
di Francesco Scupola
NC-320
09.07.2025
Nel cinema di Takeshi Kitano coesistono due forze diametralmente opposte che sembrano escludersi a vicenda: da un lato la violenza, improvvisa, brutale, spogliata di qualsiasi spettacolarità; dall’altro la calma, silenziosa, fatta di attese, di piccoli gesti e di tempi dilatati. Non si tratta solo di ritmo, ma di un modo tutto personale di osservare il mondo. Kitano non cerca mai un equilibrio tra questi opposti, né tantomeno una sintesi: li mette in scena così come sono, lasciando che cozzino, si sfiorino o si ignorino del tutto. Il risultato che ne viene fuori è un cinema personalissimo, in cui la narrazione sembra essere sempre sul punto di interrompersi, per lasciare spazio a un momento di stasi o a un gesto improvviso e irreparabile.
Spesso i suoi personaggi si muovono come se fossero già al termine della loro corsa. Portano addosso una stanchezza profonda, spesso muta, come se vivessero fuori dal tempo. Il mondo della criminalità, quasi sempre presente nel cinema del regista giapponese, non viene mai mitizzato, piuttosto viene mostrato per quello che è veramente: qualcosa di freddo, ripetitivo, privo di senso, senza alcun fascino o gloria. Anche quando c’è azione, lo sguardo di Kitano rimane impassibile, quasi distaccato, più interessato a ciò che precede o segue un atto violento che non alla violenza in sé. La morte non è mai celebrata: arriva in fretta, senza pathos, e lascia dietro di sé un silenzio assordante.
Allo stesso tempo, nei suoi film troviamo anche momenti fanciulleschi: di gioco, di tenerezza, persino di poesia. Basti pensare a Sonatine, in cui la fuga temporanea dalla vita criminale apre uno spiraglio a scherzi e gesti giocosi. Oppure ad Hana-bi dove la pittura diventa una via di fuga in un mondo immaginario, fragile e pieno di bellezza. Ma questi momenti di leggerezza non oscurano la violenza: semmai la rendono più amara, poiché mostrano un’alternativa destinata a non durare. Kitano non offre giudizi, non dà risposte moraliste. Si limita a mostrare come la dolcezza e la brutalità possano convivere, senza mai trovare un vero equilibrio. È proprio in questa distanza, in questo continuo muoversi da un’estremità all’altra, che si trova il cuore pulsante del suo cinema.

Sonatine (1993)
In Sonatine, il cineasta porta all’estremo la distanza tra azione e inazione. La storia è quasi assente, conta molto di più quello che succede tra le azioni: i momenti sospesi, la noia, l’illusione di una tregua. La trama segue un gruppo di gangster della Yakuza che si rifugia in una spiaggia, in una sorta di esilio dal mondo violento che li ha formati. Ma il tempo che passa non ha nulla di rassicurante: si gioca, si scherza, si osserva il mare, ma sotto la superficie si intravede un malessere profondo, una stanchezza esistenziale.
La regia riflette brillantemente questo stato emotivo: inquadrature fisse, lunghi silenzi, campi larghi in cui i personaggi sembrano perdersi nello spazio circostante. Il montaggio è minimalista, i dialoghi sono scarsi ma pregni di significato, la musica assente o quasi. Quando la violenza arriva - ed è sempre improvvisa - è come se si aprisse una crepa nel tempo. Non c’è spettacolo né enfasi: spesso gli spari avvengono fuori campo o durano un istante.
Più che raccontare una storia, Sonatine osserva l’equilibrio precario tra due spinte contrarie: il desiderio di fuga e l’impossibilità di sottrarsi al proprio destino. I momenti di quiete non portano serenità, ma sembrano aprire ad un silenzio incerto, pieno di attesa. La calma non alleggerisce la tensione: la rende più ambigua, più sottile. La violenza, quando arriva, non interrompe il silenzio: lo completa. È secca, inevitabile, come se scaturisse proprio dall’immobilità stessa. Kitano non cerca di conciliare questi due poli: li lascia convivere, sfiorarsi, logorarsi a vicenda.

Hana-bi (1997)
Hana-bi è forse il punto più alto dell’equilibrio tra brutalità e dolcezza nel cinema dell'autore. La trama segue le vicende di un ex poliziotto attraversato da vari traumi, che si prende cura della moglie malata mentre si lascia trasportare in una serie di azioni sempre più disperate. Ma intorno a lui si apre un piccolo spiraglio fatto di silenzi, di piccoli gesti, di una tenerezza che non chiede nulla in cambio.
I quadri dipinti da Horibe - il collega rimasto paralizzato in un incidente che cerca rifugio nell’arte - simboleggiano una via di fuga da un mondo cupo e crudele. Le immagini infantili e surreali (che Kitano stesso realizza) fanno da controcampo alla brutalità, sono l’accesso ad un altra dimensione, più rosea e luminosa, fatta di immaginazione, dove la violenza non ha presa.
Anche in questo caso, la violenza, quando arriva, è priva di retorica. È muta, secca, senza enfasi né catarsi. La macchina da presa resta distante, sobria, quasi pudica, lasciando che le immagini parlino da sé. In questa tensione continua tra dolcezza e disperazione si intravede l’anima del film: un desiderio di bellezza che resiste, anche se per un attimo soltanto, nonostante tutto, prima di svanire per sempre nel silenzio.
Il protagonista, Nishi, interpretato dallo stesso Kitano, è un uomo che agisce in silenzio, senza mai rendere esplicite le proprie motivazioni. Non parla quasi mai di sé, ma prende decisioni brusche, spesso istintive. Il suo modo di interfacciarsi col mondo è grezzo, diretto, non lascia spazio ai sentimenti espressi in modo tradizionale. L’affetto verso la moglie, ad esempio, non viene trasmesso attraverso le parole, ma da piccoli gesti: la accompagna, ci gioca insieme, le sta accanto, la porta a vedere il mare.

La bellezza visiva di Hana-bi
Outrage (2010)
Con Outrage, Takeshi Kitano mette da parte ogni ambiguità contemplativa e si lascia andare in una spirale di violenza pura, spogliata da ogni retorica morale. Qui la brutalità non è più un’irruzione nel silenzio, ma un linguaggio, un codice prestabilito regolato da alleanze, tradimenti e vendetta. Il mondo messo in scena è chiuso in se stesso, gerarchico, regolato interamente da logiche di potere. Qui la quiete non significa tregua, ma solo attesa: un tempo morto in cui la tensione si riorganizza.
I personaggi si muovono come ingranaggi in un sistema che li divora: freddi, cinici, interscambiabili. Le parole sono solo scambi formali, strumenti per manipolare o guadagnare tempo. Kitano rinuncia all’introspezione: scava nell’automatismo della violenza, nella sua ripetizione rituale. Anche la regia è più asciutta, mantiene uno sguardo sempre distaccato, senza cercare empatia o coinvolgimento.
In questo vuoto emotivo si consuma una delle visioni più crude e disilluse del suo cinema. Se in Sonatine o Hana-bi la violenza era legata ad una crisi d’identità o a un dolore interiore, qui si mostra come forza strutturata. Un mondo chiuso, dove non pare esserci una vera via di fuga, e dove anche i momenti di calma apparente fanno parte dello stesso meccanismo che porta infine alla distruzione.

Kitano in Outrage
Violent Cop (1989)
Il debutto alla regia di Kitano, contiene già in forma embrionale i temi e le ossessioni che attraverseranno poi tutta la sua filmografia. Nasce in principio come progetto assegnato ad un altro regista, Kitano però ne prende il controllo riscrivendolo in modo radicale, trasformandolo da un poliziesco classico ad un’opera di una bellezza glaciale. La brutalità del protagonista, un poliziotto cinico e imprevedibile, non è compensata da alcuna forma di giustizia: la violenza è cieca, corrosiva, e porta con sé una sensazione di profonda desolazione morale.
Lo stile del film è essenziale, quasi spoglio. Il cineasta rinuncia volutamente a qualsiasi forma di spettacolarità, costruendo una narrazione secca, frammentata, dove le esplosioni di violenza sono improvvise e mai enfatizzate. La macchina da presa osserva distaccata, e spesso lascia che siano le inquadrature fisse e l’ellissi a parlare. La violenza, come nei suoi film successivi, è un fatto irrevocabile: arriva, si consuma in pochi istanti, e poi resta il vuoto.
Eppure, in Violent Cop, pare non ci sia ancora spazio per i momenti di tregua che caratterizzeranno le opere successive. Il film è dominato da un tono cupo e senza respiro, che lascia poco spazio a qualunque forma di redenzione o ripensamento. In un certo senso, è forse la sua opera più spietata, non tanto per ciò che mostra, ma per come nega ogni possibilità di redenzione. Kitano mette in scena un mondo crudele, dove ogni scelta sembra condurre inesorabilmente alla stessa conclusione: l'auto annientamento.

Violent Cop
di Francesco Scupola
NC-320
09.07.2025
Nel cinema di Takeshi Kitano coesistono due forze diametralmente opposte che sembrano escludersi a vicenda: da un lato la violenza, improvvisa, brutale, spogliata di qualsiasi spettacolarità; dall’altro la calma, silenziosa, fatta di attese, di piccoli gesti e di tempi dilatati. Non si tratta solo di ritmo, ma di un modo tutto personale di osservare il mondo. Kitano non cerca mai un equilibrio tra questi opposti, né tantomeno una sintesi: li mette in scena così come sono, lasciando che cozzino, si sfiorino o si ignorino del tutto. Il risultato che ne viene fuori è un cinema personalissimo, in cui la narrazione sembra essere sempre sul punto di interrompersi, per lasciare spazio a un momento di stasi o a un gesto improvviso e irreparabile.
Spesso i suoi personaggi si muovono come se fossero già al termine della loro corsa. Portano addosso una stanchezza profonda, spesso muta, come se vivessero fuori dal tempo. Il mondo della criminalità, quasi sempre presente nel cinema del regista giapponese, non viene mai mitizzato, piuttosto viene mostrato per quello che è veramente: qualcosa di freddo, ripetitivo, privo di senso, senza alcun fascino o gloria. Anche quando c’è azione, lo sguardo di Kitano rimane impassibile, quasi distaccato, più interessato a ciò che precede o segue un atto violento che non alla violenza in sé. La morte non è mai celebrata: arriva in fretta, senza pathos, e lascia dietro di sé un silenzio assordante.
Allo stesso tempo, nei suoi film troviamo anche momenti fanciulleschi: di gioco, di tenerezza, persino di poesia. Basti pensare a Sonatine, in cui la fuga temporanea dalla vita criminale apre uno spiraglio a scherzi e gesti giocosi. Oppure ad Hana-bi dove la pittura diventa una via di fuga in un mondo immaginario, fragile e pieno di bellezza. Ma questi momenti di leggerezza non oscurano la violenza: semmai la rendono più amara, poiché mostrano un’alternativa destinata a non durare. Kitano non offre giudizi, non dà risposte moraliste. Si limita a mostrare come la dolcezza e la brutalità possano convivere, senza mai trovare un vero equilibrio. È proprio in questa distanza, in questo continuo muoversi da un’estremità all’altra, che si trova il cuore pulsante del suo cinema.

Sonatine (1993)
In Sonatine, il cineasta porta all’estremo la distanza tra azione e inazione. La storia è quasi assente, conta molto di più quello che succede tra le azioni: i momenti sospesi, la noia, l’illusione di una tregua. La trama segue un gruppo di gangster della Yakuza che si rifugia in una spiaggia, in una sorta di esilio dal mondo violento che li ha formati. Ma il tempo che passa non ha nulla di rassicurante: si gioca, si scherza, si osserva il mare, ma sotto la superficie si intravede un malessere profondo, una stanchezza esistenziale.
La regia riflette brillantemente questo stato emotivo: inquadrature fisse, lunghi silenzi, campi larghi in cui i personaggi sembrano perdersi nello spazio circostante. Il montaggio è minimalista, i dialoghi sono scarsi ma pregni di significato, la musica assente o quasi. Quando la violenza arriva - ed è sempre improvvisa - è come se si aprisse una crepa nel tempo. Non c’è spettacolo né enfasi: spesso gli spari avvengono fuori campo o durano un istante.
Più che raccontare una storia, Sonatine osserva l’equilibrio precario tra due spinte contrarie: il desiderio di fuga e l’impossibilità di sottrarsi al proprio destino. I momenti di quiete non portano serenità, ma sembrano aprire ad un silenzio incerto, pieno di attesa. La calma non alleggerisce la tensione: la rende più ambigua, più sottile. La violenza, quando arriva, non interrompe il silenzio: lo completa. È secca, inevitabile, come se scaturisse proprio dall’immobilità stessa. Kitano non cerca di conciliare questi due poli: li lascia convivere, sfiorarsi, logorarsi a vicenda.

Hana-bi (1997)
Hana-bi è forse il punto più alto dell’equilibrio tra brutalità e dolcezza nel cinema dell'autore. La trama segue le vicende di un ex poliziotto attraversato da vari traumi, che si prende cura della moglie malata mentre si lascia trasportare in una serie di azioni sempre più disperate. Ma intorno a lui si apre un piccolo spiraglio fatto di silenzi, di piccoli gesti, di una tenerezza che non chiede nulla in cambio.
I quadri dipinti da Horibe - il collega rimasto paralizzato in un incidente che cerca rifugio nell’arte - simboleggiano una via di fuga da un mondo cupo e crudele. Le immagini infantili e surreali (che Kitano stesso realizza) fanno da controcampo alla brutalità, sono l’accesso ad un altra dimensione, più rosea e luminosa, fatta di immaginazione, dove la violenza non ha presa.
Anche in questo caso, la violenza, quando arriva, è priva di retorica. È muta, secca, senza enfasi né catarsi. La macchina da presa resta distante, sobria, quasi pudica, lasciando che le immagini parlino da sé. In questa tensione continua tra dolcezza e disperazione si intravede l’anima del film: un desiderio di bellezza che resiste, anche se per un attimo soltanto, nonostante tutto, prima di svanire per sempre nel silenzio.
Il protagonista, Nishi, interpretato dallo stesso Kitano, è un uomo che agisce in silenzio, senza mai rendere esplicite le proprie motivazioni. Non parla quasi mai di sé, ma prende decisioni brusche, spesso istintive. Il suo modo di interfacciarsi col mondo è grezzo, diretto, non lascia spazio ai sentimenti espressi in modo tradizionale. L’affetto verso la moglie, ad esempio, non viene trasmesso attraverso le parole, ma da piccoli gesti: la accompagna, ci gioca insieme, le sta accanto, la porta a vedere il mare.

La bellezza visiva di Hana-bi
Outrage (2010)
Con Outrage, Takeshi Kitano mette da parte ogni ambiguità contemplativa e si lascia andare in una spirale di violenza pura, spogliata da ogni retorica morale. Qui la brutalità non è più un’irruzione nel silenzio, ma un linguaggio, un codice prestabilito regolato da alleanze, tradimenti e vendetta. Il mondo messo in scena è chiuso in se stesso, gerarchico, regolato interamente da logiche di potere. Qui la quiete non significa tregua, ma solo attesa: un tempo morto in cui la tensione si riorganizza.
I personaggi si muovono come ingranaggi in un sistema che li divora: freddi, cinici, interscambiabili. Le parole sono solo scambi formali, strumenti per manipolare o guadagnare tempo. Kitano rinuncia all’introspezione: scava nell’automatismo della violenza, nella sua ripetizione rituale. Anche la regia è più asciutta, mantiene uno sguardo sempre distaccato, senza cercare empatia o coinvolgimento.
In questo vuoto emotivo si consuma una delle visioni più crude e disilluse del suo cinema. Se in Sonatine o Hana-bi la violenza era legata ad una crisi d’identità o a un dolore interiore, qui si mostra come forza strutturata. Un mondo chiuso, dove non pare esserci una vera via di fuga, e dove anche i momenti di calma apparente fanno parte dello stesso meccanismo che porta infine alla distruzione.

Kitano in Outrage
Violent Cop (1989)
Il debutto alla regia di Kitano, contiene già in forma embrionale i temi e le ossessioni che attraverseranno poi tutta la sua filmografia. Nasce in principio come progetto assegnato ad un altro regista, Kitano però ne prende il controllo riscrivendolo in modo radicale, trasformandolo da un poliziesco classico ad un’opera di una bellezza glaciale. La brutalità del protagonista, un poliziotto cinico e imprevedibile, non è compensata da alcuna forma di giustizia: la violenza è cieca, corrosiva, e porta con sé una sensazione di profonda desolazione morale.
Lo stile del film è essenziale, quasi spoglio. Il cineasta rinuncia volutamente a qualsiasi forma di spettacolarità, costruendo una narrazione secca, frammentata, dove le esplosioni di violenza sono improvvise e mai enfatizzate. La macchina da presa osserva distaccata, e spesso lascia che siano le inquadrature fisse e l’ellissi a parlare. La violenza, come nei suoi film successivi, è un fatto irrevocabile: arriva, si consuma in pochi istanti, e poi resta il vuoto.
Eppure, in Violent Cop, pare non ci sia ancora spazio per i momenti di tregua che caratterizzeranno le opere successive. Il film è dominato da un tono cupo e senza respiro, che lascia poco spazio a qualunque forma di redenzione o ripensamento. In un certo senso, è forse la sua opera più spietata, non tanto per ciò che mostra, ma per come nega ogni possibilità di redenzione. Kitano mette in scena un mondo crudele, dove ogni scelta sembra condurre inesorabilmente alla stessa conclusione: l'auto annientamento.

Violent Cop