
di Viktor Tóth
NC-445
14.07.2026
Quest’anno, l'appena trascorso Karlovy Vary Film Festival ha celebrato un doppio anniversario: la sessantesima edizione e l’ottantesimo anno della sua nascita, una coincidenza che ha influenzato un’edizione, per certi versi, ancora più densa e grandiosa rispetto agli ultimi anni, in termini di selezione ed ospiti. Collocato storicamente a Karlovy Vary, piccola località termale sul confine tra Repubblica Ceca e Germania, a volte definita la “Cannes dell’Est”, il KVIFF rimane ancora oggi uno dei festival europei più influenti, con una storia ben consolidata che merita di essere ripercorsa ed approfondita.

The Best Years of Our Lives (I Migliori Anni della Nostra Vita, 1946)
Breve storia del Karlovy Vary Film Festival
Mentre nella Francia del dopoguerra nasce Cannes, nella Cecoslovacchia del 1946 viene fondato un piccolo festival di cinema. La prima edizione si divide tra Karlovy Vary e Mariánské Lázně, un’altra località termale adiacente. Si trattava di un evento non-competitivo, interamente dedicato alla produzione cinematografica nazionale, un’industria che si stava maggiormente consolidando in quegli stessi anni. Nel 1948, il festival assume connotati più simili all’immagine odierna: viene introdotto un concorso, inizia la presenza di cinema internazionale - si segnala la premiere di The Best Years of Our Lives (I Migliori Anni della Nostra Vita, 1946) di William Wyler. Dal 1959 viene imposta al Karlovy Vary la biannualità, in alternanza con il neonato Festival di Mosca, ragione che porta al simultaneo anniversario di oggi.
Durante la Guerra Fredda, più del festival di Mosca, il Karlovy Vary assume un doppio ruolo: diventa, ufficialmente, parte del sistema ideologico-propagandistico su cui si appoggia il regime comunista. Al contempo, forse a causa della sua maggiore distanza geografica dal punto nevralgico del sistema sovietico e per la sia vicinanza al confine della Cortina di Ferro, riesce a collocarsi come “crocevia” artistico, in cui cineasti appartenenti ai due diversi sistemi potevano trovare un “punto di contatto”. Il festival concedeva spazio ad autori “occidentali” finiti nel mirino del Maccartismo, mentre includeva nel suo repertorio opere prodotte nel blocco sovietico che divennero influenti a livello internazionale. Il film Sodrásban (Current) dell’ungherese István Gaál, definito da Pier Paolo Pasolini nel 1964 come "uno dei due soli film meritevoli dell’anno", era un’anteprima mondiale del Karlovy Vary. Gli autori della stagione della Nuova Onda Cecoslovacca hanno (in parte) potuto trovare nel Festival una vetrina perfetta: Jiří Menzel, o i premi Oscar Ján Kadár ed Elmar Klos, ma anche Juraj Jakubisko, sono tutti stati ospiti e vincitori al festival durante gli anni Sessanta.

Sodrásban (Current, 1964)
Ken Loach vinse il Globo di Cristallo (premio principale del Karlovy Vary) nel 1970, con nientemeno che Kes (1970), il film che ne lanciò la carriera. Non a caso l’opera è stata riproposta quest’anno in una retrospettiva dedicata alle “hit storiche” del festival, introdotta da Ken Loach in video. Nell’introduzione al film, il regista britannico ha voluto soffermarsi sul ruolo di influenza che ha avuto la stagione della Nuova Onda Cecoslovacca su Kes, una realtà che la manifestazione ha ampiamente contribuito a diffondere, perlomeno negli anni precedenti alla repressione militare del 1968 e la seguente “normalizzazione”, con un assoggettamento istituzionale del festival.
Proprio in questi anni difficili viene però completata la costruzione del “Hotel Thermal”, edificio progettato per divenire la sede principale del Karlovy Vary – l’equivalente del Palais des Festivals di Cannes per intenderci. L’edificio brutalista, costruito in modo da ricordare la forma di una cinepresa vista dall’alto, ancora oggi ospita la manifestazione. Solo alla fine della Guerra Fredda, nel 1989, al festival potranno tornare ospiti di spicco precedentemente banditi, come l’ormai esule Miloš Forman o Vojtěch Jasný. Con la fine della Cecoslovacchia, il Karlovy Vary si ritrova a rischio, poiché percepito come un’istituzione legata al regime crollato. È l’intervento di Jiří Bartoška come presidente dell’evento, affiancato da Eva Zaoralová come coordinatrice del programma, che permette al KVIFF di rinascere nel 1994, sotto le vesti che ancora oggi conosciamo.

Kes (1970)
Il KVIFF oggi
Jiří Bartoška è deceduto nel 2025, poco prima dello scorso anno, lasciando un vuoto colmato de facto da Karel Och, già direttore artistico dal 2011. Oggi, il Karlovy Vary Film Festival non si pone più nel circuito internazionale come “vetrina dell’Est” – anche se, di fatto, ancora oggi presenta una selezione di cinema dell’Europa Orientale piuttosto prominente. Testimone di questa svolta è il palmarés di questo 2026, dominata, tra le varie, dal film Fruit Gathering di Aung Phyoe del Myanmar (vincitore del premio al Miglior Film), e dal lungometraggio danese The Guest di Mads Mengel (Migliore Regia).
A partire dal 1994, attraverso i premi alla carriera, il KVIFF si è assicurato la presenza di una lunga serie di celebrità, spesso partecipi anche delle particolari preludi che giocano sulla rilevanza “decaduta” del festival: se a Cannes l’intro ai film è caratterizzato dall’immagine della scalinata e a Venezia, negli ultimi anni, dalle animazioni di Lorenzo Mattotti, a Karlovy Vary i film vengono anticipati da brevissimi cortometraggi in monocromo che reimmaginano le star ospiti delle edizioni passate mentre utilizzano i loro Globi di Cristallo nei modi più disparati: Stellan Skarsgard lo adopera come ancora per la barca, Casey Affleck cerca di impegnarlo, Helen Mirren si lamenta che è troppo grande e non ci entra sul suo scaffale degli Oscar, ecc.
Accompagnato da questa autoironia, il KVIFF di oggi si colloca come un festival che mantiene un proprio status: è qui che nel 2013 Radu Jude vinse il primo concorso internazionale con il premio al Miglior Film per I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians, mentre ogni anno si riversano nel circuito dei festival vari film che hanno avuto la loro anteprima mondiale proprio al Karlovy Vary. La collocazione temporale ad inizio luglio pone il KVIFF in una posizione strategica: in una sezione dedicata, Horizons, riesce a far confluire le opere migliori dal concorso di Cannes ad un mese di distanza, attingendo anche alle selezioni di Sundance, Venezia, e Berlino. Per uno spettatore che voglia scegliere di recuperare le più rilevanti opere cinematografiche presentati alle manifestazioni cinematografiche più rilevanti nel corso dell’ultimo anno, il KVIFF è forse una delle migliori opzioni.

I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians (2013)
Highlights
Nell’edizione 2026, si è voluto seguire un filo rosso, costituito da un fenomeno particolare: una certa “rinascita” del cinema slovacco, osservabile attraverso gli eventi e i film del programma di quest’anno, siano esse retrospettive degli anni ’60, film del concorso principale o opere legate alla sezione secondaria Proxima, l’equivalente di ciò che è Un Certain Regard per Cannes. La scelta non vuole suggerire che questi siano gli unici film dell’edizione 2026 che hanno assunto una certa rilevanza, ma piuttosto ripercorrere quella dimensione storica che l’edizione ha tanto rimarcato. Segnaliamo come ulteriori titoli interessanti, oltre ai già citati vincitori, A Whole Person Almost di Efthimis-Kosemund Sanidis, 3 Weeks After di Miroslav Terzic e Black Money for White Nights di Kristina Grozeva e Petar Valchanov.
Birds, Orphans and Fools (1969), di Juraj Jakubisko

Proiettato in 35mm, nella sezione Out of the Past KVIFF 60/80, dedicata a film storici presentati in anteprima al festival, il film di Juraj Jakubisko è stato scelto, forse non a caso, come uno dei pochi rappresentanti della fase della Nuova Onda Cecoslovacca. Jakubisko non fece mai ufficialmente parte di quel gruppo di giovani intellettuali che, negli anni Sessanta, si riunì consapevolmente per costruire un nuovo linguaggio cinematografico (tra cui Vera Chytilová, Miloš Forman, Juraj Hery ecc.), ma fu ugualmente nel mirino della censura cecoslovacca a partire dal ‘69, anno dell’uscita di Birds, Orphans and Fools, forse il suo film più noto. Si tratta di un’opera dai toni surreali e, per molti versi, l’impostazione delle performance ricorda Le Margheritine (1966) di Vera Chytilová. Attraverso uno stile satirico che confluisce in un tono semi-infantile, emerge il degrado urbano e l’ambientazione logora, animata dai protagonisti variopinti, ripresi con una MDP a mano libera che alimenta quel senso di caos che pervade la pellicola in tutti i suoi aspetti. Jakubisko, storicamente, ha rappresentato una delle forme più libere di cinema all’interno del contesto cecoslovacco.
Only Beautiful Things to Look At (2026), di Ivan Ostrochovsky

Ivan Ostrochosvky è divenuto, negli ultimi anni, il regista di spicco del contesto dell’industria Slovacca. Questo grazie alle sue collaborazioni con il documentarista Peter Kerekes ma anche a due lungometraggi di finzione di successo: il suo film di debutto, Koza (2015), ha ampiamente contribuito alla riformulazione del discorso riguardante la comunità Rom. Servants, presentato a Berlino nel 2020, è stato presto considerata un’opera d’autore affine ad Ida (2013) di Paweł Pawlikowski per stile (monocromo, inquadratura in 4:3), toccando un ulteriore aspetto dell’oppressione di epoca comunista. Con il terzo lungometraggio, in concorso al KVIFF, Only Beautiful Things to Look At, Ostrochovsky sembra unire le tendenze dei suoi due film precedenti: il film si svolge negli anni Ottanta, all’interno di un reparto maternità di un’ospedale di provincia, in un territorio di confine dove è molto presente la comunità rom. La protagonista Ingrid (Aňa Geislerová) vive agiatamente e si distanzia emotivamente dalla propria professione, che la vede supervisionare un programmi medico perturbante e troppo poco discusso: la sterilizzazione della comunità rom, incoraggiata dal governo mediante un sistema di sussistenza, de facto una pulizia etnica avvenuta mediante operazioni chirurgiche e non campi di sterminio. Il film, per certi versi, sembra fare dei passi indietro rispetto ai precedenti lavori di Ostrochovsky, in termini di audacia: in un tentativo di incoraggiare il pubblico slovacco a vedere il film, la prospettiva piuttosto spensierata della protagonista prende il sopravvento, in contrasto con le tematiche cruente che vengono affrontate dal film. Nonostante l’emergere di un discorso più semplificativo verso il pubblico, in Only Beautiful Things to Look At permane una forma di autorialità, attraverso la ricorrrenza di momenti maggormente poetici, in cui immagini ravvicinate o che sfociano nel surreale cercano di formare un parallelo con la progressiva presa di coscienza del personaggio. Il film ha ottenuto il premio FIPRESCI del KVIFF.
Our Lovely Pig Slaughter (2026), di Adam Martinec

Diretto dalla coppia Anna e Šimon Domček, 33 Steps è stata forse la proposta più particolare del KVIFF di quest’anno. Il protagonista è Milan Daniel, nel ruolo di se stesso: un membro della comunità rom che, nel 2011, ha subito una violenta aggressione che lo ha portato al coma, e che, ormai ripresosi dal trauma, vede il suo assalitore uscire di prigione. Non è un docu-fiction o un film ibrido, ma un lungometraggio di finzione in tutti i sensi, che ha l’intuizione non solo di basarsi su un personaggio reale ma di assumerlo come interprete: del resto, Daniel ha già di per sé una presenza fisica molto particolare, un timbro di voce iconico, che viene ampiamente sfruttato in voci fuori campo da lui improvvisate che evocano le sue allucinazioni durante lo stato comatoso. Visivamente unico, 33 Steps si costruisce sui toni del crime, con un Milan che medita la vendetta in lunghe sequenze in cui viene ripreso seduto nel suo veicolo, con particolarissimi effetti visivi dati dalle gocce d’acqua che si riversano sui finestrini e affiancate da un sonoro atmosferico. Un lungometraggio autoprodotto a bassissimo budget, i Domček hanno citato non a caso Koza di Ostrochovsky come fonte di ispirazione, anche se il loro film segna la nascita di qualcosa di profondamente innovativo all’interno del contesto slovacco. L’opera ha ottenuto la Menzione Speciale all’interno della sezione Proxima, mentre è stato un altro film slovacco, Lover, not a Fighter di Martina Buchelová, a vincere il premio principale della categoria, a doppia testimonianza che, in Slovacchia, sembra muoversi “qualcosa di nuovo”.
di Viktor Tóth
NC-445
14.07.2026
Quest’anno, l'appena trascorso Karlovy Vary Film Festival ha celebrato un doppio anniversario: la sessantesima edizione e l’ottantesimo anno della sua nascita, una coincidenza che ha influenzato un’edizione, per certi versi, ancora più densa e grandiosa rispetto agli ultimi anni, in termini di selezione ed ospiti. Collocato storicamente a Karlovy Vary, piccola località termale sul confine tra Repubblica Ceca e Germania, a volte definita la “Cannes dell’Est”, il KVIFF rimane ancora oggi uno dei festival europei più influenti, con una storia ben consolidata che merita di essere ripercorsa ed approfondita.

The Best Years of Our Lives (I Migliori Anni della Nostra Vita, 1946)
Breve storia del Karlovy Vary Film Festival
Mentre nella Francia del dopoguerra nasce Cannes, nella Cecoslovacchia del 1946 viene fondato un piccolo festival di cinema. La prima edizione si divide tra Karlovy Vary e Mariánské Lázně, un’altra località termale adiacente. Si trattava di un evento non-competitivo, interamente dedicato alla produzione cinematografica nazionale, un’industria che si stava maggiormente consolidando in quegli stessi anni. Nel 1948, il festival assume connotati più simili all’immagine odierna: viene introdotto un concorso, inizia la presenza di cinema internazionale - si segnala la premiere di The Best Years of Our Lives (I Migliori Anni della Nostra Vita, 1946) di William Wyler. Dal 1959 viene imposta al Karlovy Vary la biannualità, in alternanza con il neonato Festival di Mosca, ragione che porta al simultaneo anniversario di oggi.
Durante la Guerra Fredda, più del festival di Mosca, il Karlovy Vary assume un doppio ruolo: diventa, ufficialmente, parte del sistema ideologico-propagandistico su cui si appoggia il regime comunista. Al contempo, forse a causa della sua maggiore distanza geografica dal punto nevralgico del sistema sovietico e per la sia vicinanza al confine della Cortina di Ferro, riesce a collocarsi come “crocevia” artistico, in cui cineasti appartenenti ai due diversi sistemi potevano trovare un “punto di contatto”. Il festival concedeva spazio ad autori “occidentali” finiti nel mirino del Maccartismo, mentre includeva nel suo repertorio opere prodotte nel blocco sovietico che divennero influenti a livello internazionale. Il film Sodrásban (Current) dell’ungherese István Gaál, definito da Pier Paolo Pasolini nel 1964 come "uno dei due soli film meritevoli dell’anno", era un’anteprima mondiale del Karlovy Vary. Gli autori della stagione della Nuova Onda Cecoslovacca hanno (in parte) potuto trovare nel Festival una vetrina perfetta: Jiří Menzel, o i premi Oscar Ján Kadár ed Elmar Klos, ma anche Juraj Jakubisko, sono tutti stati ospiti e vincitori al festival durante gli anni Sessanta.

Sodrásban (Current, 1964)
Ken Loach vinse il Globo di Cristallo (premio principale del Karlovy Vary) nel 1970, con nientemeno che Kes (1970), il film che ne lanciò la carriera. Non a caso l’opera è stata riproposta quest’anno in una retrospettiva dedicata alle “hit storiche” del festival, introdotta da Ken Loach in video. Nell’introduzione al film, il regista britannico ha voluto soffermarsi sul ruolo di influenza che ha avuto la stagione della Nuova Onda Cecoslovacca su Kes, una realtà che la manifestazione ha ampiamente contribuito a diffondere, perlomeno negli anni precedenti alla repressione militare del 1968 e la seguente “normalizzazione”, con un assoggettamento istituzionale del festival.
Proprio in questi anni difficili viene però completata la costruzione del “Hotel Thermal”, edificio progettato per divenire la sede principale del Karlovy Vary – l’equivalente del Palais des Festivals di Cannes per intenderci. L’edificio brutalista, costruito in modo da ricordare la forma di una cinepresa vista dall’alto, ancora oggi ospita la manifestazione. Solo alla fine della Guerra Fredda, nel 1989, al festival potranno tornare ospiti di spicco precedentemente banditi, come l’ormai esule Miloš Forman o Vojtěch Jasný. Con la fine della Cecoslovacchia, il Karlovy Vary si ritrova a rischio, poiché percepito come un’istituzione legata al regime crollato. È l’intervento di Jiří Bartoška come presidente dell’evento, affiancato da Eva Zaoralová come coordinatrice del programma, che permette al KVIFF di rinascere nel 1994, sotto le vesti che ancora oggi conosciamo.

Kes (1970)
Il KVIFF oggi
Jiří Bartoška è deceduto nel 2025, poco prima dello scorso anno, lasciando un vuoto colmato de facto da Karel Och, già direttore artistico dal 2011. Oggi, il Karlovy Vary Film Festival non si pone più nel circuito internazionale come “vetrina dell’Est” – anche se, di fatto, ancora oggi presenta una selezione di cinema dell’Europa Orientale piuttosto prominente. Testimone di questa svolta è il palmarés di questo 2026, dominata, tra le varie, dal film Fruit Gathering di Aung Phyoe del Myanmar (vincitore del premio al Miglior Film), e dal lungometraggio danese The Guest di Mads Mengel (Migliore Regia).
A partire dal 1994, attraverso i premi alla carriera, il KVIFF si è assicurato la presenza di una lunga serie di celebrità, spesso partecipi anche delle particolari preludi che giocano sulla rilevanza “decaduta” del festival: se a Cannes l’intro ai film è caratterizzato dall’immagine della scalinata e a Venezia, negli ultimi anni, dalle animazioni di Lorenzo Mattotti, a Karlovy Vary i film vengono anticipati da brevissimi cortometraggi in monocromo che reimmaginano le star ospiti delle edizioni passate mentre utilizzano i loro Globi di Cristallo nei modi più disparati: Stellan Skarsgard lo adopera come ancora per la barca, Casey Affleck cerca di impegnarlo, Helen Mirren si lamenta che è troppo grande e non ci entra sul suo scaffale degli Oscar, ecc.
Accompagnato da questa autoironia, il KVIFF di oggi si colloca come un festival che mantiene un proprio status: è qui che nel 2013 Radu Jude vinse il primo concorso internazionale con il premio al Miglior Film per I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians, mentre ogni anno si riversano nel circuito dei festival vari film che hanno avuto la loro anteprima mondiale proprio al Karlovy Vary. La collocazione temporale ad inizio luglio pone il KVIFF in una posizione strategica: in una sezione dedicata, Horizons, riesce a far confluire le opere migliori dal concorso di Cannes ad un mese di distanza, attingendo anche alle selezioni di Sundance, Venezia, e Berlino. Per uno spettatore che voglia scegliere di recuperare le più rilevanti opere cinematografiche presentati alle manifestazioni cinematografiche più rilevanti nel corso dell’ultimo anno, il KVIFF è forse una delle migliori opzioni.

I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians (2013)
Highlights
Nell’edizione 2026, si è voluto seguire un filo rosso, costituito da un fenomeno particolare: una certa “rinascita” del cinema slovacco, osservabile attraverso gli eventi e i film del programma di quest’anno, siano esse retrospettive degli anni ’60, film del concorso principale o opere legate alla sezione secondaria Proxima, l’equivalente di ciò che è Un Certain Regard per Cannes. La scelta non vuole suggerire che questi siano gli unici film dell’edizione 2026 che hanno assunto una certa rilevanza, ma piuttosto ripercorrere quella dimensione storica che l’edizione ha tanto rimarcato. Segnaliamo come ulteriori titoli interessanti, oltre ai già citati vincitori, A Whole Person Almost di Efthimis-Kosemund Sanidis, 3 Weeks After di Miroslav Terzic e Black Money for White Nights di Kristina Grozeva e Petar Valchanov.
Birds, Orphans and Fools (1969), di Juraj Jakubisko

Proiettato in 35mm, nella sezione Out of the Past KVIFF 60/80, dedicata a film storici presentati in anteprima al festival, il film di Juraj Jakubisko è stato scelto, forse non a caso, come uno dei pochi rappresentanti della fase della Nuova Onda Cecoslovacca. Jakubisko non fece mai ufficialmente parte di quel gruppo di giovani intellettuali che, negli anni Sessanta, si riunì consapevolmente per costruire un nuovo linguaggio cinematografico (tra cui Vera Chytilová, Miloš Forman, Juraj Hery ecc.), ma fu ugualmente nel mirino della censura cecoslovacca a partire dal ‘69, anno dell’uscita di Birds, Orphans and Fools, forse il suo film più noto. Si tratta di un’opera dai toni surreali e, per molti versi, l’impostazione delle performance ricorda Le Margheritine (1966) di Vera Chytilová. Attraverso uno stile satirico che confluisce in un tono semi-infantile, emerge il degrado urbano e l’ambientazione logora, animata dai protagonisti variopinti, ripresi con una MDP a mano libera che alimenta quel senso di caos che pervade la pellicola in tutti i suoi aspetti. Jakubisko, storicamente, ha rappresentato una delle forme più libere di cinema all’interno del contesto cecoslovacco.
Only Beautiful Things to Look At (2026), di Ivan Ostrochovsky

Ivan Ostrochosvky è divenuto, negli ultimi anni, il regista di spicco del contesto dell’industria Slovacca. Questo grazie alle sue collaborazioni con il documentarista Peter Kerekes ma anche a due lungometraggi di finzione di successo: il suo film di debutto, Koza (2015), ha ampiamente contribuito alla riformulazione del discorso riguardante la comunità Rom. Servants, presentato a Berlino nel 2020, è stato presto considerata un’opera d’autore affine ad Ida (2013) di Paweł Pawlikowski per stile (monocromo, inquadratura in 4:3), toccando un ulteriore aspetto dell’oppressione di epoca comunista. Con il terzo lungometraggio, in concorso al KVIFF, Only Beautiful Things to Look At, Ostrochovsky sembra unire le tendenze dei suoi due film precedenti: il film si svolge negli anni Ottanta, all’interno di un reparto maternità di un’ospedale di provincia, in un territorio di confine dove è molto presente la comunità rom. La protagonista Ingrid (Aňa Geislerová) vive agiatamente e si distanzia emotivamente dalla propria professione, che la vede supervisionare un programmi medico perturbante e troppo poco discusso: la sterilizzazione della comunità rom, incoraggiata dal governo mediante un sistema di sussistenza, de facto una pulizia etnica avvenuta mediante operazioni chirurgiche e non campi di sterminio. Il film, per certi versi, sembra fare dei passi indietro rispetto ai precedenti lavori di Ostrochovsky, in termini di audacia: in un tentativo di incoraggiare il pubblico slovacco a vedere il film, la prospettiva piuttosto spensierata della protagonista prende il sopravvento, in contrasto con le tematiche cruente che vengono affrontate dal film. Nonostante l’emergere di un discorso più semplificativo verso il pubblico, in Only Beautiful Things to Look At permane una forma di autorialità, attraverso la ricorrrenza di momenti maggormente poetici, in cui immagini ravvicinate o che sfociano nel surreale cercano di formare un parallelo con la progressiva presa di coscienza del personaggio. Il film ha ottenuto il premio FIPRESCI del KVIFF.
Our Lovely Pig Slaughter (2026), di Adam Martinec

Diretto dalla coppia Anna e Šimon Domček, 33 Steps è stata forse la proposta più particolare del KVIFF di quest’anno. Il protagonista è Milan Daniel, nel ruolo di se stesso: un membro della comunità rom che, nel 2011, ha subito una violenta aggressione che lo ha portato al coma, e che, ormai ripresosi dal trauma, vede il suo assalitore uscire di prigione. Non è un docu-fiction o un film ibrido, ma un lungometraggio di finzione in tutti i sensi, che ha l’intuizione non solo di basarsi su un personaggio reale ma di assumerlo come interprete: del resto, Daniel ha già di per sé una presenza fisica molto particolare, un timbro di voce iconico, che viene ampiamente sfruttato in voci fuori campo da lui improvvisate che evocano le sue allucinazioni durante lo stato comatoso. Visivamente unico, 33 Steps si costruisce sui toni del crime, con un Milan che medita la vendetta in lunghe sequenze in cui viene ripreso seduto nel suo veicolo, con particolarissimi effetti visivi dati dalle gocce d’acqua che si riversano sui finestrini e affiancate da un sonoro atmosferico. Un lungometraggio autoprodotto a bassissimo budget, i Domček hanno citato non a caso Koza di Ostrochovsky come fonte di ispirazione, anche se il loro film segna la nascita di qualcosa di profondamente innovativo all’interno del contesto slovacco. L’opera ha ottenuto la Menzione Speciale all’interno della sezione Proxima, mentre è stato un altro film slovacco, Lover, not a Fighter di Martina Buchelová, a vincere il premio principale della categoria, a doppia testimonianza che, in Slovacchia, sembra muoversi “qualcosa di nuovo”.