

Woody Allen e l'arte
di smontare se stessi,
di Maurizio Encari
TR-138
24.11.2025
New York, 1997. Woody Allen - ormai sessantaduenne e reduce da anni di polemiche mediatiche legate alla sua vita privata - decide di mettere letteralmente in scena il proprio Io più oscuro e inconfessabile, quello fuori fuoco e quello più sincero al contempo. Il risultato è Deconstructing Harry (Harry a pezzi), una delle opere più amabilmente ciniche e autobiografiche non soltanto della sua filmografia ma dell'intera Storia del cinema, un film che ha rappresentato un punto di non ritorno nella poetica alleniana e ha ulteriormente ridefinito il significato di autore.
Come vi raccontiamo in questo speciale dedicato al film in occasione del suo ritorno nelle sale, ci troviamo di fronte a un'opera che altro non è se non un lungo, doloroso processo di autocritica mascherato da commedia nera, dove il protagonista Harry Block - scrittore newyorchese di successo ma dalla vita privata a dir poco problematica - diventa specchio deforme di tutte le nevrosi, le ossessioni e le contraddizioni che hanno caratterizzato non solo la vita del regista/attore ma la sua intera produzione. Un'operazione metacinematografica che guarda indietro a grandi classici della sua carriera, come Annie Hall (Io e Annie (1977) o Hannah and Her Sisters (Hannah e le sue sorelle, 1986), ma che si spinge anche verso territori più cupi e introspettivi, anticipando le derive di titoli del calibro di Match Point (2005) o Blue Jasmine (2013).
Sin dalle prime inquadrature, Harry a pezzi - titolo italiano dell'opera, anche se l'originale Deconstructing Harry era ben più incisivo - si presenta come un'opera frammentaria, nervosa, quasi febbrile nella sua costruzione. Harry Block, interpretato dallo stesso Allen con un'intensità raramente vista nei suoi lavori precedenti, è uno scrittore di successo la cui esistenza personale è un completo disastro: tre ex mogli, una relazione clandestina con la consorte del suo migliore amico, un rapporto conflittuale con il figlio, dipendenze da alcol e prostitute. Ma soprattutto il protagonista è incapace di affrontare i giorni che lo aspettano se non filtrandoli attraverso la lente deformante della scrittura, trasformando ogni persona che incontra in materiale narrativo senza curarsi delle conseguenze.

Con Elisabeth Shue e Billy Crystal in Deconstructing Harry (Harry a pezzi, 1997)
Laddove nei lavori precedenti Allen aveva spesso mantenuto una certa distanza ironica dai suoi protagonisti nevrotici, qui il personaggio di Harry viene presentato senza filtri protettivi. È un uomo detestabile sotto molti aspetti, egoista, manipolatore, ossessionato dal sesso e dall'autocompiacimento. Eppure Allen non cerca né la redenzione né la condanna facile: semplicemente lo osserva, lo (dis)seziona, lo decostruisce appunto, lasciando allo spettatore il compito di trovare eventuali spiragli di umanità in questo derelitto emotivo totalmente allo sbando.
Si smonta pezzo per pezzo non solo la figura dello scrittore protagonista ma l'intera mitologia che circonda l'artista tormentato, quello che sacrifica tutto e tutti sull'altare della propria arte. Una mitologia che lo stesso Allen aveva contribuito a costruire nei decenni e che qui viene finalmente messa in discussione senza pietà.
Dal punto di vista strutturale, Deconstructing Harry rappresenta una delle opere più sperimentali dell'autore, seconda forse solo a Zelig (1983) per audacia formale. Il lungometraggio alterna costantemente tre livelli narrativi distinti: la "realtà" di Harry nel presente, i flashback che raccontano episodi del suo passato, e soprattutto i racconti e i personaggi che Harry ha creato, che vengono rappresentati come veri e propri spezzoni inseriti nella narrazione principale.
Questa tecnica, che Allen aveva già sperimentato in forma embrionale in Manhattan (1979) o in Crimes and Misdemeanors (Crimini e misfatti, 1989), qui raggiunge il suo apice. I confini tra la vita reale e quella immaginata si dissolvono progressivamente in un castello di carte ricco di sorprese, al punto che lo stesso Harry ammette di confondere spesso le due dimensioni. E come dargli torto, quando le persone reali che ha ferito e tradito continuano a rimproverargli di averle trasformate in personaggi dei suoi romanzi, esponendo al pubblico i loro segreti più segreti?

Manhattan (1979), uno dei grandi classici della filmografia di Woody Allen
La frammentarietà della narrazione si riflette anche nella messa in scena: un montaggio tintinnante, passaggi bruschi da una sequenza all'altra, un racconto volutamente irregolare. Quando Harry inizia a essere, come accennato in precedenza, letteralmente "fuori fuoco" durante una delle sue crisi esistenziali, la metafora visiva si fa palese: è un uomo che ha perso la capacità di vedere chiaramente, sia gli altri che se stesso.
Ecco così che Deconstructing Harry si pone in dialogo diretto con Stardust Memories (1980), altra pellicola dove Allen aveva giocato con i livelli di realtà mescolando la vita di un regista con le sue creazioni. Ma se in quel caso l'operazione aveva ancora una patina di nostalgia felliniana - il riferimento a 8½ (1963) era esplicito - qui la frammentazione è più violenta, meno compiaciuta, quasi dolorosa nella sua onestà senza filtri.
Se c'è un elemento che attraversa tutta la filmografia di Allen è il rapporto complesso, spesso problematico, sempre centrale con la figura femminile. In Deconstructing Harry questa "patologia" raggiunge livelli paradossalmente parossistici: il protagonista è letteralmente assediato da un esercito di donne che lo accusano, lo insultano, lo minacciano o ancora lo abbandonano. Il Nostro è così (con)centrato su se stesso da scoprirsi incapace di vedere e comprendere le presenze femminili della sua vita come entità complete, riducendole a ruoli funzionali nella narrazione esistenziale che lo vede sempre e comunque assoluta star.
Questo approccio si pone in netto contrasto con film precedenti come Hannah and Her Sisters o Another Woman (Un'altra donna, 1988), dove Allen aveva dimostrato capacità di creare ritratti femminili complessi e sfaccettati. Anche opere successive come Vicky Cristina Barcelona (2008) o il già citato Blue Jasmine offriranno protagoniste ricche di contraddizioni e profondità psicologica. Qua invece assistiamo a una deliberata regressione: le donne esistono solo come specchi dell'inadeguatezza maschile, vittime collaterali dell'egoismo creativo del protagonista.

Cate Blanchett nel ruolo di Jeanette Francis in Blue Jasmine (2013), uno dei ritratti femminili più complessi del percorso filmico di Allen
Una delle scelte più coraggiose e riuscite del lungometraggio è l'inserimento dei racconti scritti da Harry, che vengono visualizzati come veri e propri film nel film. Questi segmenti, interpretati da un cast stellare che include Robin Williams, Demi Moore, Stanley Tucci e Billy Crystal, funzionano sia come commento meta-testuale sulla vita del protagonista sia come variazioni sul tema dell'impossibilità di connessione umana in quella realtà filmica che ha più i tratti di un incubo che di un sogno ad occhi aperti.
Un altro passaggio particolarmente significativo è ambientato all'inferno, dove Allen sfrutta quell'ambientazione figlia dell'immaginario dantesco non soltanto come un luogo di punizione fisica ma soprattutto quale palcoscenico di confronto con le proprie ipocrisie.
Attraverso la scrittura si trasforma il dolore in arte, la confusione in narrazione strutturata e compiuta, l'incomprensibilità della vita in storie con un inizio, uno svolgimento e una fine. E quell'epilogo dove è proprio la macchina da scrivere a risultare elemento salvifico è la miglior chiusura possibile per un personaggio che il suo focus deve ritrovarlo, costi quel che costi.
Infatti laddove in Manhattan Allen aveva adoperato il monologo interiore del protagonista per romanticizzare la città e le relazioni, qui la scrittura diventa un'arma, uno strumento di difesa ma anche di aggressione. Harry ferisce chi lo circonda trasformandolo in materiale narrativo, ma nel farlo colpisce anche se stesso.

Allen dirige Robbin Williams in Deconstructing Harry (Harry a pezzi, 1997)
Durante il viaggio verso l'università che intende conferirgli un prestigioso riconoscimento, Harry deve affrontare i fantasmi del suo passato. Ma è un uomo ormai completamente incapace di distinguere tra la vita che ha vissuto e le storie che ha immaginato. Questa commistione tra reale e fittizio raggiunge il suo apice quando entra in un'aula vuota e vi trova tutti i personaggi dei suoi racconti riuniti ad applaudirlo. Sono loro l'unica famiglia che gli rimane, che gli rimarranno per sempre fedeli e immutabili.
È impossibile d'altronde parlare di Deconstructing Harry nascondendo l'elefante nella stanza: il film arriva dopo anni estremamente difficili per Woody Allen dal punto di vista personale e mediatico. La rottura con Mia Farrow, le accuse relative alla figlia adottiva Dylan protrattesi fino ai giorni nostri e la relazione con Soon-Yi avevano trasformato il cineasta da intellettuale newyorchese rispettato ovunque in figura controversa, oggetto di gogna mediatica e di giudizi (forse, qualche volta) sommari.
In molti all'epoca lessero perciò Deconstructing Harry come una sorta di risposta mascherata agli attacchi subiti. Il personaggio principale, come Allen stesso, è uno scrittore che usa la vita delle persone intorno a lui come materiale narrativo, che ha relazioni complicate con donne più giovani, che viene accusato di comportamenti moralmente discutibili. Il confine tra autobiografia e finzione, per quanto negata dal diretto interessato, qui sembra dissolversi quasi completamente.
Questo elemento meta-biografico lega il film a opere successive come Hollywood Ending (2002), dove Allen interpreta un regista in declino che diventa letteralmente cieco ma, nonostante tutto, continua a dirigere. La riflessione sull'artista che invecchia, che vede messa in discussione la propria eredità, che deve fare i conti con gli errori commessi, diventerà un tema ricorrente della tarda produzione dell'autore.

Lo sperimentale Zelig (1983)
Dal punto di vista della messa in scena, Deconstructing Harry rappresenta una rottura significativa con lo stile che aveva caratterizzato i film precedenti di Allen. Addio alle eleganti inquadrature di Manhattan con la sua New York in bianco e nero che sembrava uscita da una cartolina d'epoca. Addio alla fotografia morbida e calda di Hannah and Her Sisters o Crimes and Misdemeanors. Qui Carlo Di Palma opta per una fotografia nervosa, spesso sovraesposta, con colori acidi e innaturali che sottolineano il disagio esistenziale del protagonista.
Allen torna qui a sperimentare con il linguaggio cinematografico in un modo che non faceva dai tempi di capolavori assoluti quali Zelig o The Purple Rose of Cairo (La rosa purpurea del Cairo, 1985). Il cinema diventa non solo contenitore di storie ma strumento per indagare la natura stessa della narrazione, per mostrare come la finzione influenzi la percezione della realtà e viceversa. Va riconosciuto che questa audacia formale ha un prezzo: l'operazione è probabilmente la più ostica della produzione alleniana per il pubblico mainstream. È un film che richiede impegno, che respinge lo spettatore tanto quanto Harry respinge le persone che lo circondano, ma che se compreso e accolto sa regalare enorme soddisfazioni, sia dal punto di vista prettamente comico che su livelli di lettura più ampi e stratificati.
Come in buona parte della sua filmografia, anche qui il regista/attore torna ossessivamente sui suoi temi prediletti. L'ebraismo è onnipresente, non solo nelle battute e nei riferimenti culturali ma come prospettiva esistenziale: quella di chi si sente sempre leggermente fuori posto, straniero nella propria terra, portatore di un'inquietudine che nessuna terapia può curare.
La psicanalisi, presenza costante, qui viene quasi ridicolizzata, con il caos del quotidiano che prende sempre e comunque il sopravvento: una posizione molto diversa da quella di Another Woman, dove la terapia portava effettivamente, seppur in modo non convenzionale, a momenti di consapevolezza e crescita personale.

Gena Rowlands, straordinaria interprete principale dello psicanalitico Another Woman (Un'altra donna, 1988)
La morte e l'angoscia che essa genera permeano ogni fotogramma. Harry è ossessionato dall'idea della propria mortalità, dal senso di tempo che scorre inesorabile, e la succitata sequenza all'inferno ne è esempio palese. Per non parlare di quando la Nera Mietitrice in persona non bussa alla porta in prima persona, in un altro dei passaggi sospesi tra i mondi narrativi. Questi temi legano Deconstructing Harry tanto ai film venuti prima tanto a quelli che dovranno ancora venire. Allen, d'altronde, è sempre stato ossessionato dalla caducità dell'esistenza, ma se nelle prime pellicole questa angoscia veniva stemperata da un'ironia sferzante, qui la sensazione si fa più cinica e franca.
E non è perciò un caso che i personaggi qui non abbiano archi narrativi completi, ma compaiano come segmenti, schegge di personalità più o meno impazzita che attraversano brevemente lo schermo prima di scomparire, a rispecchiare metaforicamente la percezione che il protagonista ha delle persone che lo circondano: presenze (es)temporanee, destinate a essere immortalate come materiale per i suoi racconti.
Laddove opere come Manhattan o Hannah and Her Sisters continuano a essere i preferiti del grande pubblico per la loro bellezza formale e il loro calore umano, Deconstructing Harry è diventato un cult per cinefili e appassionati, un film che richiede maturità emotiva e culturale per essere pienamente apprezzato. Non è un caso che molti registi contemporanei, da Charlie Kaufman a Noah Baumbach, lo abbiano citato tra le influenze principali del loro cinema introspettivo e destrutturato.
L'influenza della pellicola sul cinema futuro è stata d'altronde significativa, anche se spesso sottovalutata. Ha anticipato l'ossessione del cinema indipendente americano per figure psicanalitiche incapaci di relazioni funzionali, per narrazioni aperte a più livelli, per un uso meta-cinematografico della forma filmica.

Allen dirige Dianne Wiest, Mia Farrow e Barbara Hershey sul set di Hannah and Her Sisters (Hannah e le sue sorelle, 1986)
Come vi stiamo raccontando in questo speciale, Deconstructing Harry non è stato soltanto uno snodo fondamentale nella carriera di Woody Allen ma nel cinema a stelle e strisce degli anni Novanta e del decennio immediatamente successivo. È un'opera che osa mettere in scena senza filtri le contraddizioni dell'artista moderno, l'impossibilità di conciliare genio creativo e decenza umana, la solitudine esistenziale di chi (soprav)vive attraverso le proprie creazioni più che attraverso relazioni autentiche.
Il lungometraggio dialoga costantemente con i lavori precedenti dell'autore ma si spinge oltre nella crudezza dell'analisi psicoanalitica, rifiutando qualsiasi consolazione facile o redenzione melodrammatica. Un'operazione di chirurgica onestà, nella quale a operarsi a cuore e mente aperta è lo stesso cineasta, pronto a dissezionare il proprio alter ego con il bisturi dell'autocritica, senza pietà ma anche senza vittimismo, nudo e crudo come mamma Settima Arte l'ha fatto.
Va sottolineato come Deconstructing Harry si inserisca in una tradizione letteraria prima ancora che cinematografica. Il personaggio di Harry Block deve moltissimo ai grandi scrittori nevrotici della tradizione ebraico-americana: Philip Roth, Saul Bellow, Bernard Malamud. Non è un caso che lo stesso Allen abbia dichiarato in diverse interviste di sentirsi più vicino alla letteratura che al cinema, di considerarsi fondamentalmente uno scrittore che adopera la macchina da presa invece della penna.
L'ombra di Philip Roth e in particolare del suo romanzo American Pastoral (Pastorale americana, 1997) aleggia su tutto il film. Harry Block ricorda sotto molti aspetti l'alter ego dello scrittore Nathan Zuckerman, al centro di numerosi romanzi rothiani, anche lui scrittore ebreo nevrotico che trasforma la propria vita e quella altrui in materiale narrativo, causando scandali e rotture irreparabili. Come Roth nei suoi testi, Allen in questo film esplora il paradosso dello scrittore autobiografico: quanto di quello che scrive è veramente accaduto? Quanto è finzione? E quando la finzione diventa così convincente da essere scambiata per verità, quali conseguenze comporta?

Woody Allen recita con Mariel Hemingway in una sequenza di Deconstructing Harry (Harry a pezzi, 1997)
Questa riflessione meta-letteraria lega Harry a pezzi anche a opere successive come Melinda and Melinda (Melinda e Melinda, 2004) o You Will Meet a Tall Dark Stranger (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, 2010), dove le vite di diversi personaggi si intrecciano come in un affresco corale alla Robert Altman. La consapevolezza che la realtà sia sempre mediata dalla narrazione, che non esista un "vero" oggettivo ma un’infinità di prospettive, diventerà per lui un tema ricorrente.
Il cinema di Allen è sempre stato profondamente letterario nel suo impianto: dialoghi brillanti che suonano come pagine scritte, voice-over che commentano l'azione, una predilezione per la parola rispetto all'immagine. E in Harry a pezzi questa natura letteraria viene portata alle estreme conseguenze.
Per comprenderne appieno la portata è utile contestualizzarlo nel panorama cinematografico degli anni Novanta. È un periodo in cui il cinema americano sta attraversando una fase di grande sperimentazione: Quentin Tarantino rivoluziona "tutto" con Pulp Fiction (1994), i fratelli Coen mescolano generi apparentemente inconciliabili in Fargo (1996), David Fincher esplora gli abissi della psiche contemporanea in Fight Club (1999).
In questo contesto Deconstructing Harry appare sia in linea con lo spirito dei tempi sia come un lavoro profondamente personale, rivolgendo il suo sguardo al cinema d'autore europeo degli anni Sessanta e Settanta e perciò ancora più irresistibile per i cinefili doc.

Josh Brolin e Naomi Watts in You Will Meet a Tall Dark Stranger (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, 2010)
Laddove i colleghi di Allen si confrontavano con generi classici rivisitandoli, lui sceglieva di guardare direttamente dentro se stesso, trasformando le proprie nevrosi in materia scenica senza mediazioni autoprotettive. Un'operazione coraggiosa quanto rischiosa, che avrebbe potuto facilmente scivolare nell'auto-indulgenza o nel patetismo ma che invece mantiene una lucidità quasi clinica e commovente.
Un elemento che sorprese molti spettatori all'epoca fu il linguaggio più spinto del solito, con molteplici parolacce, riferimenti sessuali espliciti, epiteti e insulti crudi a caratterizzare l'ora e mezzo di visione. Una scelta linguistica che non è gratuita provocazione ma bensì rappresentazione fedele di una personalità che ha perso ogni filtro e controllo sociale, che non si cura più di apparire rispettabile o accettabile e che si lascia finalmente andare.
Ma questo registro apparentemente più gratuito non è mai volgarmente fine se stesso, convivendo con citazioni colte, riferimenti letterari, digressioni filosofiche. Harry è capace di passare da un insulto volgare a una riflessione su Kierkegaard o Freud nell'arco della stessa frase. Questo dualismo, tra intellettuale sofisticato e uomo dalle pulsioni più terrene, è il cuore e l'anima del personaggio e, per estensione, di quella concezione dell'artista che l'autore sta contribuendo ad analizzare meticolosamente per darla in pasto a chi guarda.
Perché Harry a pezzi non è soltanto uno dei grandi film nella carriera di Allen, ma uno dei più significativi ed emblematici per comprendere appieno il pensiero e il percorso di una personalità fuori dagli schemi, a suo modo controversa ma innegabilmente unica e incontenibile.

Woody Allen e l'arte
di smontare se stessi,
di Maurizio Encari
TR-138
24.11.2025
New York, 1997. Woody Allen - ormai sessantaduenne e reduce da anni di polemiche mediatiche legate alla sua vita privata - decide di mettere letteralmente in scena il proprio Io più oscuro e inconfessabile, quello fuori fuoco e quello più sincero al contempo. Il risultato è Deconstructing Harry (Harry a pezzi), una delle opere più amabilmente ciniche e autobiografiche non soltanto della sua filmografia ma dell'intera Storia del cinema, un film che ha rappresentato un punto di non ritorno nella poetica alleniana e ha ulteriormente ridefinito il significato di autore.
Come vi raccontiamo in questo speciale dedicato al film in occasione del suo ritorno nelle sale, ci troviamo di fronte a un'opera che altro non è se non un lungo, doloroso processo di autocritica mascherato da commedia nera, dove il protagonista Harry Block - scrittore newyorchese di successo ma dalla vita privata a dir poco problematica - diventa specchio deforme di tutte le nevrosi, le ossessioni e le contraddizioni che hanno caratterizzato non solo la vita del regista/attore ma la sua intera produzione. Un'operazione metacinematografica che guarda indietro a grandi classici della sua carriera, come Annie Hall (Io e Annie (1977) o Hannah and Her Sisters (Hannah e le sue sorelle, 1986), ma che si spinge anche verso territori più cupi e introspettivi, anticipando le derive di titoli del calibro di Match Point (2005) o Blue Jasmine (2013).
Sin dalle prime inquadrature, Harry a pezzi - titolo italiano dell'opera, anche se l'originale Deconstructing Harry era ben più incisivo - si presenta come un'opera frammentaria, nervosa, quasi febbrile nella sua costruzione. Harry Block, interpretato dallo stesso Allen con un'intensità raramente vista nei suoi lavori precedenti, è uno scrittore di successo la cui esistenza personale è un completo disastro: tre ex mogli, una relazione clandestina con la consorte del suo migliore amico, un rapporto conflittuale con il figlio, dipendenze da alcol e prostitute. Ma soprattutto il protagonista è incapace di affrontare i giorni che lo aspettano se non filtrandoli attraverso la lente deformante della scrittura, trasformando ogni persona che incontra in materiale narrativo senza curarsi delle conseguenze.

Con Elisabeth Shue e Billy Crystal in Deconstructing Harry (Harry a pezzi, 1997)
Laddove nei lavori precedenti Allen aveva spesso mantenuto una certa distanza ironica dai suoi protagonisti nevrotici, qui il personaggio di Harry viene presentato senza filtri protettivi. È un uomo detestabile sotto molti aspetti, egoista, manipolatore, ossessionato dal sesso e dall'autocompiacimento. Eppure Allen non cerca né la redenzione né la condanna facile: semplicemente lo osserva, lo (dis)seziona, lo decostruisce appunto, lasciando allo spettatore il compito di trovare eventuali spiragli di umanità in questo derelitto emotivo totalmente allo sbando.
Si smonta pezzo per pezzo non solo la figura dello scrittore protagonista ma l'intera mitologia che circonda l'artista tormentato, quello che sacrifica tutto e tutti sull'altare della propria arte. Una mitologia che lo stesso Allen aveva contribuito a costruire nei decenni e che qui viene finalmente messa in discussione senza pietà.
Dal punto di vista strutturale, Deconstructing Harry rappresenta una delle opere più sperimentali dell'autore, seconda forse solo a Zelig (1983) per audacia formale. Il lungometraggio alterna costantemente tre livelli narrativi distinti: la "realtà" di Harry nel presente, i flashback che raccontano episodi del suo passato, e soprattutto i racconti e i personaggi che Harry ha creato, che vengono rappresentati come veri e propri spezzoni inseriti nella narrazione principale.
Questa tecnica, che Allen aveva già sperimentato in forma embrionale in Manhattan (1979) o in Crimes and Misdemeanors (Crimini e misfatti, 1989), qui raggiunge il suo apice. I confini tra la vita reale e quella immaginata si dissolvono progressivamente in un castello di carte ricco di sorprese, al punto che lo stesso Harry ammette di confondere spesso le due dimensioni. E come dargli torto, quando le persone reali che ha ferito e tradito continuano a rimproverargli di averle trasformate in personaggi dei suoi romanzi, esponendo al pubblico i loro segreti più segreti?

Manhattan (1979), uno dei grandi classici della filmografia di Woody Allen
La frammentarietà della narrazione si riflette anche nella messa in scena: un montaggio tintinnante, passaggi bruschi da una sequenza all'altra, un racconto volutamente irregolare. Quando Harry inizia a essere, come accennato in precedenza, letteralmente "fuori fuoco" durante una delle sue crisi esistenziali, la metafora visiva si fa palese: è un uomo che ha perso la capacità di vedere chiaramente, sia gli altri che se stesso.
Ecco così che Deconstructing Harry si pone in dialogo diretto con Stardust Memories (1980), altra pellicola dove Allen aveva giocato con i livelli di realtà mescolando la vita di un regista con le sue creazioni. Ma se in quel caso l'operazione aveva ancora una patina di nostalgia felliniana - il riferimento a 8½ (1963) era esplicito - qui la frammentazione è più violenta, meno compiaciuta, quasi dolorosa nella sua onestà senza filtri.
Se c'è un elemento che attraversa tutta la filmografia di Allen è il rapporto complesso, spesso problematico, sempre centrale con la figura femminile. In Deconstructing Harry questa "patologia" raggiunge livelli paradossalmente parossistici: il protagonista è letteralmente assediato da un esercito di donne che lo accusano, lo insultano, lo minacciano o ancora lo abbandonano. Il Nostro è così (con)centrato su se stesso da scoprirsi incapace di vedere e comprendere le presenze femminili della sua vita come entità complete, riducendole a ruoli funzionali nella narrazione esistenziale che lo vede sempre e comunque assoluta star.
Questo approccio si pone in netto contrasto con film precedenti come Hannah and Her Sisters o Another Woman (Un'altra donna, 1988), dove Allen aveva dimostrato capacità di creare ritratti femminili complessi e sfaccettati. Anche opere successive come Vicky Cristina Barcelona (2008) o il già citato Blue Jasmine offriranno protagoniste ricche di contraddizioni e profondità psicologica. Qua invece assistiamo a una deliberata regressione: le donne esistono solo come specchi dell'inadeguatezza maschile, vittime collaterali dell'egoismo creativo del protagonista.

Cate Blanchett nel ruolo di Jeanette Francis in Blue Jasmine (2013), uno dei ritratti femminili più complessi del percorso filmico di Allen
Una delle scelte più coraggiose e riuscite del lungometraggio è l'inserimento dei racconti scritti da Harry, che vengono visualizzati come veri e propri film nel film. Questi segmenti, interpretati da un cast stellare che include Robin Williams, Demi Moore, Stanley Tucci e Billy Crystal, funzionano sia come commento meta-testuale sulla vita del protagonista sia come variazioni sul tema dell'impossibilità di connessione umana in quella realtà filmica che ha più i tratti di un incubo che di un sogno ad occhi aperti.
Un altro passaggio particolarmente significativo è ambientato all'inferno, dove Allen sfrutta quell'ambientazione figlia dell'immaginario dantesco non soltanto come un luogo di punizione fisica ma soprattutto quale palcoscenico di confronto con le proprie ipocrisie.
Attraverso la scrittura si trasforma il dolore in arte, la confusione in narrazione strutturata e compiuta, l'incomprensibilità della vita in storie con un inizio, uno svolgimento e una fine. E quell'epilogo dove è proprio la macchina da scrivere a risultare elemento salvifico è la miglior chiusura possibile per un personaggio che il suo focus deve ritrovarlo, costi quel che costi.
Infatti laddove in Manhattan Allen aveva adoperato il monologo interiore del protagonista per romanticizzare la città e le relazioni, qui la scrittura diventa un'arma, uno strumento di difesa ma anche di aggressione. Harry ferisce chi lo circonda trasformandolo in materiale narrativo, ma nel farlo colpisce anche se stesso.

Allen dirige Robbin Williams in Deconstructing Harry (Harry a pezzi, 1997)
Durante il viaggio verso l'università che intende conferirgli un prestigioso riconoscimento, Harry deve affrontare i fantasmi del suo passato. Ma è un uomo ormai completamente incapace di distinguere tra la vita che ha vissuto e le storie che ha immaginato. Questa commistione tra reale e fittizio raggiunge il suo apice quando entra in un'aula vuota e vi trova tutti i personaggi dei suoi racconti riuniti ad applaudirlo. Sono loro l'unica famiglia che gli rimane, che gli rimarranno per sempre fedeli e immutabili.
È impossibile d'altronde parlare di Deconstructing Harry nascondendo l'elefante nella stanza: il film arriva dopo anni estremamente difficili per Woody Allen dal punto di vista personale e mediatico. La rottura con Mia Farrow, le accuse relative alla figlia adottiva Dylan protrattesi fino ai giorni nostri e la relazione con Soon-Yi avevano trasformato il cineasta da intellettuale newyorchese rispettato ovunque in figura controversa, oggetto di gogna mediatica e di giudizi (forse, qualche volta) sommari.
In molti all'epoca lessero perciò Deconstructing Harry come una sorta di risposta mascherata agli attacchi subiti. Il personaggio principale, come Allen stesso, è uno scrittore che usa la vita delle persone intorno a lui come materiale narrativo, che ha relazioni complicate con donne più giovani, che viene accusato di comportamenti moralmente discutibili. Il confine tra autobiografia e finzione, per quanto negata dal diretto interessato, qui sembra dissolversi quasi completamente.
Questo elemento meta-biografico lega il film a opere successive come Hollywood Ending (2002), dove Allen interpreta un regista in declino che diventa letteralmente cieco ma, nonostante tutto, continua a dirigere. La riflessione sull'artista che invecchia, che vede messa in discussione la propria eredità, che deve fare i conti con gli errori commessi, diventerà un tema ricorrente della tarda produzione dell'autore.

Lo sperimentale Zelig (1983)
Dal punto di vista della messa in scena, Deconstructing Harry rappresenta una rottura significativa con lo stile che aveva caratterizzato i film precedenti di Allen. Addio alle eleganti inquadrature di Manhattan con la sua New York in bianco e nero che sembrava uscita da una cartolina d'epoca. Addio alla fotografia morbida e calda di Hannah and Her Sisters o Crimes and Misdemeanors. Qui Carlo Di Palma opta per una fotografia nervosa, spesso sovraesposta, con colori acidi e innaturali che sottolineano il disagio esistenziale del protagonista.
Allen torna qui a sperimentare con il linguaggio cinematografico in un modo che non faceva dai tempi di capolavori assoluti quali Zelig o The Purple Rose of Cairo (La rosa purpurea del Cairo, 1985). Il cinema diventa non solo contenitore di storie ma strumento per indagare la natura stessa della narrazione, per mostrare come la finzione influenzi la percezione della realtà e viceversa. Va riconosciuto che questa audacia formale ha un prezzo: l'operazione è probabilmente la più ostica della produzione alleniana per il pubblico mainstream. È un film che richiede impegno, che respinge lo spettatore tanto quanto Harry respinge le persone che lo circondano, ma che se compreso e accolto sa regalare enorme soddisfazioni, sia dal punto di vista prettamente comico che su livelli di lettura più ampi e stratificati.
Come in buona parte della sua filmografia, anche qui il regista/attore torna ossessivamente sui suoi temi prediletti. L'ebraismo è onnipresente, non solo nelle battute e nei riferimenti culturali ma come prospettiva esistenziale: quella di chi si sente sempre leggermente fuori posto, straniero nella propria terra, portatore di un'inquietudine che nessuna terapia può curare.
La psicanalisi, presenza costante, qui viene quasi ridicolizzata, con il caos del quotidiano che prende sempre e comunque il sopravvento: una posizione molto diversa da quella di Another Woman, dove la terapia portava effettivamente, seppur in modo non convenzionale, a momenti di consapevolezza e crescita personale.

Gena Rowlands, straordinaria interprete principale dello psicanalitico Another Woman (Un'altra donna, 1988)
La morte e l'angoscia che essa genera permeano ogni fotogramma. Harry è ossessionato dall'idea della propria mortalità, dal senso di tempo che scorre inesorabile, e la succitata sequenza all'inferno ne è esempio palese. Per non parlare di quando la Nera Mietitrice in persona non bussa alla porta in prima persona, in un altro dei passaggi sospesi tra i mondi narrativi. Questi temi legano Deconstructing Harry tanto ai film venuti prima tanto a quelli che dovranno ancora venire. Allen, d'altronde, è sempre stato ossessionato dalla caducità dell'esistenza, ma se nelle prime pellicole questa angoscia veniva stemperata da un'ironia sferzante, qui la sensazione si fa più cinica e franca.
E non è perciò un caso che i personaggi qui non abbiano archi narrativi completi, ma compaiano come segmenti, schegge di personalità più o meno impazzita che attraversano brevemente lo schermo prima di scomparire, a rispecchiare metaforicamente la percezione che il protagonista ha delle persone che lo circondano: presenze (es)temporanee, destinate a essere immortalate come materiale per i suoi racconti.
Laddove opere come Manhattan o Hannah and Her Sisters continuano a essere i preferiti del grande pubblico per la loro bellezza formale e il loro calore umano, Deconstructing Harry è diventato un cult per cinefili e appassionati, un film che richiede maturità emotiva e culturale per essere pienamente apprezzato. Non è un caso che molti registi contemporanei, da Charlie Kaufman a Noah Baumbach, lo abbiano citato tra le influenze principali del loro cinema introspettivo e destrutturato.
L'influenza della pellicola sul cinema futuro è stata d'altronde significativa, anche se spesso sottovalutata. Ha anticipato l'ossessione del cinema indipendente americano per figure psicanalitiche incapaci di relazioni funzionali, per narrazioni aperte a più livelli, per un uso meta-cinematografico della forma filmica.

Allen dirige Dianne Wiest, Mia Farrow e Barbara Hershey sul set di Hannah and Her Sisters (Hannah e le sue sorelle, 1986)
Come vi stiamo raccontando in questo speciale, Deconstructing Harry non è stato soltanto uno snodo fondamentale nella carriera di Woody Allen ma nel cinema a stelle e strisce degli anni Novanta e del decennio immediatamente successivo. È un'opera che osa mettere in scena senza filtri le contraddizioni dell'artista moderno, l'impossibilità di conciliare genio creativo e decenza umana, la solitudine esistenziale di chi (soprav)vive attraverso le proprie creazioni più che attraverso relazioni autentiche.
Il lungometraggio dialoga costantemente con i lavori precedenti dell'autore ma si spinge oltre nella crudezza dell'analisi psicoanalitica, rifiutando qualsiasi consolazione facile o redenzione melodrammatica. Un'operazione di chirurgica onestà, nella quale a operarsi a cuore e mente aperta è lo stesso cineasta, pronto a dissezionare il proprio alter ego con il bisturi dell'autocritica, senza pietà ma anche senza vittimismo, nudo e crudo come mamma Settima Arte l'ha fatto.
Va sottolineato come Deconstructing Harry si inserisca in una tradizione letteraria prima ancora che cinematografica. Il personaggio di Harry Block deve moltissimo ai grandi scrittori nevrotici della tradizione ebraico-americana: Philip Roth, Saul Bellow, Bernard Malamud. Non è un caso che lo stesso Allen abbia dichiarato in diverse interviste di sentirsi più vicino alla letteratura che al cinema, di considerarsi fondamentalmente uno scrittore che adopera la macchina da presa invece della penna.
L'ombra di Philip Roth e in particolare del suo romanzo American Pastoral (Pastorale americana, 1997) aleggia su tutto il film. Harry Block ricorda sotto molti aspetti l'alter ego dello scrittore Nathan Zuckerman, al centro di numerosi romanzi rothiani, anche lui scrittore ebreo nevrotico che trasforma la propria vita e quella altrui in materiale narrativo, causando scandali e rotture irreparabili. Come Roth nei suoi testi, Allen in questo film esplora il paradosso dello scrittore autobiografico: quanto di quello che scrive è veramente accaduto? Quanto è finzione? E quando la finzione diventa così convincente da essere scambiata per verità, quali conseguenze comporta?

Woody Allen recita con Mariel Hemingway in una sequenza di Deconstructing Harry (Harry a pezzi, 1997)
Questa riflessione meta-letteraria lega Harry a pezzi anche a opere successive come Melinda and Melinda (Melinda e Melinda, 2004) o You Will Meet a Tall Dark Stranger (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, 2010), dove le vite di diversi personaggi si intrecciano come in un affresco corale alla Robert Altman. La consapevolezza che la realtà sia sempre mediata dalla narrazione, che non esista un "vero" oggettivo ma un’infinità di prospettive, diventerà per lui un tema ricorrente.
Il cinema di Allen è sempre stato profondamente letterario nel suo impianto: dialoghi brillanti che suonano come pagine scritte, voice-over che commentano l'azione, una predilezione per la parola rispetto all'immagine. E in Harry a pezzi questa natura letteraria viene portata alle estreme conseguenze.
Per comprenderne appieno la portata è utile contestualizzarlo nel panorama cinematografico degli anni Novanta. È un periodo in cui il cinema americano sta attraversando una fase di grande sperimentazione: Quentin Tarantino rivoluziona "tutto" con Pulp Fiction (1994), i fratelli Coen mescolano generi apparentemente inconciliabili in Fargo (1996), David Fincher esplora gli abissi della psiche contemporanea in Fight Club (1999).
In questo contesto Deconstructing Harry appare sia in linea con lo spirito dei tempi sia come un lavoro profondamente personale, rivolgendo il suo sguardo al cinema d'autore europeo degli anni Sessanta e Settanta e perciò ancora più irresistibile per i cinefili doc.

Josh Brolin e Naomi Watts in You Will Meet a Tall Dark Stranger (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, 2010)
Laddove i colleghi di Allen si confrontavano con generi classici rivisitandoli, lui sceglieva di guardare direttamente dentro se stesso, trasformando le proprie nevrosi in materia scenica senza mediazioni autoprotettive. Un'operazione coraggiosa quanto rischiosa, che avrebbe potuto facilmente scivolare nell'auto-indulgenza o nel patetismo ma che invece mantiene una lucidità quasi clinica e commovente.
Un elemento che sorprese molti spettatori all'epoca fu il linguaggio più spinto del solito, con molteplici parolacce, riferimenti sessuali espliciti, epiteti e insulti crudi a caratterizzare l'ora e mezzo di visione. Una scelta linguistica che non è gratuita provocazione ma bensì rappresentazione fedele di una personalità che ha perso ogni filtro e controllo sociale, che non si cura più di apparire rispettabile o accettabile e che si lascia finalmente andare.
Ma questo registro apparentemente più gratuito non è mai volgarmente fine se stesso, convivendo con citazioni colte, riferimenti letterari, digressioni filosofiche. Harry è capace di passare da un insulto volgare a una riflessione su Kierkegaard o Freud nell'arco della stessa frase. Questo dualismo, tra intellettuale sofisticato e uomo dalle pulsioni più terrene, è il cuore e l'anima del personaggio e, per estensione, di quella concezione dell'artista che l'autore sta contribuendo ad analizzare meticolosamente per darla in pasto a chi guarda.
Perché Harry a pezzi non è soltanto uno dei grandi film nella carriera di Allen, ma uno dei più significativi ed emblematici per comprendere appieno il pensiero e il percorso di una personalità fuori dagli schemi, a suo modo controversa ma innegabilmente unica e incontenibile.