
di Andrea Aleo
NC-332
19.09.2025
Julia Ducournau, regista francese nata nel 1983, è entrata nel panorama dell’horror odierno con un’identità cinematografica fortissima. In occasione dell’uscita nelle sale del suo ultimo film, Alpha (2025), questo articolo getta uno sguardo sull’ideologia che questa cineasta ha portato finora sullo schermo.
Il suo film precedente, Titane (2021), si apre con una macchina su cui viaggiano un uomo e la figlia Alexia. Subito dopo, un grave incidente stradale costringe la bambina a una delicata operazione chirurgica e, da quel momento, vivrà con una placca di titanio nella tempia. Anni dopo, Alexia (Agathe Rousselle) è diventata una ragazza violenta, con un padre totalmente assente, incapace di relazionarsi con gli altri, che lavora in uno strano night club dove si eseguono delle danze erotiche sopra le automobili.

Julia Ducournau sul set

Titane (2021)
L’impatto nell’incidente crea un legame indissolubile tra Alexia e il titanio, tra l’umano e il metallo. Di questo è fatta la corazza che la ragazza erge per difendersi dal mondo, e con la stessa, durissima e contundente, distrugge chi prova a toccarla. Ma sotto questo scudo, c’è una donna privata di ogni affetto. La lotta intestina tra una parte che vuole amare e una che vuole distruggere, crea un essere che non trova il suo posto nel mondo. Solo l’arrivo di Vincent (Vincent Lindon) può fare breccia nella sua corazza di titanio perché, come lei, è deprivato di qualcosa. Nella disperazione della perdita di un figlio, si incastra con la necessità di Alexia di donarsi al prossimo.
L’accostamento al cinema di David Cronenberg è d’obbligo, sia nell’estetica da body horror, sia specificamente nel confronto con Crash (1996). Ma, se inizialmente le due opere sono parte di una ideologia comune, Titane subisce una deriva di singificato, che lo porta a essere estremamente distante. Crash è un film pessimista, nel quale l’eccitazione sprigionata dall’impatto col metallo manifesta un desiderio morboso di vivere la sessualità, un’impossibilità di soddisfare umanamente la libido. Un lungometraggio che contempla un superamento delle relazioni inter-umane, in un nichilismo dei sentimenti che fa sbandare verso il rapporto con l’inanimato più duro e mortifero.

Crash (1996)
In Titane invece la violenza, e dunque lo scontro uomo-macchina, è il punto di partenza ossimorico per una riflessione completamente umana. La brutalità spasmodica della prima parte di film ci parla di un desiderio impellente di comunicare un sentimento, totalmente immaturo, ancora imbrigliato sotto un’epidermide di titanio. Il livore distruttivo di Alexia, nato anche (forse) dalle assordanti assenze familiari, si sviluppa parallelamente a un feroce desiderio di amare. E nell’incapacità di trovare un legame umano, nell’alienazione totale dal mondo civilizzato, devia nel legame con la macchina. Come in Crash, ma all’opposto di Crash, perché in Titane questa sterilità genera vita.
Un’idea che lo rende lontanissimo anche da Tetsuo (1989) di Shin’ya Tsukamoto, in cui la fusione del corpo umano con la macchina è un delirio pessimistico, incubo distopico sull’impennata tecnologica giapponese di fine anni ’80, dove la paranoia del singolo va di pari passo con quella del contesto socio-culturale. Anche rispetto a La mosca (1986) di David Cronenberg, Julia Ducournau con Titane destruttura il topos della mutazione corporea come preludio all’alienazione. Prende la solitudine sociale come punto di partenza, la porta all’estremo nel rapporto tra uomo e inanimato e, all’apice della deriva etero-umana, ritorna alla vita con la gravidanza e una figura paterna ritrovata. Il connubio tra il corpo della protagonista e il freddo metallo, stravolge la poetica di Cronenberg e ricolloca la solitudine a combustibile necessario per gridare la propria diversità.

The Fly (La mosca, 1989)
C’è tanto cinema francese al momento attuale nell’ambito del body horror. Ultimo caso, The Substance (2024), di produzione mista franco-inglese-americana, ma ideato e diretto dalla francese Coralie Fargeat. The Substance si pone come il punto di arrivo di un percorso di scissione tra il potere del corpo e l’identità che lo sostiene, invertendo il significato che il corpo aveva nel cinema degli anni ‘80. Un decennio nel quale l’esaltazione della tonicità, della bellezza, della prestanza, erano espressione sintomatica dell’America di Ronald Reagan, una società che gradualmente usciva dall’inquietudine della New Hollywood e che si proiettava nel futuro con ottimismo sfrenato (e spietato).
Oggi, ci dice Coralie Fargeat, lo splendore fisico e l’ebbrezza della fama sono una patina sfavillante sotto la quale l’Io si è assottigliato fino a diventare uno strato di carta velina, pronto a essere frantumato dal regime dei parametri di bellezza. La scissione tra Elisabeth (Demi Moore) e Sue (Margaret Qualley) è il punto di arrivo di questo processo, e l’escrescenza sul gluteo di Sue durante le prove di ballo è il veleno che vuole venire fuori, l’atto finale col quale l’identità sgretolata straborda deturpando l’involucro perfetto che la contiene.
Pur con molte differenze stilistiche e tematiche, The Substance e Titane dialogano sul tema del giudizio della comunità verso il singolo. È la rabbia incontenibile il fil rouge che unisce le scene finali di queste due opere, è il desiderio di mostrarsi repellenti agli occhi di una massa che non tollera ciò che esula dal normale. Il parto di una creatura aliena (Titane) e il conato distruttivo su tutta la platea (The Substance) sono due urli sconquassanti contro un mondo nel quale le vere mostruosità sono l’indifferenza e il giudizio linciante.

The Substance (2024)
Il totalitarismo dei canoni estetici è dunque un tema cruciale nella riflessione attuale, come dimostra anche il recentissimo The Ugly Stepsister (2025), diretto dalla norvegese Emilie Blichfeldt, strepitosa rivisitazione al tempo presente della Cenerentola dei fratelli Grimm. Ma Julia Ducournau si allinea a questo tipo di cinema da una prospettiva laterale. Nel suo esordio Junior, cortometraggio del 2011, la ragazzina protagonista, brufolosa e un po’ maschiacchio nei modi, da un giorno all’altro si ritrova inaspettatamente bella in viso. Nel frattempo però la sua pelle sotto i vestiti si desquama emettendo un liquido appiccicoso. Già all’esordio, e con toni quasi da commedia, la trasformazione fisica per l’autrice è al contempo processo di crescita e scontro con la comunità.
Raw (2016)si pone in maniera più pessimistica, per la mancanza di uno sfogo costruttivo della violenza. Tuttavia l’atto cannibale, così come gli omicidi della protagonista di Titane, rappresenta quella tensione di distruzione che è sempre in bilico tra scontro con un mondo giudicante e accettazione della parte oscura di sé.

Junior (2011)
Non è l’altissimo standard di bellezza quello contro cui la Ducournau si scaglia, ma quello del livello zero, cioè quello della normalità e dell’essere accettabili. Sia sulle opere di Julia Ducournau sia su The Substance, inoltre, non può mancare la riflessione sul femminile. Protagoniste donne, dirette da registe donne. È il corpo femminile a mutare, perché è questo che è assillato dal giudizio altrui per inclinazione sociologica e culturale. E allora la ribellione consiste nel mutarlo questo corpo, distorcerlo fino al fastidio visivo, fino a toccare la bruttezza, ultimo spauracchio della società del bello.
Ma per Julia Ducournau il femminile non diventa assioma sul quale fondare il suo cinema. La sua corporalità è fluida, non è legata al genere, ma strettamente all’identità. Alexia si spaccia per maschio dopo aver alterato i suoi connotati. E a Vincent, l’uomo che le fa da padre, alla fine, non importa nulla se quello che riteneva suo figlio sia maschio o femmina. Ciò che è centrale per la regista francese è il recupero dell’identità nascosta sotto la superficie, anche quando quest’ultima è mostruosa, anche quando è frammista alla materia inerte.

Raw (2016)
In questo si avvicina anche a Poor Things (Povere creature!, 2023) di Yorgos Lanthimos, dove il corpo senza vita, come nel Frankenstein di Mary Shelley, è il punto di partenza per la ricerca dell’identità, qui decisamente declinata al femminile. Etichettare solo come body horror il cinema della Ducournau diventa quindi semplicistico, perché sulla base orrorifica dei corpi martoriati e ibridati, costruisce un’ideologia ramificata. Un altro nucleo portante del suo cinema è l’eredità matrilineare. E mettendo a paragone Raw e Titane su questo punto, stavolta opera una differenza di vedute.
Raw rientra ancora nell’horror in senso stretto, perché la condizione cannibale mostrata nel film è uno stato congenito, insito nella famiglia protagonista. Così come in Hereditary (2016) di Ari Aster, il male è una condizione ineluttabile, che opera al di sopra del libero arbitrio umano, e la linea familiare materna è il suo contenitore involontario. Titane ribalta questa riflessione, laddove la sofferenza è il punto di partenza disperato, e la discendenza da madre a figlio si apre a un messaggio radicale di speranza nel futuro.

Titane (2021)
In Titane, la deriva furiosa di Alexia verso l’inanimato rappresenta l’unica soluzione all’incomunicabilità col mondo, e il concepimento etero-umano è il frutto ultimo del suo desiderio enorme, ancora inconscio, di dedicarsi a un essere vivente. L’emarginazione, la solitudine, diventano i carburanti che nutrono la furia di un sentimento sepolto, che si invera nell’amore verso un padre e nella maternità. La violenza omicida della protagonista inverte il suo vettore e, con potenza uguale e contraria, si incanala in una forza che crea la vita. L’ira e l’amore sono i poli opposti di un binomio incastonato in una nuova creatura del domani, frutto di un amore materno proporzionale alla rabbia che lo ha concepito.
È evidente che il body horror sia in ascesa nel recentissimo periodo. Nel 2021, l’anno in cui Titane ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, il Leone d’Oro a Venezia è andato a L’Événement (La scelta di Anne), di Audrey Diwan. Un film che non rientra di certo nel canone dell’horror, ma nel quale la brutalità visiva di una carne martoriata è uno strumento per parlare dei mali contemporanei. La scena dell’aborto autoprocurato, col taglio del cordone e il rumore del feto che cade nel gabinetto è un’immagine orrorifica asservita alla sua funzione civica.
La filmografia di Julia Ducournau, per quanto ancora limitata, si interseca in maniera obliqua con l’horror e il body horror. Se Raw è un’opera che si muove all’interno dei canoni del genere, Titane ne scavalca i confini, li ridefinisce a modo suo, creando un oggetto indipendente e coraggiosissimo nel panorama attuale. Nell’attesa di Alpha, Titane allo stato delle cose rappresenta per la cineasta l’evoluzione di significato e il punto più maturo della sua ideologia. Se in The Substance Coralie Fargeat adopera il body horror come veicolo che esteriorizza la disintegrazione dell’ego tramite quella del corpo, Julia Ducournau lo usa come antidoto inconscio all’odio del mondo esterno. Una riflessione nella quale il corpo mutato, quello sottostante alle fattezze normali, è più autentico di quello integro, è una parte latente del sé che viene a galla. E che, dalla sua prospettiva emarginata e solitaria, lancia un urlo di identità senza compromessi.
di Andrea Aleo
NC-332
19.09.2025

Julia Ducournau sul set
Julia Ducournau, regista francese nata nel 1983, è entrata nel panorama dell’horror odierno con un’identità cinematografica fortissima. In occasione dell’uscita nelle sale del suo ultimo film, Alpha (2025), questo articolo getta uno sguardo sull’ideologia che questa cineasta ha portato finora sullo schermo.
Il suo film precedente, Titane (2021), si apre con una macchina su cui viaggiano un uomo e la figlia Alexia. Subito dopo, un grave incidente stradale costringe la bambina a una delicata operazione chirurgica e, da quel momento, vivrà con una placca di titanio nella tempia. Anni dopo, Alexia (Agathe Rousselle) è diventata una ragazza violenta, con un padre totalmente assente, incapace di relazionarsi con gli altri, che lavora in uno strano night club dove si eseguono delle danze erotiche sopra le automobili.

Titane (2021)
L’impatto nell’incidente crea un legame indissolubile tra Alexia e il titanio, tra l’umano e il metallo. Di questo è fatta la corazza che la ragazza erge per difendersi dal mondo, e con la stessa, durissima e contundente, distrugge chi prova a toccarla. Ma sotto questo scudo, c’è una donna privata di ogni affetto. La lotta intestina tra una parte che vuole amare e una che vuole distruggere, crea un essere che non trova il suo posto nel mondo. Solo l’arrivo di Vincent (Vincent Lindon) può fare breccia nella sua corazza di titanio perché, come lei, è deprivato di qualcosa. Nella disperazione della perdita di un figlio, si incastra con la necessità di Alexia di donarsi al prossimo.
L’accostamento al cinema di David Cronenberg è d’obbligo, sia nell’estetica da body horror, sia specificamente nel confronto con Crash (1996). Ma, se inizialmente le due opere sono parte di una ideologia comune, Titane subisce una deriva di singificato, che lo porta a essere estremamente distante. Crash è un film pessimista, nel quale l’eccitazione sprigionata dall’impatto col metallo manifesta un desiderio morboso di vivere la sessualità, un’impossibilità di soddisfare umanamente la libido. Un lungometraggio che contempla un superamento delle relazioni inter-umane, in un nichilismo dei sentimenti che fa sbandare verso il rapporto con l’inanimato più duro e mortifero.

Crash (1996)
In Titane invece la violenza, e dunque lo scontro uomo-macchina, è il punto di partenza ossimorico per una riflessione completamente umana. La brutalità spasmodica della prima parte di film ci parla di un desiderio impellente di comunicare un sentimento, totalmente immaturo, ancora imbrigliato sotto un’epidermide di titanio. Il livore distruttivo di Alexia, nato anche (forse) dalle assordanti assenze familiari, si sviluppa parallelamente a un feroce desiderio di amare. E nell’incapacità di trovare un legame umano, nell’alienazione totale dal mondo civilizzato, devia nel legame con la macchina. Come in Crash, ma all’opposto di Crash, perché in Titane questa sterilità genera vita.
Un’idea che lo rende lontanissimo anche da Tetsuo (1989) di Shin’ya Tsukamoto, in cui la fusione del corpo umano con la macchina è un delirio pessimistico, incubo distopico sull’impennata tecnologica giapponese di fine anni ’80, dove la paranoia del singolo va di pari passo con quella del contesto socio-culturale. Anche rispetto a La mosca (1986) di David Cronenberg, Julia Ducournau con Titane destruttura il topos della mutazione corporea come preludio all’alienazione. Prende la solitudine sociale come punto di partenza, la porta all’estremo nel rapporto tra uomo e inanimato e, all’apice della deriva etero-umana, ritorna alla vita con la gravidanza e una figura paterna ritrovata. Il connubio tra il corpo della protagonista e il freddo metallo, stravolge la poetica di Cronenberg e ricolloca la solitudine a combustibile necessario per gridare la propria diversità.

The Fly (La mosca, 1989)
C’è tanto cinema francese al momento attuale nell’ambito del body horror. Ultimo caso, The Substance (2024), di produzione mista franco-inglese-americana, ma ideato e diretto dalla francese Coralie Fargeat. The Substance si pone come il punto di arrivo di un percorso di scissione tra il potere del corpo e l’identità che lo sostiene, invertendo il significato che il corpo aveva nel cinema degli anni ‘80. Un decennio nel quale l’esaltazione della tonicità, della bellezza, della prestanza, erano espressione sintomatica dell’America di Ronald Reagan, una società che gradualmente usciva dall’inquietudine della New Hollywood e che si proiettava nel futuro con ottimismo sfrenato (e spietato).
Oggi, ci dice Coralie Fargeat, lo splendore fisico e l’ebbrezza della fama sono una patina sfavillante sotto la quale l’Io si è assottigliato fino a diventare uno strato di carta velina, pronto a essere frantumato dal regime dei parametri di bellezza. La scissione tra Elisabeth (Demi Moore) e Sue (Margaret Qualley) è il punto di arrivo di questo processo, e l’escrescenza sul gluteo di Sue durante le prove di ballo è il veleno che vuole venire fuori, l’atto finale col quale l’identità sgretolata straborda deturpando l’involucro perfetto che la contiene.
Pur con molte differenze stilistiche e tematiche, The Substance e Titane dialogano sul tema del giudizio della comunità verso il singolo. È la rabbia incontenibile il fil rouge che unisce le scene finali di queste due opere, è il desiderio di mostrarsi repellenti agli occhi di una massa che non tollera ciò che esula dal normale. Il parto di una creatura aliena (Titane) e il conato distruttivo su tutta la platea (The Substance) sono due urli sconquassanti contro un mondo nel quale le vere mostruosità sono l’indifferenza e il giudizio linciante.

The Substance (2024)
Il totalitarismo dei canoni estetici è dunque un tema cruciale nella riflessione attuale, come dimostra anche il recentissimo The Ugly Stepsister (2025), diretto dalla norvegese Emilie Blichfeldt, strepitosa rivisitazione al tempo presente della Cenerentola dei fratelli Grimm. Ma Julia Ducournau si allinea a questo tipo di cinema da una prospettiva laterale. Nel suo esordio Junior, cortometraggio del 2011, la ragazzina protagonista, brufolosa e un po’ maschiacchio nei modi, da un giorno all’altro si ritrova inaspettatamente bella in viso. Nel frattempo però la sua pelle sotto i vestiti si desquama emettendo un liquido appiccicoso. Già all’esordio, e con toni quasi da commedia, la trasformazione fisica per l’autrice è al contempo processo di crescita e scontro con la comunità.
Raw (2016)si pone in maniera più pessimistica, per la mancanza di uno sfogo costruttivo della violenza. Tuttavia l’atto cannibale, così come gli omicidi della protagonista di Titane, rappresenta quella tensione di distruzione che è sempre in bilico tra scontro con un mondo giudicante e accettazione della parte oscura di sé.

Junior (2011)
Non è l’altissimo standard di bellezza quello contro cui la Ducournau si scaglia, ma quello del livello zero, cioè quello della normalità e dell’essere accettabili. Sia sulle opere di Julia Ducournau sia su The Substance, inoltre, non può mancare la riflessione sul femminile. Protagoniste donne, dirette da registe donne. È il corpo femminile a mutare, perché è questo che è assillato dal giudizio altrui per inclinazione sociologica e culturale. E allora la ribellione consiste nel mutarlo questo corpo, distorcerlo fino al fastidio visivo, fino a toccare la bruttezza, ultimo spauracchio della società del bello.
Ma per Julia Ducournau il femminile non diventa assioma sul quale fondare il suo cinema. La sua corporalità è fluida, non è legata al genere, ma strettamente all’identità. Alexia si spaccia per maschio dopo aver alterato i suoi connotati. E a Vincent, l’uomo che le fa da padre, alla fine, non importa nulla se quello che riteneva suo figlio sia maschio o femmina. Ciò che è centrale per la regista francese è il recupero dell’identità nascosta sotto la superficie, anche quando quest’ultima è mostruosa, anche quando è frammista alla materia inerte.

Raw (2016)
In questo si avvicina anche a Poor Things (Povere creature!, 2023) di Yorgos Lanthimos, dove il corpo senza vita, come nel Frankenstein di Mary Shelley, è il punto di partenza per la ricerca dell’identità, qui decisamente declinata al femminile. Etichettare solo come body horror il cinema della Ducournau diventa quindi semplicistico, perché sulla base orrorifica dei corpi martoriati e ibridati, costruisce un’ideologia ramificata. Un altro nucleo portante del suo cinema è l’eredità matrilineare. E mettendo a paragone Raw e Titane su questo punto, stavolta opera una differenza di vedute.
Raw rientra ancora nell’horror in senso stretto, perché la condizione cannibale mostrata nel film è uno stato congenito, insito nella famiglia protagonista. Così come in Hereditary (2016) di Ari Aster, il male è una condizione ineluttabile, che opera al di sopra del libero arbitrio umano, e la linea familiare materna è il suo contenitore involontario. Titane ribalta questa riflessione, laddove la sofferenza è il punto di partenza disperato, e la discendenza da madre a figlio si apre a un messaggio radicale di speranza nel futuro.

Titane (2021)
In Titane, la deriva furiosa di Alexia verso l’inanimato rappresenta l’unica soluzione all’incomunicabilità col mondo, e il concepimento etero-umano è il frutto ultimo del suo desiderio enorme, ancora inconscio, di dedicarsi a un essere vivente. L’emarginazione, la solitudine, diventano i carburanti che nutrono la furia di un sentimento sepolto, che si invera nell’amore verso un padre e nella maternità. La violenza omicida della protagonista inverte il suo vettore e, con potenza uguale e contraria, si incanala in una forza che crea la vita. L’ira e l’amore sono i poli opposti di un binomio incastonato in una nuova creatura del domani, frutto di un amore materno proporzionale alla rabbia che lo ha concepito.
È evidente che il body horror sia in ascesa nel recentissimo periodo. Nel 2021, l’anno in cui Titane ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, il Leone d’Oro a Venezia è andato a L’Événement (La scelta di Anne), di Audrey Diwan. Un film che non rientra di certo nel canone dell’horror, ma nel quale la brutalità visiva di una carne martoriata è uno strumento per parlare dei mali contemporanei. La scena dell’aborto autoprocurato, col taglio del cordone e il rumore del feto che cade nel gabinetto è un’immagine orrorifica asservita alla sua funzione civica.
La filmografia di Julia Ducournau, per quanto ancora limitata, si interseca in maniera obliqua con l’horror e il body horror. Se Raw è un’opera che si muove all’interno dei canoni del genere, Titane ne scavalca i confini, li ridefinisce a modo suo, creando un oggetto indipendente e coraggiosissimo nel panorama attuale. Nell’attesa di Alpha, Titane allo stato delle cose rappresenta per la cineasta l’evoluzione di significato e il punto più maturo della sua ideologia. Se in The Substance Coralie Fargeat adopera il body horror come veicolo che esteriorizza la disintegrazione dell’ego tramite quella del corpo, Julia Ducournau lo usa come antidoto inconscio all’odio del mondo esterno. Una riflessione nella quale il corpo mutato, quello sottostante alle fattezze normali, è più autentico di quello integro, è una parte latente del sé che viene a galla. E che, dalla sua prospettiva emarginata e solitaria, lancia un urlo di identità senza compromessi.