
NC-409
06.04.2026
«Nico appariva così bella solo in virtù di una femminilità totalmente giocata. Emanava da lei qualcosa di superiore alla bellezza, di più sublime, una seduzione diversa. E si rimaneva delusi venendo a sapere che si trattava di un falso travestito, di una vera donna che giocava a fare il travestito. [...] La seduzione è sempre più singolare e sublime del sesso, ed è proprio ad essa che noi attribuiamo il più alto valore». Sono parole di Jean Baudrillard in De la séduction, e permettono di accedere a un territorio di abissi superficiali di cui il volto di Nico, insieme segno e contenuto, è la manifestazione più luminosa. Al fondo del cinema di Philippe Garrel – con cui la cantante tedesca ha realizzato sette film da attrice, senza mai interpretare qualcuno al di fuori di sé stessa, della propria apparenza superficiale – non c’è che l’immagine latente di un volto trasformato in icona, di un amore che è stato anzitutto un abisso. Una certa «estetica del grido» accomuna il Garrel de La cicatrice intérieure (1972) con la Nico di Desertshore (il suo terzo album da solista): sullo sfondo di un folklore totale e universale, l’imporsi di una traiettoria traumatica, di un lamento infinito. Il viaggio ai bordi del paesaggio è il percorso di un sentire al limite, nelle possibilità estreme di un’arte che si specchia nel vuoto.
La cicatrice intérieure potrebbe sembrare una versione al positivo di Le révélateur (1968) - con un’accurata preparazione di movimenti a sostituire un vagabondaggio sporco e sgraziato delle immagini -, ma in realtà ci troviamo, ancora una volta e ora più che mai, nella negatività piena di un viaggio senza destinazione. Il cammino della triade fondamentale uomo-donna-bambino si svolge e si consuma ai bordi del linguaggio, al cuore di un’esperienza viva, nella tensione di umori universali. Al di là della parola e del senso, si compone un poema di vento e di fulmini, di sabbia e di ghiaccio, senza soluzione e senza fine. Garrel, qui più che altrove (o forse solo per mezzo di termini più barocchi), si posiziona nel territorio deserto di una comunicazione assoluta, piena, e quindi impossibile, vera lacerazione di un’esperienza (interiore) che non può che compiersi nei suoi scarti. Lo stile di Garrel (e il suo anti-stile di certi film più poveri e frettolosi) non rifiuta la comunicazione, ma la affronta, per così dire, per mezzo dei suoi termini negativi, nel segno cioè dell’incomprensione insistita, della lingua straniera, del non-detto, del silenzio. Jean-Louis Bory scriveva a proposito di «un cinema di visioni che si avvicina all’intuizione pura», e nelle stesse pagine del Nouvel Osbervateur si chiedeva se La cicatrice intérieure non fosse «la Saison en enfer del nostro cinema».
Athanor (1972) e Le berceau de cristal (1976) stabiliscono tappe altrettanto fondamentali all’interno di una vera e propria trilogia: completano il viaggio già iniziato, ma solo nella misura in cui lo arricchiscono di interrogativi, false apparenze, vuoti della comunicazione. La ricerca estetica di un Garrel raggiunto improvvisamente dalla preoccupazione della bella immagine (o di un’immagine seducente, per riprendere le parole Baudrillard), si consuma nella fiamma e nel gelo di soli tre film. Athanor, condannato all’invisibilità per quasi mezzo secolo, è costruito come un catalogo di immagini esoteriche, dove la nudità femminile (di Nico e di Musky) descrive motivi di sconvolgente classicità. L’abbandono, nell’ultimo tableau, di un corpo alla deriva su uno specchio d’acqua, ci rimette definitivamente alla suggestione di un rituale incompiuto, di una cerimonia dei corpi che resta morbida e informe. Le berceau de cristal – in cui si alternano le immagini dell’amico-pittore Frédéric Pardo, della sua compagna Dominique Sanda, di Nico, dello stesso Garrel e di pochissimi altri – persegue con coraggio la tendenza alla staticità ieratica del film precedente e la consegna al buio granuloso di una notte senza scampo. Sintesi estrema e disperata di un viaggio nel vuoto, l’ultimo atto di questa trilogia disordinata, disarticolata, di immenso rigore anarchico, si conclude con il suicidio, improvviso e secco, della stessa Nico.

Philippe Garrel, l'attrice Christine Boisson e l'attore Maurice Garrel sul set di La Cicatrice intérieure (1972)

La cicatrice intérieure (1972)
Nel raccoglimento silenzioso e inviolabile di uno sguardo al limite, tra la scrittura di una lettera di cui ignoriamo il contenuto e la luce flebile delle candele, Le berceau de cristal permette di indagare la superficie liscia e silenziosa di una preparazione alla morte, al di là di qualsiasi febbre spettacolare. È forse prendendo le mosse da questa fine – lacerante come un fulmine nel cielo – che possiamo abbozzare le coordinate generali di un intero percorso artistico: il cinema di Garrel descrive, con insistenza ma non senza senso di mobilità, l’insorgere di una distruzione muta, di un quieto e morbido dissolvimento del sé. La forma della coppia o della famiglia non permette nessun avanzamento positivo per l’individuo, nessun progresso, ma soltanto la moltiplicazione (se non la vera meta) della solitudine umana. Il raggiungimento, per così dire, di più «alte solitudini» (come quella di Gesù-Clementi in Le lit de la vierge: nessuno è più solo di Cristo quando questo si rivolge al Padre e nella supplica gli chiede: «Perché mi hai abbandonato?»). Nico è stato il volto di questo amore straziante per la vita, per i suoi limiti, e di un cinema che ha sempre messo «la macchina da presa al posto del cuore». Da qui tutta la scomoda intimità dell’opera di Garrel: sempre troppo vicina, troppo addosso alle cose. Ma soprattutto alle persone, agli affetti, alla realtà pulsante che lega i padri ai figli, gli uomini alle donne.
Nel 1978, Garrel poteva dire: «Per me i miei film cominciano da La cicatrice intérieure; gli altri sono storia passata. Non c’è un solo film che abbia fatto senza Nico. È nei miei film più o meno da quando l’ho incontrata, ma non c’è un film che farei senza di lei». Viene dunque spontaneo chiedersi se tutti i volti di donna nel cinema di Garrel – contemplati, sublimati – non rimandino a un solo volto, a un solo amore. Ognuno dei suoi primi piani femminili registra la tensione di una passione infinita, da sempre nostalgica, per sempre viva. Sembra di risentire le ultime parole di Breton in L’amour fou: «Vi auguro di essere follemente amata». Un addio lì dove qualcosa non è mai davvero finito.
Le coffret Nico. 5 films de Philippe Garrel è disponibile da settembre 2025 in DVD e Bluray grazie al magnifico lavoro di restauro e distribuzione condotto da Re:voir (Parigi). Il cofanetto contiene i film: La cicatrice intérieure (1970, 60’), Athanor (1972, 20’), Un ange passe (1975, 72’), Le berceau de cristal (1975, 72’), Le bleu des origines (1977, versione rimontata da 12’), nonché un estratto da Les hautes solitudes (1973). Ringrazio Re:voir per la disponibilità dimostrata.

Athanor (1972)
NC-409
06.04.2026

Philippe Garrel, l'attrice Christine Boisson e l'attore Maurice Garrel sul set di La Cicatrice intérieure (1972)
«Nico appariva così bella solo in virtù di una femminilità totalmente giocata. Emanava da lei qualcosa di superiore alla bellezza, di più sublime, una seduzione diversa. E si rimaneva delusi venendo a sapere che si trattava di un falso travestito, di una vera donna che giocava a fare il travestito. [...] La seduzione è sempre più singolare e sublime del sesso, ed è proprio ad essa che noi attribuiamo il più alto valore». Sono parole di Jean Baudrillard in De la séduction, e permettono di accedere a un territorio di abissi superficiali di cui il volto di Nico, insieme segno e contenuto, è la manifestazione più luminosa. Al fondo del cinema di Philippe Garrel – con cui la cantante tedesca ha realizzato sette film da attrice, senza mai interpretare qualcuno al di fuori di sé stessa, della propria apparenza superficiale – non c’è che l’immagine latente di un volto trasformato in icona, di un amore che è stato anzitutto un abisso. Una certa «estetica del grido» accomuna il Garrel de La cicatrice intérieure (1972) con la Nico di Desertshore (il suo terzo album da solista): sullo sfondo di un folklore totale e universale, l’imporsi di una traiettoria traumatica, di un lamento infinito. Il viaggio ai bordi del paesaggio è il percorso di un sentire al limite, nelle possibilità estreme di un’arte che si specchia nel vuoto.
La cicatrice intérieure potrebbe sembrare una versione al positivo di Le révélateur (1968) - con un’accurata preparazione di movimenti a sostituire un vagabondaggio sporco e sgraziato delle immagini -, ma in realtà ci troviamo, ancora una volta e ora più che mai, nella negatività piena di un viaggio senza destinazione. Il cammino della triade fondamentale uomo-donna-bambino si svolge e si consuma ai bordi del linguaggio, al cuore di un’esperienza viva, nella tensione di umori universali. Al di là della parola e del senso, si compone un poema di vento e di fulmini, di sabbia e di ghiaccio, senza soluzione e senza fine. Garrel, qui più che altrove (o forse solo per mezzo di termini più barocchi), si posiziona nel territorio deserto di una comunicazione assoluta, piena, e quindi impossibile, vera lacerazione di un’esperienza (interiore) che non può che compiersi nei suoi scarti. Lo stile di Garrel (e il suo anti-stile di certi film più poveri e frettolosi) non rifiuta la comunicazione, ma la affronta, per così dire, per mezzo dei suoi termini negativi, nel segno cioè dell’incomprensione insistita, della lingua straniera, del non-detto, del silenzio. Jean-Louis Bory scriveva a proposito di «un cinema di visioni che si avvicina all’intuizione pura», e nelle stesse pagine del Nouvel Osbervateur si chiedeva se La cicatrice intérieure non fosse «la Saison en enfer del nostro cinema».
Athanor (1972) e Le berceau de cristal (1976) stabiliscono tappe altrettanto fondamentali all’interno di una vera e propria trilogia: completano il viaggio già iniziato, ma solo nella misura in cui lo arricchiscono di interrogativi, false apparenze, vuoti della comunicazione. La ricerca estetica di un Garrel raggiunto improvvisamente dalla preoccupazione della bella immagine (o di un’immagine seducente, per riprendere le parole Baudrillard), si consuma nella fiamma e nel gelo di soli tre film. Athanor, condannato all’invisibilità per quasi mezzo secolo, è costruito come un catalogo di immagini esoteriche, dove la nudità femminile (di Nico e di Musky) descrive motivi di sconvolgente classicità. L’abbandono, nell’ultimo tableau, di un corpo alla deriva su uno specchio d’acqua, ci rimette definitivamente alla suggestione di un rituale incompiuto, di una cerimonia dei corpi che resta morbida e informe. Le berceau de cristal – in cui si alternano le immagini dell’amico-pittore Frédéric Pardo, della sua compagna Dominique Sanda, di Nico, dello stesso Garrel e di pochissimi altri – persegue con coraggio la tendenza alla staticità ieratica del film precedente e la consegna al buio granuloso di una notte senza scampo. Sintesi estrema e disperata di un viaggio nel vuoto, l’ultimo atto di questa trilogia disordinata, disarticolata, di immenso rigore anarchico, si conclude con il suicidio, improvviso e secco, della stessa Nico.

La cicatrice intérieure (1972)
Nel raccoglimento silenzioso e inviolabile di uno sguardo al limite, tra la scrittura di una lettera di cui ignoriamo il contenuto e la luce flebile delle candele, Le berceau de cristal permette di indagare la superficie liscia e silenziosa di una preparazione alla morte, al di là di qualsiasi febbre spettacolare. È forse prendendo le mosse da questa fine – lacerante come un fulmine nel cielo – che possiamo abbozzare le coordinate generali di un intero percorso artistico: il cinema di Garrel descrive, con insistenza ma non senza senso di mobilità, l’insorgere di una distruzione muta, di un quieto e morbido dissolvimento del sé. La forma della coppia o della famiglia non permette nessun avanzamento positivo per l’individuo, nessun progresso, ma soltanto la moltiplicazione (se non la vera meta) della solitudine umana. Il raggiungimento, per così dire, di più «alte solitudini» (come quella di Gesù-Clementi in Le lit de la vierge: nessuno è più solo di Cristo quando questo si rivolge al Padre e nella supplica gli chiede: «Perché mi hai abbandonato?»). Nico è stato il volto di questo amore straziante per la vita, per i suoi limiti, e di un cinema che ha sempre messo «la macchina da presa al posto del cuore». Da qui tutta la scomoda intimità dell’opera di Garrel: sempre troppo vicina, troppo addosso alle cose. Ma soprattutto alle persone, agli affetti, alla realtà pulsante che lega i padri ai figli, gli uomini alle donne.
Nel 1978, Garrel poteva dire: «Per me i miei film cominciano da La cicatrice intérieure; gli altri sono storia passata. Non c’è un solo film che abbia fatto senza Nico. È nei miei film più o meno da quando l’ho incontrata, ma non c’è un film che farei senza di lei». Viene dunque spontaneo chiedersi se tutti i volti di donna nel cinema di Garrel – contemplati, sublimati – non rimandino a un solo volto, a un solo amore. Ognuno dei suoi primi piani femminili registra la tensione di una passione infinita, da sempre nostalgica, per sempre viva. Sembra di risentire le ultime parole di Breton in L’amour fou: «Vi auguro di essere follemente amata». Un addio lì dove qualcosa non è mai davvero finito.
Le coffret Nico. 5 films de Philippe Garrel è disponibile da settembre 2025 in DVD e Bluray grazie al magnifico lavoro di restauro e distribuzione condotto da Re:voir (Parigi). Il cofanetto contiene i film: La cicatrice intérieure (1970, 60’), Athanor (1972, 20’), Un ange passe (1975, 72’), Le berceau de cristal (1975, 72’), Le bleu des origines (1977, versione rimontata da 12’), nonché un estratto da Les hautes solitudes (1973). Ringrazio Re:voir per la disponibilità dimostrata.

Athanor (1972)