
INT-100
14.07.2025
Beginning (2020), il film georgiano che ha raggiunto uno status di cult vero e proprio - grazie alla distribuzione MUBI e la presenza in Cannes Selection 2020 - è l’opera prima che ha immediatamente consacrato Dea Kulumbegashvili come una delle più importanti nuove voci del cinema georgiano. Il suo secondo lungometraggio, l’impegnativo April, le ha valso il Premio Speciale della Giuria all’81ª Mostra Internazionale di Venezia. Nel suo cinema, Kulumbegashvili esplora la condizione femminile nel suo paese, una femminilità particolarmente oppressa da fanatismi e da un patriarcato particolarmente retrogrado. In Beginning, la protagonista era una madre, moglie di un predicatore dei testimoni di Geova, che riscopriva la propria libertà in un modo particolarmente crudele. In April, invece, seguiamo una ostetrica che, in segreto, pratica aborti illegali. Il cinema di Kulumbegashvili è denso, difficile, ma anche particolarmente sofisticato ed elevato a livello artistico.
Abbiamo incontrato la regista in occasione del Karlovy Vary Film Festival, e abbiamo parlato del suo personale sguardo sul mondo e delle sue attitudini da cineasta.

Beginning (2020)
Per un’intera generazione di cinefili, Beginning è stata un’opera che ha rappresentato la “scoperta” del cinema georgiano. Come si sente a riguardo?
Non saprei, perché di certo non sono la prima regista georgiana, sono molto grata verso altri cineasti che hanno, in qualche modo, aperto la via che poi mi sono trovata a percorrere 10 anni fa, e non solo loro: tanti, a livello burocratico e nel circuito internazionale hanno contribuito. Quindi, quando ho diretto Beginning, penso che il nostro cinema si era già espanso fuori dalla Georgia, ed è forse anche per questo che il film ha avuto questa grande fortuna, ma c’è un “corpus” di cinema Georgiano molto precedente che è veramente incredibile. Ritengo che la Georgia abbia così tanto da offrire perché è un paese dall’incredibile potenziale cinematografico, e purtroppo lo dico in tutte le mie interviste: non penso che il cinema georgiano continuerà ad esistere negli anni a venire, perché è in atto una censura totale al momento. April non può essere proiettato in Georgia, e nessuno riesce a fare film, non è possibile. C’è chi pensa che bisognerebbe trovare un modo di cooperare con le istituzioni, ma sfortunatamente è impossibile collaborare con enti che hanno il solo scopo di estinguere ogni forma di libertà d’espressione. C’è chi ripensa all’epoca Sovietica, nella quale, nonostante il controllo totale del regime, effettivamente i film venivano fatti, e secondo me, in un certo senso, c’era più spazio allora per una sorta di “libera espressione”.
In che modo in epoca sovietica c’era più “spazio espressivo”?
All’epoca, i film venivano finanziati statalmente, anche se poi venivano censurati e mai proiettati almeno il sistema permetteva di farli. Oggi, non puoi proprio iniziare un nuovo progetto, vieni bloccato al principio. Il mio film, April, è stato realizzato senza che nessuno ne fosse a conoscenza, ed è solo per questo che esiste. Ma se volessi fare un nuovo film adesso, non potrei in Georgia, anche perché è impossibile importare finanziamenti esteri. La legislazione descrive come offensiva qualsiasi opera che “metta in pericolo” il concetto di famiglia tradizionale o la propaganda anti-LGBT, è una legislazione tragica che esclude ogni possibilità di creare qualsiasi cosa che non sia propagandistica o molto sterile. O peggio, "patriottico", come dicono. Io penso che i miei film siano patriottici, anche se loro non sono d’accordo.
Effettivamente, il paesaggio georgiano ha un ruolo fondamentale nei suoi film, si potrebbe dire che rappresentino una sorta di “cartolina” dello scenario del paese.
Sì, e così hanno un ruolo fondamentale anche le persone. Ci sono persone incredibili che fanno film molto importanti per il popolo Georgiano, ma no, secondo il governo dovremmo tutti fare film storici sulle “grandi epopee”.

April è il primo film georgiano finanziato in modo completamente indipendente. Mi è saltato all’occhio il nome di Luca Guadagnino nei titoli del film.
Luca è stato una figura-chiave che ci ha permesso di girare il lungometraggio, perché per gli standard georgiani o est europei non era un film economico, e non avevo richiesto fondi stranieri dato che avevo paura di condividere addirittura la sinossi. Perciò il April è stato finanziato privatamente per intero. Queste persone, non solo Luca, ma anche Francesco Melzi - che ha introdotto molti investitori - credono nell’arte e sostengono il cinema. Gli sono molto grata, e a Venezia la reazione al film mi è sembrata molto positiva.
April, ma anche Beginning, sono stati girati in pellicola. Che significato ha per lei la scelta di questo supporto piuttosto difficile e costoso?
Ormai scegliere la pellicola è costoso, più difficile, ma è possibile. Si ha bisogno di un’etica lavorativa molto strutturata, bisogna che tu sappia cosa fai. Mi dedico molto ad esplorare le possibilità della celluloide e della pellicola, i diversi formati. In Georgia non abbiamo un laboratorio, dovevamo inviare il materiale all’estero e quindi lavoravamo “alla cieca”, dato che non potevamo minimamente prevedere come sarebbe stato il risultato finale. Ma ho un direttore della fotografia davvero valido. Poi ci sono molti registi - come anche László Nemes - e i loro DOP, che parlano del colour grading, del lavoro sul colore a livello manuale e non digitale. Non ho avuto ancora questo lusso, ma vorrei davvero, un giorno, provare tutte queste tecniche. Non è un attaccamento o una decisione romantica, fa semplicemente parte del flow lavorativo, della mia visione. Ed è un processo diverso dal digitale, mi piace lavorare con macchine da presa più pesanti, far percepire la loro presenza. Inoltre, è diversa la gestione del tempo, non è possibile girare all’infinito, in un rullo ci sono forse 11 minuti. Influenza molto il modo di strutturare le riprese, e per esempio io non faccio molti take, al massimo 5.
Una scena molto importante di Beginning mi pare che duri intorno alla lunghezza del rullo che cita lei, perciò la scelta della durata era data da questo limite – la scena dura così tanto perché corrisponde allo spazio di un rullo di riprese?
Si, dura circa nove minuti, il massimo che potrebbe durare, non potevo andare oltre. In un certo senso crea una specie di cornice per quello che faccio, e per il modo in cui strutturo la scena. Di solito preferisco lavorare con il montatore prima delle riprese e riflettiamo insieme sul modo in cui procederò a strutturare le scene.

Una sequenza di April (2025)
Ha citato Nemes, e sia Beginning che April hanno una cornice di circa 4:3, un po’ come Il Figlio di Saul (Saul fia, 2015). C’è un legame o un’ispirazione in questa scelta simile?
No, in realtà no. In generale è interessante vedere il lavoro degli altri, adesso non ne voglio parlare molto ma ho un grande rispetto per il lavoro di Nemes, in particolare per Il Figlio di Saul. Penso che lui abbia fatto questo film molto concettuale, che si riconnette molto con i nuovi media, come i videogiochi e la percezione dell’immagine-movimento in un modo che permette “l’avanzamento” di ciò che può essere cinema.
Un aspetto interessante di April è la creatura che compare in alcune scene. Qual’è l’origine di questa creatura, cosa significa per lei?
Quando ho fatto il film ho passato tre anni nel mio paese d’origine, con il quale ho un rapporto molto doloroso, complesso e stratificato. É un amore profondo, e ad un certo punto la realtà per me è diventata talmente “travolgente” che filmare attraverso un realismo estremo ha iniziato a portare la mia mente verso uno spazio oltre la realtà. Ancora non so se era un mio desiderio di fuga o l’impossibilità di comprendere la mia realtà, o non sapere cosa c’è oltre, se c’è il potenziale di una redenzione, o qualcosa che avviene dopo tutto questo. C’era qualcosa a livello intuitivo a cui non voglio dare una spiegazione. Appena ho menzionato ai produttori questa scelta, ci sono state 14 diverse idee e domande sul suo significato, ma penso che il cinema abbia bisogno di questo spazio ambiguo e senza risposte.
Sono d’accordo. April ha anche una locandina che usa un design piuttosto astratto, io personalmente ho percepito un senso di astrattezza anche nella creatura.
Si, io amo il cinema sperimentale, la video-arte ed i videogiochi, infatti non vedo l’ora di poter giocare finalmente a Death Stranding 2! Penso che il cinema è spesso percepito come qualcosa di separato dalle altre forme audiovisive, per me invece tra esse esiste un rapporto molto profondo.

Dea Kulumbegashvili e il Premio Speciale della Giuria vinto a Venezia 2024
Death Stranding è un esempio perfetto di quello che afferma, è molto cinematografico, ma deve per forza essere un videogioco.
Si, ma è anche qualcosa che si pone in connessione diretta con te, mette in discussione la tua esistenza come persona mentre ci giochi. Mi chiedo spesso dove sia lo spazio di questo tipo di interattività nel cinema.
Secondo me, le sue opere si avvicinano molto a questo spazio.
Spero, o almeno, aspiro a farlo.
Sa già quale sarà il suo prossimo progetto?
So che sarà girato fuori dalla Georgia, ed in lingua inglese. Ho bisogno di uscire, perché non riesco a continuare a sentirmi “soffocare” costantemente dal mio paese.
INT-100
14.07.2025
Beginning (2020), il film georgiano che ha raggiunto uno status di cult vero e proprio - grazie alla distribuzione MUBI e la presenza in Cannes Selection 2020 - è l’opera prima che ha immediatamente consacrato Dea Kulumbegashvili come una delle più importanti nuove voci del cinema georgiano. Il suo secondo lungometraggio, l’impegnativo April, le ha valso il Premio Speciale della Giuria all’81ª Mostra Internazionale di Venezia. Nel suo cinema, Kulumbegashvili esplora la condizione femminile nel suo paese, una femminilità particolarmente oppressa da fanatismi e da un patriarcato particolarmente retrogrado. In Beginning, la protagonista era una madre, moglie di un predicatore dei testimoni di Geova, che riscopriva la propria libertà in un modo particolarmente crudele. In April, invece, seguiamo una ostetrica che, in segreto, pratica aborti illegali. Il cinema di Kulumbegashvili è denso, difficile, ma anche particolarmente sofisticato ed elevato a livello artistico.
Abbiamo incontrato la regista in occasione del Karlovy Vary Film Festival, e abbiamo parlato del suo personale sguardo sul mondo e delle sue attitudini da cineasta.

Beginning (2020)
Per un’intera generazione di cinefili, Beginning è stata un’opera che ha rappresentato la “scoperta” del cinema georgiano. Come si sente a riguardo?
Non saprei, perché di certo non sono la prima regista georgiana, sono molto grata verso altri cineasti che hanno, in qualche modo, aperto la via che poi mi sono trovata a percorrere 10 anni fa, e non solo loro: tanti, a livello burocratico e nel circuito internazionale hanno contribuito. Quindi, quando ho diretto Beginning, penso che il nostro cinema si era già espanso fuori dalla Georgia, ed è forse anche per questo che il film ha avuto questa grande fortuna, ma c’è un “corpus” di cinema Georgiano molto precedente che è veramente incredibile. Ritengo che la Georgia abbia così tanto da offrire perché è un paese dall’incredibile potenziale cinematografico, e purtroppo lo dico in tutte le mie interviste: non penso che il cinema georgiano continuerà ad esistere negli anni a venire, perché è in atto una censura totale al momento. April non può essere proiettato in Georgia, e nessuno riesce a fare film, non è possibile. C’è chi pensa che bisognerebbe trovare un modo di cooperare con le istituzioni, ma sfortunatamente è impossibile collaborare con enti che hanno il solo scopo di estinguere ogni forma di libertà d’espressione. C’è chi ripensa all’epoca Sovietica, nella quale, nonostante il controllo totale del regime, effettivamente i film venivano fatti, e secondo me, in un certo senso, c’era più spazio allora per una sorta di “libera espressione”.
In che modo in epoca sovietica c’era più “spazio espressivo”?
All’epoca, i film venivano finanziati statalmente, anche se poi venivano censurati e mai proiettati almeno il sistema permetteva di farli. Oggi, non puoi proprio iniziare un nuovo progetto, vieni bloccato al principio. Il mio film, April, è stato realizzato senza che nessuno ne fosse a conoscenza, ed è solo per questo che esiste. Ma se volessi fare un nuovo film adesso, non potrei in Georgia, anche perché è impossibile importare finanziamenti esteri. La legislazione descrive come offensiva qualsiasi opera che “metta in pericolo” il concetto di famiglia tradizionale o la propaganda anti-LGBT, è una legislazione tragica che esclude ogni possibilità di creare qualsiasi cosa che non sia propagandistica o molto sterile. O peggio, "patriottico", come dicono. Io penso che i miei film siano patriottici, anche se loro non sono d’accordo.
Effettivamente, il paesaggio georgiano ha un ruolo fondamentale nei suoi film, si potrebbe dire che rappresentino una sorta di “cartolina” dello scenario del paese.
Sì, e così hanno un ruolo fondamentale anche le persone. Ci sono persone incredibili che fanno film molto importanti per il popolo Georgiano, ma no, secondo il governo dovremmo tutti fare film storici sulle “grandi epopee”.

April è il primo film georgiano finanziato in modo completamente indipendente. Mi è saltato all’occhio il nome di Luca Guadagnino nei titoli del film.
Luca è stato una figura-chiave che ci ha permesso di girare il lungometraggio, perché per gli standard georgiani o est europei non era un film economico, e non avevo richiesto fondi stranieri dato che avevo paura di condividere addirittura la sinossi. Perciò il April è stato finanziato privatamente per intero. Queste persone, non solo Luca, ma anche Francesco Melzi - che ha introdotto molti investitori - credono nell’arte e sostengono il cinema. Gli sono molto grata, e a Venezia la reazione al film mi è sembrata molto positiva.
April, ma anche Beginning, sono stati girati in pellicola. Che significato ha per lei la scelta di questo supporto piuttosto difficile e costoso?
Ormai scegliere la pellicola è costoso, più difficile, ma è possibile. Si ha bisogno di un’etica lavorativa molto strutturata, bisogna che tu sappia cosa fai. Mi dedico molto ad esplorare le possibilità della celluloide e della pellicola, i diversi formati. In Georgia non abbiamo un laboratorio, dovevamo inviare il materiale all’estero e quindi lavoravamo “alla cieca”, dato che non potevamo minimamente prevedere come sarebbe stato il risultato finale. Ma ho un direttore della fotografia davvero valido. Poi ci sono molti registi - come anche László Nemes - e i loro DOP, che parlano del colour grading, del lavoro sul colore a livello manuale e non digitale. Non ho avuto ancora questo lusso, ma vorrei davvero, un giorno, provare tutte queste tecniche. Non è un attaccamento o una decisione romantica, fa semplicemente parte del flow lavorativo, della mia visione. Ed è un processo diverso dal digitale, mi piace lavorare con macchine da presa più pesanti, far percepire la loro presenza. Inoltre, è diversa la gestione del tempo, non è possibile girare all’infinito, in un rullo ci sono forse 11 minuti. Influenza molto il modo di strutturare le riprese, e per esempio io non faccio molti take, al massimo 5.
Una scena molto importante di Beginning mi pare che duri intorno alla lunghezza del rullo che cita lei, perciò la scelta della durata era data da questo limite – la scena dura così tanto perché corrisponde allo spazio di un rullo di riprese?
Si, dura circa nove minuti, il massimo che potrebbe durare, non potevo andare oltre. In un certo senso crea una specie di cornice per quello che faccio, e per il modo in cui strutturo la scena. Di solito preferisco lavorare con il montatore prima delle riprese e riflettiamo insieme sul modo in cui procederò a strutturare le scene.

Una sequenza di April (2025)
Ha citato Nemes, e sia Beginning che April hanno una cornice di circa 4:3, un po’ come Il Figlio di Saul (Saul fia, 2015). C’è un legame o un’ispirazione in questa scelta simile?
No, in realtà no. In generale è interessante vedere il lavoro degli altri, adesso non ne voglio parlare molto ma ho un grande rispetto per il lavoro di Nemes, in particolare per Il Figlio di Saul. Penso che lui abbia fatto questo film molto concettuale, che si riconnette molto con i nuovi media, come i videogiochi e la percezione dell’immagine-movimento in un modo che permette “l’avanzamento” di ciò che può essere cinema.
Un aspetto interessante di April è la creatura che compare in alcune scene. Qual’è l’origine di questa creatura, cosa significa per lei?
Quando ho fatto il film ho passato tre anni nel mio paese d’origine, con il quale ho un rapporto molto doloroso, complesso e stratificato. É un amore profondo, e ad un certo punto la realtà per me è diventata talmente “travolgente” che filmare attraverso un realismo estremo ha iniziato a portare la mia mente verso uno spazio oltre la realtà. Ancora non so se era un mio desiderio di fuga o l’impossibilità di comprendere la mia realtà, o non sapere cosa c’è oltre, se c’è il potenziale di una redenzione, o qualcosa che avviene dopo tutto questo. C’era qualcosa a livello intuitivo a cui non voglio dare una spiegazione. Appena ho menzionato ai produttori questa scelta, ci sono state 14 diverse idee e domande sul suo significato, ma penso che il cinema abbia bisogno di questo spazio ambiguo e senza risposte.
Sono d’accordo. April ha anche una locandina che usa un design piuttosto astratto, io personalmente ho percepito un senso di astrattezza anche nella creatura.
Si, io amo il cinema sperimentale, la video-arte ed i videogiochi, infatti non vedo l’ora di poter giocare finalmente a Death Stranding 2! Penso che il cinema è spesso percepito come qualcosa di separato dalle altre forme audiovisive, per me invece tra esse esiste un rapporto molto profondo.

Dea Kulumbegashvili e il Premio Speciale della Giuria vinto a Venezia 2024
Death Stranding è un esempio perfetto di quello che afferma, è molto cinematografico, ma deve per forza essere un videogioco.
Si, ma è anche qualcosa che si pone in connessione diretta con te, mette in discussione la tua esistenza come persona mentre ci giochi. Mi chiedo spesso dove sia lo spazio di questo tipo di interattività nel cinema.
Secondo me, le sue opere si avvicinano molto a questo spazio.
Spero, o almeno, aspiro a farlo.
Sa già quale sarà il suo prossimo progetto?
So che sarà girato fuori dalla Georgia, ed in lingua inglese. Ho bisogno di uscire, perché non riesco a continuare a sentirmi “soffocare” costantemente dal mio paese.