

Quattro film per comprendere il cinema spirituale
di Michael Powell e Emeric Pressburger,
di Victoria Ragosta
TR-150
29.05.2026
“Questa è la storia di due mondi. Uno lo conosciamo, l’altro esiste solo nella mente”
- A Matter of Life and Death (Scala al paradiso,1946)
L’unica certezza nella vita di ogni essere umano è la morte: essa segna la fine di un ciclo, per l’uomo, ma anche per la natura stessa, che ne determina i meccanismi. Questa verità concettuale è legata da un ulteriore elemento comune all’esperienza umana, definibile anche come esperienza “attraverso” la fede. Quando una vita finisce non c’è niente, c’è tutto o c’è qualcosa. Tutti questi punti di domanda sono, inesorabilmente, oggetto di indagini che scavano nel profondo dell’animo umano. La fede è il mezzo terrestre che permette la creazione di un futuro ulteriore, indipendente dallo spazio e soprattutto dal tempo. La volontà artistica ha come principale scopo quello di indagare l’animo umano in funzione della sua fede, attraverso la quale vi è il compimento (o meno) della sua futura ascesi. L’integrità morale e la devozione sono messe in discussione, così come il passato ed il presente.
Attraverso questo filone riflessivo è possibile analizzare il lavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger, due figure registiche che, attraverso gli elementi della loro filmografia, hanno provato ad unire i diversi aspetti dell’animo umano. La loro collaborazione artistica nasce negli anni '40, nonostante Powell avesse già macinato esperienza nel decennio precedente con progetti in solitaria. La carriera di Pressburger, invece, inizia proprio attraverso questo sodalizio, che raggiungerà il suo apice alla fine del decennio. I due decidono di fondare, nel 1943, la The Archers, il simbolo della loro produzione artistica. In poco tempo si affermano tra i maggiori esponenti del panorama cinematografico britannico del tempo e, attraverso il loro brillante lavoro e le personalissime scelte artistiche, influenzeranno menti e delineeranno uno stile unico ed irripetibile.

Il simbolo dellaThe Archers (1943-1957)
Oltre all'inconfondibile sensibilità nel trattare tematiche delicate, per enfatizzare l’atmosfera dei propri film, Powell e Pressburger ricorreranno ad un brillante uso del Technicolor, tecnica che diverrà uno degli aspetti fondamentali dell'identità dei due autori, trasformandosi in un vero e proprio “mezzo dinamico” nella narrazione (visiva ed emotiva) delle loro storie. I registi, infatti, non si soffermano sul colore come sola caratterizzazione ambientale, ma lo trasformano in un riflesso della caratterizzazione psicologica dei loro protagonisti. Quella che Powell e Pressburger svolgono nei loro film è un’operazione artistica che, inizialmente, procede nel presentare le vicende narrate in maniera generica, per poi approfondirle nel corso dell’opera attraverso espedienti non immediati e svolte talvolta implicite.
Le opere che maggiormente propongono la trattazione di tematiche complesse come i dilemmi della fede sono A Matter of Life and Death (Scala al paradiso, 1946), Black Narcissus (Narciso nero, 1947), Red Shoes (Scarpette rosse. 1948) e Gone to Earth (La volpe, 1950). Osservando l’ordine in cui sono stati relizzati questi lungometraggi si può scorgere una sorta di filone cronologico che determina ed anticipa un graduale cambiamento, non nello stile, ma nelle finalità artistiche. La possibilità di riflettere sulla precarietà della condizione umana permette di scorgere figure fragili e imperfette, che incarnano l’essenza della vita e delle sue crisi.

Michael Powell e Emeric Pressburger
La fede nella sua esperienza ultraterrena - A Matter of Life and Death (Scala al paradiso, 1946)
In A Matter of Life and Death i due cineasti si soffermano sulla funzione della fede legata all’elaborazione della vita dopo la morte. Un tema simile venne già affrontato pochi anni prima, nel contesto del cinema americano, da Ernst Lubitsch con il film Heaven Can Wait (Il cielo può attendere, 1943). Attraverso la commedia, Lubitsch, rappresentava l’accoglienza in Paradiso non come fine ultimo, ma come effettivo espediente narrativo per ritrarre le dinamiche psicologiche e la contestabile moralità del personaggio principale durante la propria vita sulla Terra. La storia del protagonista, dunque, viene analizzata e messa totalmente in discussione, perfino la sua giovinezza diventa materia di riflessione e le uniche persone che davvero lo hanno amato rappresentano le piccole, ma funzionali tappe, della sua evoluzione sociale e caratteriale.
A Matter of Life and Death è, invece, un’opera che si sofferma sull’inevitabilità della morte, legata ad alcune riflessioni come la capacità di elaborarla in vita e di accettarne le conseguenze da parte di chi ci ama, rispettando il patto di fede. Il protagonista, Peter Carter (interpretato da David Niven), un pilota inglese, sa benissimo che qualsiasi sua azione lo condurrà inesorabilmente alla morte, che inizialmente accetta risolutamente. A causa di un “errore celeste”, però, egli si salverà, poiché non sarà prelevato tempestivamente da un angelo per condurlo in Paradiso. La caratteristica principale dell’opera è proprio l’alternarsi delle sfumature cromatiche: durante le scene ambientate sulla Terra è il colore a trionfare, mentre le sequenze ambientate nella “seconda dimensione” sono contraddistinte dall’uso del bianco e nero.
Il bianco e nero del Paradiso non rappresenta solo un escamotage estetico, ma un vero e proprio simbolo fortemente espresso dai due registi, che ricorda allo spettatore l’assenza dei caratteri fondamentali della vita (le emozioni e la precarietà vengono simboleggiate dal colore) e cosa rende gli esseri umani tali. In questa dimensione la realtà è un continuo provare a ribadire che niente è cambiato, anzi, che le possibilità sono notevoli, infinite e molti aspetti dell’esistenza ordinaria restano invariati; persino alla giustizia è attribuita la stessa funzione terrena. La personificazione del reale attraverso il fantastico è completamente inglobata dall’immaginazione di un nuovo mondo fatto unicamente di allusioni alla perfezione, che, però, non hanno per tutti il medesimo valore. Ci vengono così presentati personaggi che, nonostante le idilliache pretese e condizioni del luogo, rimangono ancorati, con la mente e con il cuore, alla Terra, il luogo che li ha generati.
“Mica era così la mia casa"
"La mia lo era”
Un ulteriore elemento trainante della storia è la funzione dell’amore, come sentimento e come meccanismo di azione. L’amore è una costante nello sviluppo narrativo e psicologico del protagonista, che intreccia le proprie vicende con un personaggio femminile, June (interpretata dall’americana Kim Hunter), che modifica la sua traiettoria di azione nel mondo, sia come singolo sia in funzione di una comunità affettiva. Questa donna viene vista da Peter come una vera e proprie figura angelica che determina, in buona parte, proprio la sua futura ascesa spirituale.
“Il suo accento è diverso, ma è dolce per me. Siamo nati in due diversi Paesi, ma ci hanno creato l’uno per l’altra”


La contrapposizione tra il bianco e nero della dimensione celeste (sopra) e il colore della vita terrena (sotto)
La fede nella precarietà umana - Black Narcissus (Narciso nero, 1947)
Le tematiche trattate in A Matter of Life and Death vengono invece ribaltate nel successivo Black Narcissus, lungometraggio che ruota attorno alla forte crisi religiosa che stravolge un collettivo di suore durante il tentativo di istituire una comunità religiosa in un ex harem situato sulle pendici dell’Himalaya. In quest’opera, la volontà di Powell e Pressburger è quella di mettere a nudo le difficoltà che l'uomo vive quando è costretto ad adattarsi. Il drastico cambiamento ambientale che innesca il dramma della vicenda darà, infatti, luogo ad un susseguirsi di dinamiche che sveleranno l’identità volubile e vulnerabile della fede, da sempre concepita come totalmente assoluta o completamente nulla, ma mai analizzata in quanto precaria - il film cerca infatti di presentarci il dilemma di accettare la natura dinamica del credo religioso, strettamente legato alla mutevolezza dei sentimenti umani.
Nonostante questi continui sviluppi emotivi, il focus narrativo si concentra sulla possibilità di non lasciarsi sopraffare dall’incapacità, la ragione deve, quindi, inevitabilmente intervenire, in modo tale da essere strettamente collegata all’identità morale dell’individuo. Pertanto, i due registi presentano dei personaggi che rappresentano implicitamente i diversi casi di un processo psicologico incentrato sulla messa in discussione della fede, e che incarnano dei veri e propri simboli ideologici. Ad esempio Suor Clodagh (Deborah Kerr), la madre superiora, una volta arrivata nel nuovo convento scorgerà i primi segni di precarietà emotiva, contrapponendosi in questo modo alla figura di Suor Ruth (Kathleen Byron), caratterialmente opposta e generatrice di instabilità, anche a causa della forte influenza di un personaggio maschile ambiguo, Mr. Dean (David Farrar), che determinerà le principali cause di crisi nel gruppo.
Il passato dei personaggi infesta il loro presente, determinando l'influenza totalizzante del ricordo e della memoria di un tempo senza fede. Il cambiamento fisico è scandito dallo stravolgimento ideologico e culturale a cui le protagoniste devono far fronte. Una nuova cultura e nuove tradizioni entrano in contatto con la compostezza della vita di clausura che si tramuta in esperienza monastica. Il Narciso Nero, profumo in voga nella società occidentale, colonialista, pervade violentemente le narici di coloro che per troppo tempo si sono privati del contatto con la realtà materialista. Anche in quest’opera, il Technicolor gioca un ruolo fondamentale, in quanto accentua l’insensibile disincanto morale della spiritualità ormai compromessa. La saturazione dei colori, tende verso le tinte più calde e viene estremizzata nel momento in cui la drammaticità raggiunge il suo apice. Celebre è infatti la sequenza in cui Suora Ruth si spoglia degli abiti religiosi per abbracciare concretamente il culmine della sua crisi ideologica, simboleggiata dalla scelta di indossare abiti informali e un peccaminoso rossetto di colore rosso acceso.
“Le piace suora Ruth? Si chiama Narciso Nero”
“Narciso nero… Nessun profumo mi piace”
“Oh, sorella. Non crede piuttosto volgare l’odore di noi stessi?”
Powell e Pressburger cercano quindi di spiegarci come l’intensità della fede non sia identificabile come una costante: essa varia perché l’uomo è imperfetto, muovendosi per essa e con essa alla ricerca dell’equilibrio e della felicità. La sua decadenza non è sempre rintracciabile nella sua messa in discussione, poichè la rottura tra fede e fedele sta nella mancata tolleranza dei perenni dubbi umani, che determinano crisi inevitabili e, talvolta, necessarie.

L'isolamento, fisico e spirituale, di Black Narcissus (Narciso nero, 1947)
La fede come perfezione artistica - The Red Shoes (Scarpette rosse, 1948)
Con The Red Shoes la volontà di mettere in discussione il concetto di fede si sposta dal piano religioso/umano a quello artistico, molto più intimo e complesso. Powell e Pressburger realizzano un’opera che tratta il sentimento e la sensibilità artistica in maniera totalizzante. Le conquiste e il compimento dell’arte non sono mai un miraggio, ma pura e concreta ambizione, devozione, ossessione fedele ad una causa. E’ la fede stessa a determinare una visione artistica diversa, unica, intima. L’onnipotenza derivata dalla comprensione di una sensibilità e di capacità che non hanno eguali è tanto piacevole quanto distruttiva. La perfezione spirituale non è, però, destinata unicamente all’artista. L’unico beneficiario dell’arte è la storia, che la definisce immortale e funzionale, mentre l’artista non riesce a reggere il naturale confronto con la precarietà dell’esistenza umana.
In quest’opera, i personaggi principali condividono un’analoga sensibilità artistica, non per tutti totalizzante, ma estremamente intima. Le personalità centrali della narrazione sono: Boris Lermontov (Anton Walbrook), impresario teatrale, Victoria Page (Moira Shearer), giovane ed ambiziosa ballerina e Julian Craster (Marius Goring), un giovane compositore. Attraverso queste tre figure la pellicola si trasforma in una sorta di studio sull’unicità del sentimento artistico, che determina una propensione diversa alla fede, tanto rara quanto incline alla sopraffazione. La subordinazione dell’artista è gratificante dal momento che la sua vita è impegnata in un processo creativo maggiore, immortale e unico, che lo contraddistingue dalla collettività e dal concetto di comune e ordinario.
La quiete della vita della ballerina Victoria Page è, infatti, scombussolata dall’incontro con il misterioso impresario Lermontov, che plasmerà il talento della giovane e di Craster attraverso la sua benevolenza. Qui il balletto non è semplice diletto, ma ambizione pura, mossa da chi conosce l'arte e gli ambienti in cui essa si muove, si origina e si manifesta. Il "balletto delle Scarpette Rosse", tratto da una favola di Hans Christian Andersen da cui ovviamente l’impresario trae il soggetto per la sua grande e visionaria rappresentazione, esalta allo stremo l’ossessione e la frenetica aspirazione artistica dettata da una fede innaturale.

La protagonista Victoria Page (Moira Shearer), incarnazione dello scontro tra aspirazione artistica e condizione umana
Le scarpette, nella favola di Andersen, come nella rappresentazione teatrale, si muovono perché ambiscono al movimento, al delinearsi dello spazio attraverso la loro unicità, superando così la loro usuale funzione. Nel balletto il movimento, o meglio la spazialità, sono il fulcro della composizione artistica, il nucleo dell’ambizione risiede nell’armonia dei corpi nello spazio e per lo spazio, nella musica e per la musica; le stesse composizioni musicali determinano l’espressione massima della spazialità. Senza motivi melodici, non vi è la formazione e la deformazione dello spazio, e senza fede, senza il rispetto che contraddistingue gli artisti dai comuni praticanti, non vi è arte.
“Quando ci conoscemmo lei mi fece una domanda a cui risposi stupidamente. Mi chiese se volevo vivere e dissi di si. Invece, Ms. Page, voglio di più, molto di più. Voglio creare, creare qualcosa di grande da una piccola cosa. Fare di lei una grande danzatrice, ma prima devo chiederle ancora… Che cosa chiede lei alla vita? Di vivere?"
"Di ballare”
Oltre a mettere in scena l’aspetto benevolo della fede, determinato dall’ambizione, The Red Shoes ci mostra anche il rovescio della medaglia, ossia il fedele vacillante, che aspira all’estremo ricavandone, inevitabilmente, anche aspetti negativi che provengono dalla privazione dell’umanità stessa dell’artista. L’amore, durante la narrazione, viene pian piano demonizzato, così come il più semplice sentimento di affetto esterno. Così viene inscenata anche la più grande paura per un artista: riconoscere che la propria aspirazione ha come fondamento l’egoismo puro, e che essa si è trasformata in un mezzo attraverso il quale raggiungere una condizione di onnipotenza spirituale e sociale. Lo spietato individualismo artistico non ha altra conclusione che la morte dell’arte e dell’anima.
“Non si può avere tutto al mondo. L’artista che dipende dalle incerte gioie dell’amore non sarà mai una grande artista… Mai. Questo va bene in teoria, è puro e nobile, ma non si cambia la natura umana. No?”
“Credo che si possa fare anche di meglio, non tenerne conto”

L'onirica sequenza del balletto in The Red Shoes (Scarpette rosse, 1948)
La fede nell'aspirazione all'ordinario - Gone to Earth (La volpe, 1950)
La religione, in alcuni contesti, è fortemente incentivata dalla società e dalle convenzioni morali che essa impone. La vita in una comunità talvolta genera l’omologazione ideologica, anche nel conseguimento della fede. L’individuo non si ritrova più ad essere vittima dei suoi soli dubbi, ma il suo stesso operato è giudicato dall’esterno, da coloro che non captano l’unicità della spiritualità. In Gone to Earth, si ritorna al filone riflessivo religioso, sottoposto ad un ambiente ancora più umano e ordinario, in quanto è la stessa quotidianità che solleva gli interrogativi della presenza e dell’assenza delle fede, ma anche se essa sia effettivamente purificatrice dell’incalzante peccato, in questo caso carnale.
Anche in quest’opera, Powell e Pressburger delineano tre personaggi fulcro della narrazione: Hazel Woodus (Jennifer Jones), una giovane ragazza di campagna, John Reddin (David Farrar), un ricco scapolo, Edward Marston (Cyril Cusack), un giovane pastore. Gli interrogativi della fede, dunque, appartengono profondamente non solo a chi la pratica concretamente, ma anche a coloro che ne fanno il fondamento della propria vita ordinaria, determinando nel reale la possibilità di aspirare, per quanto possibile, ad un equilibrio, che stabilizzi le dinamiche del quotidiano, così come le sue relazioni. Il nucleo di quest’opera sono, infatti, proprio le relazioni che si instaurano per avvalorare la fede, per prendere atto che la vità si definisce anche nel collettivo e che, purtroppo, l’essenzialità del legame con la natura non basta per la stabilità di una società determinata da leggi e convenzioni.
La religione, quindi, arriva in aiuto di Hazel, la protagonista, che non riesce ad inserirsi felicemente nella società. Da un lato vi è una donna ignara del male che incombe intorno a lei, un male fatto di passioni e avidità, dall’altro vi è un uomo che incarna a pieno l’esuberanza e l’immoralità della collettività intrisa di peccato. In suo soccorso arriva il pastore Marston, che la accoglie e le mostra la via della fede, ma anche quella di una vita normale con obiettivi gratificanti.
“Sembri molto sicuro di te, Marston”
“Sono sicuro della mia fede”

La celebre attrice Jennifer Jones nel ruolo di Hazel Woodus
La fede, però, non è la sola responsabile della crisi di Hazel. La sua missione redentiva si arresta infatti davanti al dubbio, al primo segnale di cedimento, da cui emerge inevitabilmente la tentazione del peccato, da lei sperimentata come una scoperta originaria e destabilizzante. La fede si piega così a una fragilità che finisce per assuefarsi alla subordinazione del desiderio, percepito come unica via di fuga da una realtà soffocante. L’intensità delle passioni cambia insieme alla coscienza della protagonista, anche perché le relazioni che costruisce vengono profondamente incrinate dall’incapacità di credere davvero nella solidità della fede.
Per lei l’adulterio, oltre a essere favorito dalla violenta esuberanza del signor Reddin, rappresenta soprattutto il segnale di un fallimento spirituale: se la fede agisse davvero come dovrebbe, quell’uomo non avrebbe alcun potere su di lei. La riflessione si fa allora ancora più radicale. Non viene messa in discussione soltanto la fragilità dell’essere umano, ma anche la credibilità stessa della fede. Non più assoluta, la fede appare incapace di rassicurare, di offrire conforto o di aprire spiragli di luce. La felicità si trasforma così in un’utopia e perfino l’ordinarietà della vita diventa, per Hazel, una chimera.
“Se fossi presa in trappola chi mi aiuterebbe?”
“Dio lo farebbe”
“Non ha fatto uscire gli altri”
“Risponde alle preghiere Hazel”

Gone to Earth (La volpe, 1950)
Una conclusione
In un panorama cinematografico come quello britannico, Emeric Pressburger e Michael Powell hanno definito un’identità artistica precisa e riconoscibile, costruendo attraverso il loro cinema una riflessione profondamente spirituale. Attraverso l’uso espressivo del colore e una straordinaria libertà nella rappresentazione visiva del dubbio, i loro film hanno trasformato gli interrogativi interiori in puro materiale estetico e narrativo.
Negli stessi anni in cui negli Stati Uniti vigeva il Codice Hays (1934-1968) e in Gran Bretagna operava il British Board of Film Censors, fondato nel 1912, la libertà artistica sembrava sopravvivere soprattutto grazie alla pazienza e all’astuzia di uno sguardo capace di interrogare continuamente la fede, senza rinunciare alla sua forza.

Quattro film per comprendere il cinema spirituale
di Michael Powell e Emeric Pressburger,
di Victoria Ragosta
TR-150
29.05.2026
“Questa è la storia di due mondi. Uno lo conosciamo, l’altro esiste solo nella mente”
- A Matter of Life and Death (Scala al paradiso,1946)
L’unica certezza nella vita di ogni essere umano è la morte: essa segna la fine di un ciclo, per l’uomo, ma anche per la natura stessa, che ne determina i meccanismi. Questa verità concettuale è legata da un ulteriore elemento comune all’esperienza umana, definibile anche come esperienza “attraverso” la fede. Quando una vita finisce non c’è niente, c’è tutto o c’è qualcosa. Tutti questi punti di domanda sono, inesorabilmente, oggetto di indagini che scavano nel profondo dell’animo umano. La fede è il mezzo terrestre che permette la creazione di un futuro ulteriore, indipendente dallo spazio e soprattutto dal tempo. La volontà artistica ha come principale scopo quello di indagare l’animo umano in funzione della sua fede, attraverso la quale vi è il compimento (o meno) della sua futura ascesi. L’integrità morale e la devozione sono messe in discussione, così come il passato ed il presente.
Attraverso questo filone riflessivo è possibile analizzare il lavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger, due figure registiche che, attraverso gli elementi della loro filmografia, hanno provato ad unire i diversi aspetti dell’animo umano. La loro collaborazione artistica nasce negli anni '40, nonostante Powell avesse già macinato esperienza nel decennio precedente con progetti in solitaria. La carriera di Pressburger, invece, inizia proprio attraverso questo sodalizio, che raggiungerà il suo apice alla fine del decennio. I due decidono di fondare, nel 1943, la The Archers, il simbolo della loro produzione artistica. In poco tempo si affermano tra i maggiori esponenti del panorama cinematografico britannico del tempo e, attraverso il loro brillante lavoro e le personalissime scelte artistiche, influenzeranno menti e delineeranno uno stile unico ed irripetibile.

Il simbolo dellaThe Archers (1943-1957)
Oltre all'inconfondibile sensibilità nel trattare tematiche delicate, per enfatizzare l’atmosfera dei propri film, Powell e Pressburger ricorreranno ad un brillante uso del Technicolor, tecnica che diverrà uno degli aspetti fondamentali dell'identità dei due autori, trasformandosi in un vero e proprio “mezzo dinamico” nella narrazione (visiva ed emotiva) delle loro storie. I registi, infatti, non si soffermano sul colore come sola caratterizzazione ambientale, ma lo trasformano in un riflesso della caratterizzazione psicologica dei loro protagonisti. Quella che Powell e Pressburger svolgono nei loro film è un’operazione artistica che, inizialmente, procede nel presentare le vicende narrate in maniera generica, per poi approfondirle nel corso dell’opera attraverso espedienti non immediati e svolte talvolta implicite.
Le opere che maggiormente propongono la trattazione di tematiche complesse come i dilemmi della fede sono A Matter of Life and Death (Scala al paradiso, 1946), Black Narcissus (Narciso nero, 1947), Red Shoes (Scarpette rosse. 1948) e Gone to Earth (La volpe, 1950). Osservando l’ordine in cui sono stati relizzati questi lungometraggi si può scorgere una sorta di filone cronologico che determina ed anticipa un graduale cambiamento, non nello stile, ma nelle finalità artistiche. La possibilità di riflettere sulla precarietà della condizione umana permette di scorgere figure fragili e imperfette, che incarnano l’essenza della vita e delle sue crisi.

Michael Powell e Emeric Pressburger
La fede nella sua esperienza ultraterrena - A Matter of Life and Death (Scala al paradiso, 1946)
In A Matter of Life and Death i due cineasti si soffermano sulla funzione della fede legata all’elaborazione della vita dopo la morte. Un tema simile venne già affrontato pochi anni prima, nel contesto del cinema americano, da Ernst Lubitsch con il film Heaven Can Wait (Il cielo può attendere, 1943). Attraverso la commedia, Lubitsch, rappresentava l’accoglienza in Paradiso non come fine ultimo, ma come effettivo espediente narrativo per ritrarre le dinamiche psicologiche e la contestabile moralità del personaggio principale durante la propria vita sulla Terra. La storia del protagonista, dunque, viene analizzata e messa totalmente in discussione, perfino la sua giovinezza diventa materia di riflessione e le uniche persone che davvero lo hanno amato rappresentano le piccole, ma funzionali tappe, della sua evoluzione sociale e caratteriale.
A Matter of Life and Death è, invece, un’opera che si sofferma sull’inevitabilità della morte, legata ad alcune riflessioni come la capacità di elaborarla in vita e di accettarne le conseguenze da parte di chi ci ama, rispettando il patto di fede. Il protagonista, Peter Carter (interpretato da David Niven), un pilota inglese, sa benissimo che qualsiasi sua azione lo condurrà inesorabilmente alla morte, che inizialmente accetta risolutamente. A causa di un “errore celeste”, però, egli si salverà, poiché non sarà prelevato tempestivamente da un angelo per condurlo in Paradiso. La caratteristica principale dell’opera è proprio l’alternarsi delle sfumature cromatiche: durante le scene ambientate sulla Terra è il colore a trionfare, mentre le sequenze ambientate nella “seconda dimensione” sono contraddistinte dall’uso del bianco e nero.
Il bianco e nero del Paradiso non rappresenta solo un escamotage estetico, ma un vero e proprio simbolo fortemente espresso dai due registi, che ricorda allo spettatore l’assenza dei caratteri fondamentali della vita (le emozioni e la precarietà vengono simboleggiate dal colore) e cosa rende gli esseri umani tali. In questa dimensione la realtà è un continuo provare a ribadire che niente è cambiato, anzi, che le possibilità sono notevoli, infinite e molti aspetti dell’esistenza ordinaria restano invariati; persino alla giustizia è attribuita la stessa funzione terrena. La personificazione del reale attraverso il fantastico è completamente inglobata dall’immaginazione di un nuovo mondo fatto unicamente di allusioni alla perfezione, che, però, non hanno per tutti il medesimo valore. Ci vengono così presentati personaggi che, nonostante le idilliache pretese e condizioni del luogo, rimangono ancorati, con la mente e con il cuore, alla Terra, il luogo che li ha generati.
“Mica era così la mia casa"
"La mia lo era”
Un ulteriore elemento trainante della storia è la funzione dell’amore, come sentimento e come meccanismo di azione. L’amore è una costante nello sviluppo narrativo e psicologico del protagonista, che intreccia le proprie vicende con un personaggio femminile, June (interpretata dall’americana Kim Hunter), che modifica la sua traiettoria di azione nel mondo, sia come singolo sia in funzione di una comunità affettiva. Questa donna viene vista da Peter come una vera e proprie figura angelica che determina, in buona parte, proprio la sua futura ascesa spirituale.
“Il suo accento è diverso, ma è dolce per me. Siamo nati in due diversi Paesi, ma ci hanno creato l’uno per l’altra”


La contrapposizione tra il bianco e nero della dimensione celeste (sopra) e il colore della vita terrena (sotto)
La fede nella precarietà umana - Black Narcissus (Narciso nero, 1947)
Le tematiche trattate in A Matter of Life and Death vengono invece ribaltate nel successivo Black Narcissus, lungometraggio che ruota attorno alla forte crisi religiosa che stravolge un collettivo di suore durante il tentativo di istituire una comunità religiosa in un ex harem situato sulle pendici dell’Himalaya. In quest’opera, la volontà di Powell e Pressburger è quella di mettere a nudo le difficoltà che l'uomo vive quando è costretto ad adattarsi. Il drastico cambiamento ambientale che innesca il dramma della vicenda darà, infatti, luogo ad un susseguirsi di dinamiche che sveleranno l’identità volubile e vulnerabile della fede, da sempre concepita come totalmente assoluta o completamente nulla, ma mai analizzata in quanto precaria - il film cerca infatti di presentarci il dilemma di accettare la natura dinamica del credo religioso, strettamente legato alla mutevolezza dei sentimenti umani.
Nonostante questi continui sviluppi emotivi, il focus narrativo si concentra sulla possibilità di non lasciarsi sopraffare dall’incapacità, la ragione deve, quindi, inevitabilmente intervenire, in modo tale da essere strettamente collegata all’identità morale dell’individuo. Pertanto, i due registi presentano dei personaggi che rappresentano implicitamente i diversi casi di un processo psicologico incentrato sulla messa in discussione della fede, e che incarnano dei veri e propri simboli ideologici. Ad esempio Suor Clodagh (Deborah Kerr), la madre superiora, una volta arrivata nel nuovo convento scorgerà i primi segni di precarietà emotiva, contrapponendosi in questo modo alla figura di Suor Ruth (Kathleen Byron), caratterialmente opposta e generatrice di instabilità, anche a causa della forte influenza di un personaggio maschile ambiguo, Mr. Dean (David Farrar), che determinerà le principali cause di crisi nel gruppo.
Il passato dei personaggi infesta il loro presente, determinando l'influenza totalizzante del ricordo e della memoria di un tempo senza fede. Il cambiamento fisico è scandito dallo stravolgimento ideologico e culturale a cui le protagoniste devono far fronte. Una nuova cultura e nuove tradizioni entrano in contatto con la compostezza della vita di clausura che si tramuta in esperienza monastica. Il Narciso Nero, profumo in voga nella società occidentale, colonialista, pervade violentemente le narici di coloro che per troppo tempo si sono privati del contatto con la realtà materialista. Anche in quest’opera, il Technicolor gioca un ruolo fondamentale, in quanto accentua l’insensibile disincanto morale della spiritualità ormai compromessa. La saturazione dei colori, tende verso le tinte più calde e viene estremizzata nel momento in cui la drammaticità raggiunge il suo apice. Celebre è infatti la sequenza in cui Suora Ruth si spoglia degli abiti religiosi per abbracciare concretamente il culmine della sua crisi ideologica, simboleggiata dalla scelta di indossare abiti informali e un peccaminoso rossetto di colore rosso acceso.
“Le piace suora Ruth? Si chiama Narciso Nero”
“Narciso nero… Nessun profumo mi piace”
“Oh, sorella. Non crede piuttosto volgare l’odore di noi stessi?”
Powell e Pressburger cercano quindi di spiegarci come l’intensità della fede non sia identificabile come una costante: essa varia perché l’uomo è imperfetto, muovendosi per essa e con essa alla ricerca dell’equilibrio e della felicità. La sua decadenza non è sempre rintracciabile nella sua messa in discussione, poichè la rottura tra fede e fedele sta nella mancata tolleranza dei perenni dubbi umani, che determinano crisi inevitabili e, talvolta, necessarie.

L'isolamento, fisico e spirituale, di Black Narcissus (Narciso nero, 1947)
La fede come perfezione artistica - The Red Shoes (Scarpette rosse, 1948)
Con The Red Shoes la volontà di mettere in discussione il concetto di fede si sposta dal piano religioso/umano a quello artistico, molto più intimo e complesso. Powell e Pressburger realizzano un’opera che tratta il sentimento e la sensibilità artistica in maniera totalizzante. Le conquiste e il compimento dell’arte non sono mai un miraggio, ma pura e concreta ambizione, devozione, ossessione fedele ad una causa. E’ la fede stessa a determinare una visione artistica diversa, unica, intima. L’onnipotenza derivata dalla comprensione di una sensibilità e di capacità che non hanno eguali è tanto piacevole quanto distruttiva. La perfezione spirituale non è, però, destinata unicamente all’artista. L’unico beneficiario dell’arte è la storia, che la definisce immortale e funzionale, mentre l’artista non riesce a reggere il naturale confronto con la precarietà dell’esistenza umana.
In quest’opera, i personaggi principali condividono un’analoga sensibilità artistica, non per tutti totalizzante, ma estremamente intima. Le personalità centrali della narrazione sono: Boris Lermontov (Anton Walbrook), impresario teatrale, Victoria Page (Moira Shearer), giovane ed ambiziosa ballerina e Julian Craster (Marius Goring), un giovane compositore. Attraverso queste tre figure la pellicola si trasforma in una sorta di studio sull’unicità del sentimento artistico, che determina una propensione diversa alla fede, tanto rara quanto incline alla sopraffazione. La subordinazione dell’artista è gratificante dal momento che la sua vita è impegnata in un processo creativo maggiore, immortale e unico, che lo contraddistingue dalla collettività e dal concetto di comune e ordinario.
La quiete della vita della ballerina Victoria Page è, infatti, scombussolata dall’incontro con il misterioso impresario Lermontov, che plasmerà il talento della giovane e di Craster attraverso la sua benevolenza. Qui il balletto non è semplice diletto, ma ambizione pura, mossa da chi conosce l'arte e gli ambienti in cui essa si muove, si origina e si manifesta. Il "balletto delle Scarpette Rosse", tratto da una favola di Hans Christian Andersen da cui ovviamente l’impresario trae il soggetto per la sua grande e visionaria rappresentazione, esalta allo stremo l’ossessione e la frenetica aspirazione artistica dettata da una fede innaturale.

La protagonista Victoria Page (Moira Shearer), incarnazione dello scontro tra aspirazione artistica e condizione umana
Le scarpette, nella favola di Andersen, come nella rappresentazione teatrale, si muovono perché ambiscono al movimento, al delinearsi dello spazio attraverso la loro unicità, superando così la loro usuale funzione. Nel balletto il movimento, o meglio la spazialità, sono il fulcro della composizione artistica, il nucleo dell’ambizione risiede nell’armonia dei corpi nello spazio e per lo spazio, nella musica e per la musica; le stesse composizioni musicali determinano l’espressione massima della spazialità. Senza motivi melodici, non vi è la formazione e la deformazione dello spazio, e senza fede, senza il rispetto che contraddistingue gli artisti dai comuni praticanti, non vi è arte.
“Quando ci conoscemmo lei mi fece una domanda a cui risposi stupidamente. Mi chiese se volevo vivere e dissi di si. Invece, Ms. Page, voglio di più, molto di più. Voglio creare, creare qualcosa di grande da una piccola cosa. Fare di lei una grande danzatrice, ma prima devo chiederle ancora… Che cosa chiede lei alla vita? Di vivere?"
"Di ballare”
Oltre a mettere in scena l’aspetto benevolo della fede, determinato dall’ambizione, The Red Shoes ci mostra anche il rovescio della medaglia, ossia il fedele vacillante, che aspira all’estremo ricavandone, inevitabilmente, anche aspetti negativi che provengono dalla privazione dell’umanità stessa dell’artista. L’amore, durante la narrazione, viene pian piano demonizzato, così come il più semplice sentimento di affetto esterno. Così viene inscenata anche la più grande paura per un artista: riconoscere che la propria aspirazione ha come fondamento l’egoismo puro, e che essa si è trasformata in un mezzo attraverso il quale raggiungere una condizione di onnipotenza spirituale e sociale. Lo spietato individualismo artistico non ha altra conclusione che la morte dell’arte e dell’anima.
“Non si può avere tutto al mondo. L’artista che dipende dalle incerte gioie dell’amore non sarà mai una grande artista… Mai. Questo va bene in teoria, è puro e nobile, ma non si cambia la natura umana. No?”
“Credo che si possa fare anche di meglio, non tenerne conto”

L'onirica sequenza del balletto in The Red Shoes (Scarpette rosse, 1948)
La fede nell'aspirazione all'ordinario - Gone to Earth (La volpe, 1950)
La religione, in alcuni contesti, è fortemente incentivata dalla società e dalle convenzioni morali che essa impone. La vita in una comunità talvolta genera l’omologazione ideologica, anche nel conseguimento della fede. L’individuo non si ritrova più ad essere vittima dei suoi soli dubbi, ma il suo stesso operato è giudicato dall’esterno, da coloro che non captano l’unicità della spiritualità. In Gone to Earth, si ritorna al filone riflessivo religioso, sottoposto ad un ambiente ancora più umano e ordinario, in quanto è la stessa quotidianità che solleva gli interrogativi della presenza e dell’assenza delle fede, ma anche se essa sia effettivamente purificatrice dell’incalzante peccato, in questo caso carnale.
Anche in quest’opera, Powell e Pressburger delineano tre personaggi fulcro della narrazione: Hazel Woodus (Jennifer Jones), una giovane ragazza di campagna, John Reddin (David Farrar), un ricco scapolo, Edward Marston (Cyril Cusack), un giovane pastore. Gli interrogativi della fede, dunque, appartengono profondamente non solo a chi la pratica concretamente, ma anche a coloro che ne fanno il fondamento della propria vita ordinaria, determinando nel reale la possibilità di aspirare, per quanto possibile, ad un equilibrio, che stabilizzi le dinamiche del quotidiano, così come le sue relazioni. Il nucleo di quest’opera sono, infatti, proprio le relazioni che si instaurano per avvalorare la fede, per prendere atto che la vità si definisce anche nel collettivo e che, purtroppo, l’essenzialità del legame con la natura non basta per la stabilità di una società determinata da leggi e convenzioni.
La religione, quindi, arriva in aiuto di Hazel, la protagonista, che non riesce ad inserirsi felicemente nella società. Da un lato vi è una donna ignara del male che incombe intorno a lei, un male fatto di passioni e avidità, dall’altro vi è un uomo che incarna a pieno l’esuberanza e l’immoralità della collettività intrisa di peccato. In suo soccorso arriva il pastore Marston, che la accoglie e le mostra la via della fede, ma anche quella di una vita normale con obiettivi gratificanti.
“Sembri molto sicuro di te, Marston”
“Sono sicuro della mia fede”

La celebre attrice Jennifer Jones nel ruolo di Hazel Woodus
La fede, però, non è la sola responsabile della crisi di Hazel. La sua missione redentiva si arresta infatti davanti al dubbio, al primo segnale di cedimento, da cui emerge inevitabilmente la tentazione del peccato, da lei sperimentata come una scoperta originaria e destabilizzante. La fede si piega così a una fragilità che finisce per assuefarsi alla subordinazione del desiderio, percepito come unica via di fuga da una realtà soffocante. L’intensità delle passioni cambia insieme alla coscienza della protagonista, anche perché le relazioni che costruisce vengono profondamente incrinate dall’incapacità di credere davvero nella solidità della fede.
Per lei l’adulterio, oltre a essere favorito dalla violenta esuberanza del signor Reddin, rappresenta soprattutto il segnale di un fallimento spirituale: se la fede agisse davvero come dovrebbe, quell’uomo non avrebbe alcun potere su di lei. La riflessione si fa allora ancora più radicale. Non viene messa in discussione soltanto la fragilità dell’essere umano, ma anche la credibilità stessa della fede. Non più assoluta, la fede appare incapace di rassicurare, di offrire conforto o di aprire spiragli di luce. La felicità si trasforma così in un’utopia e perfino l’ordinarietà della vita diventa, per Hazel, una chimera.
“Se fossi presa in trappola chi mi aiuterebbe?”
“Dio lo farebbe”
“Non ha fatto uscire gli altri”
“Risponde alle preghiere Hazel”

Gone to Earth (La volpe, 1950)
Una conclusione
In un panorama cinematografico come quello britannico, Emeric Pressburger e Michael Powell hanno definito un’identità artistica precisa e riconoscibile, costruendo attraverso il loro cinema una riflessione profondamente spirituale. Attraverso l’uso espressivo del colore e una straordinaria libertà nella rappresentazione visiva del dubbio, i loro film hanno trasformato gli interrogativi interiori in puro materiale estetico e narrativo.
Negli stessi anni in cui negli Stati Uniti vigeva il Codice Hays (1934-1968) e in Gran Bretagna operava il British Board of Film Censors, fondato nel 1912, la libertà artistica sembrava sopravvivere soprattutto grazie alla pazienza e all’astuzia di uno sguardo capace di interrogare continuamente la fede, senza rinunciare alla sua forza.