e gli espedienti, specialmente con la sottile linea che separa il dramma dalla commedia.
Lo abbiamo visto (o, meglio, in Italia lo vedremo solo a febbraio, strategicamente incastonato nella corsa all’Oscar) in un film come Hamnet, scritto da Chloé Zhao e Maggie O’Farrell, dove quello che è sempre stato il motore dell’interesse da parte di pubblico e produttori, la figura storica, viene privata della sua centralità e riportata su un piano umano come poche volte è capitato di vedere al cinema, ma anche nel dittico imprescindibile di Richard Linklater, che torna con due produzioni riguardanti produzioni, Nouvelle Vague e Blue Moon, ricche di stile e mimetiche in una misura tale da portare a chiedersi se non si stia di fatto assistendo al contenuto di una bobina ritrovata in qualche scantinato, o anche la vera “rivoluzione” dell’anno, il travolgente One Battle After Another (Una battaglia dopo l’altra) di Paul Thomas Anderson, opera di decostruzione della classicità drammaturgica in favore di un punto di vista inedito e sorprendente, una scommessa vinta in sala.
Dalle candidature è evidente come il cinema di genere stia sempre di più riprendendo le redini culturali, alimentato da una nuova generazione di cineasti cresciuta e ispirata dai cinemaniaci che hanno segnato il cosiddetto postmodernismo cinematografico, il che li rende doppiamente più ferrati sull’argomento, profondi conoscitori del mezzo e della storia alle sue spalle. In un mondo dove puoi vedere tutto e subito, dove hai a disposizione un intero catalogo di film che hanno fatto la storia del cinema, dove non è più necessario scendere in strada e andare in videoteca per recuperare le gemme del passato dato che basta un telefono e una connessione a internet, il cinema è diventato arma alla portata di tutti, conoscenza sociale che vive di frammenti, spezzoni e fotogrammi.
Tutti conosciamo tutto (o quasi) anche se non lo abbiamo mai visto nel suo complesso. Non solo abbiamo sentito parlare di questo o quel film, ma ne conosciamo lo stile, i momenti, i colpi di scena, anche senza avere un legame mnemonico diretto con la fonte da cui quelle immagini sono state estrapolate. Ed è da questo fermento culturale che il genere trae la sua forza. Lo spettatore vuole stare al passo con i tempi, ha sete di materiale da condividere con i propri coetanei, ha bisogno di pulp e manierismo, di immagini in grado di distinguersi e lasciare un segno riconoscibile.

Un'immagine pubblicitaria di One Battle After Another (Una battaglia dopo l’altra, 2025), l'atteso lavoro di Paul Thomas Anderson
Questo è stato l’anno delle grandi trovate pubblicitarie, con il mondano che diventa meta di pellegrinaggio sociale e social; l’anno di Charli XCX, che ha dato alla cultura cinematografica una rilevanza popolare come non si assisteva da anni, incuriosendo i giovani nei confronti di un medium che sentivano distante e poco affine al loro mondo; l’anno di Letterboxd, la cui ascesa a fenomeno culturale ha stupito un po’ tutti, merito di una gestione della propria immagine pubblica in costante dialogo con la tendenza del cinema di diventare macchina di clamore e aggregazione sociale, punto di convergenza di passioni affini, camera di risonanza delle proprie convinzioni e tavolo da gioco per il confronto tra opposizioni.
Il cinema sta tornando a essere sempre più un’esperienza collettiva che necessita di essere vissuta qui e ora, figlia dell’ossessione di rimanere indietro che guida il nostro tempo. Per fare ciò serve una voce chiara, uno visione definita e la capacità di saper parlare alle masse, anche se non capiranno tutto; anche se non torna tutto. L’importante è distinguersi e cogliere l’attenzione di un pubblico disattento, viziato con la scelta e ammansito dall’audiovisivo. Questo pare quanto più evidente se guardiamo i candidati a questi Golden Globes 2026.
Il Frankenstein tra il gotico e il barocco di Del Toro, la ballata sanguinaria di Sinners (I peccatori) di Coogler, il Marty Supreme di Safdie, lo stesso One Battle After Another, Weapons di Cregger. Tutti prodotti che devono il loro successo, oltra alla qualità della pellicola (senza la quale non basterebbe un popolo intero per salvarne la reputazione), a un passaparola online composto da un marketing spudorato e aggressivo, in grado di muovere le giuste persone, puntando a pubblici specifici e agguerriti che creano fortificazioni potenti ancora prima di raggiungere la sala. Sala che sta vivendo una nuova era, anch'essa legata al fascino incontrastato dell’esperienza, del poter dire “io c’ero”.
Una volta, al cinematografo si andava per trovarsi al fianco di una collettività, per scambiare pareri e sentimenti, per sentirsi parte di un gruppo. Col tempo la sala si è fatta luogo di culto, adombrata da un silenzio reverenziale nei confronti dell’opera mostrata. Oggi si è un po’ tornati a quelle condivisioni primigenie, ma con la differenza che, ora, verso la sala ci spinge una carica prettamente egoistica. I cinema hanno capito che la nuova uscita attira fino a un certo punto. Ciò che interessa è tutto quello che ci gira attorno, sono le proiezioni speciali, gli incontri con il cast, le comparsate da pubblicare sui social e far sperare che anche io, sì, potrei trovarmi a sedere al fianco di Al Pacino durante una proiezione nel cuore di Roma.

Timothée Chalamet, sfrenato protagonista di Marty Supreme (2025), prima regia in solitaria di Josh Safdie
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Ma, sotto questa superficie che ci allontana dal cinema in quanto tale, c’è dell’altro. C’è l’interesse che il medium sta acquisendo ultimamente da parte di sempre più realtà. C’è l’arrivo sul grande schermo di produzioni come quelle di Crunchyroll, il cui incredibile successo di pubblico, per la maggior parte inaspettato, spingerà senz’altro le piattaforme concorrenti a far diventare un evento l’uscita delle proprie opere. C’è la voglia di spendere tempo e risorse per riportare in sala la storia del cinema attraverso retrospettive che contribuiscono alla formazione delle future menti dietro la macchina da presa, dialogando con un mercato stufo della nostalgia spicciola e alla ricerca di una “novità familiare”.
Ed è qui, allora, che inizio a vederci un bene dietro tutto questo “circo”, perché serve una differenziazione che permetta al pubblico di sentirsi parte di qualcosa di più grande, impossibile da replicare altrove, quando varca quella soglia oscura. Serve una Charli XCX che faccia la lista degli autori da scoprire e riscoprire. Serve lo sradicamento del divismo e la sua ricostruzione per un sistema che viaggia in verticale, a pochi centimetri dal volto, alla portata di tutti e sotto gli occhi di tutti.
Serve tutto questo perché senza ciò, il cinema rimane solo un linguaggio elitario, fermo nel suo tempo, compreso solo da pochi e parlato da ancora meno individui. E quando una lingua vive solo nella bocca di una manciata di eletti è fuor di dubbio che presto o tardi diventerà una lingua morta, passione di archeologi e pezzo da museo, per sempre dietro una bacheca di vetro accompagnata da una didascalia: “relitto di supponenza”.

Nouvelle Vague (2025), il nuovo lungometraggio di Richard Linklater presentato in concorso a Cannes 78