Nel nido del mondo
recensione di Pavel Belli Micati
RV-104
07.05.2025
C’era una volta un bruco che sognava di diventare farfalla. Un giorno incontrò un uccellino che aveva smarrito la via di casa, allora lo aiutò a ritrovarla… Non è una favola di Esopo, ma la metafora celata dietro il nuovo film di Andrea Arnold, presentato a Cannes 2024 e proiettato in anteprima lo scorso Ottobre alla Festa del Cinema di Roma. Dell’opera della regista premio Oscar 2004 per Wasp - corto col quale rivendica a sé i trattamenti della maternità e della genitorialità precoce - molti tropi e fenomeni restano immutabili: l’insipienza economica e i bassifondi delle città inglesi, gli orizzonti ristretti delle classi lavoratrici, la frammentarietà dell’Io che risulta da famiglie allargate e genitori acerbi, la dicotomia tra rabbia e desiderio in cui vivono i suoi protagonisti, i loro sbagli, le loro scelte incomprensibili, i loro delitti e le loro pene. Letti sfatti, case in rovina, corpi in agitazione e cieli instabili falciati da nubi grigie e stormi di uccelli sono i dettagli preferiti con cui Arnold dà corpo alla complessità della sua natura umana.
Dopo il thriller urbano ambientato in Scozia Red Road (2006), il soggiorno in Essex col dramma familiare Fish Tank (2009), il viaggio on the road attraverso il Midwest di American Honey (2016) e l’adattamento in Yorkshire del classico di Emily Brontë Wuthering Heights (2011), Arnold firma il suo quinto lungometraggio con Bird, coming of age dai tratti favolistici, e ci porta in Kent, sull’estuario del Tamigi precisamente. Bailey ha 12 anni, è una primula in attesa di sbocciare, sperimenta tutti i tumulti della preadolescenza: suo padre - un giovanissimo Barry Keoghan ricoperto di tatuaggi che compra su internet rane da contrabbando per venderne le secrezioni allucinogene - sta per sposarsi con Kayleigh, che conosce da tre mesi; Bailey si oppone al matrimonio, non vuole indossare il vestito da damigella e per protesta, sapendo di far incazzare il padre, si fa tagliare i capelli dalla fidanzata del fratello più grande, Hunter: lui invece è un teppistello di periferia che gira insieme alla sua gang di vigilantes facendo giustizia privata. I loro target, gli uomini abusivi che picchiano i bambini.
Industrie, caseggiati e ferrovie si annidano sullo sfondo del paesaggio esanime su cui pascolano i due. L’estate è mite al sud e questa provincia alla fine del paese non offre alcuno svago. Tra un incontro ravvicinato con i gabbiani che frequentano la sopraelevata e una visita ai fratellini più piccoli che sua madre, non distante da casa sua, ha avuto con altri uomini discutibili, Bailey ammazza la noia facendo riprese del cielo con la camera del cellulare, poi le proietta sul soffitto della cameretta. Quando esce fuori, raggiunge la gang del fratello e li prega di portarla in una delle loro spedizioni punitive. Per Hunter la sorella è troppo piccola, la cosa è fuori questione: Bailey per ripicca passa la notte fuori, dormendo in un campo. Al suo risveglio, una famiglia di cavalli le dà il buongiorno nel loro lembo di terra, lei ci gioca e gli fa le foto. In comunione religiosa col mondo, Bailey parla solo con quello animale, mai con quello umano. I suoi simili preferisce osservarli come fossero un’altra specie tutta da scoprire.
Diversi elementi uniscono Bailey ai personaggi del cinema di Andrea Arnold: c’è la giovinezza forzata a maturazione, la profonda intelligenza emotiva e l’occhio attento con cui questi corpi nervosi bruciano le tappe e si muovono dentro e fuori il proprio dolore. Ma qualcosa separa nettamente Bailey dagli altri: in lei, la sofferenza quotidiana che la circonda non si traduce in rabbia o balordaggine; la sua ribellione è tipica degli sbalzi ormonali dei piccoli che diventano grandi. La tendenza a risolvere tutto da sola, soccorrendo la violenza di cui è testimone, giustifica solo la sua frustrazione, che diventa insofferenza. L’unico legame che non le dà pensieri è quello che intrattiene con gli animali, i volatili in particolare. Adora registrare col telefono le rondini in volo, i gabbiani che le si avvicinano, riesce addirittura a parlare coi corvi. “È bello, non trovi?”, “Cosa?”, “Il giorno”: così fa la conoscenza di Bird (Franz Rogowski), giovane uomo che, come un passero incuriosito, le si avvicina e chiede indicazioni per la strada di casa.
Bailey non sa che il ragazzo è tornato a cercare i genitori, ma lo segue comunque attraverso giostre, sottopassaggi e cavalcavia perché incuriosita dal suo modo di guardare il mondo. Tra urli, grida e latrati, i due comunicano in un linguaggio comune: “Hai trovato la tua gente?” chiede lei, “Non penso siano qui”, risponde lui. “Sei davvero strano, lo sai?” dice lei. Dalla finestra della sua cameretta, nelle notti ferite da motorini che scoppiano e treni che sfrecciano, Bailey scorge Bird abbarbicato sul terrazzo del palazzo, lo sguardo vuoto, come in attesa. Decide allora di aiutarlo a trovare la sua famiglia, ma risalire a coloro che hanno spiccato il volo è un’impresa ardua perché non ci sono tracce lasciate in terra. La favola in Arnold è nell’uso simbolico del regno animale, che in Bird acquista una doppia valenza: gli uccelli sono fantasmi che perseguitano così come ideali da perseguire, e per la protagonista il volo è sia il desiderio di liberarsi dal passato, sia la paura di rompere con quel nido che, seppur violento, insufficiente e spezzato, rimane la sua unica famiglia.
Così Bailey segue Bird, che è un essere dolce, fragile. Lui non vede il male perché sceglie di non vederlo, sposta lo sguardo lontano dal dolore. Arnold, che qualsiasi descrizione la prende dalla vita, torna a sondare lo sguardo incorrotto ma mai naïf dei bambini, dettagliando un racconto di formazione che lavora con i tropi della sua eredità poetica. Un frutto ben maturo, nonostante il marchio di fabbrica che autorizza le incursioni voyeuristiche, Bird non è la romanticizzazione dello squallore e nemmeno la drammatizzazione dell’ordinario; non è trasfigurazione letteraria né una nuova epica audiovisiva: attraverso una vita espressa in frammenti, tra escursioni in case popolari, giri alle giostre del quartiere, viaggi in autobus e fantasticherie racchiuse in piccole stanze spoglie, la regista inglese racconta la post-genitorialità in un mondo dove i genitori non si prendono cura dei figli e i figli, da soli, si prendono cura di sé - quando non degli altri. “Sei abituata a risolvere da sola le cose”, dice Bird a Bailey, accigliato come un piccione sul bordo del mondo, lui pronto a volare da un momento all’altro.
L’uccellino alla fine non trova la famiglia… O meglio la trova, ma è passato tanto tempo e il papà non lo riconosce, allora il suo volo prosegue verso altri orizzonti. Deve salutare il bruco, che invece odia gli addii; l’uccellino però non dimentica le sue cure e, in segno di riconoscimento, lo trasforma in un uccello: su un finale che precipita nella fantasia, Arnold suggerisce che volare è un miracolo delicato in equilibrio perenne tra stasi e movimento, ripetizione e progressione, l’andarsene e il rimanere. Ma la parabola, lungo il viaggio che i due affrontano - prima nella violenza esplicita del compagno della madre di Bailey, poi nel silenzio che il padre ritrovato di Bird offre al figlio -, estende il volo da metafora sui fantasmi buoni e cattivi a desiderio di cura, protezione, volontà di sollevare l’altro dal dolore, di risparmiargli la violenza. Per la fotografia di Robbie Ryan, in uno squarcio di speranza post-industriale, dentro la maturità post-genitoriale che rompe la quarta parete e sulle note di un concerto post-punk che penetra fin dentro la diegesi, Andrea Arnold firma la miracolosa evoluzione della sua poetica.
Nel nido del mondo
recensione di Pavel Belli Micati
RV-104
07.05.2025
C’era una volta un bruco che sognava di diventare farfalla. Un giorno incontrò un uccellino che aveva smarrito la via di casa, allora lo aiutò a ritrovarla… Non è una favola di Esopo, ma la metafora celata dietro il nuovo film di Andrea Arnold, presentato a Cannes 2024 e proiettato in anteprima lo scorso Ottobre alla Festa del Cinema di Roma. Dell’opera della regista premio Oscar 2004 per Wasp - corto col quale rivendica a sé i trattamenti della maternità e della genitorialità precoce - molti tropi e fenomeni restano immutabili: l’insipienza economica e i bassifondi delle città inglesi, gli orizzonti ristretti delle classi lavoratrici, la frammentarietà dell’Io che risulta da famiglie allargate e genitori acerbi, la dicotomia tra rabbia e desiderio in cui vivono i suoi protagonisti, i loro sbagli, le loro scelte incomprensibili, i loro delitti e le loro pene. Letti sfatti, case in rovina, corpi in agitazione e cieli instabili falciati da nubi grigie e stormi di uccelli sono i dettagli preferiti con cui Arnold dà corpo alla complessità della sua natura umana.
Dopo il thriller urbano ambientato in Scozia Red Road (2006), il soggiorno in Essex col dramma familiare Fish Tank (2009), il viaggio on the road attraverso il Midwest di American Honey (2016) e l’adattamento in Yorkshire del classico di Emily Brontë Wuthering Heights (2011), Arnold firma il suo quinto lungometraggio con Bird, coming of age dai tratti favolistici, e ci porta in Kent, sull’estuario del Tamigi precisamente. Bailey ha 12 anni, è una primula in attesa di sbocciare, sperimenta tutti i tumulti della preadolescenza: suo padre - un giovanissimo Barry Keoghan ricoperto di tatuaggi che compra su internet rane da contrabbando per venderne le secrezioni allucinogene - sta per sposarsi con Kayleigh, che conosce da tre mesi; Bailey si oppone al matrimonio, non vuole indossare il vestito da damigella e per protesta, sapendo di far incazzare il padre, si fa tagliare i capelli dalla fidanzata del fratello più grande, Hunter: lui invece è un teppistello di periferia che gira insieme alla sua gang di vigilantes facendo giustizia privata. I loro target, gli uomini abusivi che picchiano i bambini.
Industrie, caseggiati e ferrovie si annidano sullo sfondo del paesaggio esanime su cui pascolano i due. L’estate è mite al sud e questa provincia alla fine del paese non offre alcuno svago. Tra un incontro ravvicinato con i gabbiani che frequentano la sopraelevata e una visita ai fratellini più piccoli che sua madre, non distante da casa sua, ha avuto con altri uomini discutibili, Bailey ammazza la noia facendo riprese del cielo con la camera del cellulare, poi le proietta sul soffitto della cameretta. Quando esce fuori, raggiunge la gang del fratello e li prega di portarla in una delle loro spedizioni punitive. Per Hunter la sorella è troppo piccola, la cosa è fuori questione: Bailey per ripicca passa la notte fuori, dormendo in un campo. Al suo risveglio, una famiglia di cavalli le dà il buongiorno nel loro lembo di terra, lei ci gioca e gli fa le foto. In comunione religiosa col mondo, Bailey parla solo con quello animale, mai con quello umano. I suoi simili preferisce osservarli come fossero un’altra specie tutta da scoprire.
Diversi elementi uniscono Bailey ai personaggi del cinema di Andrea Arnold: c’è la giovinezza forzata a maturazione, la profonda intelligenza emotiva e l’occhio attento con cui questi corpi nervosi bruciano le tappe e si muovono dentro e fuori il proprio dolore. Ma qualcosa separa nettamente Bailey dagli altri: in lei, la sofferenza quotidiana che la circonda non si traduce in rabbia o balordaggine; la sua ribellione è tipica degli sbalzi ormonali dei piccoli che diventano grandi. La tendenza a risolvere tutto da sola, soccorrendo la violenza di cui è testimone, giustifica solo la sua frustrazione, che diventa insofferenza. L’unico legame che non le dà pensieri è quello che intrattiene con gli animali, i volatili in particolare. Adora registrare col telefono le rondini in volo, i gabbiani che le si avvicinano, riesce addirittura a parlare coi corvi. “È bello, non trovi?”, “Cosa?”, “Il giorno”: così fa la conoscenza di Bird (Franz Rogowski), giovane uomo che, come un passero incuriosito, le si avvicina e chiede indicazioni per la strada di casa.
Bailey non sa che il ragazzo è tornato a cercare i genitori, ma lo segue comunque attraverso giostre, sottopassaggi e cavalcavia perché incuriosita dal suo modo di guardare il mondo. Tra urli, grida e latrati, i due comunicano in un linguaggio comune: “Hai trovato la tua gente?” chiede lei, “Non penso siano qui”, risponde lui. “Sei davvero strano, lo sai?” dice lei. Dalla finestra della sua cameretta, nelle notti ferite da motorini che scoppiano e treni che sfrecciano, Bailey scorge Bird abbarbicato sul terrazzo del palazzo, lo sguardo vuoto, come in attesa. Decide allora di aiutarlo a trovare la sua famiglia, ma risalire a coloro che hanno spiccato il volo è un’impresa ardua perché non ci sono tracce lasciate in terra. La favola in Arnold è nell’uso simbolico del regno animale, che in Bird acquista una doppia valenza: gli uccelli sono fantasmi che perseguitano così come ideali da perseguire, e per la protagonista il volo è sia il desiderio di liberarsi dal passato, sia la paura di rompere con quel nido che, seppur violento, insufficiente e spezzato, rimane la sua unica famiglia.
Così Bailey segue Bird, che è un essere dolce, fragile. Lui non vede il male perché sceglie di non vederlo, sposta lo sguardo lontano dal dolore. Arnold, che qualsiasi descrizione la prende dalla vita, torna a sondare lo sguardo incorrotto ma mai naïf dei bambini, dettagliando un racconto di formazione che lavora con i tropi della sua eredità poetica. Un frutto ben maturo, nonostante il marchio di fabbrica che autorizza le incursioni voyeuristiche, Bird non è la romanticizzazione dello squallore e nemmeno la drammatizzazione dell’ordinario; non è trasfigurazione letteraria né una nuova epica audiovisiva: attraverso una vita espressa in frammenti, tra escursioni in case popolari, giri alle giostre del quartiere, viaggi in autobus e fantasticherie racchiuse in piccole stanze spoglie, la regista inglese racconta la post-genitorialità in un mondo dove i genitori non si prendono cura dei figli e i figli, da soli, si prendono cura di sé - quando non degli altri. “Sei abituata a risolvere da sola le cose”, dice Bird a Bailey, accigliato come un piccione sul bordo del mondo, lui pronto a volare da un momento all’altro.
L’uccellino alla fine non trova la famiglia… O meglio la trova, ma è passato tanto tempo e il papà non lo riconosce, allora il suo volo prosegue verso altri orizzonti. Deve salutare il bruco, che invece odia gli addii; l’uccellino però non dimentica le sue cure e, in segno di riconoscimento, lo trasforma in un uccello: su un finale che precipita nella fantasia, Arnold suggerisce che volare è un miracolo delicato in equilibrio perenne tra stasi e movimento, ripetizione e progressione, l’andarsene e il rimanere. Ma la parabola, lungo il viaggio che i due affrontano - prima nella violenza esplicita del compagno della madre di Bailey, poi nel silenzio che il padre ritrovato di Bird offre al figlio -, estende il volo da metafora sui fantasmi buoni e cattivi a desiderio di cura, protezione, volontà di sollevare l’altro dal dolore, di risparmiargli la violenza. Per la fotografia di Robbie Ryan, in uno squarcio di speranza post-industriale, dentro la maturità post-genitoriale che rompe la quarta parete e sulle note di un concerto post-punk che penetra fin dentro la diegesi, Andrea Arnold firma la miracolosa evoluzione della sua poetica.