
INT-115
05.05.2026
Il nome di Radu Jude è diventato sinonimo di un cinema abrasivo, provocatorio e formalmente imprevedibile. Nell’ultimo decennio si è affermato come una delle voci più rilevanti del circuito festivaliero internazionale grazie a un rapporto audace e in continua evoluzione con il mezzo cinematografico. Che si tratti di mescolare finzione e documentario, scavare negli archivi storici o rompere la quarta parete, Jude si è costantemente spinto verso i limiti del racconto e del genere.
All’inizio dello scorso anno, il regista rumeno ha presentato al Festival di Berlino Kontinental ‘25, una commedia nera austera e silenziosamente devastante ambientata nella Transilvania contemporanea. Il film segue un’ufficiale giudiziaria il cui ordine di sfratto, apparentemente ordinario, degenera in tragedia, costringendola a confrontarsi con la violenza silenziosa del potere burocratico e con l’inerzia morale dei sistemi istituzionali. Con Dracula, Jude torna nella stessa regione muovendosi nella direzione opposta, verso qualcosa di più giocoso, d’avanguardia e visivamente estroverso. Eppure, sotto la sua struttura frammentata e la sua patina artificiale, il film prosegue l’esplorazione, tipica di Jude, dei miti nazionali, della memoria collettiva e dei meccanismi della rappresentazione.
Al centro di Dracula c’è un regista che, incaricato di scrivere una sceneggiatura sul celebre vampiro, si ritrova in piena crisi creativa. In un gesto disperato, si affida a un sistema di intelligenza artificiale, DR A.I. JUDEX 0.0, per generare storie al suo posto. Ne nasce un mosaico di racconti che variano radicalmente per genere e forma, dalla commedia romantica al musical, avvicinando la figura di Dracula con uno sguardo tanto satirico quanto inaspettato. Nel corso del film, Jude decostruisce sistematicamente, e a tratti distrugge apertamente, l’immagine cinematografica, soprattutto attraverso un uso volutamente “orribile” dell’intelligenza artificiale. Dracula segna una delle svolte formali più radicali della sua carriera, un’esuberanza artificiale impossibile da ignorare e destinata a provocare una reazione forte nello spettatore.
Dracula di Radu Jude verrà distribuito nelle sale italiane il 7 maggio da Cat People e EXA grazie a I Wonder Pictures.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Radu Jude, che ci ha raccontato della sua visione della figura di Dracula, dell’uso dell’IA, della struttura episodica del film, la sua esplicita dimensione sessuale e sul perché, a suo modo, ritenga Dracula un prodotto adatto anche alle famiglie.

Kontinental '25 (2025)
Che cosa rappresenta per te Dracula? Perché da un punto di vista occidentale questa figura è diventata quasi un oggetto/ feticcio, soprattutto per Hollywood, dato che ci sono stati innumerevoli film. Ma in Romania sembra che questa icona sia stata anche rivitalizzata dal nazionalismo.
Sì… è una risposta complicata, perché durante la dittatura di Ceaușescu il mito di Dracula praticamente non esisteva. Non so se fosse formalmente proibito dal regime, ma semplicemente non circolava. Non c’erano traduzioni dei libri su questa figura. Non c’erano film sui vampiri nei cinema romeni o in TV. In qualche modo era proibito. Così, dopo la rivoluzione, quando i turisti hanno iniziato ad arrivare in Romania dicendo: “Siamo qui per Dracula”, la gente era un po’ spiazzata, tipo: “Come sarebbe?”. E poi, poco a poco… certo, avevamo un altro tipo di mito, Vlad l’Impalatore, Vlad Dracul, che è, in un certo senso, all’origine del mito del vampiro. Quindi tra noi ci sono molte discussioni su questo. In ogni caso, abbiamo questo mito di Vlad l’Impalatore, che è stato creato, o incorniciato, in un certo modo dai nazionalisti. Prima dal regime fascista negli anni ’40, poi anche dal regime comunista, che lo ha usato come simbolo nazionalista. E dopo la rivoluzione del 1989, ancora di più, da chi voleva usarlo in chiave nazionalista e fascista, senza però dichiararsi fascista. Ed è vero che, nell’ultimo anno, è stato proprio il partito di estrema destra a usarlo come icona per la propria campagna politica.
Come?
Il suo volto e l’idea. Perché era crudele, ma giusto. Puniva le persone pigre, o quelle che rubavano, o, insomma… così la gente dice: “Abbiamo bisogno di qualcuno come lui”.
Ci sono slogan divertenti legati a questo? Qualcosa come quelli che usano nelle campagne politiche?
Non proprio, non legati a questo. Però si può vedere… ho provato a cercare degli esempi (il regista mi mostra alcune immagini sul suo telefono, n.d.r.). Si vede che è stato usato, ma non direttamente con l’aspetto del vampiro. Voglio dire, non riesco a immaginare un politico che voglia essere visto come un succhiasangue. Quindi niente riferimenti espliciti ai vampiri. Però sì, viene usato in chiave nazionalista, non in relazione al vampiro.
Quindi è più legato all’aspetto islamofobo del mito di Dracula, immagino?
Perché Vlad ha combattuto contro l’Impero Ottomano? Sì, non credo sia… Dato che non abbiamo una grande popolazione immigrata, o molta immigrazione in generale, l’islamofobia non è così rilevante qui come in altre società. Quindi penso che sia solo… Anche le guerre con gli Ottomani sono viste soprattutto come guerre nazionali, non religiose. Quindi non viene usato davvero in quel modo. Certo, a volte Vlad è presentato come un’icona cristiana, ma meno come simbolo anti-musulmano o islamofobo. Non perché non potrebbe esserlo, ma semplicemente perché, non avendo una presenza musulmana significativa, la gente non sente davvero il bisogno di "adoperarlo" in quel senso.
All’inizio c’era più contenuto politico?
No, no. È più o meno così com’è ora. Avevo una o due storie più piccole, una non funzionava davvero, e ho accorciato alcune cose. Ma nel complesso no, è più o meno lo stesso.
Hai detto che Dracula era in qualche modo proibito durante il periodo di Ceaușescu. Non capisco bene perché Dracula sarebbe stato vietato sotto il comunismo, ma non prima o dopo la guerra. Cosa c’era di così particolare? E ricordi quando ne hai sentito parlare per la prima volta da bambino?
No, credo di aver sentito parlare prima dei vampiri, come mito. Perché abbiamo questo folklore locale sui vampiri, sui morti che tornano in vita e succhiano il sangue. Ma non di Dracula come personaggio. Quello l’ho scoperto solo dopo la rivoluzione del 1989. È stato così per la maggior parte delle persone della mia generazione.
E perché era vietato, o almeno non accettato, durante il periodo comunista?
Penso sia una combinazione di due o tre cose. Prima di tutto, l’idea era che Dracula mettesse la Romania in cattiva luce, quindi le autorità non volevano quell’immagine associata al Paese. In secondo luogo, il regime era molto duro verso tutto ciò che non fosse strettamente materialista. Per esempio, la gente finiva in prigione anche solo perchè praticava lo yoga, le arti marziali o la meditazione: qualsiasi cosa considerata spirituale o non materialista era vista come sospetta, persino pericolosa. Quindi immagino che Dracula, essendo parte di un ambito mitologico o soprannaturale, rientrasse anche lui in quella categoria. E poi, probabilmente, anche perché era visto come qualcosa di troppo occidentale, troppo commerciale, troppo capitalista. Tutti questi fattori insieme hanno fatto sì che Dracula fosse praticamente tenuto fuori dalla circolazione.
Dracula però è un concetto piuttosto capitalista.
Non il mio (il regista ride, n.d.r.)! E sinceramente, nemmeno nel romanzo di Bram Stoker, credo.
Per la Romania di oggi, Dracula è solo un mito e uno scherzo, una cosa da turismo, o è diventato più una sorta di eroe nazionale?
Dracula no, non proprio. Ma Vlad l’Impalatore sì, come dicevo. Nell’immaginario romeno sono separati. Non vengono mescolati. Io li mescolo solo qui, nel film. Ma per la maggior parte delle persone, è o Dracula o Vlad l’Impalatore. Non mettono insieme le due cose.

Dracula (2025)
Hai girato il film con un iPhone, come hai fatto per Kontinental ‘25, ma la sensazione che restituisce è diversa. Kontinental ‘25 sembra più radicato nella nostra realtà, se posso dirlo. Mentre con Dracula, le immagini lo-fi danno l’impressione che volessi creare un contrasto con l’uso dell’AI. È così?
Sì, in parte. Dico in parte perché avevo bisogno che entrambi i film venissero realizzati nello stesso periodo. Dracula mi sembrava, come dire… troppo trash, o troppo spostato verso il cinema in quanto tale. È molto autoconsapevole, oppure molto incentrato sul racconto o sul fare cinema. Non ha davvero un unico oggetto chiaro al suo interno, è disperso in vari elementi. Oppure si potrebbe dire che il soggetto è disperso, se vogliamo chiamarlo così. Per questo ho sentito il bisogno di fare accanto un altro film più "con i piedi per terra", per mantenere un certo equilibrio e non perdere il fuoco. Ecco perché li ho girati nello stesso periodo, ma con strategie diverse. E in questo caso, non so se si tratti davvero del contrasto tra la fotografia con iPhone e gli elementi dell’AI, ma penso che in entrambi i film ci sia una dimensione politica, se così si può dire. Che è l’uso di strumenti amatoriali. Il cinema professionale, o l’industria cinematografica in generale, tende a rifiutare gli strumenti amatoriali. Per esempio, ricordo che alcuni anni fa avevo un film in coproduzione e volevo girarne una parte in 8mm. E mi dissero: “Puoi farlo in Romania, ma se prendi i soldi del nostro fondo cinematografico, allora no, non puoi usare l’8mm, perché è considerato un formato amatoriale. Se lo fai, perdi il finanziamento.” Quindi capisci, c’è una sorta di rifiuto per tutto ciò che è etichettato come amatoriale. Ma per me non esiste questa distinzione tra amatoriale e professionale, non mi interessa. Cerco di incorporare ciò che di solito viene liquidato come amatoriale. E poi, a proposito di “amatoriale”, c’è un momento in Dracula, durante le scene sui ponti nella sequenza della coproduzione, in cui si vedono dei passanti. Sono davvero passanti casuali. Non avevamo comparse, abbiamo girato come turisti, perché quando filmi con un iPhone puoi fingerti un turista e nessuno ci fa caso.
Hai detto qualcosa sul fatto di aver proposto Dracula ai produttori, e che l’immediatezza della cosa era interessante…
Ma era una battuta, sai.
Sì, ma ho capito che è la prima volta che parti da un titolo per fare un film, e poi costruisci il soggetto.
In un certo senso sì. Non so se sia l’unica volta, ma sì. La storia è che ero al Festival di Rotterdam, al mercato del cinema, il Cinemart, con un altro progetto. Incontravo tipo venti produttori e distributori al giorno, e a nessuno interessava quel progetto. A un certo punto ho fatto una battuta. Ho detto: “Sapete, forse se prendete questo progetto, ho anche un film su Dracula.” E loro: “Ah, ci interessa.” Allora ho ricominciato a dire agli altri: “Ho un Dracula”, e tutti sembravano più interessati. Così ho pensato: perché non farlo davvero? Ma dato che ci sono così tante… voglio dire, non è davvero su Dracula, la leggenda o la figura storica. Ci sono tante cose nel film, e l’ho chiamato Dracula, non Un film su Dracula. Perché Dracula è il film stesso, risucchia dentro altre storie. Anche le immagini generate dall’AI funzionano attraverso una specie di sistema di risucchio. L’AI è come Dracula: succhia l’intero internet per creare qualcosa. Quindi mi sembrava perfetto. Si può scherzare sull’AI e avere tutte queste metafore sul “succhiare”.
Pensi che l’AI possa davvero essere usata per fare cinema?
Assolutamente. Penso che sia uno strumento come un altro. Certo, non so come si svilupperà o cambierà nel tempo, ma credo fortemente che qualsiasi strumento possa essere adoperato per fare cinema. Fin dall’inizio, il cinema è stato profondamente legato agli sviluppi tecnologici, oppure a volte li ha contrastati. Ma anche quella resistenza fa parte dello stesso rapporto. Quindi sì, non mi tiro indietro davanti a nulla.
E come hai creato queste immagini specifiche? Cercavi intenzionalmente le peggiori?
Sì, ovviamente. Ho collaborato con Vlaicu Golcea, che in realtà è un compositore e musicista jazz, non uno specialista di AI. Però è appassionato. Ha iniziato a sperimentare con video amatoriali, e mi piacevano. Così l’ho contattato e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Sceglievamo sempre… beh, queste macchine possono generare molte cose, e a volte dicevo: “Oh, questo sembra troppo bello.” Allora lui lo faceva passare attraverso un altro software per peggiorarlo, per rovinarlo un po’. Era sempre un processo di andata e ritorno. Penso che le immagini più interessanti venissero da un software di AI cinese che non risponde bene ai prompt: chiedi una cosa e ti restituisce qualcosa di completamente diverso. E a volte usavo proprio quelle, perché le trovavo piuttosto interessanti.
La maggior parte delle immagini è creata, o ne hai trovate anche online?
Alcune sono immagini trovate, ma solo quelle d’archivio. Quelle che sembrano AI le abbiamo create tutte, o meglio, le macchine le hanno create.
E quanto hanno influito le altre trasposizioni di Dracula? Per esempio Nosferatu di Murnau (1922), Bram Stoker’s Dracula di Coppola (1992)… ci sono state altre influenze oltre a queste?
Oh sì, ma non tanto dai film sui vampiri, che non mi piacciono particolarmente. Voglio dire, ne ho visti alcuni, non tutti i film su Dracula o sui vampiri, ma mi annoiano abbastanza facilmente. Il film è più legato al cinema d’avanguardia. Per esempio ai film beffardi o parodici del movimento Fluxus negli Stati Uniti. E poi traggo molto da forme più antiche: quello che mi interessa davvero è la letteratura precedente a Balzac, come Rabelais e autori simili. Avevano una certa libertà di composizione, di narrazione, di digressione… È qualcosa che ho cercato di raggiungere con questo film, quindi penso che queste influenze, letterarie e strutturali, siano in realtà più importanti qui di quelle cinematografiche.
E tornando a Nosferatu di Murnau, come ti è venuta l’idea di accostare le immagini di quel film alle pubblicità?
Non me lo ricordo davvero (il regista ride, n.d.r.). Penso che a un certo punto volessi inserire più elementi della cultura TikTok o Instagram, questa idea della distrazione, sai?
Tipo quando le persone guardano i reel in cui metà dello schermo è occupata da un “gioco” e l’altra metà da qualcosa di completamente diverso.
Oppure quando la gente crea finte pubblicità, finti videoclip, o quei “fake news” ironici, non fake news per ingannare, ma per far ridere. Quindi volevo inserire quel tipo di cultura internet. In realtà, ora che me lo chiedi, mi rendo conto che all’inizio avevo più di questi piccoli elementi, frammenti di cultura online sparsi qua e là. Ma per mancanza di tempo e budget ho dovuto tagliare qualcosa, e alla fine ho tagliato proprio quelli, cosa di cui ora mi pento.

Dracula (2025)
Il tuo Dracula ha una struttura episodica. Quale di questi frammenti pensi potrebbe essere sviluppato in un lungometraggio?
Penso che tutti potrebbero diventare un lungometraggio. Ma l’idea era davvero offrire una serie di schizzi, e mi piaceva quel formato.
Se dovessi sceglierne uno?
Se proprio devo sceglierne uno, giusto per discutere, perché onestamente non riesco a separarne uno dagli altri, direi la storia delle persone che lavorano nei videogiochi, l’episodio del Das Kapital. Quello in realtà era una sceneggiatura completa all’inizio, ed era la storia principale, poi le altre sono arrivate dopo, quindi forse terrei quella.
Nel film ci sono anche molto sesso e peni volanti. Il sesso c’era fin dall’inizio o è cresciuto nel tempo?
No. Non è che volessi necessariamente includere tutto questo, ma mi è stato rimproverato così tante volte di non fare film commerciali, che ho pensato: “Ok, faccio un film commerciale con Dracula.” Così ho chiesto ad alcune persone durante un Q&A al cinema: “Cos’è per voi un film commerciale?” E loro hanno detto: “Scene d’azione, umorismo facile, nudità, sesso, vampiri, elementi soprannaturali.” Allora ho detto: “Beh, sto facendo del mio meglio per offrire tutto questo.” Ecco perché ci sono così tanti peni volanti, per renderlo commerciale!
E c’è anche questo “raccolto di falli” in uno dei capitoli finali.
Sì, in realtà è una storia popolare romena. È di Ion Creangă, uno scrittore romeno famoso e molto importante dell’Ottocento. Non era stata pubblicata prima, era più una storia underground. Ora invece è pubblica.
Quindi ci sono davvero falli nella storia? All’inizio pensavo che avessi sostituito i frutti del raccolto con dei falli.
No, no. Non sono io il pervertito, è lo scrittore (il regista ride, n.d.r.)! La storia si chiama La storia delle storie. È anche il titolo del mio capitolo, basato appunto sull’opera di Creangă.
C’è stata qualche pressione, dato che parlavi dell’aspetto commerciale del film, per renderlo più convenzionale o più adatto alle famiglie? Ti hanno spinto ad addolcirlo, a renderlo più accessibile?
Penso di averlo reso accessibile! Ho pensato più in termini di una giornata familiare media, come narrazione convenzionale. Non c’è stata una pressione di quel tipo, ma lo considero piuttosto adatto alle famiglie. Non so se mi sbaglio, ma è questa la mia sensazione.
Puoi dire qualcosa di più su questo aspetto “family-friendly”?
Spesso si pensa che “family-friendly” significhi moralista, quindi niente sesso e niente violenza. Ma la vita familiare reale include anche il sesso, quindi penso che il film sia adatto alle famiglie proprio per questo. Non ne so ancora molto, ovviamente, il film non ha ancora una classificazione. Spero non venga vietato ai minori di 18 anni o qualcosa del genere (il film sarà vietato ai minori di 18 anni in Italia, n.d.r.). Ma dato che ha tante storie, e che le storie restano piuttosto in superficie invece di essere profonde, più molti elementi pop, penso che sia, a mio parere, un ottimo film per famiglie.
E tuo figlio come capisce il film?
Lo capisce molto bene. In realtà era con me e sua madre in Transilvania e, dato che non avevamo soldi per un attore bambino, gli ho chiesto se voleva venire a recitare. Ha detto di sì.
Diresti che, man mano che la tua carriera procede, sei diventato più interessato all’aspetto visivo del cinema rispetto a quello narrativo? Oppure sta andando in un’altra direzione?
Direi che regredisce. È comunque una domanda difficile. L’aspetto visivo è sempre stato molto importante per me, solo in modi diversi. Per esempio, in Kontinental ‘25, che è molto concreto, realistico e basato sui dialoghi, l’elemento visivo era comunque fondamentale, è l’essenza del cinema. Solo che non era così evidente o in primo piano come in Dracula. Quindi sì, è vero che qui è più esplicito, ma come interesse è sempre stato importante quanto lo è adesso.

Dracula (2025)
Si dice che stai pensando di fare un film su Frankenstein. A che punto della produzione si trova?
Stiamo ancora scrivendo. È per l’attore americano Sebastian Stan, che ha origini romene. Non avevo pianificato nulla per lui, ma me l’ha chiesto, e allora ho detto: “Beh Sebastian, proviamo a fare un Frankenstein in Romania”, perché se fai Frankenstein qui, sarà diverso.
Quale potrebbe essere il concetto? Cioè, Frankenstein nella terra di Dracula?
Sì, perché no? Possiamo chiamarlo così, Frankenstein nella terra di Dracula. Sarebbe anche un buon titolo.
Ma questo film non verrà girato a breve, giusto?
In questo momento ho altri tre film in lavorazione, forse tra un paio d’anni ci arriverò.
Lavori sempre su più progetti contemporaneamente?
È la lezione di Fassbinder, è il mio eroe. Sì, in realtà trovo più facile lavorare su più progetti piuttosto che su uno solo. Perché mentre lavori a uno, ti vengono idee che funzionano meglio in un altro, e così via.
Quindi i tuoi film in qualche modo si mescolano tra loro, con idee che passano da un progetto all’altro?
A volte sì. Idee che provi in un film o in un progetto magari non funzionano, quindi le trasferisci in un altro. È più facile così, anche se può essere molto stancante.
Ti è mai capitato di stancarti di fare film?
Sì, sempre. Mi stanco sempre e perdo interesse per un po’. Ma quando ricomincio a lavorare, l’entusiasmo torna.
È anche per questo che ti interessano cose come TikTok o i social media? Perché hai bisogno di qualcosa di nuovo che ti stimoli o che riaccenda il tuo interesse?
È un modo interessante di vederla, non ci avevo mai pensato. Sì, forse è anche questo, vedere qualcosa di fresco, qualcosa che ti rinnova. Ma non riguarda davvero il destino o qualcosa di intrinseco al cinema, perché sono io a farlo. E naturalmente, nel mondo di oggi, pieno di genocidi, dell’invasione dell’Ucraina, di tante guerre civili, bombardamenti e problemi, qual è il senso di fare qualunque cosa, in fondo? Quindi penso che qualunque cosa tu faccia, alla fine, sia complicato. Forse è ancora troppo presto per trovare un senso.
Come lavori di solito con gli attori? Lasci spazio all’improvvisazione o è un approccio molto rigido?
Dipende, non ho un unico metodo fisso per tutti i film. Per esempio, in questo film alcuni attori hanno improvvisato molto, altri no. Perché alcuni sono più bravi nell’improvvisazione, altri meno. Quindi non ho un metodo rigido.
In un certo senso dipende da loro?
No, non esattamente. Parto con delle prove, e da lì capisco chi è più portato per l’improvvisazione e chi no.
So che forse è presto, ma vorrei chiudere questa conversazione chiedendoti del finale del film. Perché hai deciso di seguire quest’uomo qualunque?
Penso che fosse un modo per tornare alla realtà. È una piccola storia su come, dopo tutti questi eventi, si ritorni alla quotidianità. La realtà della discriminazione, dei problemi quotidiani delle persone, del lavoro, dei soldi, delle difficoltà familiari, dell’affetto, tutte queste cose. Sì. Era solo una delle tante storie possibili, ma l’idea era fare qualcosa che ti riportasse alla realtà prima di tutto.
Quindi diresti che la prima grande parte del film è più una forma di "escapismo cinematografico"?
Beh, non mi piace molto la parola “escapismo”. Però sì, puoi usarla. Io sceglierei un’altra parola. Direi che riguarda il piacere del cinema, il piacere del racconto, perfino il piacere delle storie brutte, in un certo senso. Quindi sì, se piacere equivale a escapismo, allora va bene, è una questione di "escapismo".
INT-115
05.05.2026
Il nome di Radu Jude è diventato sinonimo di un cinema abrasivo, provocatorio e formalmente imprevedibile. Nell’ultimo decennio si è affermato come una delle voci più rilevanti del circuito festivaliero internazionale grazie a un rapporto audace e in continua evoluzione con il mezzo cinematografico. Che si tratti di mescolare finzione e documentario, scavare negli archivi storici o rompere la quarta parete, Jude si è costantemente spinto verso i limiti del racconto e del genere.
All’inizio dello scorso anno, il regista rumeno ha presentato al Festival di Berlino Kontinental ‘25, una commedia nera austera e silenziosamente devastante ambientata nella Transilvania contemporanea. Il film segue un’ufficiale giudiziaria il cui ordine di sfratto, apparentemente ordinario, degenera in tragedia, costringendola a confrontarsi con la violenza silenziosa del potere burocratico e con l’inerzia morale dei sistemi istituzionali. Con Dracula, Jude torna nella stessa regione muovendosi nella direzione opposta, verso qualcosa di più giocoso, d’avanguardia e visivamente estroverso. Eppure, sotto la sua struttura frammentata e la sua patina artificiale, il film prosegue l’esplorazione, tipica di Jude, dei miti nazionali, della memoria collettiva e dei meccanismi della rappresentazione.
Al centro di Dracula c’è un regista che, incaricato di scrivere una sceneggiatura sul celebre vampiro, si ritrova in piena crisi creativa. In un gesto disperato, si affida a un sistema di intelligenza artificiale, DR A.I. JUDEX 0.0, per generare storie al suo posto. Ne nasce un mosaico di racconti che variano radicalmente per genere e forma, dalla commedia romantica al musical, avvicinando la figura di Dracula con uno sguardo tanto satirico quanto inaspettato. Nel corso del film, Jude decostruisce sistematicamente, e a tratti distrugge apertamente, l’immagine cinematografica, soprattutto attraverso un uso volutamente “orribile” dell’intelligenza artificiale. Dracula segna una delle svolte formali più radicali della sua carriera, un’esuberanza artificiale impossibile da ignorare e destinata a provocare una reazione forte nello spettatore.
Dracula di Radu Jude verrà distribuito nelle sale italiane il 7 maggio da Cat People e EXA grazie a I Wonder Pictures.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Radu Jude, che ci ha raccontato della sua visione della figura di Dracula, dell’uso dell’IA, della struttura episodica del film, la sua esplicita dimensione sessuale e sul perché, a suo modo, ritenga Dracula un prodotto adatto anche alle famiglie.

Kontinental '25 (2025)
Che cosa rappresenta per te Dracula? Perché da un punto di vista occidentale questa figura è diventata quasi un oggetto/ feticcio, soprattutto per Hollywood, dato che ci sono stati innumerevoli film. Ma in Romania sembra che questa icona sia stata anche rivitalizzata dal nazionalismo.
Sì… è una risposta complicata, perché durante la dittatura di Ceaușescu il mito di Dracula praticamente non esisteva. Non so se fosse formalmente proibito dal regime, ma semplicemente non circolava. Non c’erano traduzioni dei libri su questa figura. Non c’erano film sui vampiri nei cinema romeni o in TV. In qualche modo era proibito. Così, dopo la rivoluzione, quando i turisti hanno iniziato ad arrivare in Romania dicendo: “Siamo qui per Dracula”, la gente era un po’ spiazzata, tipo: “Come sarebbe?”. E poi, poco a poco… certo, avevamo un altro tipo di mito, Vlad l’Impalatore, Vlad Dracul, che è, in un certo senso, all’origine del mito del vampiro. Quindi tra noi ci sono molte discussioni su questo. In ogni caso, abbiamo questo mito di Vlad l’Impalatore, che è stato creato, o incorniciato, in un certo modo dai nazionalisti. Prima dal regime fascista negli anni ’40, poi anche dal regime comunista, che lo ha usato come simbolo nazionalista. E dopo la rivoluzione del 1989, ancora di più, da chi voleva usarlo in chiave nazionalista e fascista, senza però dichiararsi fascista. Ed è vero che, nell’ultimo anno, è stato proprio il partito di estrema destra a usarlo come icona per la propria campagna politica.
Come?
Il suo volto e l’idea. Perché era crudele, ma giusto. Puniva le persone pigre, o quelle che rubavano, o, insomma… così la gente dice: “Abbiamo bisogno di qualcuno come lui”.
Ci sono slogan divertenti legati a questo? Qualcosa come quelli che usano nelle campagne politiche?
Non proprio, non legati a questo. Però si può vedere… ho provato a cercare degli esempi (il regista mi mostra alcune immagini sul suo telefono, n.d.r.). Si vede che è stato usato, ma non direttamente con l’aspetto del vampiro. Voglio dire, non riesco a immaginare un politico che voglia essere visto come un succhiasangue. Quindi niente riferimenti espliciti ai vampiri. Però sì, viene usato in chiave nazionalista, non in relazione al vampiro.
Quindi è più legato all’aspetto islamofobo del mito di Dracula, immagino?
Perché Vlad ha combattuto contro l’Impero Ottomano? Sì, non credo sia… Dato che non abbiamo una grande popolazione immigrata, o molta immigrazione in generale, l’islamofobia non è così rilevante qui come in altre società. Quindi penso che sia solo… Anche le guerre con gli Ottomani sono viste soprattutto come guerre nazionali, non religiose. Quindi non viene usato davvero in quel modo. Certo, a volte Vlad è presentato come un’icona cristiana, ma meno come simbolo anti-musulmano o islamofobo. Non perché non potrebbe esserlo, ma semplicemente perché, non avendo una presenza musulmana significativa, la gente non sente davvero il bisogno di "adoperarlo" in quel senso.
All’inizio c’era più contenuto politico?
No, no. È più o meno così com’è ora. Avevo una o due storie più piccole, una non funzionava davvero, e ho accorciato alcune cose. Ma nel complesso no, è più o meno lo stesso.
Hai detto che Dracula era in qualche modo proibito durante il periodo di Ceaușescu. Non capisco bene perché Dracula sarebbe stato vietato sotto il comunismo, ma non prima o dopo la guerra. Cosa c’era di così particolare? E ricordi quando ne hai sentito parlare per la prima volta da bambino?
No, credo di aver sentito parlare prima dei vampiri, come mito. Perché abbiamo questo folklore locale sui vampiri, sui morti che tornano in vita e succhiano il sangue. Ma non di Dracula come personaggio. Quello l’ho scoperto solo dopo la rivoluzione del 1989. È stato così per la maggior parte delle persone della mia generazione.
E perché era vietato, o almeno non accettato, durante il periodo comunista?
Penso sia una combinazione di due o tre cose. Prima di tutto, l’idea era che Dracula mettesse la Romania in cattiva luce, quindi le autorità non volevano quell’immagine associata al Paese. In secondo luogo, il regime era molto duro verso tutto ciò che non fosse strettamente materialista. Per esempio, la gente finiva in prigione anche solo perchè praticava lo yoga, le arti marziali o la meditazione: qualsiasi cosa considerata spirituale o non materialista era vista come sospetta, persino pericolosa. Quindi immagino che Dracula, essendo parte di un ambito mitologico o soprannaturale, rientrasse anche lui in quella categoria. E poi, probabilmente, anche perché era visto come qualcosa di troppo occidentale, troppo commerciale, troppo capitalista. Tutti questi fattori insieme hanno fatto sì che Dracula fosse praticamente tenuto fuori dalla circolazione.
Dracula però è un concetto piuttosto capitalista.
Non il mio (il regista ride, n.d.r.)! E sinceramente, nemmeno nel romanzo di Bram Stoker, credo.
Per la Romania di oggi, Dracula è solo un mito e uno scherzo, una cosa da turismo, o è diventato più una sorta di eroe nazionale?
Dracula no, non proprio. Ma Vlad l’Impalatore sì, come dicevo. Nell’immaginario romeno sono separati. Non vengono mescolati. Io li mescolo solo qui, nel film. Ma per la maggior parte delle persone, è o Dracula o Vlad l’Impalatore. Non mettono insieme le due cose.

Dracula (2025)
Hai girato il film con un iPhone, come hai fatto per Kontinental ‘25, ma la sensazione che restituisce è diversa. Kontinental ‘25 sembra più radicato nella nostra realtà, se posso dirlo. Mentre con Dracula, le immagini lo-fi danno l’impressione che volessi creare un contrasto con l’uso dell’AI. È così?
Sì, in parte. Dico in parte perché avevo bisogno che entrambi i film venissero realizzati nello stesso periodo. Dracula mi sembrava, come dire… troppo trash, o troppo spostato verso il cinema in quanto tale. È molto autoconsapevole, oppure molto incentrato sul racconto o sul fare cinema. Non ha davvero un unico oggetto chiaro al suo interno, è disperso in vari elementi. Oppure si potrebbe dire che il soggetto è disperso, se vogliamo chiamarlo così. Per questo ho sentito il bisogno di fare accanto un altro film più "con i piedi per terra", per mantenere un certo equilibrio e non perdere il fuoco. Ecco perché li ho girati nello stesso periodo, ma con strategie diverse. E in questo caso, non so se si tratti davvero del contrasto tra la fotografia con iPhone e gli elementi dell’AI, ma penso che in entrambi i film ci sia una dimensione politica, se così si può dire. Che è l’uso di strumenti amatoriali. Il cinema professionale, o l’industria cinematografica in generale, tende a rifiutare gli strumenti amatoriali. Per esempio, ricordo che alcuni anni fa avevo un film in coproduzione e volevo girarne una parte in 8mm. E mi dissero: “Puoi farlo in Romania, ma se prendi i soldi del nostro fondo cinematografico, allora no, non puoi usare l’8mm, perché è considerato un formato amatoriale. Se lo fai, perdi il finanziamento.” Quindi capisci, c’è una sorta di rifiuto per tutto ciò che è etichettato come amatoriale. Ma per me non esiste questa distinzione tra amatoriale e professionale, non mi interessa. Cerco di incorporare ciò che di solito viene liquidato come amatoriale. E poi, a proposito di “amatoriale”, c’è un momento in Dracula, durante le scene sui ponti nella sequenza della coproduzione, in cui si vedono dei passanti. Sono davvero passanti casuali. Non avevamo comparse, abbiamo girato come turisti, perché quando filmi con un iPhone puoi fingerti un turista e nessuno ci fa caso.
Hai detto qualcosa sul fatto di aver proposto Dracula ai produttori, e che l’immediatezza della cosa era interessante…
Ma era una battuta, sai.
Sì, ma ho capito che è la prima volta che parti da un titolo per fare un film, e poi costruisci il soggetto.
In un certo senso sì. Non so se sia l’unica volta, ma sì. La storia è che ero al Festival di Rotterdam, al mercato del cinema, il Cinemart, con un altro progetto. Incontravo tipo venti produttori e distributori al giorno, e a nessuno interessava quel progetto. A un certo punto ho fatto una battuta. Ho detto: “Sapete, forse se prendete questo progetto, ho anche un film su Dracula.” E loro: “Ah, ci interessa.” Allora ho ricominciato a dire agli altri: “Ho un Dracula”, e tutti sembravano più interessati. Così ho pensato: perché non farlo davvero? Ma dato che ci sono così tante… voglio dire, non è davvero su Dracula, la leggenda o la figura storica. Ci sono tante cose nel film, e l’ho chiamato Dracula, non Un film su Dracula. Perché Dracula è il film stesso, risucchia dentro altre storie. Anche le immagini generate dall’AI funzionano attraverso una specie di sistema di risucchio. L’AI è come Dracula: succhia l’intero internet per creare qualcosa. Quindi mi sembrava perfetto. Si può scherzare sull’AI e avere tutte queste metafore sul “succhiare”.
Pensi che l’AI possa davvero essere usata per fare cinema?
Assolutamente. Penso che sia uno strumento come un altro. Certo, non so come si svilupperà o cambierà nel tempo, ma credo fortemente che qualsiasi strumento possa essere adoperato per fare cinema. Fin dall’inizio, il cinema è stato profondamente legato agli sviluppi tecnologici, oppure a volte li ha contrastati. Ma anche quella resistenza fa parte dello stesso rapporto. Quindi sì, non mi tiro indietro davanti a nulla.
E come hai creato queste immagini specifiche? Cercavi intenzionalmente le peggiori?
Sì, ovviamente. Ho collaborato con Vlaicu Golcea, che in realtà è un compositore e musicista jazz, non uno specialista di AI. Però è appassionato. Ha iniziato a sperimentare con video amatoriali, e mi piacevano. Così l’ho contattato e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Sceglievamo sempre… beh, queste macchine possono generare molte cose, e a volte dicevo: “Oh, questo sembra troppo bello.” Allora lui lo faceva passare attraverso un altro software per peggiorarlo, per rovinarlo un po’. Era sempre un processo di andata e ritorno. Penso che le immagini più interessanti venissero da un software di AI cinese che non risponde bene ai prompt: chiedi una cosa e ti restituisce qualcosa di completamente diverso. E a volte usavo proprio quelle, perché le trovavo piuttosto interessanti.
La maggior parte delle immagini è creata, o ne hai trovate anche online?
Alcune sono immagini trovate, ma solo quelle d’archivio. Quelle che sembrano AI le abbiamo create tutte, o meglio, le macchine le hanno create.
E quanto hanno influito le altre trasposizioni di Dracula? Per esempio Nosferatu di Murnau (1922), Bram Stoker’s Dracula di Coppola (1992)… ci sono state altre influenze oltre a queste?
Oh sì, ma non tanto dai film sui vampiri, che non mi piacciono particolarmente. Voglio dire, ne ho visti alcuni, non tutti i film su Dracula o sui vampiri, ma mi annoiano abbastanza facilmente. Il film è più legato al cinema d’avanguardia. Per esempio ai film beffardi o parodici del movimento Fluxus negli Stati Uniti. E poi traggo molto da forme più antiche: quello che mi interessa davvero è la letteratura precedente a Balzac, come Rabelais e autori simili. Avevano una certa libertà di composizione, di narrazione, di digressione… È qualcosa che ho cercato di raggiungere con questo film, quindi penso che queste influenze, letterarie e strutturali, siano in realtà più importanti qui di quelle cinematografiche.
E tornando a Nosferatu di Murnau, come ti è venuta l’idea di accostare le immagini di quel film alle pubblicità?
Non me lo ricordo davvero (il regista ride, n.d.r.). Penso che a un certo punto volessi inserire più elementi della cultura TikTok o Instagram, questa idea della distrazione, sai?
Tipo quando le persone guardano i reel in cui metà dello schermo è occupata da un “gioco” e l’altra metà da qualcosa di completamente diverso.
Oppure quando la gente crea finte pubblicità, finti videoclip, o quei “fake news” ironici, non fake news per ingannare, ma per far ridere. Quindi volevo inserire quel tipo di cultura internet. In realtà, ora che me lo chiedi, mi rendo conto che all’inizio avevo più di questi piccoli elementi, frammenti di cultura online sparsi qua e là. Ma per mancanza di tempo e budget ho dovuto tagliare qualcosa, e alla fine ho tagliato proprio quelli, cosa di cui ora mi pento.

Dracula (2025)
Il tuo Dracula ha una struttura episodica. Quale di questi frammenti pensi potrebbe essere sviluppato in un lungometraggio?
Penso che tutti potrebbero diventare un lungometraggio. Ma l’idea era davvero offrire una serie di schizzi, e mi piaceva quel formato.
Se dovessi sceglierne uno?
Se proprio devo sceglierne uno, giusto per discutere, perché onestamente non riesco a separarne uno dagli altri, direi la storia delle persone che lavorano nei videogiochi, l’episodio del Das Kapital. Quello in realtà era una sceneggiatura completa all’inizio, ed era la storia principale, poi le altre sono arrivate dopo, quindi forse terrei quella.
Nel film ci sono anche molto sesso e peni volanti. Il sesso c’era fin dall’inizio o è cresciuto nel tempo?
No. Non è che volessi necessariamente includere tutto questo, ma mi è stato rimproverato così tante volte di non fare film commerciali, che ho pensato: “Ok, faccio un film commerciale con Dracula.” Così ho chiesto ad alcune persone durante un Q&A al cinema: “Cos’è per voi un film commerciale?” E loro hanno detto: “Scene d’azione, umorismo facile, nudità, sesso, vampiri, elementi soprannaturali.” Allora ho detto: “Beh, sto facendo del mio meglio per offrire tutto questo.” Ecco perché ci sono così tanti peni volanti, per renderlo commerciale!
E c’è anche questo “raccolto di falli” in uno dei capitoli finali.
Sì, in realtà è una storia popolare romena. È di Ion Creangă, uno scrittore romeno famoso e molto importante dell’Ottocento. Non era stata pubblicata prima, era più una storia underground. Ora invece è pubblica.
Quindi ci sono davvero falli nella storia? All’inizio pensavo che avessi sostituito i frutti del raccolto con dei falli.
No, no. Non sono io il pervertito, è lo scrittore (il regista ride, n.d.r.)! La storia si chiama La storia delle storie. È anche il titolo del mio capitolo, basato appunto sull’opera di Creangă.
C’è stata qualche pressione, dato che parlavi dell’aspetto commerciale del film, per renderlo più convenzionale o più adatto alle famiglie? Ti hanno spinto ad addolcirlo, a renderlo più accessibile?
Penso di averlo reso accessibile! Ho pensato più in termini di una giornata familiare media, come narrazione convenzionale. Non c’è stata una pressione di quel tipo, ma lo considero piuttosto adatto alle famiglie. Non so se mi sbaglio, ma è questa la mia sensazione.
Puoi dire qualcosa di più su questo aspetto “family-friendly”?
Spesso si pensa che “family-friendly” significhi moralista, quindi niente sesso e niente violenza. Ma la vita familiare reale include anche il sesso, quindi penso che il film sia adatto alle famiglie proprio per questo. Non ne so ancora molto, ovviamente, il film non ha ancora una classificazione. Spero non venga vietato ai minori di 18 anni o qualcosa del genere (il film sarà vietato ai minori di 18 anni in Italia, n.d.r.). Ma dato che ha tante storie, e che le storie restano piuttosto in superficie invece di essere profonde, più molti elementi pop, penso che sia, a mio parere, un ottimo film per famiglie.
E tuo figlio come capisce il film?
Lo capisce molto bene. In realtà era con me e sua madre in Transilvania e, dato che non avevamo soldi per un attore bambino, gli ho chiesto se voleva venire a recitare. Ha detto di sì.
Diresti che, man mano che la tua carriera procede, sei diventato più interessato all’aspetto visivo del cinema rispetto a quello narrativo? Oppure sta andando in un’altra direzione?
Direi che regredisce. È comunque una domanda difficile. L’aspetto visivo è sempre stato molto importante per me, solo in modi diversi. Per esempio, in Kontinental ‘25, che è molto concreto, realistico e basato sui dialoghi, l’elemento visivo era comunque fondamentale, è l’essenza del cinema. Solo che non era così evidente o in primo piano come in Dracula. Quindi sì, è vero che qui è più esplicito, ma come interesse è sempre stato importante quanto lo è adesso.

Dracula (2025)
Si dice che stai pensando di fare un film su Frankenstein. A che punto della produzione si trova?
Stiamo ancora scrivendo. È per l’attore americano Sebastian Stan, che ha origini romene. Non avevo pianificato nulla per lui, ma me l’ha chiesto, e allora ho detto: “Beh Sebastian, proviamo a fare un Frankenstein in Romania”, perché se fai Frankenstein qui, sarà diverso.
Quale potrebbe essere il concetto? Cioè, Frankenstein nella terra di Dracula?
Sì, perché no? Possiamo chiamarlo così, Frankenstein nella terra di Dracula. Sarebbe anche un buon titolo.
Ma questo film non verrà girato a breve, giusto?
In questo momento ho altri tre film in lavorazione, forse tra un paio d’anni ci arriverò.
Lavori sempre su più progetti contemporaneamente?
È la lezione di Fassbinder, è il mio eroe. Sì, in realtà trovo più facile lavorare su più progetti piuttosto che su uno solo. Perché mentre lavori a uno, ti vengono idee che funzionano meglio in un altro, e così via.
Quindi i tuoi film in qualche modo si mescolano tra loro, con idee che passano da un progetto all’altro?
A volte sì. Idee che provi in un film o in un progetto magari non funzionano, quindi le trasferisci in un altro. È più facile così, anche se può essere molto stancante.
Ti è mai capitato di stancarti di fare film?
Sì, sempre. Mi stanco sempre e perdo interesse per un po’. Ma quando ricomincio a lavorare, l’entusiasmo torna.
È anche per questo che ti interessano cose come TikTok o i social media? Perché hai bisogno di qualcosa di nuovo che ti stimoli o che riaccenda il tuo interesse?
È un modo interessante di vederla, non ci avevo mai pensato. Sì, forse è anche questo, vedere qualcosa di fresco, qualcosa che ti rinnova. Ma non riguarda davvero il destino o qualcosa di intrinseco al cinema, perché sono io a farlo. E naturalmente, nel mondo di oggi, pieno di genocidi, dell’invasione dell’Ucraina, di tante guerre civili, bombardamenti e problemi, qual è il senso di fare qualunque cosa, in fondo? Quindi penso che qualunque cosa tu faccia, alla fine, sia complicato. Forse è ancora troppo presto per trovare un senso.
Come lavori di solito con gli attori? Lasci spazio all’improvvisazione o è un approccio molto rigido?
Dipende, non ho un unico metodo fisso per tutti i film. Per esempio, in questo film alcuni attori hanno improvvisato molto, altri no. Perché alcuni sono più bravi nell’improvvisazione, altri meno. Quindi non ho un metodo rigido.
In un certo senso dipende da loro?
No, non esattamente. Parto con delle prove, e da lì capisco chi è più portato per l’improvvisazione e chi no.
So che forse è presto, ma vorrei chiudere questa conversazione chiedendoti del finale del film. Perché hai deciso di seguire quest’uomo qualunque?
Penso che fosse un modo per tornare alla realtà. È una piccola storia su come, dopo tutti questi eventi, si ritorni alla quotidianità. La realtà della discriminazione, dei problemi quotidiani delle persone, del lavoro, dei soldi, delle difficoltà familiari, dell’affetto, tutte queste cose. Sì. Era solo una delle tante storie possibili, ma l’idea era fare qualcosa che ti riportasse alla realtà prima di tutto.
Quindi diresti che la prima grande parte del film è più una forma di "escapismo cinematografico"?
Beh, non mi piace molto la parola “escapismo”. Però sì, puoi usarla. Io sceglierei un’altra parola. Direi che riguarda il piacere del cinema, il piacere del racconto, perfino il piacere delle storie brutte, in un certo senso. Quindi sì, se piacere equivale a escapismo, allora va bene, è una questione di "escapismo".