
INT-105
15.11.2025
Uno degli ospiti di punta della trentesima edizione del Linea d’Ombra è stato Eran Riklis, cineasta israeliano che da ormai più di trent’anni calca i palcoscenici cinematografici più rinomati. Giunto a Salerno, il 14 novembre il regista è stato protagonista di un incontro in cui ha approfondito la sua poetica, esplorando il suo modo di raccontare personaggi “di confine” e il suo approccio umanistico ai conflitti che attraversano il Medio Oriente.
L’occasione è stata anche un momento per ripercorrere la sua carriera e riflettere sul ruolo che il cinema può avere nella costruzione del dialogo. Dopo questa conversazione ha seguito una maratona notturna che proponeva sei film, tra cui il restauro di Vulcan Junction (1999), un film rock’n’roll che intreccia musica, amicizia e tensioni sociali alla vigilia della guerra del Kippur; La sposa siriana (2004), Il giardino di limoni (2008), le sue due opere più celebri con l’attrice Hiam Abbass, fino al suo ultimo progetto, l’adattamento di Leggere Lolita a Teheran (2024), coproduzione italiana che ha visto come protagoniste Golshifteh Farahani e Zar Amir Ebrahimi.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Eran Riklis a Salerno, con cui abbiamo conversato e approfondito i film presentati alla maratona, il suo cinema politico e coraggioso, capace di unire e di focalizzarsi sui conflitti locali trasportandoli in una dimensione universale.

Vulcan Junction (1999)
Vorrei cominciare chiedendoti come ti sentissi a essere ospite del Linea d’Ombra.
Sai, sono stato qui venticinque anni fa. È bello, in un certo senso, tornare con il film che avevo presentato qui così tanto tempo fa. Ed è successo quasi per caso, perché ho fatto un restauro di questo film a gennaio, ho messo qualcosa su Facebook, e credo che Hanka l’abbia visto e mi abbia detto: “Oh, devi venire a mostrarlo”. Quindi, eccoci.
Voglio dire, venticinque anni è un bell’anniversario, credo. Non ho ancora visto il tuo film, perché voglio guardarlo sul grande schermo qui al festival. E per un pubblico che non l’ha ancora visto, come lo presenteresti?
Beh, è interessante, perché… in una parola direi che è un film rock’n’roll. Perché parla di una rock band, e ha quindi grande musica, davvero ottima, non solo originale, ma anche alcune canzoni straordinarie di band note, tra cui King Crimson e altri brani. Ma è anche un film su Israele nel 1973, dieci giorni prima della guerra dello Yom Kippur, che è stata una guerra molto drammatica. È come un conto alla rovescia, tutti pensano che dopo lo Yom Kippur andrà tutto bene, e invece arriva la guerra. E per me, era un momento molto significativo, nel 1973 ero già un soldato, un giovane soldato a dire il vero perché avevo 19 anni. Quindi per me è un periodo importante. Sono già passati cinquant'anni, ma… sì. Comunque credo che sia un misto tra un “film del New Jersey”, diciamo, con queste vibes rock’n’roll, o alla Springsteen, ma anche con la politica del Medio Oriente, di Israele. E forse un altro elemento interessante è che è un po’ provinciale, perché non è ambientato a Tel Aviv, ma nel nord, in una cittadina. Ancora una volta, come nel rock’n’roll, no? New Jersey, Seattle… quel tipo di luoghi.
E la politica è sempre stata parte del tuo cinema. Voglio dire, non puoi evitarla.
Non posso evitarla e ti spiego perché. Quando ero molto giovane, avevo quattordici anni, ho vissuto in Brasile per due anni con i miei genitori, perché mio padre era diplomatico a Rio de Janeiro. E frequentavo una scuola americana, era il ’68-’69. E ci sono tre elementi che hanno caratterizzato questa mia visione politica; in primis Israele, era l’anno dopo la Guerra dei Sei Giorni del ’67, che ha cambiato tutto il Medio Oriente, perché Israele si è ritrovato improvvisamente con dei territori occupati, ancora oggi, purtroppo… Questo è un elemento. Poi il Brasile, dove c’era una dittatura. Ed infine gli Stati Uniti, frequentavo una scuola americana e si parlava solo del Vietnam, più o meno. Quindi, per me, come ragazzo israeliano, è stato molto interessante entrare in contatto con tutto quel mondo politico. In più, nella mia prima lezione di letteratura, la professoressa entrò e disse: “Ok, studieremo, come fanno tutti i ragazzi del mondo, Delitto e castigo di Dostoevskij”. Ma poi ha aggiunto: “però non lo studieremo adesso. Prima leggeremo un nuovo libro, uscito in America nel 1963 che si intitola Qualcuno volò sul nido del cuculo.” Questo era prima del film. E immagina, avevo quattordici anni, ho letto quel libro ed ero estasiato. Non ero ancora sicuro di voler diventare regista, ma sapevo che volevo scrivere. E mi sono detto: “Questo è il tipo di storia che voglio raccontare”, perché parla di un individuo, che nel 1975 sarà poi interpretato da Jack Nicholson nel film di Forman, contro il sistema. E penso che mi abbia sempre affascinato vedere come le persone comuni riescano a combattere il sistema, qualunque esso sia, governo, società, famiglia, qualsiasi cosa.

Mona (Clara Khoury) in La sposa siriana (2004)
E questo tipo di persone comuni sono infatti i protagonisti del tuo film. E durante questa maratona qui al Linea d’Ombra a Salerno, il primo film che sarà proiettato dopo Vulcan Junction è La sposa siriana (2004), che parla di una famiglia, un matrimonio, ma con un forte elemento politico, naturalmente.
Sai, La sposa siriana è basato su una storia vera. Avevo realizzato un documentario, credo nel 1998, sulle frontiere di Israele - Libano, Siria, Giordania, Egitto - ma non sulle solite storie di contrabbandieri o droga o cose del genere. Sulle Alture del Golan, di fronte alla Siria, mi dissero che si celebrano tre matrimoni all’anno in cui la sposa proviene da un villaggio druso sulle Alture del Golan, ora sotto controllo israeliano, mentre lo sposo viene da Damasco. Una volta che la ragazza va a Damasco, non può più tornare, perché sono Paesi nemici. Quindi, fin dall’inizio, è un giorno di nozze molto triste, perché lei deve dire addio alla sua famiglia. Ma quel giorno accadde qualcosa che io stesso vidi; per la prima volta Israele mise un timbro sul laissez-passer, una specie di passaporto, e i siriani dissero: “No, no, no, lei non arriva da Israele, arriva dalla nostra terra, è la nostra terra”. Una follia totale. Questa storia mi è rimasta impressa a lungo, e cominciai a chiamare la famiglia dicendo: “Voglio venire a conoscere meglio la vostra storia”. E così è nato La sposa siriana.
È molto interessante, perché volevo proprio chiederti come avessi lavorato sul personaggio di Mona (Clara Khoyry).
La conoscevo semplicemente. Per il documentario arrivai piuttosto presto al villaggio, che è davvero nel nord, per incontrare lei e sua sorella Amal (interpretata da Hiam Abbass nel film). E Mona stava piangendo disperatamente alle cinque del mattino. Cercavo di parlarle, ma lei continuava a piangere, e sua sorella mi disse: “Sai, piange perché oggi ci deve dire addio”. E sentivo anche che Amal voleva parlarmi, ma aveva un po’ paura, perché c’erano molte persone intorno. Più tardi, però, cominciò a raccontarmi delle cose e, un anno dopo, divenne il mio contatto, mi disse tutti i “segreti”. Così sono diventato molto intimo con quella famiglia, e ho sentito che era una storia che potevo davvero raccontare.
E anche se tra queste due sorelle non ci sono molti dialoghi, il loro silenzio parla di più. Penso alla scena finale, che è straziante, senza dire una parola.
È interessante che tu lo dica, perché ricordo che il giorno in cui girammo il finale, io e il mio direttore della fotografia, Michael Wiesweg, ci continuavamo a chiedere: “Come diavolo giriamo questa scena?”. Cosa facciamo? Dobbiamo dire qualcosa o no? Silenzio o parole? Come attraversa il confine? È una situazione un po’ strana. Mona improvvisamente cammina dall’altra parte. E io pensai che fosse un qualcosa di magico. È un momento di intimità, ed è anche, credo, il momento in cui Amal lascia andare sua sorella. È come dire: “Va’, vai verso la tua nuova vita. Spero che sarà una buona vita.” Quindi si, fu molto emozionante. Quello che si vede sullo schermo è esattamente ciò che abbiamo sentito quel giorno.
Nel film, questo confine non è solo qualcosa di fisico, ma diventa una metafora. Possiamo dire lo stesso per Il giardino di limoni, dove la piantagione diventa un simbolo del conflitto.
Sono d’accordo. Ho sempre pensato che, già quando parlavo di La sposa siriana molti anni fa, fosse un film sui confini fisici, psicologici ed emotivi. Credo che ogni mattina, quando ti svegli, non importa dove sei, può essere a Salerno o a Pechino, hai dei confini da affrontare, delle decisioni da prendere su cosa fare oggi. Attraversi il confine? Cambi qualcosa? O lasci che le cose restino come sono di solito? Penso che faccia parte del dilemma di ogni persona, scendere a compromessi o no? Ci sono molte decisioni da prendere. E credo che, specialmente se vieni dal Medio Oriente, ma non solo, questo vale anche per altri luoghi. Potrebbe essere l’Ucraina. Ho sempre pensato che La sposa siriana potrebbe ambientarsi anche tra America e Messico, o tra Ucraina e Russia. Ci sono così tanti luoghi di conflitto.
Infatti c’è sempre questo elemento universale nelle tue storie.
Assolutamente. Ricordo che la mia produttrice tedesca, che allora non conoscevo, mi chiamò nel 2002 e disse: “Ciao, sono Bettina, vengo dalla Germania. Sono a Tel Aviv. I miei amici mi hanno detto che dovrei incontrarti.” Le chiesi cosa volesse e lei stava cercando delle coproduzioni, al che avevo risposto “Cos’è una coproduzione?” Perché davvero, in quegli anni in Israele, non lo sapevamo. E lei disse: “Sai, una buona storia che possa essere universale.” Risposi che avevo questo racconto su una sposa, ma non sapevo a chi poteva interessante. Lei però fu colpita dalla storia e forse un anno dopo stavamo già girando il film, con Germania e Francia coinvolte, e naturalmente Israele. Così ho capito che più una storia è locale, più diventa universale. E credo che anche nel cinema italiano sia la stessa cosa. Puoi raccontare una storia ambientata in un piccolo villaggio, e la gente la capisce. C’è stato un periodo, forse negli anni ’70 o ’80, in cui si faceva quello che chiamavamo euro pudding: prendi soldi dall’Ungheria, allora devi mettere qualcosa di ungherese nella storia… Ma no, bisogna semplicemente raccontare una storia. Tutto qui. Di solito funziona. Non sempre, ma spesso sì.

Salma (Hiam Abbass) in Il giardino di limoni (2008)
E anche i personaggi di Salma (Hiam Abbass) e Mira (Rona Lipaz-Michael) in Il giardino di limoni sono uniti da questo muro invisibile, diciamo così.
Sai, è incredibile. Il giardino di limoni è nato perché, un sabato mattina, stavo, non c’era ancora Google, credo, ma navigavo un po’ su internet, e mi sono imbattuto in un piccolo articolo su una donna a cui avevano tagliato gli ulivi perché viveva accanto al Ministro della Difesa. E ho pensato: “Wow, sembra un western, qualcosa alla Clint Eastwood”. Così ho cominciato a scavare nella storia, e poi pensato che gli ulivi fossero un po’ un cliché, forse i limoni sarebbero più interessanti. E ho capito che la storia era davvero straordinaria. Poi ho pensato: “Va bene, Salma si capisce più o meno chi è, ma mi serve una donna dall’altra parte, non solo il ministro.” Così ho immaginato la moglie del ministro, e da lì è nata tutta la relazione tra le due donne. Per me, in realtà, il film è proprio la storia tra Salma e Mira, anche se ci sono altri personaggi, come l’avvocato palestinese, il ministro, e così via, ma essenzialmente è la storia di queste due donne, legate da un rapporto che non passa attraverso le parole. Non parlano mai tra loro. Si guardano soltanto, e si capiscono, si percepiscono.
Infatti Hiam Abbass è proprio specializzata in questo tipo di silenzi. E devo ringraziarti a dire il vero, perché l’ho scoperta proprio grazie ai tuoi film, e da allora ogni volta che ha un nuovo progetto, devo vederlo.
Hai visto Succession?
Certo.
Sai, è buffo. Io e Hiam Abbass siamo ancora molto amici. Oggi non è facile, per israeliani e palestinesi, è davvero complicato, anche per me a volte. Ma quando io e Hiam parliamo, diciamo sempre: “Saremo amici fino alla fine”. E qualche mese fa, credo sei mesi fa, le ho detto: “Ascolta, ho un’idea stupida, ma forse non è così stupida… e se facessimo Il giardino di limoni 2? Cosa succede quando Salma torna dall’America vent’anni dopo, con dei soldi, e rivede tutto?”. E lei mi ha risposto: “Non è affatto una brutta idea, anzi, è molto buona”. Ma non lo so, forse è una sciocchezza. Vedremo.
E quali sono i tuoi ricordi più belli di aver lavorato con lei?
Con Hiam? Ti racconto una cosa. Quando cercavo un’attrice per interpretare Amal in La sposa siriana, andai a Parigi. Ma a Parigi vivono molti arabi, la maggior parte provenienti dal Nord Africa, e quindi non funzionava perché l’accento è completamente diverso. Poi, durante una grande giornata di provini, la mia direttrice del casting disse: “Ora arriva Hiam Abbass.” Lei entra, si avvicina a me e mi sussurra all’orecchio: “Puoi parlarmi in ebraico.” Ero sorpreso, poi ho scoperto che era palestinese, ma nata in Israele. Dopo dieci minuti avevo già deciso: è lei. E credo che tutto si basasse sulla fiducia. Fiducia, rispetto, comprensione reciproca di ciò che volevamo fare. Abbiamo capito molto in fretta di avere lo stesso approccio su questi temi. Naturalmente sono argomenti delicati, problematici, sensibili. Ma il nostro obiettivo era raccontare una storia vera, non pensare, per dire, “cosa dirà mia madre”.

Golshifteh Farahani in una scena di Leggere Lolita a Teheran (2024)
Nel tuo ultimo film hai avuto una coproduzione con l’Italia, ed è incredibile che ci sia voluto così tanto tempo per realizzare un adattamento di Leggere Lolita a Teheran. Quali sono state le difficoltà di questa trasposizione? Immagino non sia stato semplice.
Sai, il libro è uscito nel 2003. È stato un bestseller negli Stati Uniti e anche in Europa. Credo che Azar Nafisi abbia ricevuto molte offerte, ma erano tutte molto “americane”, tipo Star Wars: il bene contro il male. Ho letto il libro nel 2009, dopo Il giardino dei limoni e La sposa siriana, e ho pensato, donne, politica, Teheran… sì, è qualcosa che posso raccontare. Ma ero già impegnatissimo con The Human Resources Manager. Così non l’ho dimenticato, ma l’ho messo da parte. Poi altri film, progetti, anni molto pieni in pratica. Solo nel 2016 ho visto che nessuno aveva ancora fatto il film. Ho trovato Azar Nafisi su Facebook e le ho scritto. Abbiamo parlato al telefono e le ho detto subito: “Senti, ti sembra sensato che un israeliano racconti la tua storia? È una storia iraniana, personale.” Lei ha risposto: “Penso sia un’ottima idea.” Aveva visto La sposa siriana, le era piaciuto molto, e mi ha detto: “Mi fido di te.” Allora le chiesi se potevo venire in America a parlarle, così sono andato dal mio investitore in Israele, uno che non legge le sceneggiature, gli racconti la storia in due minuti e lui dice sì o no (il regista fa gesto con il pollice in alto e in basso, n.d.r.). Gli ho detto: “È la storia di donne iraniane che si incontrano ogni settimana per leggere libri sovversivi, proibiti.” All’inizio pensó fosse terribile ma poi trovó la storia incredibile. Rimasi sorpreso e gli chiesi se avesse assunto qualche droga (il regista ride, n.d.r.) Allora ho detto: “Ok, devo volare a Washington per incontrare la scrittrice.” Lui accettò però gli dissi che avrei volato in business class (il regista continua a ridere, n.d.r.). Ed è così che è cominciato tutto. Poi ero convinto che sarei riuscito a trovare i fondi in Germania e Francia, ma no, è stato davvero difficile, finché non sono venuto a Roma per un piccolo festival dove ricevevo un premio, ero rimasto solo trentasei ore, ma ho avuto comunque tempo per partecipare ad un panel sulle coproduzioni, e avevo espresso la mia volontà nell’ adattare il romanzo anche perché non sarebbe mai potuta essere una coproduzione con l’Iran. E voilà, due produttori mi hanno contattato subito dopo il pitch. Una era Marica Stocchi di Rosamont, e poi Gianluca Curti di Minerva. Entrambi rimasero estasiati. Ho chiamato Gianluca che, da vero italiano, non mi ha risposto, ovviamente (il regista ride, n.d.r.), ma Marica sì. Poi ero in giuria al Torino Film Festival, lei venne, parlammo, e le dissi che volevo provare a girare il film in Italia, ma che non sarebbe stato facile. Dovevo ricreare Teheran a Roma in poche parole, e puoi immaginare le mie incertezze. Lei mi rassicurò perché in Italia amano i miei film, oltre al libro ovviamente, e che mi avrebbe trovato un buon budget. Poi Gianluca si ricordò improvvisamente di volermi parlare, così si unì a noi, e ottenemmo tutti i fondi classici, Rai, MiC, Regione Lazio… Andai a vedere location a Roma, ma anche ad Atene perché c’è una serie israeliana su Apple TV, Teheran, una storia di spionaggio del Mossad, e lì girano tutto ad Atene. Ci andai, ma poi tornai in Italia e dissi che politicamente, Roma è meglio di Atene. Sai, l’Impero Romano (il regista ride, n.d.r.)... Così decidemmo di girare qui. È stato divertente, perché ho incontrato tre scenografi che mi dissero: “Signor Riklis, non si può fare Teheran a Roma.” Risposi che era cinema e che si poteva fare ovunque. Ci è voluto molto lavoro, ma come in ogni grande città, alla fine trovi sempre i luoghi giusti. L’episodio più bello? Sono andato all’Università di Roma a vedere la Facoltà di Lettere e appena entrai ebbi questa sensazione che questo era il posto giusto per girare. Il mio team era perplesso, ma avevo trovato delle similitudini con la facoltà di Teheran, gli avevo chiesto di fidarmi, due settimane dopo è arrivato il mio consulente iraniano, e temevo che mi dicesse che ero impazzito, Invece appena è entrato, ha cominciato a piangere perché quel posto lo riportava appunto a Teheran. E allora ho capito che a volte non è solo questione di ricerca, ma anche di intuizione. A volte senti che un posto è quello giusto. Anche se non è identico, se funziona, funziona. E così ho affrontato tutto il film. D’altra parte, tutto il cast è iraniano. Era una scelta fondamentale. Attori con background diversi, alcuni erano emigrati da bambini, altri da adulti. Ma tutti ricordano Teheran. Così mi sono sentito al sicuro, sapevo di non commettere errori, perché loro potevano sempre aiutarmi e correggermi.
Soprattutto Golshifteh Farahani. E anche Zar Amir Ebrahimi, perché entrambe sono fuggite dall’Iran. La prima, quando aveva circa trent’anni, e poi, più recentemente anche Zar. Quanto è stata importante la loro presenza nel film? Immagino che per loro questi ruoli avessero anche un significato molto personale.
Molto personale, sì. È interessante, perché quando ho chiamato Golshifteh, la conoscevo già. Avevo fatto un film nel 2016 o 2017, Shelter, e l’avevo incontrata tramite un produttore francese. In quel film interpretava una spia libanese. Avevamo avuto un ottimo rapporto, e quando l’ho chiamata per Leggere Lolita a Teheran, lei era titubante perché aveva lasciato l’Iran alle spalle, non voleva “tornarci” e parlare farsi. Capi le sue motivazioni, ma le dissi comunque che era nata per questo ruolo. Quando avevo incontrato Azar Nafisi, avevamo parlato di chi potesse interpretarla. Lei mi aveva detto: “Angelina Jolie” (Il regista ride, n.d.r.). Quindi dissi a Golshifteh: “Se non lo fai tu, chiamo Angelina...” Alla fine ci ha messo un po’ a decidere. Mi aveva detto una cosa buffa, che avrebbe accettato il ruolo, ma che era sicura che non avremmo trovato i soldi per realizzare il film. Poi ci ho messo tempo, ma quando sono tornato da lei e le avevo detto che non aveva scelta ora che avevo i fondi, lei è venuta. E credo che sia stata molto felice di averlo fatto, perché per lei era un ruolo davvero emotivo. Devi anche considerare che tutto questo avveniva nel 2022, durante la vicenda di Mahsa Amini. Tutte le attrici iraniane erano coinvolte, in un modo o nell’altro, in questa sorta di piccola rivoluzione contro il regime. Quindi sì, è stato molto intenso. E penso che Zahr abbia sentito la stessa cosa. Con Zahr è andata così; l’ho incontrata in un’audizione a Parigi, credo nel marzo 2022, e pensai fosse fantastica, ma stavo ancora vedendo altre attrici a New York, Los Angeles… Poi a maggio ero andato a Cannes e ho visto Holy Spider (di Ali Abbasi) e pensai che avrebbe vinto il premio per miglior attrice, e fu proprio così. In quel momento pensai: “Oh mio Dio, ora sarà difficile lavorare con lei.” Ma invece è andata bene.
Già, perché non era molto conosciuta prima di Holy Spider.
Esatto. Aveva lavorato pochissimo. Era un’attrice in Iran, ma dopo essere fuggita, ha quasi smesso di recitare. Aveva lavorato come casting director, ma niente di grande. Poi, dopo Holy Spider, è ovunque. Sta diventando come Golshifteh, in un certo senso, anche lei ha avuto anni molto intensi.
E anche perché, in quel periodo che hai menzionato, durante le proteste per Mahsa Amini nel 2022/23, Taraneh Alidoosti, una delle più attrici iraniane più rinomate, fu arrestata per aver partecipato alle manifestazioni. Quindi immagino che Golshifteh abbia sentito un legame particolare con tutto questo, visto che avevano lavorato insieme in passato (in About Elly, 2009, di Ashgar Farhadi, n.d.r.).
Sì, credo che tutte loro, anche chi ha lasciato l’Iran da adolescenti o da bambine, ma anche le ragazze cresciute in Europa, tornassero a Teheran ogni estate, perché le loro famiglie sono ancora lì. Quindi, inevitabilmente, si identificano tutte in questa realtà. E anche gli uomini. Per esempio, l’attore che interpreta il mentore, l’uomo più anziano, ha più di sessant’anni ora, ed è emigrato quando ne aveva trenta. Quindi era già un adulto formato quando ha lasciato l’Iran. Ha ricordi molto forti, e anche idee politiche molto precise. Per me è stato affascinante. E ho capito che era l’unico modo per fare questo film; doveva essere poetico, ma anche estremamente realistico. Il fatto che tutte le attrici e tutti gli attori fossero iraniani gli dà una forza in più, autentica. Poteva esserci anche Angelina, certo… ma non sarebbe stato lo stesso.

Zahra Amir Ebrahimi in Holy Spider (2022)
Prima hai menzionato The Human Resources Manager, e volevo chiederti di questo road movie, com’è nata l’idea?
È tratto da un libro di Avraham Yehoshua, purtroppo oggi non c’è più, uno degli scrittori israeliani più importanti, come Amos Oz. Sai chi è?
Purtroppo no.
È uno dei più grandi romanzieri di Israele. Comunque con Avraham, sono stati tratti diversi film dai suoi libri, ma lui li detestava tutti (il regista ride, n.d.r.). Quando gli ho proposto questo, mi aveva detto che aveva odiato appunto gli adattamenti delle sue opere, ma che si fidava di me perché aveva amato La sposa siriana. Il libro era molto difficile da adattare, perché la parte “road movie” è quella semplice, ma c’è anche molta filosofia, molta riflessione. Noi lo abbiamo reso più lineare. C’è questa donna che muore a Gerusalemme in un attentato suicida. Nessuno sa chi sia perché non è israeliana, e quindi nasce uno scandalo. E c’è questo responsabile delle risorse umane che, in realtà, non ha rapporti con nessuno, non è molto bravo nel suo lavoro, e gli viene affidato il compito di riportare il corpo della donna in Romania. Quando arriva in Romania, pensa che sarà una cosa veloce, ma non lo è, la donna aveva un ex marito, un figlio, una madre… tutto si complica e diventa un viaggio emotivo, oltre che fisico. Per me è stato molto interessante perché, la prima volta che sono andato in Romania, avevo un autista completamente pazzo, guidava come un maniaco, e abbiamo fatto praticamente lo stesso itinerario che poi si vede nel film: da Bucarest fino al nord, in Transilvania. Ho sentito che quel viaggio era anche il mio, come regista, come “manager delle risorse umane”. Attraversare quei paesaggi duri, invernali, mi ha segnato. È stato un film difficile, ma con attori davvero eccellenti.
La prossima domanda non riguarda direttamente la tua filmografia, ma di ciò che sta accadendo a Gaza, ma potrei citare anche altre realtà, come la situazione in Ucraina. Pensi che il cinema possa essere uno strumento per parlare della situazione, per far sì che le persone siano più consapevoli di questi problemi?
Uno dei motivi per cui faccio film è proprio questo, esattamente, per far sì che le persone siano consapevoli, non per dire loro cosa pensare, non per colpirli in testa con un martello, ma per dire, ascolta, ecco la situazione. Cerco di mostrare molti angoli e colori, ma naturalmente non sono ingenuo, ho il mio punto di vista e lo metto nei miei film, ma puoi dissentire se vuoi. Sì, penso che la consapevolezza sia probabilmente la cosa più importante, perché molte persone non sono ben informate su molte cose e automaticamente pensano che quello che vedono su CNN o leggono su Internet sia la realtà, ma la verità è sempre più complicata, e io cerco di mostrare la complessità delle situazioni, e naturalmente se pensi al Medio Oriente… è sempre stato complicato, e sai, nel 1991 ho fatto un film chiamato Finale di Coppa, ma probabilmente non lo hai visto.
L’ho visto.
L’hai visto?
Sì, l’ho trovato la settimana scorsa su un sito di “film rari”.
Illegale!

Yes (2025) di Nadav Lapid
Dipenda dal punto di vista, ma, come potrei vedere i tuoi primi film altrimenti?
Ti racconterò una storia divertente a riguardo. Il film è vagamente basato su una storia vera accaduta in Libano, l’ho girata con un budget molto basso, ma è stato comunque un film tosto, anche per via dei molti attori coinvolti. L’abbiamo finito ed è stato accettato nel 1991 al Festival di Mosca, era il primo film israeliano accettato dai russi, quindi ero felice, ma nel frattempo era stato invitato a Venezia, e non lo dimenticherò mai… nell’estate del 1991 ero a Gerusalemme al festival del cinema, e la direttrice, Leah Van Leer, una persona fantastica che purtroppo ci ha lasciato da molto tempo ormai, mi disse: “Eran, Guglielmo Biraghi da Venezia ha chiamato, vuole parlare con te oggi, vieni nel mio ufficio alle 16:00”. Sono andato, e mi aveva detto che aveva adorato il film e che lo voleva a Venezia. Ero estasiato e gli risposi che prima avrei presentato il film a Mosca e poi sul Lido. Lui fu contrariato alla proposta e mi disse che se fossi andato a Mosca, non sarei potuto più andare a Venezia. Quindi ho mandato un fax a Mosca, mentendo… ho scritto loro che la copia non era pronta. Mi dispiace, non posso venire in Russia. Penso che il giorno dopo, Pravda, il giornale del governo, abbia scritto che il governo israeliano non mi lasciava andare perché era un film politico. Ho pensato: “Ok, perfetto”. Sono andato a Venezia abbiamo avuto una proiezione stampa fantastica, incredibile, ero ancora un giovane regista e vedere una simile reazione è stato surreale. Ti racconterò un paio di storie divertenti a riguardo. Alla conferenza stampa, un ragazzo alza la mano. Dice: “Vengo dalla Gazzetta dello Sport”. E mi disse “Signor Riklis, apprezziamo che ami la nostra squadra. È davvero bello, ma abbiamo un problema. Ho un problema. Nella partita contro il Brasile, hai cambiato l’ordine dei gol”. E io non lo ricordavo. Ho detto: “Davvero? Beh, libertà artistica?” Ha detto: “No, questo è calcio. È religione. Non puoi toccarlo”. Tutti hanno riso, naturalmente (il regista ride, n.d.r.). Era divertente. E poi la sera, ho ricevuto una chiamata, erano circa le 23:00. Non c’erano cellulari all’epoca, quindi ho avuto una chiamata nel mio hotel dalla RAI. Volevano parlare con il distributore del film, che ero io, e loro risposero che ero solo il regista, e la verità è che c’ero solo io al Festival. Ebbi un incontro alle 9 del mattino con, ricordo ancora il suo nome, Giancarlo Santalmassi. Non sapevo nulla sulla distribuzione, quindi sono sceso nella hall. C’erano copie di Variety, e avevano una sorta di, sai, come si chiama, tipo un prospetto dei prezzi per i paesi del mondo. Ho visto Italia, $150,000. La mattina dopo, ho incontrato Giancarlo. Un tipo molto italiano, con l’orologio d’oro, una bella abbronzatura, camicia bianca, senza calzini, sai. Abbiamo preso un espresso. E lui ha detto: “Ok, adoro il film. Quanto vuoi?” Ho detto: “Penso 150.000$”. Ha detto: “Posso darti 130.000$”. Ho detto: “Ok, grazie”. E così è andata. Sono uscito dall’incontro. Ho chiamato il mio socio, il mio produttore in Israele. Ho detto: “Ascolta, ho appena venduto il film all’Italia per 130.000$”. Ha detto: “Sì, ma l’Italia non pagherà mai”. Poi hanno pagato una settimana dopo (il regista ride, n.d.r.). Il film è stato davvero mostrato ovunque ed è stato di fatto l’inizio di una carriera internazionale, poi seguì nel 1993 Zohar, opera a sfondo locale su un cantante famoso. Il mio film più popolare fino a oggi in Israele, ma a livello internazionale non è stato davvero mostrato. Poi ho fatto molti anni di televisione. Poi Vulcan Junction, e così via.
Hai mai sentito pressioni politiche riguardo ai tuoi film?
Mi dispiace dirlo, ma no. Ci si aspetterebbe che qualcuno come me dica, sì, il governo mi ostacola, ma non è vero. Ricevo sempre fondi dai finanziamenti nazionali. La censura è una cosa molto complicata perché non si sa mai. Quando presenti una sceneggiatura e ti dicono no, non sai se è davvero solo per criteri artistici o se qualcuno era “preoccupato”. Ho fatto alcuni film, diciamo, “difficili”, soprattutto Il giardino di limoni. Non ha avuto problemi, il che non significa che gli sia piaciuto. Paradossalmente, in Israele c’è una certa situazione riguardo a The Sea di Shai Carmeli-Pollak, che è la candidatura israeliana agli Oscar. Conosco bene questo film perché ero mentore del regista al Jerusalem Film Lab, e circa dieci anni fa, si presentò con questa sceneggiatura, gli avevo detto che era una storia fantastica, ma che dovevamo lavorarci sopra. Quest’anno ho visto il film e mi è piaciuto molto. È davvero... Penso che un’ora dopo la cerimonia dell’Academy israeliana (gli Ophir Awards, n.d.r.), il Ministro della Cultura ha detto “ah, cos’è questo film? Palestinese?”
Sempre legato alla cerimonia che citi, ci sono stati dei problemi anche per Nadav Lapid dopo aver pubblicato un post su Facebook.
È tutto... Sai, si potrebbe dire che tutto è così stupido. Dio mio. D’altra parte, la politica è politica. Devi giocarci. Penso che The Sea sia la cosa migliore successa a Israele quest’anno. Anche se il Ministro ha detto “oh, non importa”, perché penso che quest’anno per Israele, quando ci sono così tanti film palestinesi molto forti, come The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, poi il film di una regista palestinese-americano, Cherien Dabis di cui ora mi sfugge il nome.

The Voice of Hind Rajab (2025) di Kaouther Ben Hania
All That’s Left of You. L’ho visto di recente.
E c’è anche Palestine 36 di Annemarie Jacir, ma non l’ho ancora visto, comunque, tre film forti di donne molto palestinesi, anti-israeliani. E penso che per noi, per Israele, presentare un film che racconta la storia di un ragazzo palestinese sia positivo. Ma i governi non lo capiscono. Pensano sempre che i film siano problematici e quello che dicono sia un cliché. Ricordo con Il giardino di limoni che ho avuto problemi. In Israele il film non ha avuto successo, poi è andato a Berlino, ha vinto l’Audience Award, quindi improvvisamente è stato un grande successo in tutto il mondo. In Francia è andato alla grande. E ho sempre detto che registi come me sono i migliori ambasciatori per Israele perché nessuno nel mondo vuole sentire propaganda. Vogliono sentire cose reali, problematiche, complesse da discutere. Nessuno crederà che un regista rappresenti il suo governo, perché non funziona così. Ma i governi sono un po’ lenti e le persone non lo capiscono davvero. Anche se forse a volte lo capiscono. Non lo so. È un peccato perché il cinema israeliano in generale è buon cinema. Fa cose interessanti. Ma abbiamo sempre un pubblico, certamente ai festival, ma anche nelle sale. Ho visto con Leggere Lolita a Teheran in Francia, è stato un grande successo. Anche in Italia. In Spagna, temevo perché è una nazione molto pro-Palestina, è stato proiettato pochi mesi fa e il successo fu discreto, non come negli altri paesi, ma comunque buono. E anche se è di un regista israeliano, penso che non sia l’elemento principale, ma non è... Cosa puoi dire? È una storia di donne iraniane. Quindi come possono attaccarmi davvero?
Voglio dire, credo che possono farlo, certo, perché sei un regista israeliano. Come osi raccontare questa storia (domanda posta con un certo tono ironico)?
Questa è un’altra cosa. Anche quando ho fatto Finale di coppa molti anni fa, ma anche con La sposa siriana sicuramente, e Il giardino di limoni, ci sono sempre voci che dicono: tu racconti la tua storia e noi racconteremo la nostra storia. Penso che un artista possa raccontare qualsiasi storia se la capisce, se la rispetta, se fa ricerche e la realizza con onore. Quindi non penso che si possa essere limitati dal fatto che non sei... Quindi non sono palestinese, e allora? Posso comunque raccontare una grande storia.
Per curiosità, hai visto Yes di Nadav Lapid? Cosa ne pensi? Lo cito perché prima parlavi di registi i cui film ti colpiscono come un martello, e non riuscivo a non pensare a lui.
No comment. Però credo che Nadav sia un regista super intelligente, Lo conosco da quando era ragazzo e fa un cinema affascinante. C’è qualcosa che è molto eccitante. Penso che a volte forse sia un po’ troppo diretto, ma è il suo stile. Lo apprezzo, lo amo e penso che stia facendo bene.
Credo tu preferisca un approccio più sottile per parlare di certe questioni politiche. Lapid invece ti urla le cose in faccia.
Sì, ma penso che il mio approccio sia davvero... Viene da un luogo in cui penso che le situazioni siano già così difficili e complesse. E stai camminando in un campo minato, perché ogni mossa sbagliata, ti fa esplodere. Quindi cerco di essere sottile, perché penso che alla fine l’audience... nel senso che ci sono molti tipi di pubblico. Alcune persone vengono al cinema e dicono “Ok, odiamo questo film”, ma improvvisamente si rendono conto che non lo odiamo veramente, più che altro li fa riflettere. Quindi penso che l’approccio sottile funzioni bene. Ma ci sono anche altri approcci ovviamente.
INT-105
15.11.2025
Uno degli ospiti di punta della trentesima edizione del Linea d’Ombra è stato Eran Riklis, cineasta israeliano che da ormai più di trent’anni calca i palcoscenici cinematografici più rinomati. Giunto a Salerno, il 14 novembre il regista è stato protagonista di un incontro in cui ha approfondito la sua poetica, esplorando il suo modo di raccontare personaggi “di confine” e il suo approccio umanistico ai conflitti che attraversano il Medio Oriente.
L’occasione è stata anche un momento per ripercorrere la sua carriera e riflettere sul ruolo che il cinema può avere nella costruzione del dialogo. Dopo questa conversazione ha seguito una maratona notturna che proponeva sei film, tra cui il restauro di Vulcan Junction (1999), un film rock’n’roll che intreccia musica, amicizia e tensioni sociali alla vigilia della guerra del Kippur; La sposa siriana (2004), Il giardino di limoni (2008), le sue due opere più celebri con l’attrice Hiam Abbass, fino al suo ultimo progetto, l’adattamento di Leggere Lolita a Teheran (2024), coproduzione italiana che ha visto come protagoniste Golshifteh Farahani e Zar Amir Ebrahimi.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Eran Riklis a Salerno, con cui abbiamo conversato e approfondito i film presentati alla maratona, il suo cinema politico e coraggioso, capace di unire e di focalizzarsi sui conflitti locali trasportandoli in una dimensione universale.

Vulcan Junction (1999)
Vorrei cominciare chiedendoti come ti sentissi a essere ospite del Linea d’Ombra.
Sai, sono stato qui venticinque anni fa. È bello, in un certo senso, tornare con il film che avevo presentato qui così tanto tempo fa. Ed è successo quasi per caso, perché ho fatto un restauro di questo film a gennaio, ho messo qualcosa su Facebook, e credo che Hanka l’abbia visto e mi abbia detto: “Oh, devi venire a mostrarlo”. Quindi, eccoci.
Voglio dire, venticinque anni è un bell’anniversario, credo. Non ho ancora visto il tuo film, perché voglio guardarlo sul grande schermo qui al festival. E per un pubblico che non l’ha ancora visto, come lo presenteresti?
Beh, è interessante, perché… in una parola direi che è un film rock’n’roll. Perché parla di una rock band, e ha quindi grande musica, davvero ottima, non solo originale, ma anche alcune canzoni straordinarie di band note, tra cui King Crimson e altri brani. Ma è anche un film su Israele nel 1973, dieci giorni prima della guerra dello Yom Kippur, che è stata una guerra molto drammatica. È come un conto alla rovescia, tutti pensano che dopo lo Yom Kippur andrà tutto bene, e invece arriva la guerra. E per me, era un momento molto significativo, nel 1973 ero già un soldato, un giovane soldato a dire il vero perché avevo 19 anni. Quindi per me è un periodo importante. Sono già passati cinquant'anni, ma… sì. Comunque credo che sia un misto tra un “film del New Jersey”, diciamo, con queste vibes rock’n’roll, o alla Springsteen, ma anche con la politica del Medio Oriente, di Israele. E forse un altro elemento interessante è che è un po’ provinciale, perché non è ambientato a Tel Aviv, ma nel nord, in una cittadina. Ancora una volta, come nel rock’n’roll, no? New Jersey, Seattle… quel tipo di luoghi.
E la politica è sempre stata parte del tuo cinema. Voglio dire, non puoi evitarla.
Non posso evitarla e ti spiego perché. Quando ero molto giovane, avevo quattordici anni, ho vissuto in Brasile per due anni con i miei genitori, perché mio padre era diplomatico a Rio de Janeiro. E frequentavo una scuola americana, era il ’68-’69. E ci sono tre elementi che hanno caratterizzato questa mia visione politica; in primis Israele, era l’anno dopo la Guerra dei Sei Giorni del ’67, che ha cambiato tutto il Medio Oriente, perché Israele si è ritrovato improvvisamente con dei territori occupati, ancora oggi, purtroppo… Questo è un elemento. Poi il Brasile, dove c’era una dittatura. Ed infine gli Stati Uniti, frequentavo una scuola americana e si parlava solo del Vietnam, più o meno. Quindi, per me, come ragazzo israeliano, è stato molto interessante entrare in contatto con tutto quel mondo politico. In più, nella mia prima lezione di letteratura, la professoressa entrò e disse: “Ok, studieremo, come fanno tutti i ragazzi del mondo, Delitto e castigo di Dostoevskij”. Ma poi ha aggiunto: “però non lo studieremo adesso. Prima leggeremo un nuovo libro, uscito in America nel 1963 che si intitola Qualcuno volò sul nido del cuculo.” Questo era prima del film. E immagina, avevo quattordici anni, ho letto quel libro ed ero estasiato. Non ero ancora sicuro di voler diventare regista, ma sapevo che volevo scrivere. E mi sono detto: “Questo è il tipo di storia che voglio raccontare”, perché parla di un individuo, che nel 1975 sarà poi interpretato da Jack Nicholson nel film di Forman, contro il sistema. E penso che mi abbia sempre affascinato vedere come le persone comuni riescano a combattere il sistema, qualunque esso sia, governo, società, famiglia, qualsiasi cosa.

Mona (Clara Khoury) in La sposa siriana (2004)
E questo tipo di persone comuni sono infatti i protagonisti del tuo film. E durante questa maratona qui al Linea d’Ombra a Salerno, il primo film che sarà proiettato dopo Vulcan Junction è La sposa siriana (2004), che parla di una famiglia, un matrimonio, ma con un forte elemento politico, naturalmente.
Sai, La sposa siriana è basato su una storia vera. Avevo realizzato un documentario, credo nel 1998, sulle frontiere di Israele - Libano, Siria, Giordania, Egitto - ma non sulle solite storie di contrabbandieri o droga o cose del genere. Sulle Alture del Golan, di fronte alla Siria, mi dissero che si celebrano tre matrimoni all’anno in cui la sposa proviene da un villaggio druso sulle Alture del Golan, ora sotto controllo israeliano, mentre lo sposo viene da Damasco. Una volta che la ragazza va a Damasco, non può più tornare, perché sono Paesi nemici. Quindi, fin dall’inizio, è un giorno di nozze molto triste, perché lei deve dire addio alla sua famiglia. Ma quel giorno accadde qualcosa che io stesso vidi; per la prima volta Israele mise un timbro sul laissez-passer, una specie di passaporto, e i siriani dissero: “No, no, no, lei non arriva da Israele, arriva dalla nostra terra, è la nostra terra”. Una follia totale. Questa storia mi è rimasta impressa a lungo, e cominciai a chiamare la famiglia dicendo: “Voglio venire a conoscere meglio la vostra storia”. E così è nato La sposa siriana.
È molto interessante, perché volevo proprio chiederti come avessi lavorato sul personaggio di Mona (Clara Khoyry).
La conoscevo semplicemente. Per il documentario arrivai piuttosto presto al villaggio, che è davvero nel nord, per incontrare lei e sua sorella Amal (interpretata da Hiam Abbass nel film). E Mona stava piangendo disperatamente alle cinque del mattino. Cercavo di parlarle, ma lei continuava a piangere, e sua sorella mi disse: “Sai, piange perché oggi ci deve dire addio”. E sentivo anche che Amal voleva parlarmi, ma aveva un po’ paura, perché c’erano molte persone intorno. Più tardi, però, cominciò a raccontarmi delle cose e, un anno dopo, divenne il mio contatto, mi disse tutti i “segreti”. Così sono diventato molto intimo con quella famiglia, e ho sentito che era una storia che potevo davvero raccontare.
E anche se tra queste due sorelle non ci sono molti dialoghi, il loro silenzio parla di più. Penso alla scena finale, che è straziante, senza dire una parola.
È interessante che tu lo dica, perché ricordo che il giorno in cui girammo il finale, io e il mio direttore della fotografia, Michael Wiesweg, ci continuavamo a chiedere: “Come diavolo giriamo questa scena?”. Cosa facciamo? Dobbiamo dire qualcosa o no? Silenzio o parole? Come attraversa il confine? È una situazione un po’ strana. Mona improvvisamente cammina dall’altra parte. E io pensai che fosse un qualcosa di magico. È un momento di intimità, ed è anche, credo, il momento in cui Amal lascia andare sua sorella. È come dire: “Va’, vai verso la tua nuova vita. Spero che sarà una buona vita.” Quindi si, fu molto emozionante. Quello che si vede sullo schermo è esattamente ciò che abbiamo sentito quel giorno.
Nel film, questo confine non è solo qualcosa di fisico, ma diventa una metafora. Possiamo dire lo stesso per Il giardino di limoni, dove la piantagione diventa un simbolo del conflitto.
Sono d’accordo. Ho sempre pensato che, già quando parlavo di La sposa siriana molti anni fa, fosse un film sui confini fisici, psicologici ed emotivi. Credo che ogni mattina, quando ti svegli, non importa dove sei, può essere a Salerno o a Pechino, hai dei confini da affrontare, delle decisioni da prendere su cosa fare oggi. Attraversi il confine? Cambi qualcosa? O lasci che le cose restino come sono di solito? Penso che faccia parte del dilemma di ogni persona, scendere a compromessi o no? Ci sono molte decisioni da prendere. E credo che, specialmente se vieni dal Medio Oriente, ma non solo, questo vale anche per altri luoghi. Potrebbe essere l’Ucraina. Ho sempre pensato che La sposa siriana potrebbe ambientarsi anche tra America e Messico, o tra Ucraina e Russia. Ci sono così tanti luoghi di conflitto.
Infatti c’è sempre questo elemento universale nelle tue storie.
Assolutamente. Ricordo che la mia produttrice tedesca, che allora non conoscevo, mi chiamò nel 2002 e disse: “Ciao, sono Bettina, vengo dalla Germania. Sono a Tel Aviv. I miei amici mi hanno detto che dovrei incontrarti.” Le chiesi cosa volesse e lei stava cercando delle coproduzioni, al che avevo risposto “Cos’è una coproduzione?” Perché davvero, in quegli anni in Israele, non lo sapevamo. E lei disse: “Sai, una buona storia che possa essere universale.” Risposi che avevo questo racconto su una sposa, ma non sapevo a chi poteva interessante. Lei però fu colpita dalla storia e forse un anno dopo stavamo già girando il film, con Germania e Francia coinvolte, e naturalmente Israele. Così ho capito che più una storia è locale, più diventa universale. E credo che anche nel cinema italiano sia la stessa cosa. Puoi raccontare una storia ambientata in un piccolo villaggio, e la gente la capisce. C’è stato un periodo, forse negli anni ’70 o ’80, in cui si faceva quello che chiamavamo euro pudding: prendi soldi dall’Ungheria, allora devi mettere qualcosa di ungherese nella storia… Ma no, bisogna semplicemente raccontare una storia. Tutto qui. Di solito funziona. Non sempre, ma spesso sì.

Salma (Hiam Abbass) in Il giardino di limoni (2008)
E anche i personaggi di Salma (Hiam Abbass) e Mira (Rona Lipaz-Michael) in Il giardino di limoni sono uniti da questo muro invisibile, diciamo così.
Sai, è incredibile. Il giardino di limoni è nato perché, un sabato mattina, stavo, non c’era ancora Google, credo, ma navigavo un po’ su internet, e mi sono imbattuto in un piccolo articolo su una donna a cui avevano tagliato gli ulivi perché viveva accanto al Ministro della Difesa. E ho pensato: “Wow, sembra un western, qualcosa alla Clint Eastwood”. Così ho cominciato a scavare nella storia, e poi pensato che gli ulivi fossero un po’ un cliché, forse i limoni sarebbero più interessanti. E ho capito che la storia era davvero straordinaria. Poi ho pensato: “Va bene, Salma si capisce più o meno chi è, ma mi serve una donna dall’altra parte, non solo il ministro.” Così ho immaginato la moglie del ministro, e da lì è nata tutta la relazione tra le due donne. Per me, in realtà, il film è proprio la storia tra Salma e Mira, anche se ci sono altri personaggi, come l’avvocato palestinese, il ministro, e così via, ma essenzialmente è la storia di queste due donne, legate da un rapporto che non passa attraverso le parole. Non parlano mai tra loro. Si guardano soltanto, e si capiscono, si percepiscono.
Infatti Hiam Abbass è proprio specializzata in questo tipo di silenzi. E devo ringraziarti a dire il vero, perché l’ho scoperta proprio grazie ai tuoi film, e da allora ogni volta che ha un nuovo progetto, devo vederlo.
Hai visto Succession?
Certo.
Sai, è buffo. Io e Hiam Abbass siamo ancora molto amici. Oggi non è facile, per israeliani e palestinesi, è davvero complicato, anche per me a volte. Ma quando io e Hiam parliamo, diciamo sempre: “Saremo amici fino alla fine”. E qualche mese fa, credo sei mesi fa, le ho detto: “Ascolta, ho un’idea stupida, ma forse non è così stupida… e se facessimo Il giardino di limoni 2? Cosa succede quando Salma torna dall’America vent’anni dopo, con dei soldi, e rivede tutto?”. E lei mi ha risposto: “Non è affatto una brutta idea, anzi, è molto buona”. Ma non lo so, forse è una sciocchezza. Vedremo.
E quali sono i tuoi ricordi più belli di aver lavorato con lei?
Con Hiam? Ti racconto una cosa. Quando cercavo un’attrice per interpretare Amal in La sposa siriana, andai a Parigi. Ma a Parigi vivono molti arabi, la maggior parte provenienti dal Nord Africa, e quindi non funzionava perché l’accento è completamente diverso. Poi, durante una grande giornata di provini, la mia direttrice del casting disse: “Ora arriva Hiam Abbass.” Lei entra, si avvicina a me e mi sussurra all’orecchio: “Puoi parlarmi in ebraico.” Ero sorpreso, poi ho scoperto che era palestinese, ma nata in Israele. Dopo dieci minuti avevo già deciso: è lei. E credo che tutto si basasse sulla fiducia. Fiducia, rispetto, comprensione reciproca di ciò che volevamo fare. Abbiamo capito molto in fretta di avere lo stesso approccio su questi temi. Naturalmente sono argomenti delicati, problematici, sensibili. Ma il nostro obiettivo era raccontare una storia vera, non pensare, per dire, “cosa dirà mia madre”.

Golshifteh Farahani in una scena di Leggere Lolita a Teheran (2024)
Nel tuo ultimo film hai avuto una coproduzione con l’Italia, ed è incredibile che ci sia voluto così tanto tempo per realizzare un adattamento di Leggere Lolita a Teheran. Quali sono state le difficoltà di questa trasposizione? Immagino non sia stato semplice.
Sai, il libro è uscito nel 2003. È stato un bestseller negli Stati Uniti e anche in Europa. Credo che Azar Nafisi abbia ricevuto molte offerte, ma erano tutte molto “americane”, tipo Star Wars: il bene contro il male. Ho letto il libro nel 2009, dopo Il giardino dei limoni e La sposa siriana, e ho pensato, donne, politica, Teheran… sì, è qualcosa che posso raccontare. Ma ero già impegnatissimo con The Human Resources Manager. Così non l’ho dimenticato, ma l’ho messo da parte. Poi altri film, progetti, anni molto pieni in pratica. Solo nel 2016 ho visto che nessuno aveva ancora fatto il film. Ho trovato Azar Nafisi su Facebook e le ho scritto. Abbiamo parlato al telefono e le ho detto subito: “Senti, ti sembra sensato che un israeliano racconti la tua storia? È una storia iraniana, personale.” Lei ha risposto: “Penso sia un’ottima idea.” Aveva visto La sposa siriana, le era piaciuto molto, e mi ha detto: “Mi fido di te.” Allora le chiesi se potevo venire in America a parlarle, così sono andato dal mio investitore in Israele, uno che non legge le sceneggiature, gli racconti la storia in due minuti e lui dice sì o no (il regista fa gesto con il pollice in alto e in basso, n.d.r.). Gli ho detto: “È la storia di donne iraniane che si incontrano ogni settimana per leggere libri sovversivi, proibiti.” All’inizio pensó fosse terribile ma poi trovó la storia incredibile. Rimasi sorpreso e gli chiesi se avesse assunto qualche droga (il regista ride, n.d.r.) Allora ho detto: “Ok, devo volare a Washington per incontrare la scrittrice.” Lui accettò però gli dissi che avrei volato in business class (il regista continua a ridere, n.d.r.). Ed è così che è cominciato tutto. Poi ero convinto che sarei riuscito a trovare i fondi in Germania e Francia, ma no, è stato davvero difficile, finché non sono venuto a Roma per un piccolo festival dove ricevevo un premio, ero rimasto solo trentasei ore, ma ho avuto comunque tempo per partecipare ad un panel sulle coproduzioni, e avevo espresso la mia volontà nell’ adattare il romanzo anche perché non sarebbe mai potuta essere una coproduzione con l’Iran. E voilà, due produttori mi hanno contattato subito dopo il pitch. Una era Marica Stocchi di Rosamont, e poi Gianluca Curti di Minerva. Entrambi rimasero estasiati. Ho chiamato Gianluca che, da vero italiano, non mi ha risposto, ovviamente (il regista ride, n.d.r.), ma Marica sì. Poi ero in giuria al Torino Film Festival, lei venne, parlammo, e le dissi che volevo provare a girare il film in Italia, ma che non sarebbe stato facile. Dovevo ricreare Teheran a Roma in poche parole, e puoi immaginare le mie incertezze. Lei mi rassicurò perché in Italia amano i miei film, oltre al libro ovviamente, e che mi avrebbe trovato un buon budget. Poi Gianluca si ricordò improvvisamente di volermi parlare, così si unì a noi, e ottenemmo tutti i fondi classici, Rai, MiC, Regione Lazio… Andai a vedere location a Roma, ma anche ad Atene perché c’è una serie israeliana su Apple TV, Teheran, una storia di spionaggio del Mossad, e lì girano tutto ad Atene. Ci andai, ma poi tornai in Italia e dissi che politicamente, Roma è meglio di Atene. Sai, l’Impero Romano (il regista ride, n.d.r.)... Così decidemmo di girare qui. È stato divertente, perché ho incontrato tre scenografi che mi dissero: “Signor Riklis, non si può fare Teheran a Roma.” Risposi che era cinema e che si poteva fare ovunque. Ci è voluto molto lavoro, ma come in ogni grande città, alla fine trovi sempre i luoghi giusti. L’episodio più bello? Sono andato all’Università di Roma a vedere la Facoltà di Lettere e appena entrai ebbi questa sensazione che questo era il posto giusto per girare. Il mio team era perplesso, ma avevo trovato delle similitudini con la facoltà di Teheran, gli avevo chiesto di fidarmi, due settimane dopo è arrivato il mio consulente iraniano, e temevo che mi dicesse che ero impazzito, Invece appena è entrato, ha cominciato a piangere perché quel posto lo riportava appunto a Teheran. E allora ho capito che a volte non è solo questione di ricerca, ma anche di intuizione. A volte senti che un posto è quello giusto. Anche se non è identico, se funziona, funziona. E così ho affrontato tutto il film. D’altra parte, tutto il cast è iraniano. Era una scelta fondamentale. Attori con background diversi, alcuni erano emigrati da bambini, altri da adulti. Ma tutti ricordano Teheran. Così mi sono sentito al sicuro, sapevo di non commettere errori, perché loro potevano sempre aiutarmi e correggermi.
Soprattutto Golshifteh Farahani. E anche Zar Amir Ebrahimi, perché entrambe sono fuggite dall’Iran. La prima, quando aveva circa trent’anni, e poi, più recentemente anche Zar. Quanto è stata importante la loro presenza nel film? Immagino che per loro questi ruoli avessero anche un significato molto personale.
Molto personale, sì. È interessante, perché quando ho chiamato Golshifteh, la conoscevo già. Avevo fatto un film nel 2016 o 2017, Shelter, e l’avevo incontrata tramite un produttore francese. In quel film interpretava una spia libanese. Avevamo avuto un ottimo rapporto, e quando l’ho chiamata per Leggere Lolita a Teheran, lei era titubante perché aveva lasciato l’Iran alle spalle, non voleva “tornarci” e parlare farsi. Capi le sue motivazioni, ma le dissi comunque che era nata per questo ruolo. Quando avevo incontrato Azar Nafisi, avevamo parlato di chi potesse interpretarla. Lei mi aveva detto: “Angelina Jolie” (Il regista ride, n.d.r.). Quindi dissi a Golshifteh: “Se non lo fai tu, chiamo Angelina...” Alla fine ci ha messo un po’ a decidere. Mi aveva detto una cosa buffa, che avrebbe accettato il ruolo, ma che era sicura che non avremmo trovato i soldi per realizzare il film. Poi ci ho messo tempo, ma quando sono tornato da lei e le avevo detto che non aveva scelta ora che avevo i fondi, lei è venuta. E credo che sia stata molto felice di averlo fatto, perché per lei era un ruolo davvero emotivo. Devi anche considerare che tutto questo avveniva nel 2022, durante la vicenda di Mahsa Amini. Tutte le attrici iraniane erano coinvolte, in un modo o nell’altro, in questa sorta di piccola rivoluzione contro il regime. Quindi sì, è stato molto intenso. E penso che Zahr abbia sentito la stessa cosa. Con Zahr è andata così; l’ho incontrata in un’audizione a Parigi, credo nel marzo 2022, e pensai fosse fantastica, ma stavo ancora vedendo altre attrici a New York, Los Angeles… Poi a maggio ero andato a Cannes e ho visto Holy Spider (di Ali Abbasi) e pensai che avrebbe vinto il premio per miglior attrice, e fu proprio così. In quel momento pensai: “Oh mio Dio, ora sarà difficile lavorare con lei.” Ma invece è andata bene.
Già, perché non era molto conosciuta prima di Holy Spider.
Esatto. Aveva lavorato pochissimo. Era un’attrice in Iran, ma dopo essere fuggita, ha quasi smesso di recitare. Aveva lavorato come casting director, ma niente di grande. Poi, dopo Holy Spider, è ovunque. Sta diventando come Golshifteh, in un certo senso, anche lei ha avuto anni molto intensi.
E anche perché, in quel periodo che hai menzionato, durante le proteste per Mahsa Amini nel 2022/23, Taraneh Alidoosti, una delle più attrici iraniane più rinomate, fu arrestata per aver partecipato alle manifestazioni. Quindi immagino che Golshifteh abbia sentito un legame particolare con tutto questo, visto che avevano lavorato insieme in passato (in About Elly, 2009, di Ashgar Farhadi, n.d.r.).
Sì, credo che tutte loro, anche chi ha lasciato l’Iran da adolescenti o da bambine, ma anche le ragazze cresciute in Europa, tornassero a Teheran ogni estate, perché le loro famiglie sono ancora lì. Quindi, inevitabilmente, si identificano tutte in questa realtà. E anche gli uomini. Per esempio, l’attore che interpreta il mentore, l’uomo più anziano, ha più di sessant’anni ora, ed è emigrato quando ne aveva trenta. Quindi era già un adulto formato quando ha lasciato l’Iran. Ha ricordi molto forti, e anche idee politiche molto precise. Per me è stato affascinante. E ho capito che era l’unico modo per fare questo film; doveva essere poetico, ma anche estremamente realistico. Il fatto che tutte le attrici e tutti gli attori fossero iraniani gli dà una forza in più, autentica. Poteva esserci anche Angelina, certo… ma non sarebbe stato lo stesso.

Zahra Amir Ebrahimi in Holy Spider (2022)
Prima hai menzionato The Human Resources Manager, e volevo chiederti di questo road movie, com’è nata l’idea?
È tratto da un libro di Avraham Yehoshua, purtroppo oggi non c’è più, uno degli scrittori israeliani più importanti, come Amos Oz. Sai chi è?
Purtroppo no.
È uno dei più grandi romanzieri di Israele. Comunque con Avraham, sono stati tratti diversi film dai suoi libri, ma lui li detestava tutti (il regista ride, n.d.r.). Quando gli ho proposto questo, mi aveva detto che aveva odiato appunto gli adattamenti delle sue opere, ma che si fidava di me perché aveva amato La sposa siriana. Il libro era molto difficile da adattare, perché la parte “road movie” è quella semplice, ma c’è anche molta filosofia, molta riflessione. Noi lo abbiamo reso più lineare. C’è questa donna che muore a Gerusalemme in un attentato suicida. Nessuno sa chi sia perché non è israeliana, e quindi nasce uno scandalo. E c’è questo responsabile delle risorse umane che, in realtà, non ha rapporti con nessuno, non è molto bravo nel suo lavoro, e gli viene affidato il compito di riportare il corpo della donna in Romania. Quando arriva in Romania, pensa che sarà una cosa veloce, ma non lo è, la donna aveva un ex marito, un figlio, una madre… tutto si complica e diventa un viaggio emotivo, oltre che fisico. Per me è stato molto interessante perché, la prima volta che sono andato in Romania, avevo un autista completamente pazzo, guidava come un maniaco, e abbiamo fatto praticamente lo stesso itinerario che poi si vede nel film: da Bucarest fino al nord, in Transilvania. Ho sentito che quel viaggio era anche il mio, come regista, come “manager delle risorse umane”. Attraversare quei paesaggi duri, invernali, mi ha segnato. È stato un film difficile, ma con attori davvero eccellenti.
La prossima domanda non riguarda direttamente la tua filmografia, ma di ciò che sta accadendo a Gaza, ma potrei citare anche altre realtà, come la situazione in Ucraina. Pensi che il cinema possa essere uno strumento per parlare della situazione, per far sì che le persone siano più consapevoli di questi problemi?
Uno dei motivi per cui faccio film è proprio questo, esattamente, per far sì che le persone siano consapevoli, non per dire loro cosa pensare, non per colpirli in testa con un martello, ma per dire, ascolta, ecco la situazione. Cerco di mostrare molti angoli e colori, ma naturalmente non sono ingenuo, ho il mio punto di vista e lo metto nei miei film, ma puoi dissentire se vuoi. Sì, penso che la consapevolezza sia probabilmente la cosa più importante, perché molte persone non sono ben informate su molte cose e automaticamente pensano che quello che vedono su CNN o leggono su Internet sia la realtà, ma la verità è sempre più complicata, e io cerco di mostrare la complessità delle situazioni, e naturalmente se pensi al Medio Oriente… è sempre stato complicato, e sai, nel 1991 ho fatto un film chiamato Finale di Coppa, ma probabilmente non lo hai visto.
L’ho visto.
L’hai visto?
Sì, l’ho trovato la settimana scorsa su un sito di “film rari”.
Illegale!

Yes (2025) di Nadav Lapid
Dipenda dal punto di vista, ma, come potrei vedere i tuoi primi film altrimenti?
Ti racconterò una storia divertente a riguardo. Il film è vagamente basato su una storia vera accaduta in Libano, l’ho girata con un budget molto basso, ma è stato comunque un film tosto, anche per via dei molti attori coinvolti. L’abbiamo finito ed è stato accettato nel 1991 al Festival di Mosca, era il primo film israeliano accettato dai russi, quindi ero felice, ma nel frattempo era stato invitato a Venezia, e non lo dimenticherò mai… nell’estate del 1991 ero a Gerusalemme al festival del cinema, e la direttrice, Leah Van Leer, una persona fantastica che purtroppo ci ha lasciato da molto tempo ormai, mi disse: “Eran, Guglielmo Biraghi da Venezia ha chiamato, vuole parlare con te oggi, vieni nel mio ufficio alle 16:00”. Sono andato, e mi aveva detto che aveva adorato il film e che lo voleva a Venezia. Ero estasiato e gli risposi che prima avrei presentato il film a Mosca e poi sul Lido. Lui fu contrariato alla proposta e mi disse che se fossi andato a Mosca, non sarei potuto più andare a Venezia. Quindi ho mandato un fax a Mosca, mentendo… ho scritto loro che la copia non era pronta. Mi dispiace, non posso venire in Russia. Penso che il giorno dopo, Pravda, il giornale del governo, abbia scritto che il governo israeliano non mi lasciava andare perché era un film politico. Ho pensato: “Ok, perfetto”. Sono andato a Venezia abbiamo avuto una proiezione stampa fantastica, incredibile, ero ancora un giovane regista e vedere una simile reazione è stato surreale. Ti racconterò un paio di storie divertenti a riguardo. Alla conferenza stampa, un ragazzo alza la mano. Dice: “Vengo dalla Gazzetta dello Sport”. E mi disse “Signor Riklis, apprezziamo che ami la nostra squadra. È davvero bello, ma abbiamo un problema. Ho un problema. Nella partita contro il Brasile, hai cambiato l’ordine dei gol”. E io non lo ricordavo. Ho detto: “Davvero? Beh, libertà artistica?” Ha detto: “No, questo è calcio. È religione. Non puoi toccarlo”. Tutti hanno riso, naturalmente (il regista ride, n.d.r.). Era divertente. E poi la sera, ho ricevuto una chiamata, erano circa le 23:00. Non c’erano cellulari all’epoca, quindi ho avuto una chiamata nel mio hotel dalla RAI. Volevano parlare con il distributore del film, che ero io, e loro risposero che ero solo il regista, e la verità è che c’ero solo io al Festival. Ebbi un incontro alle 9 del mattino con, ricordo ancora il suo nome, Giancarlo Santalmassi. Non sapevo nulla sulla distribuzione, quindi sono sceso nella hall. C’erano copie di Variety, e avevano una sorta di, sai, come si chiama, tipo un prospetto dei prezzi per i paesi del mondo. Ho visto Italia, $150,000. La mattina dopo, ho incontrato Giancarlo. Un tipo molto italiano, con l’orologio d’oro, una bella abbronzatura, camicia bianca, senza calzini, sai. Abbiamo preso un espresso. E lui ha detto: “Ok, adoro il film. Quanto vuoi?” Ho detto: “Penso 150.000$”. Ha detto: “Posso darti 130.000$”. Ho detto: “Ok, grazie”. E così è andata. Sono uscito dall’incontro. Ho chiamato il mio socio, il mio produttore in Israele. Ho detto: “Ascolta, ho appena venduto il film all’Italia per 130.000$”. Ha detto: “Sì, ma l’Italia non pagherà mai”. Poi hanno pagato una settimana dopo (il regista ride, n.d.r.). Il film è stato davvero mostrato ovunque ed è stato di fatto l’inizio di una carriera internazionale, poi seguì nel 1993 Zohar, opera a sfondo locale su un cantante famoso. Il mio film più popolare fino a oggi in Israele, ma a livello internazionale non è stato davvero mostrato. Poi ho fatto molti anni di televisione. Poi Vulcan Junction, e così via.
Hai mai sentito pressioni politiche riguardo ai tuoi film?
Mi dispiace dirlo, ma no. Ci si aspetterebbe che qualcuno come me dica, sì, il governo mi ostacola, ma non è vero. Ricevo sempre fondi dai finanziamenti nazionali. La censura è una cosa molto complicata perché non si sa mai. Quando presenti una sceneggiatura e ti dicono no, non sai se è davvero solo per criteri artistici o se qualcuno era “preoccupato”. Ho fatto alcuni film, diciamo, “difficili”, soprattutto Il giardino di limoni. Non ha avuto problemi, il che non significa che gli sia piaciuto. Paradossalmente, in Israele c’è una certa situazione riguardo a The Sea di Shai Carmeli-Pollak, che è la candidatura israeliana agli Oscar. Conosco bene questo film perché ero mentore del regista al Jerusalem Film Lab, e circa dieci anni fa, si presentò con questa sceneggiatura, gli avevo detto che era una storia fantastica, ma che dovevamo lavorarci sopra. Quest’anno ho visto il film e mi è piaciuto molto. È davvero... Penso che un’ora dopo la cerimonia dell’Academy israeliana (gli Ophir Awards, n.d.r.), il Ministro della Cultura ha detto “ah, cos’è questo film? Palestinese?”
Sempre legato alla cerimonia che citi, ci sono stati dei problemi anche per Nadav Lapid dopo aver pubblicato un post su Facebook.
È tutto... Sai, si potrebbe dire che tutto è così stupido. Dio mio. D’altra parte, la politica è politica. Devi giocarci. Penso che The Sea sia la cosa migliore successa a Israele quest’anno. Anche se il Ministro ha detto “oh, non importa”, perché penso che quest’anno per Israele, quando ci sono così tanti film palestinesi molto forti, come The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, poi il film di una regista palestinese-americano, Cherien Dabis di cui ora mi sfugge il nome.

The Voice of Hind Rajab (2025) di Kaouther Ben Hania
All That’s Left of You. L’ho visto di recente.
E c’è anche Palestine 36 di Annemarie Jacir, ma non l’ho ancora visto, comunque, tre film forti di donne molto palestinesi, anti-israeliani. E penso che per noi, per Israele, presentare un film che racconta la storia di un ragazzo palestinese sia positivo. Ma i governi non lo capiscono. Pensano sempre che i film siano problematici e quello che dicono sia un cliché. Ricordo con Il giardino di limoni che ho avuto problemi. In Israele il film non ha avuto successo, poi è andato a Berlino, ha vinto l’Audience Award, quindi improvvisamente è stato un grande successo in tutto il mondo. In Francia è andato alla grande. E ho sempre detto che registi come me sono i migliori ambasciatori per Israele perché nessuno nel mondo vuole sentire propaganda. Vogliono sentire cose reali, problematiche, complesse da discutere. Nessuno crederà che un regista rappresenti il suo governo, perché non funziona così. Ma i governi sono un po’ lenti e le persone non lo capiscono davvero. Anche se forse a volte lo capiscono. Non lo so. È un peccato perché il cinema israeliano in generale è buon cinema. Fa cose interessanti. Ma abbiamo sempre un pubblico, certamente ai festival, ma anche nelle sale. Ho visto con Leggere Lolita a Teheran in Francia, è stato un grande successo. Anche in Italia. In Spagna, temevo perché è una nazione molto pro-Palestina, è stato proiettato pochi mesi fa e il successo fu discreto, non come negli altri paesi, ma comunque buono. E anche se è di un regista israeliano, penso che non sia l’elemento principale, ma non è... Cosa puoi dire? È una storia di donne iraniane. Quindi come possono attaccarmi davvero?
Voglio dire, credo che possono farlo, certo, perché sei un regista israeliano. Come osi raccontare questa storia (domanda posta con un certo tono ironico)?
Questa è un’altra cosa. Anche quando ho fatto Finale di coppa molti anni fa, ma anche con La sposa siriana sicuramente, e Il giardino di limoni, ci sono sempre voci che dicono: tu racconti la tua storia e noi racconteremo la nostra storia. Penso che un artista possa raccontare qualsiasi storia se la capisce, se la rispetta, se fa ricerche e la realizza con onore. Quindi non penso che si possa essere limitati dal fatto che non sei... Quindi non sono palestinese, e allora? Posso comunque raccontare una grande storia.
Per curiosità, hai visto Yes di Nadav Lapid? Cosa ne pensi? Lo cito perché prima parlavi di registi i cui film ti colpiscono come un martello, e non riuscivo a non pensare a lui.
No comment. Però credo che Nadav sia un regista super intelligente, Lo conosco da quando era ragazzo e fa un cinema affascinante. C’è qualcosa che è molto eccitante. Penso che a volte forse sia un po’ troppo diretto, ma è il suo stile. Lo apprezzo, lo amo e penso che stia facendo bene.
Credo tu preferisca un approccio più sottile per parlare di certe questioni politiche. Lapid invece ti urla le cose in faccia.
Sì, ma penso che il mio approccio sia davvero... Viene da un luogo in cui penso che le situazioni siano già così difficili e complesse. E stai camminando in un campo minato, perché ogni mossa sbagliata, ti fa esplodere. Quindi cerco di essere sottile, perché penso che alla fine l’audience... nel senso che ci sono molti tipi di pubblico. Alcune persone vengono al cinema e dicono “Ok, odiamo questo film”, ma improvvisamente si rendono conto che non lo odiamo veramente, più che altro li fa riflettere. Quindi penso che l’approccio sottile funzioni bene. Ma ci sono anche altri approcci ovviamente.