
NC-383
20.01.2026
Quello che resta
Servirebbe una scena madre, una di quelle capaci di raccogliere e restituire tutto il senso di una storia. Ancora meglio, se così precisa da racchiudere lo sguardo, la poetica e il gusto dell’autore che l’ha scritta e fotografata. Servirebbe una scena così, per aprire con grazia un ritratto, ma il cinema di Joachim Trier non è fatto di scene madri, né di battute brillanti che vogliono spiegarti il mondo. Certo, ricordiamo Renate Reinsve correre per le strade di Oslo ne La persona peggiore del mondo (2021) o la corsa in bicicletta di Anders Danielsen Lie in Oslo, August 31st (2011) ma il punto è un altro.
Dei romanzi, dei film che amiamo, dimentichiamo tutto. I nomi dei protagonisti, i risvolti di trama, gli scambi sagaci, come cadeva la luce in quella inquadratura che per un attimo ci è sembrata bellissima, importantissima, significativissima. Restano scene sparse, spesso banali. I giusti parlano di “atmosfera”, ma si potrebbe chiamare anche “polvere”. Il cinema di Trier è fatto di polvere, quella che si deposita sui mobili e li rende cosa viva. Le sue sono storie sussurrate all’orecchio da un amico, in una notte di festa. In quell’attimo ci incantano, poi torniamo a bere e ballare fino all’alba, quando salutiamo i presenti, torniamo a casa e crediamo di aver già dimenticato tutto. Eppure, qualcosa resta. Il ricordo di una sigaretta scroccata, di un amore andato com’è andato, di un parco, di un mattino, di un rimorso.

Sentimental Value (2025)

Uno skater (Joachim)
Joachim Trier è nato a Copenaghen il primo marzo del 1974. Suo padre Jacob lavorava come sound designer, la madre Hilde faceva la giornalista televisiva. Il nonno paterno era un pittore, il materno, oltre a suonare jazz, era un regista, si chiamava Erik Løchen e nel 1959 il suo film, Jakten, è passato in concorso al Festival di Cannes insieme a Hiroshima mon amour (Alain Resnais) e I quattrocento colpi (François Truffaut). Trier ha due sorelle, una documentarista e una fotografa. Uno dei suoi film preferiti è A Venezia… un dicembre rosso socking (1974), è un appassionato della Nouvelle Vague, di Fellini e dei Simpson.
Ha studiato all’European Film College in Danimarca e alla National Film and Television School, vicino Londra. Mentre lavorava come assistente regista in un quiz show televisivo ha conosciuto Eskil Vogt con cui ha poi scritto tutti i suoi film. Prima di ogni cosa, Joachim Trier è stato un campione di skateboarding - e come lui, altri due registi: Mike Mills e Spike Jonze. Ha iniziato a filmare e montare video mentre usciva con gli amici per fare skate. Intervistato a riguardo, ha detto che quel che faceva con i suoi amici, cioè incoraggiarli a fare qualcosa di complicato e filmarli mentre quelli riuscivano nell’intento, è in fin dei conti quello che ha poi continuato a fare come regista.

Oslo, August 31st (2011)
Naufraghi a Oslo
C’è una citta, che è Oslo, a cui dedica l’omonima trilogia - Reprise, Oslo, August 31st e La persona peggiore del mondo - e c’è chi la abita. Nell’immaginario di Trier: naufraghi. Il suo cinema si muove su due tempi, c’è un passato che guarda al naufragio nel momento in cui accade, e c’è l’oggi, il momento sospeso dei sopravvisuti. Trier si interroga su quel che resta e forse sarà. Lo fa, come insegnava Checov, prendendo qualcosa dalla vita di ogni giorno, senza trama e senza finale. Squaderna il quotidiano, ne analizza i gesti, le ossessioni, le crepe. Si pensi alle cicatrici sul dorso della mano di Anders Danielsen in Reprise, o il desiderio che esprime alla fidanzata, così sciocco eppure sincero: "ora conto fino a dieci e tu ti innamori di me".
Getta su un mondo infinitamente piccolo uno sguardo ampio, universale, fatto di campi lunghi, affreschi metropolitani, carrellate larghe che sembrano voler espandere l’universo, così da inserire il singolo in un sistema, ridimensionarne inciampi e tragedie, farne un puntino in un planisfero. Dirci che non è poi la fine del mondo e che, certo forse a pezzi, ma a volte, ai naufragi si sopravvive.

La persona peggiore del mondo (2021)
Un medico (Anders Danielsen)
Trier esordisce a trentadue anni, nel 2006, con Reprise. La storia di due amici di Oslo, Erik e Philip, nell’attimo esatto in cui esordiscono come scrittori. Philip è brillante su carta e impacciato nella vita, non regge il peso del successo, s’accartoccia su un amore fallato, impazzisce. Erik ci prova e riprova finché non ci riesce ma mica raggiunge la fama agognata. Reprise ricorda, per le ambizioni letterarie, nel talento dell’uno e la perseveranza dell’altro, nell’odi et amo tra i due, L’informazione di Martin Amis. Riprende il meglio del cinema francese. È ambizioso e pieno di idee, come è giusto sia un’opera prima, e già dice molto del talento di Trier nel raccontare il momento di stallo che vivono giovani adulti sull’orlo del baratro.
Philip è interpretato da Anders Danielsen Lie. Trier cercava attori che sembrassero davvero scrittori, non trovandone, si è accontentato di attori che almeno somigliavano a dei lettori. Lie era uno studente di Medicina, e al provino disse che un film che aveva avuto un grande impatto su di lui era stata la Medea (1969) di Pasolini, per il quale aveva iniziato a studiare il greco antico. Anders Danielsen Lie sarà il protagonista anche di Oslo, August 31st e tornerà ne La persona peggiore del mondo e Sentimental Value. Trier, quasi sempre, lo sgrazia. Ora è lo scrittore fallito, ora il giovane depresso, il fidanzato sbagliato, il malato terminale. Asciutto, pallido, straziato. Il maschio fragile e introspettivo. Il diverso. Naufrago per antonomasia, che oggi si salva, e domani si distrugge.

Reprise (2006)
Il campo magnetico o inventario di quel che si trova nei film di Joachim Trier
Il suicidio, lo stallo, i padri, le madri, le sorelle, i fratelli, le figlie, i figli, le chiacchiere, l’intimo, il familiare, il reale, i boschi, il lago, il mare, una piscina, l’acqua, le carrellate a seguire, i campi lunghi, le vetrate, le finestre, le corse a piedi o in bicicletta, le sigarette, le feste, le case, le case piene di libri, le case nei giorni di festa, il montaggio sul suono, i flashback, gli archivi, Oslo, la luce, i parchi, l’amore, il ricordo, Anders Danielsen Lie, Renate Reinsve, la giovinezza, la notte, l’alba, l’adultità, il dolore, la gioia, il mistero, la malinconia.

Segreti di famiglia (Louder Than Bombs, 2015)
L’inciampo e l’anomalia
Dopo i primi due capitoli della triolgia norvegese, nel 2015 dirige Segreti di famiglia, prima opera in lingua inglese con Isabelle Huppert e Jesse Eisenberg. Un dramma familiare che vede un uomo e i due figli fare i conti con la morte della moglie e madre, fotografa di successo, suicidatasi. Sembra di muoversi su un campo minato (il titolo originale è appunto Louder than bombs), si aspetta lo scoppio, si aspira all’incendio. Ma qui Trier disinnesca la bomba e si tiene, e ci tiene, a distanza di sicurezza dai suoi personaggi. Inciampa e si rialza.
Il film successivo è del 2017, si chiama Thelma, è di nuovo ambientato a Oslo, ruota sempre attorno al momento di stallo di un’adolescente che non sa che ne sarà di lei, è ancora una storia di padri, di figlie, di madri e fratelli, di segreti di famiglia e di amori sbagliati. Per la prima volta, però, Trier fa un film di genere. Guarda all’horror, alla fantascienza, al thrille, al noir esistenziale. Vengono in mente De Palma - su tutti, Carrie (1976), ma anche Le due sorelle (1972) - e Argento. Pare un’anomalia, ma al di là del genere c’è tutto ciò che di Trier piace e funziona, pure le case piene di libri. Ed è attraverso Thelma (il ritorno a Oslo, lo sguardo rivolto a una protagonista femminile) che arriva alla Julie di La persona peggiore del mondo.

Thelma (2017)
Un’ex nuotatrice (Renate)
Reinate Reinsve nuota nel mare ghiacciato del Nord. È nata e cresciuta in un piccolo villaggio nelle foreste norvegesi, ha studiato all’Accademia nazionale delle belle arti di Oslo e ha lavorato come attrice teatrale, esordendo nel 2010 con il Peer Gynt di Ibsen. Un anno più tardi, il primo piccolissimo ruolo per il cinema. Poco più di un cameo in Oslo, August 31st di Trier, a cui basterà un attimo per rimanere folgorato dal talento di Reinsve tanto da scrivere La persona peggiore del mondo pensando già a lei nel ruolo di Julie. È come sempre una storia piccola: una ragazza di trent’anni non sa che fare della propria vita, cambia percorso di studi, e lavoro, rimbalza da un amore all’altro, vuole chi non la cerca, non cerca chi la vuole, fuma, balla, corre, inciampa, si rialza, si diverte, si dispera, sopravvive, cresce.
Renate Reinsve non si esaurisce mai, non finisce nella scena, non la contiene un’inquadratura. Pare mossa da una forza antica e un’energia futura. Ha lo sguardo furbo di una bambina pronta a combinare l’ennesima marachella, il sorriso gentile di chi ha conosciuto il dolore. Per La persona peggiore del mondo vince il Prix d’interprétation féminine a Cannes, ottiene il plauso della critica e il riconoscimento internazionale. Succede a volte che un regista capace e un’attrice fuoriclasse scatenino l’incanto. È questione di sguardi, tra chi sta dietro e davanti alla camera. Tra chi si muove, si mostra e si nasconde, e tra chi è capace di catturare quel ghigno, quel gesto, quel mondo, e restituircelo. Succede a volte che da quell’incontro nascano storie che parlano d’altro per dire di noi. Succede a volte, ed è successo tra Trier e Reinsve.

Stuck nel posto più freddo
C’è un dettaglio che ritorna. In tutti i film di Trier c’è sempre qualcuno inquadrato dietro un vetro, fermo o in cammino. Una lastra trasparente ce lo mostra ma non ci permette di toccarlo mai. Potrebbe sembrare una dichiarazione poetica, per un cinema apparentemente distaccato, freddo, elegante nella sua austerità. Ma c’è di più. Perchè le storie di Trier si muovono in una luce tutta loro, una luce del Nord, che potrebbe essere sempre l’alba o il tramonto, l’inizio o la fine di ogni storia. È forse un limbo, un luogo che è una soglia - e infatti tutti i suoi protagonisti spesso è lì che si trovano, sull’orlo delle cose che si esauriscono, alle porte di quel che verrà, stuck in the middle.
È una luce fredda, certo. Ma pure calda. Catturata dagli occhi di Kasper Tuxen, direttore della fotografia di La persona peggiore del mondo e Sentimental Value. Mica servono scene madri per raccontare il cinema di Trier, basta quella luce che sembra respingerci e poi ci abbraccia. La luce della notte che muore per lasciar spazio a un giorno nuovo. Per un attimo ancora, però, continuiamo a ballare, scrocchiamo un’altra sigaretta, baciamo qualcuno, che sia quello giusto o sbagliato, piangiamo, urliamo, ridiamo. Per un attimo ancora, che poi si cresce.
NC-383
20.01.2026

Sentimental Value (2025)
Quello che resta
Servirebbe una scena madre, una di quelle capaci di raccogliere e restituire tutto il senso di una storia. Ancora meglio, se così precisa da racchiudere lo sguardo, la poetica e il gusto dell’autore che l’ha scritta e fotografata. Servirebbe una scena così, per aprire con grazia un ritratto, ma il cinema di Joachim Trier non è fatto di scene madri, né di battute brillanti che vogliono spiegarti il mondo. Certo, ricordiamo Renate Reinsve correre per le strade di Oslo ne La persona peggiore del mondo (2021) o la corsa in bicicletta di Anders Danielsen Lie in Oslo, August 31st (2011) ma il punto è un altro.
Dei romanzi, dei film che amiamo, dimentichiamo tutto. I nomi dei protagonisti, i risvolti di trama, gli scambi sagaci, come cadeva la luce in quella inquadratura che per un attimo ci è sembrata bellissima, importantissima, significativissima. Restano scene sparse, spesso banali. I giusti parlano di “atmosfera”, ma si potrebbe chiamare anche “polvere”. Il cinema di Trier è fatto di polvere, quella che si deposita sui mobili e li rende cosa viva. Le sue sono storie sussurrate all’orecchio da un amico, in una notte di festa. In quell’attimo ci incantano, poi torniamo a bere e ballare fino all’alba, quando salutiamo i presenti, torniamo a casa e crediamo di aver già dimenticato tutto. Eppure, qualcosa resta. Il ricordo di una sigaretta scroccata, di un amore andato com’è andato, di un parco, di un mattino, di un rimorso.

Uno skater (Joachim)
Joachim Trier è nato a Copenaghen il primo marzo del 1974. Suo padre Jacob lavorava come sound designer, la madre Hilde faceva la giornalista televisiva. Il nonno paterno era un pittore, il materno, oltre a suonare jazz, era un regista, si chiamava Erik Løchen e nel 1959 il suo film, Jakten, è passato in concorso al Festival di Cannes insieme a Hiroshima mon amour (Alain Resnais) e I quattrocento colpi (François Truffaut). Trier ha due sorelle, una documentarista e una fotografa. Uno dei suoi film preferiti è A Venezia… un dicembre rosso socking (1974), è un appassionato della Nouvelle Vague, di Fellini e dei Simpson.
Ha studiato all’European Film College in Danimarca e alla National Film and Television School, vicino Londra. Mentre lavorava come assistente regista in un quiz show televisivo ha conosciuto Eskil Vogt con cui ha poi scritto tutti i suoi film. Prima di ogni cosa, Joachim Trier è stato un campione di skateboarding - e come lui, altri due registi: Mike Mills e Spike Jonze. Ha iniziato a filmare e montare video mentre usciva con gli amici per fare skate. Intervistato a riguardo, ha detto che quel che faceva con i suoi amici, cioè incoraggiarli a fare qualcosa di complicato e filmarli mentre quelli riuscivano nell’intento, è in fin dei conti quello che ha poi continuato a fare come regista.

Oslo, August 31st (2011)
Naufraghi a Oslo
C’è una citta, che è Oslo, a cui dedica l’omonima trilogia - Reprise, Oslo, August 31st e La persona peggiore del mondo - e c’è chi la abita. Nell’immaginario di Trier: naufraghi. Il suo cinema si muove su due tempi, c’è un passato che guarda al naufragio nel momento in cui accade, e c’è l’oggi, il momento sospeso dei sopravvisuti. Trier si interroga su quel che resta e forse sarà. Lo fa, come insegnava Checov, prendendo qualcosa dalla vita di ogni giorno, senza trama e senza finale. Squaderna il quotidiano, ne analizza i gesti, le ossessioni, le crepe. Si pensi alle cicatrici sul dorso della mano di Anders Danielsen in Reprise, o il desiderio che esprime alla fidanzata, così sciocco eppure sincero: "ora conto fino a dieci e tu ti innamori di me".
Getta su un mondo infinitamente piccolo uno sguardo ampio, universale, fatto di campi lunghi, affreschi metropolitani, carrellate larghe che sembrano voler espandere l’universo, così da inserire il singolo in un sistema, ridimensionarne inciampi e tragedie, farne un puntino in un planisfero. Dirci che non è poi la fine del mondo e che, certo forse a pezzi, ma a volte, ai naufragi si sopravvive.

La persona peggiore del mondo (2021)
Un medico (Anders Danielsen)
Trier esordisce a trentadue anni, nel 2006, con Reprise. La storia di due amici di Oslo, Erik e Philip, nell’attimo esatto in cui esordiscono come scrittori. Philip è brillante su carta e impacciato nella vita, non regge il peso del successo, s’accartoccia su un amore fallato, impazzisce. Erik ci prova e riprova finché non ci riesce ma mica raggiunge la fama agognata. Reprise ricorda, per le ambizioni letterarie, nel talento dell’uno e la perseveranza dell’altro, nell’odi et amo tra i due, L’informazione di Martin Amis. Riprende il meglio del cinema francese. È ambizioso e pieno di idee, come è giusto sia un’opera prima, e già dice molto del talento di Trier nel raccontare il momento di stallo che vivono giovani adulti sull’orlo del baratro.
Philip è interpretato da Anders Danielsen Lie. Trier cercava attori che sembrassero davvero scrittori, non trovandone, si è accontentato di attori che almeno somigliavano a dei lettori. Lie era uno studente di Medicina, e al provino disse che un film che aveva avuto un grande impatto su di lui era stata la Medea (1969) di Pasolini, per il quale aveva iniziato a studiare il greco antico. Anders Danielsen Lie sarà il protagonista anche di Oslo, August 31st e tornerà ne La persona peggiore del mondo e Sentimental Value. Trier, quasi sempre, lo sgrazia. Ora è lo scrittore fallito, ora il giovane depresso, il fidanzato sbagliato, il malato terminale. Asciutto, pallido, straziato. Il maschio fragile e introspettivo. Il diverso. Naufrago per antonomasia, che oggi si salva, e domani si distrugge.

Reprise (2006)
Il campo magnetico o inventario di quel che si trova nei film di Joachim Trier
Il suicidio, lo stallo, i padri, le madri, le sorelle, i fratelli, le figlie, i figli, le chiacchiere, l’intimo, il familiare, il reale, i boschi, il lago, il mare, una piscina, l’acqua, le carrellate a seguire, i campi lunghi, le vetrate, le finestre, le corse a piedi o in bicicletta, le sigarette, le feste, le case, le case piene di libri, le case nei giorni di festa, il montaggio sul suono, i flashback, gli archivi, Oslo, la luce, i parchi, l’amore, il ricordo, Anders Danielsen Lie, Renate Reinsve, la giovinezza, la notte, l’alba, l’adultità, il dolore, la gioia, il mistero, la malinconia.

Segreti di famiglia (Louder Than Bombs, 2015)
L’inciampo e l’anomalia
Dopo i primi due capitoli della triolgia norvegese, nel 2015 dirige Segreti di famiglia, prima opera in lingua inglese con Isabelle Huppert e Jesse Eisenberg. Un dramma familiare che vede un uomo e i due figli fare i conti con la morte della moglie e madre, fotografa di successo, suicidatasi. Sembra di muoversi su un campo minato (il titolo originale è appunto Louder than bombs), si aspetta lo scoppio, si aspira all’incendio. Ma qui Trier disinnesca la bomba e si tiene, e ci tiene, a distanza di sicurezza dai suoi personaggi. Inciampa e si rialza.
Il film successivo è del 2017, si chiama Thelma, è di nuovo ambientato a Oslo, ruota sempre attorno al momento di stallo di un’adolescente che non sa che ne sarà di lei, è ancora una storia di padri, di figlie, di madri e fratelli, di segreti di famiglia e di amori sbagliati. Per la prima volta, però, Trier fa un film di genere. Guarda all’horror, alla fantascienza, al thrille, al noir esistenziale. Vengono in mente De Palma - su tutti, Carrie (1976), ma anche Le due sorelle (1972) - e Argento. Pare un’anomalia, ma al di là del genere c’è tutto ciò che di Trier piace e funziona, pure le case piene di libri. Ed è attraverso Thelma (il ritorno a Oslo, lo sguardo rivolto a una protagonista femminile) che arriva alla Julie di La persona peggiore del mondo.

Thelma (2017)
Un’ex nuotatrice (Renate)
Reinate Reinsve nuota nel mare ghiacciato del Nord. È nata e cresciuta in un piccolo villaggio nelle foreste norvegesi, ha studiato all’Accademia nazionale delle belle arti di Oslo e ha lavorato come attrice teatrale, esordendo nel 2010 con il Peer Gynt di Ibsen. Un anno più tardi, il primo piccolissimo ruolo per il cinema. Poco più di un cameo in Oslo, August 31st di Trier, a cui basterà un attimo per rimanere folgorato dal talento di Reinsve tanto da scrivere La persona peggiore del mondo pensando già a lei nel ruolo di Julie. È come sempre una storia piccola: una ragazza di trent’anni non sa che fare della propria vita, cambia percorso di studi, e lavoro, rimbalza da un amore all’altro, vuole chi non la cerca, non cerca chi la vuole, fuma, balla, corre, inciampa, si rialza, si diverte, si dispera, sopravvive, cresce.
Renate Reinsve non si esaurisce mai, non finisce nella scena, non la contiene un’inquadratura. Pare mossa da una forza antica e un’energia futura. Ha lo sguardo furbo di una bambina pronta a combinare l’ennesima marachella, il sorriso gentile di chi ha conosciuto il dolore. Per La persona peggiore del mondo vince il Prix d’interprétation féminine a Cannes, ottiene il plauso della critica e il riconoscimento internazionale. Succede a volte che un regista capace e un’attrice fuoriclasse scatenino l’incanto. È questione di sguardi, tra chi sta dietro e davanti alla camera. Tra chi si muove, si mostra e si nasconde, e tra chi è capace di catturare quel ghigno, quel gesto, quel mondo, e restituircelo. Succede a volte che da quell’incontro nascano storie che parlano d’altro per dire di noi. Succede a volte, ed è successo tra Trier e Reinsve.

Stuck nel posto più freddo
C’è un dettaglio che ritorna. In tutti i film di Trier c’è sempre qualcuno inquadrato dietro un vetro, fermo o in cammino. Una lastra trasparente ce lo mostra ma non ci permette di toccarlo mai. Potrebbe sembrare una dichiarazione poetica, per un cinema apparentemente distaccato, freddo, elegante nella sua austerità. Ma c’è di più. Perchè le storie di Trier si muovono in una luce tutta loro, una luce del Nord, che potrebbe essere sempre l’alba o il tramonto, l’inizio o la fine di ogni storia. È forse un limbo, un luogo che è una soglia - e infatti tutti i suoi protagonisti spesso è lì che si trovano, sull’orlo delle cose che si esauriscono, alle porte di quel che verrà, stuck in the middle.
È una luce fredda, certo. Ma pure calda. Catturata dagli occhi di Kasper Tuxen, direttore della fotografia di La persona peggiore del mondo e Sentimental Value. Mica servono scene madri per raccontare il cinema di Trier, basta quella luce che sembra respingerci e poi ci abbraccia. La luce della notte che muore per lasciar spazio a un giorno nuovo. Per un attimo ancora, però, continuiamo a ballare, scrocchiamo un’altra sigaretta, baciamo qualcuno, che sia quello giusto o sbagliato, piangiamo, urliamo, ridiamo. Per un attimo ancora, che poi si cresce.