
di Luca Romani
NC-372
05.12.2025
Là dove, all’ombra del disinganno dell’animo umano, cresce e matura il disprezzo nei riguardi della vita, un innocuo seme può trasformarsi in un albero dal maestoso fusto, radicato permanentemente nelle convinzioni dell’individuo. Uomini che fanno la guerra a loro stessi, assuefatti tanto dal dolore quanto dall’amore, finché i due sentimenti si mescolano irreparabilmente, trasformandosi in qualcosa di malato, contorto, osceno. Quand’è che una storia d’amore tra uomo e donna muta inesorabilmente in un tunnel oscuro, velenoso, distruttivo per chiunque ci entri in contatto? In che modo i dubbi in noi coltivati, che ci seguono in punta di piedi, sbranano selvaggiamente ogni parte di noi, sino a farci sospettare di ogni singolo aspetto della quotidianità?
Esistono uomini pronti a tutto, creature instabili e feroci, disposte a sacrificare ogni briciolo di umanità per raggiungere i propri immondi scopi. Non importa quanto sia salato il prezzo da pagare, la corruzione del loro animo è oramai insaziabile, cechi di odio e rabbia. L’espressione “Fare un patto col diavolo” è molto più di un semplice eufemismo, rappresenta la matrice di perfidia che ognuno conserva dentro, pronta a manifestarsi nei modi più impensabili. L’uomo pronto a percorrere la disastrata via della perdizione precipita in angusti spazi, via via più oscuri, fino a trovarsi dinanzi al maligno, Satana in persona. Nell’abisso più oscuro, persino Lucifero risulta un compagno fidato, tanto da potercisi affidare ciecamente. Proprio qui, in un mondo abitato da uomini simili a predatori per principi morali, dove l’unica virtù sembra essere la prevalenza sull’altro, Roman Polański ambienta una pellicola che brilla di “meravigliosa oscurità”, picco autoriale e opera cardine del genere horror: Rosemary’s Baby (1968).

Mia Farrow e Roman Polański sul set di Rosemary's Baby (1968)

Rosemary (Mia Farrow) e Guy (John Cassavetes) Woodhouse durante la prima notte nel diabolico appartamento
Nel suo primo lavoro realizzato negli Stati Uniti il maestro di origini polacche destruttura abilmente la rappresentazione del sogno americano, trasformandolo in uno sconcertante incubo consumato tra le mura di un bell’appartamento newyorkese. Una coppia di giovani innamorati, Rosemary (Mia Farrow) e Guy (John Cassavetes) Woodhouse, si trasferisce in un palazzo situato nel cuore della città. Nonostante il luogo si trovi in una zona centrale, circolano macabre storie riguardo a riti di natura demoniaca svolti al suo interno. I due vivono indisturbati la loro amorevole convivenza, finchè non appaiono in scena due personaggi centrali per lo sviluppo del plot: Minnie (Ruth Gordon, giustamente premiato con l’Oscar come interprete non protagonista) e Roman (Sidney Blackmer) Castevet, coppia amorevole, ad un primo sguardo, che poi si rivelerà sempre più inquietante e sinistra.
Il baratro in cui i protagonisti verranno risucchiati inizia a prendere forma nel momento in cui Rosemary rimane apparentemente incinta di suo marito Guy, promettente attore teatrale che non riesce a ritagliarsi un proprio spazio sui palcoscenici che contano. Due angosciosi avvenimenti avviano il macabro walzer sulle cui note l’opera costringe lo spettatore a danzare: l’improvvisa morte di Terry (Victoria Vetri), figlia adottiva dei Castevet, e una serie di misteriose coincidenze riguardanti Guy. L’uomo ottiene una parte come attore protagonista dopo che un suo collega rivale, inizialmente scelto per il ruolo, diviene inspiegabilmente cieco. Rosemary inizia così a notare strani atteggiamenti nel marito, come se la vicenda gli provocasse tacitamente colpevolezza, ogni oltre ragionevole razionalità.

Il sinistro personaggio di Minnie Castevet (Ruth Gordon)
Polański, con incantevole maestria, inscena un incipit di natura simil fiabesca, Rosemary viene rappresentata come fanciulla bella e spensierata, raggiante, principessa decisa a compiere, al fianco del suo compagno, la scalata verso l’ambito sogno americano. Tuttavia, di pari passo con lo sviluppo della vicenda, la ragazza affronta un’atroce gravidanza che la priverà di tutta la sua smagliante vitalità, rendendola un decadente embrione privo di qualsiasi funzione, se non quello di dare alla luce un figlio. Tra orrore e paranoia Rosemary vive il suo incubo quotidiano, isolata tra le mura del suo appartamento, troppo innamorata e genuinamente incosciente per prendere consapevolezza dell’orrendo microcosmo che la circonda.
La narrazione va di pari passo con il disassemblaggio della quiete della protagonista, esponendo lo spettatore a un continuo turbinio di paure e angosce. La genialità della regia di Polański risiede tutta nella messa in scena, in alcune sequenze volutamente scarne di informazioni, che coinvolgono chi guarda l’opera a tal punto da nutrire simultaneamente a Rosemary gli stessi dubbi e terrori. La brutalità e l’efferatezza si rivelano magnetiche, diverse sequenze mirano a urtare ferocemente la sensibilità di chi guarda, ciò nonostante, l’opera riflette uno splendore così puro da non risultare in nessun momento eccessivamente enfatica, attimi di palpitante tensione e apparente quiete si susseguono magnificamente.
Quando venne distribuita nelle sale, la pellicola, che orbita in un universo minuziosamente costruito, cambiò letteralmente le “dinamiche espressive” dell’orrorifico nel cinema. In essa mutava infatti la situazione di pericolo, la rappresentazione (tipica fino a quel momento del cinema horror) del “mostruoso” che ci circonda fuori da una zona di confort si era ora insidiata nelle mura della nostra stessa casa.
I drammi quotidiani di Rosemary condividono un certo fil rouge con un’altra opera maestra del genere: Cat People (Il bacio della pantera, 1942) di Jacques Tourneur. Ambo le protagoniste, Rosemary e Irena, vivono in un universo che, pian piano, le consuma, composto nella maggior parte da uomini di alta caratura sociale, all’apparenza progressisti e moderni. Attraverso il loro svolgimento i due film mostreranno la vera natura dell’asfissiante maschilismo che impregna il tessuto di una società istituita su maschere fittizie. Solo in Cat People il personaggio di Irena riuscirà a ritagliarsi un proprio “spazio liberatorio” - sebbene nella tragedia - poiché l’epilogo della pellicola la assolverà completamente, liberandola dai preconcetti del mondo che la incatena. Negli inferi in cui Rosemary viene ferocemente proiettata, non è invece presente alcuna assoluzione dai suoi dolori né una via di fuga, il malefico progetto architettato dagli individui che la circondano è molto semplice: isolarla il più possibile per riuscire a manipolarla indisturbati.

Cat People (Il bacio della pantera, 1942) di Jacques Tourneur
Diverse sequenze sono essenziali per comprendere l’atrocità insita nel quotidiano che la pellicola si fa carico di raccontare, ma nella più efferata, Polański riesce a inscenare magistralmente un mostruoso abuso sessuale. La povera ragazza, subito dopo essere stata drogata dal suo compagno Guy, viene stesa sul letto in preda a un forte malore. Si nota immediatamente come la situazione stia precipitosamente dirottando verso qualcosa di osceno, Rosemary è confusa a tal punto da sognare di galleggiare su un mare in quiete, il vento le sposta i capelli, il sole le sorride. Il montaggio mostra come durante le visioni della donna, Guy la stia spogliando per predisporla all’atto sessuale, incerto e spaventato, ma comunque deciso a portare a termine ciò che i Castevet gli hanno ordinato: mettere incinta Rosemary ad ogni costo.
Conseguentemente alla visione del mare, alla giovane il mondo appare confuso e distorto, terrificante sogno lucido dal quale non riesce a svegliarsi. Subito dopo, il buio, sinistri rumori, poi una stanza scarsamente illuminata situata nel sottosuolo, nel suo centro un letto matrimoniale teatralmente esposto alla luce. Tutto attorno a lei sembra bruciato, dalle ombre che la circondano si scontornano delle figure, corpi spogli, uomini e donne che stavano aspettando il suo arrivo. L’informe massa di nudità esegue strani canti, preparando un macabro rituale. Il suo corpo privo di vesti viene attraversato da un pennello, sopra le si disegnano strani numeri e simboli. Una rossa linea verticale le percorre il collo fino a giungere al ventre, ultimo tocco a completamento della raccapricciante opera.
Tenebra, orrore e depravazione inebriano la stanza di tetra decadenza, come se la morte stesse partecipando a quello strambo rituale. Come ultimo atto, uno sguardo ferale di natura demoniaca squarcia il velo delle ombre, il diavolo in persona sta abusando della donna per depositare in lei il seme della distruzione. Le sfiora il seno con ferine mani, l’apocalisse è più che mai vicino a Rosemary, riesce a toccarla, respira la sua stessa aria. La visione si interrompe, il sogno sembra spazzato via dalla luce di una nuova alba, tutto è quiete attorno al fatidico letto, la terribile esperienza appare come un incubo, non fosse per dei sospetti graffi sul corpo della donna. Da questo momento in poi Rosemary non sarà più la stessa, ignara di portare in grembo il male puro nella sua forma più insospettabile. Un circolo auto-alimentante, impossibile da spezzare, trascina la protagonista in un tunnel sempre più oscuro, sino al fantomatico parto.

L'apocalisse negli occhi della protagonista
Nella pellicola vengono più volte tirate in ballo la malattia mentale e la depressione, due aspetti destinati a germogliare rigorosamente all’interno di quel sempre più angousto spazio in cui il lungometraggio è perlopiù ambientato. La casa in questione si fa corpo degli orrori, risultando un vero e proprio personaggio centrale nella narrazione dell’opera. Inizialmente mostrata come graziosa e idilliaca, pian piano diviene sempre più sinistra e letale, celando tenebrosi segreti sepolti.
Nel momento in cui la donna prende consapevolezza di ciò che le sta accadendo, non viene creduta. La sfiducia di un mondo ostile grava terribilmente sulla salute psichica della protagonista, rendendola irrequieta e instabile. Il disturbo di Rosemary diviene centrale nello sviluppo dell’intreccio, obbligando chi guarda a dover ripercorrere a ritroso la pellicola per tentare di comprendere se la prospettiva del personaggio sia corretta oppure dettata da uno stato mentale alterato. Rosemary viene creduta folle da un mondo sordo alle sue grida di aiuto, ogni individuo che la circonda sceglie di voltarle le spalle in favore della nascita del demonio, oramai prossima.
L’universo della pellicola è ricco di individui disposti a donare la propria anima a Satana pur di ottenere ricchezze e benefici terreni; la nascita di Adrian, figlio di Rosemary, dà forma fisica al tramonto di qualsivoglia principio morale. Oramai l’uomo non necessita più di una forma divina a cui ambire, nulla ha più senso nell’armonia e nelle grazie della giustizia, Dio è morto. La donna accetta il suo destino, consapevole di esser stata pedina di una scacchiera più grande di lei. Nonostante sia la reincarnazione del demonio, culla suo figlio con la misericordia di una madre, arrendendosi dinanzi alla crudeltà dei fatti. Pur di dare forma all’anticristo è stata tradita da tutti i suoi affetti, manipolata e violentata, costretta a portare in grembo il seme dell’apocalisse. Ora che il principe delle tenebre è nato l’umanità non potrà mai più riprendersi, tutto è perso, appartenente a un passato lontanissimo.
di Luca Romani
NC-372
05.12.2025

Mia Farrow e Roman Polański sul set di Rosemary's Baby (1968)
Là dove, all’ombra del disinganno dell’animo umano, cresce e matura il disprezzo nei riguardi della vita, un innocuo seme può trasformarsi in un albero dal maestoso fusto, radicato permanentemente nelle convinzioni dell’individuo. Uomini che fanno la guerra a loro stessi, assuefatti tanto dal dolore quanto dall’amore, finché i due sentimenti si mescolano irreparabilmente, trasformandosi in qualcosa di malato, contorto, osceno. Quand’è che una storia d’amore tra uomo e donna muta inesorabilmente in un tunnel oscuro, velenoso, distruttivo per chiunque ci entri in contatto? In che modo i dubbi in noi coltivati, che ci seguono in punta di piedi, sbranano selvaggiamente ogni parte di noi, sino a farci sospettare di ogni singolo aspetto della quotidianità?
Esistono uomini pronti a tutto, creature instabili e feroci, disposte a sacrificare ogni briciolo di umanità per raggiungere i propri immondi scopi. Non importa quanto sia salato il prezzo da pagare, la corruzione del loro animo è oramai insaziabile, cechi di odio e rabbia. L’espressione “Fare un patto col diavolo” è molto più di un semplice eufemismo, rappresenta la matrice di perfidia che ognuno conserva dentro, pronta a manifestarsi nei modi più impensabili. L’uomo pronto a percorrere la disastrata via della perdizione precipita in angusti spazi, via via più oscuri, fino a trovarsi dinanzi al maligno, Satana in persona. Nell’abisso più oscuro, persino Lucifero risulta un compagno fidato, tanto da potercisi affidare ciecamente. Proprio qui, in un mondo abitato da uomini simili a predatori per principi morali, dove l’unica virtù sembra essere la prevalenza sull’altro, Roman Polański ambienta una pellicola che brilla di “meravigliosa oscurità”, picco autoriale e opera cardine del genere horror: Rosemary’s Baby (1968).

Rosemary (Mia Farrow) e Guy (John Cassavetes) Woodhouse durante la prima notte nel diabolico appartamento
Nel suo primo lavoro realizzato negli Stati Uniti il maestro di origini polacche destruttura abilmente la rappresentazione del sogno americano, trasformandolo in uno sconcertante incubo consumato tra le mura di un bell’appartamento newyorkese. Una coppia di giovani innamorati, Rosemary (Mia Farrow) e Guy (John Cassavetes) Woodhouse, si trasferisce in un palazzo situato nel cuore della città. Nonostante il luogo si trovi in una zona centrale, circolano macabre storie riguardo a riti di natura demoniaca svolti al suo interno. I due vivono indisturbati la loro amorevole convivenza, finchè non appaiono in scena due personaggi centrali per lo sviluppo del plot: Minnie (Ruth Gordon, giustamente premiato con l’Oscar come interprete non protagonista) e Roman (Sidney Blackmer) Castevet, coppia amorevole, ad un primo sguardo, che poi si rivelerà sempre più inquietante e sinistra.
Il baratro in cui i protagonisti verranno risucchiati inizia a prendere forma nel momento in cui Rosemary rimane apparentemente incinta di suo marito Guy, promettente attore teatrale che non riesce a ritagliarsi un proprio spazio sui palcoscenici che contano. Due angosciosi avvenimenti avviano il macabro walzer sulle cui note l’opera costringe lo spettatore a danzare: l’improvvisa morte di Terry (Victoria Vetri), figlia adottiva dei Castevet, e una serie di misteriose coincidenze riguardanti Guy. L’uomo ottiene una parte come attore protagonista dopo che un suo collega rivale, inizialmente scelto per il ruolo, diviene inspiegabilmente cieco. Rosemary inizia così a notare strani atteggiamenti nel marito, come se la vicenda gli provocasse tacitamente colpevolezza, ogni oltre ragionevole razionalità.

Il sinistro personaggio di Minnie Castevet (Ruth Gordon)
Polański, con incantevole maestria, inscena un incipit di natura simil fiabesca, Rosemary viene rappresentata come fanciulla bella e spensierata, raggiante, principessa decisa a compiere, al fianco del suo compagno, la scalata verso l’ambito sogno americano. Tuttavia, di pari passo con lo sviluppo della vicenda, la ragazza affronta un’atroce gravidanza che la priverà di tutta la sua smagliante vitalità, rendendola un decadente embrione privo di qualsiasi funzione, se non quello di dare alla luce un figlio. Tra orrore e paranoia Rosemary vive il suo incubo quotidiano, isolata tra le mura del suo appartamento, troppo innamorata e genuinamente incosciente per prendere consapevolezza dell’orrendo microcosmo che la circonda.
La narrazione va di pari passo con il disassemblaggio della quiete della protagonista, esponendo lo spettatore a un continuo turbinio di paure e angosce. La genialità della regia di Polański risiede tutta nella messa in scena, in alcune sequenze volutamente scarne di informazioni, che coinvolgono chi guarda l’opera a tal punto da nutrire simultaneamente a Rosemary gli stessi dubbi e terrori. La brutalità e l’efferatezza si rivelano magnetiche, diverse sequenze mirano a urtare ferocemente la sensibilità di chi guarda, ciò nonostante, l’opera riflette uno splendore così puro da non risultare in nessun momento eccessivamente enfatica, attimi di palpitante tensione e apparente quiete si susseguono magnificamente.
Quando venne distribuita nelle sale, la pellicola, che orbita in un universo minuziosamente costruito, cambiò letteralmente le “dinamiche espressive” dell’orrorifico nel cinema. In essa mutava infatti la situazione di pericolo, la rappresentazione (tipica fino a quel momento del cinema horror) del “mostruoso” che ci circonda fuori da una zona di confort si era ora insidiata nelle mura della nostra stessa casa.
I drammi quotidiani di Rosemary condividono un certo fil rouge con un’altra opera maestra del genere: Cat People (Il bacio della pantera, 1942) di Jacques Tourneur. Ambo le protagoniste, Rosemary e Irena, vivono in un universo che, pian piano, le consuma, composto nella maggior parte da uomini di alta caratura sociale, all’apparenza progressisti e moderni. Attraverso il loro svolgimento i due film mostreranno la vera natura dell’asfissiante maschilismo che impregna il tessuto di una società istituita su maschere fittizie. Solo in Cat People il personaggio di Irena riuscirà a ritagliarsi un proprio “spazio liberatorio” - sebbene nella tragedia - poiché l’epilogo della pellicola la assolverà completamente, liberandola dai preconcetti del mondo che la incatena. Negli inferi in cui Rosemary viene ferocemente proiettata, non è invece presente alcuna assoluzione dai suoi dolori né una via di fuga, il malefico progetto architettato dagli individui che la circondano è molto semplice: isolarla il più possibile per riuscire a manipolarla indisturbati.

Cat People (Il bacio della pantera, 1942) di Jacques Tourneur
Diverse sequenze sono essenziali per comprendere l’atrocità insita nel quotidiano che la pellicola si fa carico di raccontare, ma nella più efferata, Polański riesce a inscenare magistralmente un mostruoso abuso sessuale. La povera ragazza, subito dopo essere stata drogata dal suo compagno Guy, viene stesa sul letto in preda a un forte malore. Si nota immediatamente come la situazione stia precipitosamente dirottando verso qualcosa di osceno, Rosemary è confusa a tal punto da sognare di galleggiare su un mare in quiete, il vento le sposta i capelli, il sole le sorride. Il montaggio mostra come durante le visioni della donna, Guy la stia spogliando per predisporla all’atto sessuale, incerto e spaventato, ma comunque deciso a portare a termine ciò che i Castevet gli hanno ordinato: mettere incinta Rosemary ad ogni costo.
Conseguentemente alla visione del mare, alla giovane il mondo appare confuso e distorto, terrificante sogno lucido dal quale non riesce a svegliarsi. Subito dopo, il buio, sinistri rumori, poi una stanza scarsamente illuminata situata nel sottosuolo, nel suo centro un letto matrimoniale teatralmente esposto alla luce. Tutto attorno a lei sembra bruciato, dalle ombre che la circondano si scontornano delle figure, corpi spogli, uomini e donne che stavano aspettando il suo arrivo. L’informe massa di nudità esegue strani canti, preparando un macabro rituale. Il suo corpo privo di vesti viene attraversato da un pennello, sopra le si disegnano strani numeri e simboli. Una rossa linea verticale le percorre il collo fino a giungere al ventre, ultimo tocco a completamento della raccapricciante opera.
Tenebra, orrore e depravazione inebriano la stanza di tetra decadenza, come se la morte stesse partecipando a quello strambo rituale. Come ultimo atto, uno sguardo ferale di natura demoniaca squarcia il velo delle ombre, il diavolo in persona sta abusando della donna per depositare in lei il seme della distruzione. Le sfiora il seno con ferine mani, l’apocalisse è più che mai vicino a Rosemary, riesce a toccarla, respira la sua stessa aria. La visione si interrompe, il sogno sembra spazzato via dalla luce di una nuova alba, tutto è quiete attorno al fatidico letto, la terribile esperienza appare come un incubo, non fosse per dei sospetti graffi sul corpo della donna. Da questo momento in poi Rosemary non sarà più la stessa, ignara di portare in grembo il male puro nella sua forma più insospettabile. Un circolo auto-alimentante, impossibile da spezzare, trascina la protagonista in un tunnel sempre più oscuro, sino al fantomatico parto.

L'apocalisse negli occhi della protagonista
Nella pellicola vengono più volte tirate in ballo la malattia mentale e la depressione, due aspetti destinati a germogliare rigorosamente all’interno di quel sempre più angousto spazio in cui il lungometraggio è perlopiù ambientato. La casa in questione si fa corpo degli orrori, risultando un vero e proprio personaggio centrale nella narrazione dell’opera. Inizialmente mostrata come graziosa e idilliaca, pian piano diviene sempre più sinistra e letale, celando tenebrosi segreti sepolti.
Nel momento in cui la donna prende consapevolezza di ciò che le sta accadendo, non viene creduta. La sfiducia di un mondo ostile grava terribilmente sulla salute psichica della protagonista, rendendola irrequieta e instabile. Il disturbo di Rosemary diviene centrale nello sviluppo dell’intreccio, obbligando chi guarda a dover ripercorrere a ritroso la pellicola per tentare di comprendere se la prospettiva del personaggio sia corretta oppure dettata da uno stato mentale alterato. Rosemary viene creduta folle da un mondo sordo alle sue grida di aiuto, ogni individuo che la circonda sceglie di voltarle le spalle in favore della nascita del demonio, oramai prossima.
L’universo della pellicola è ricco di individui disposti a donare la propria anima a Satana pur di ottenere ricchezze e benefici terreni; la nascita di Adrian, figlio di Rosemary, dà forma fisica al tramonto di qualsivoglia principio morale. Oramai l’uomo non necessita più di una forma divina a cui ambire, nulla ha più senso nell’armonia e nelle grazie della giustizia, Dio è morto. La donna accetta il suo destino, consapevole di esser stata pedina di una scacchiera più grande di lei. Nonostante sia la reincarnazione del demonio, culla suo figlio con la misericordia di una madre, arrendendosi dinanzi alla crudeltà dei fatti. Pur di dare forma all’anticristo è stata tradita da tutti i suoi affetti, manipolata e violentata, costretta a portare in grembo il seme dell’apocalisse. Ora che il principe delle tenebre è nato l’umanità non potrà mai più riprendersi, tutto è perso, appartenente a un passato lontanissimo.