
di Arturo Garavaglia
NC-448
31.07.2026
C’è stato un periodo, circa dieci anni fa, in cui David Robert Mitchell veniva accolto come uno dei registi più promettenti e da tenere d’occhio per il decennio a venire. Il suo It Follows (2014), aveva conquistato il cuore di numerosissime comunità di cinefili nonostante la ridotta circolazione nelle sale. C’erano grandi aspettative, dunque, per un nome che poteva imporsi come un maestro del genere horror a fianco di altri emergenti come Ari Aster e Robert Eggers.
Così non fu. Nonostante il clamore e l’accoglienza positiva pressoché unanime del suo film, stabilmente nelle liste dei migliori horror degli ultimi vent’anni, la carriera di Mitchell avrebbe incontrato una brusca e inaspettata battuta d’arresto pochi anni dopo, con Under the Silver Lake (2018).
Prodotto con un budget più elevato rispetto alle sue due opere precedenti (il suo esordio al lungometraggio, The myth of the american sleepover, era costato poco più di centomila dollari, It Follows circa un milione e mezzo di dollari) e con una star globalmente riconosciuta come Andrew Garfield, il film venne accolto in maniera piuttosto tiepida al Festival di Cannes e fu vittima di una politica di distribuzione assurda da parte di A24 che, fra posticipi e ritardi, lo portò infine a un’uscita limitata in sala che ne sancì il flop.
Quella che poteva essere la prima fiamma di un grande autore, dunque, si rivelò un fuoco fatuo.

David Robert Mitchell

It Follows (2014)
Oggi, quasi dieci anni dopo Under the Silver Lake, David Robert Mitchell è pronto a tornare in sala con The End of Oak Street, una produzione monstre di circa 80 milioni di dollari (quasi dieci volte tanto il film con Andrew Garfield), con un cast artistico e tecnico di altissimo livello che vede il coinvolgimento di J.J. Abrams.
"Che cos’hai fatto per tutto questo tempo? " verrebbe da chiedere al regista. Consci del fatto che la nostra domanda difficilmente avrà risposta, festeggiamo l’uscita del film come il ritorno di un autore che – con sole tre opere – ha proposto un cinema estremamente personale e sofisticato, cavalcando i topos dei generi con grande audacia e sensibilità.
David Robert Mitchell, infatti, si inserisce in quel novero sempre più ristretto di autori capaci di portare avanti una poetica densa e coerente confrontandosi con generi diversi.
Che sia un teen-drama come The Myth of the American Sleepover (2010), un horror come It Follows, o un neo-noir - è il caso di Under the Silver Lake - il cinema di Mitchell presenta una straordinaria coerenza interna che non si riscontra solo nello stile e nelle modalità di messa in scena, sempre ben riconoscibili, ma anche nelle tematiche.

Under the Silver Lake (2018)
Il cinema del regista americano è, sostanzialmente, un cinema che parte dal coming of age per indagare gli spettri, le ombre e le disillusioni che il passaggio all’età adulta e la maturazione portano con sé.
Se The Myth of the American Sleepover è un film che gioca abilmente con i topos del teen-drama e si confronta con il rito di passaggio del pigiama-party, per far intravedere nell’apparente spensieratezza dell’ambientazione gli spettri del terrore per l’imminenza all’età adulta. Un terrore che non assume i caratteri orrorifici di It Follows, ma che dona ai notturni del film un senso di malinconia che si riscontra nella consapevolezza diffusa nei personaggi di vivere in un momento di passaggio che porterà inevitabilmente alla perdita di qualcosa.
La fine dell’estate in cui il film è ambientato è un vero e proprio momento di passaggio in cui le condizioni di vita dei personaggi, di diverse età, sono destinate a cambiare. Ciò dà vita a un lieve senso di angoscia che emerge in diverse scene del film e che esploderà in It Follows, un’opera da molti interpretata come l’irruzione della consapevolezza della morte nel passaggio fra l’adolescenza e l’età adulta.

The Myth of the American Sleepover (2010)
Fra le molte analisi che sono state fatte dell’horror del 2014, un’interpretazione di questo tipo mette bene in evidenza una continuità tematica, e non solo strutturale, con il primo film di Mitchell. Di fatto, It Follows è il controcampo perturbante di quell’angoscia che emergeva fra le pieghe di The Myth of the American Sleepover. Sin dalle primissime scene, il regista vuole mettere ben in chiaro come l’adolescenza sia quel periodo della vita in cui la soglia fra vita e morte inizia a delinearsi e a manifestarsi in maniera ambigua e incerta.
Le entità che seguono ovunque i personaggi e che si trasmettono sessualmente non sono solo la rappresentazione di un classico dualismo fra eros e thanatos, ma si configurano semmai come figure della transizione fra un’età e un’altra. Le entità, quindi, rappresentano la fine dell’innocenza e dell’inconsapevolezza della finitezza e si manifestano come una presa di consapevolezza della morte e della finitezza proprie dell’età adulta. Imparare a convivere con l’angoscia di questa condizione, di cui i protagonisti del film non si liberano nemmeno nel finale dell’opera, è il processo di maturazione necessario per diventare adulti.
Anche Under the Silver Lake, nonostante le apparenti discontinuità con i due film precedenti, trova un posto preciso e cronologicamente coerente nell’opus di David Robert Mitchell. Il cambio di ambientazione, non più i sobborghi di Detroit ma i quartieri di Los Angeles contigui a Hollywood, e la presenza di un uomo apparentemente adulto come protagonista (Andrew Garfield), è un pretesto per portare avanti quei discorsi su malinconia, angoscia, finitezza e morte già presenti nei due film antecedenti.

The Myth of the American Sleepover (2010)
Confrontandosi direttamente con Hollywood, l’ambiente che fabbricando l’immaginario produce immortalità, Mitchell mette in scena il personaggio di un giovane uomo non cresciuto che si trova costretto a dover varcare la soglia che lo condurrà per davvero all’età adulta. Il protagonista di Under the Silver Lake, il cui passato è solo suggerito, è un giovane che ha esaurito le chances a propria disposizione per entrare a far parte del mondo che produce l’immaginario ed è dunque condannato all’insignificanza. Per non rassegnarsi a questa condizione di esclusione dà vita a una ricerca di messaggi nascosti e di complotti dentro ciò che ha plasmato il proprio immaginario.
Nonostante la complessità dell’intreccio del film, che sembra fare di tutto per disseminare indizi e suggestioni per poi rimescolare le carte, è evidente che Under the Silver Lake sia un coming of age travestito da neo-noir fuori tempo massimo, in cui le dinamiche proprie del genere ristagnano su loro stesse, e si contorcono producendo un eterno presente fatto di illusioni e di impossibili fughe dall’angoscia.
L’accettazione della finitezza e della morte viene combattuta proprio nel luogo che produce infinitezza e immortalità – il cinema rende eterni i volti delle proprie star – ma che, come contraccolpo, produce ancora più invisibilità in coloro i quali non riescono a viverlo da protagonisti. L’unica soluzione, per quella generazione a ridosso dei trent’anni con cui Under the Silver Lake si confronta, è l’edonismo che anestetizza l’angoscia della finitezza e dell’insignificanza e, come estremo, la ricerca di significanza e di senso in una morte cerimoniale e monumentale che possa essere ricordata nei secoli a venire.

Under the Silver Lake (2018)
La paranoia del protagonista di Under the Silver Lake, alla ricerca di segni e di messaggi, è anch’essa un vano tentativo di contrapporsi alla finitezza e all’angoscia che questa condizione porta con sé. Quella consapevolezza della morte con cui i personaggi di It Follows dovevano imparare a convivere per diventare adulti, è qui il più possibile negata, posticipata e rimandata, soffocata in illusioni e nel tentativo di rivelarle.
Il passaggio di soglia, che nel finale di Under the Silver Lake viene rappresentato proprio dall’ingresso di Andrew Garfield nell’appartamento della più anziana vicina, simboleggia l’accettazione da parte del protagonista della sua finitezza, della definitiva accettazione dell’angoscia che l’accompagna, ma anche della formazione – finalmente – di un’identità che non sia più plasmata dall’immaginario con cui il personaggio è immerso.
Abbiamo provato a evidenziare un comune denominatore in tre opere molto diverse tra loro, tralasciando altri elementi che si riscontrano nel cinema di Mitchell e che potrebbero essere abbandonati o recuperati anche in The end of Oak Street. Uno su tutti, che sarà certamente tradito dal film in uscita che vede come protagonista una famiglia, è l’assenza dei genitori che si riscontra in ogni sua opera.

It Follows (2014)
In The Myth of the american Sleepover le figure adulte sono pressoché assenti, in It Follows la genitorialità viene dapprima invocata come ancora di salvezza per poi essere in realtà veicolo di turbamento e di morte, in Under the Silver Lake l’invisibilità della madre cinefila di Andrew Garfield, che si manifesta solo con voce fuori campo o messaggi, fa il paio con i campi lunghi con cui viene messa in scena la vicina di casa del protagonista e un mondo in cui i padri sono letteralmente scomparsi.
Un altro tema, che invece sembra essere centrale in The end of Oak Street, è proprio quello della soglia fisica, rappresentata dalle case e dai quartieri-isole in cui le sue storie si svolgono. Gli ambienti dei tre film di Mitchell, infatti, sono dei micromondi in cui la contrapposizione fra interno ed esterno dà origine a dinamiche complesse che spesso mettono in crisi i dualismi e le facili dicotomie che compongono questa dialettica.
La macchina da presa di Mitchell, del resto, è abituata a carrellate, panoramiche e first-person-shot che donano agli ambienti – soprattutto gli esterni – un senso di ambiguità e di incertezza che viene accentuato anche da un frequente ricorso alla profondità di campo, rendendo lo spazio dell’azione liquido e fluido.Proprio l’acqua, del resto, è un altro tema ricorrente delle sue tre opere: un liquido amniotico che ben metaforizza la condizione di divenire e di potenzialità delle identità dei protagonisti dei film di Mitchell.

The end of Oak Street (2026)
E ancora, sarà interessante scoprire come si configurerà la cinefilia e il gusto retrò del regista americano, un gusto che spesso dà vita a paradossali anacronismi nella scelta dei film che i ragazzi di The Myth of the American Sleepover e It Follows guardano in tv e nei poster presenti nella stanza del protagonista di Under the Silver Lake.
Proprio nel film del 2018, tra l’altro, viene mostrato anche uno spezzone rielaborato del primo film di Mitchell. Non solo come citazione, ma nuovamente a supporto di quel discorso sulla finitezza e sulla malinconia – il protagonista interagirà con delle attrici fallite che hanno preso parte al film – che il regista dipana nelle sue tre opere. Testimonianza ulteriore di un insieme di opere che dialogano tra loro e che hanno molteplici punti di contatto e corrispondenze.
Solo la visione di The end of Oak Street potrà dirci se, dopo otto anni lontano dai riflettori, David Robert Mitchell saprà confermarsi come un regista in grado di abbinare con intelligenza e raffinatezza la propria filosofia e le proprie ossessioni ai meccanismi e alle regole dei generi. O se, invece, i tanti anni senza regie all’attivo abbiano cambiato, e magari fatto maturare ancora di più, il modo del regista di intendere il mondo e il cinema.
Chissà se il film in arrivo rappresenterà il rilancio per il regista o se, fra dieci anni, il nome di Mitchell sarà accostato ancora solo ed unicamente a un film universalmente acclamato.
Noi, intanto, attendiamo con trepidazione di rivederlo all’opera.
di Arturo Garavaglia
NC-448
31.07.2026

David Robert Mitchell
C’è stato un periodo, circa dieci anni fa, in cui David Robert Mitchell veniva accolto come uno dei registi più promettenti e da tenere d’occhio per il decennio a venire. Il suo It Follows (2014), aveva conquistato il cuore di numerosissime comunità di cinefili nonostante la ridotta circolazione nelle sale. C’erano grandi aspettative, dunque, per un nome che poteva imporsi come un maestro del genere horror a fianco di altri emergenti come Ari Aster e Robert Eggers.
Così non fu. Nonostante il clamore e l’accoglienza positiva pressoché unanime del suo film, stabilmente nelle liste dei migliori horror degli ultimi vent’anni, la carriera di Mitchell avrebbe incontrato una brusca e inaspettata battuta d’arresto pochi anni dopo, con Under the Silver Lake (2018).
Prodotto con un budget più elevato rispetto alle sue due opere precedenti (il suo esordio al lungometraggio, The myth of the american sleepover, era costato poco più di centomila dollari, It Follows circa un milione e mezzo di dollari) e con una star globalmente riconosciuta come Andrew Garfield, il film venne accolto in maniera piuttosto tiepida al Festival di Cannes e fu vittima di una politica di distribuzione assurda da parte di A24 che, fra posticipi e ritardi, lo portò infine a un’uscita limitata in sala che ne sancì il flop.
Quella che poteva essere la prima fiamma di un grande autore, dunque, si rivelò un fuoco fatuo.

It Follows (2014)
Oggi, quasi dieci anni dopo Under the Silver Lake, David Robert Mitchell è pronto a tornare in sala con The End of Oak Street, una produzione monstre di circa 80 milioni di dollari (quasi dieci volte tanto il film con Andrew Garfield), con un cast artistico e tecnico di altissimo livello che vede il coinvolgimento di J.J. Abrams.
"Che cos’hai fatto per tutto questo tempo? " verrebbe da chiedere al regista. Consci del fatto che la nostra domanda difficilmente avrà risposta, festeggiamo l’uscita del film come il ritorno di un autore che – con sole tre opere – ha proposto un cinema estremamente personale e sofisticato, cavalcando i topos dei generi con grande audacia e sensibilità.
David Robert Mitchell, infatti, si inserisce in quel novero sempre più ristretto di autori capaci di portare avanti una poetica densa e coerente confrontandosi con generi diversi.
Che sia un teen-drama come The Myth of the American Sleepover (2010), un horror come It Follows, o un neo-noir - è il caso di Under the Silver Lake - il cinema di Mitchell presenta una straordinaria coerenza interna che non si riscontra solo nello stile e nelle modalità di messa in scena, sempre ben riconoscibili, ma anche nelle tematiche.

Under the Silver Lake (2018)
Il cinema del regista americano è, sostanzialmente, un cinema che parte dal coming of age per indagare gli spettri, le ombre e le disillusioni che il passaggio all’età adulta e la maturazione portano con sé.
Se The Myth of the American Sleepover è un film che gioca abilmente con i topos del teen-drama e si confronta con il rito di passaggio del pigiama-party, per far intravedere nell’apparente spensieratezza dell’ambientazione gli spettri del terrore per l’imminenza all’età adulta. Un terrore che non assume i caratteri orrorifici di It Follows, ma che dona ai notturni del film un senso di malinconia che si riscontra nella consapevolezza diffusa nei personaggi di vivere in un momento di passaggio che porterà inevitabilmente alla perdita di qualcosa.
La fine dell’estate in cui il film è ambientato è un vero e proprio momento di passaggio in cui le condizioni di vita dei personaggi, di diverse età, sono destinate a cambiare. Ciò dà vita a un lieve senso di angoscia che emerge in diverse scene del film e che esploderà in It Follows, un’opera da molti interpretata come l’irruzione della consapevolezza della morte nel passaggio fra l’adolescenza e l’età adulta.

The Myth of the American Sleepover (2010)
Fra le molte analisi che sono state fatte dell’horror del 2014, un’interpretazione di questo tipo mette bene in evidenza una continuità tematica, e non solo strutturale, con il primo film di Mitchell. Di fatto, It Follows è il controcampo perturbante di quell’angoscia che emergeva fra le pieghe di The Myth of the American Sleepover. Sin dalle primissime scene, il regista vuole mettere ben in chiaro come l’adolescenza sia quel periodo della vita in cui la soglia fra vita e morte inizia a delinearsi e a manifestarsi in maniera ambigua e incerta.
Le entità che seguono ovunque i personaggi e che si trasmettono sessualmente non sono solo la rappresentazione di un classico dualismo fra eros e thanatos, ma si configurano semmai come figure della transizione fra un’età e un’altra. Le entità, quindi, rappresentano la fine dell’innocenza e dell’inconsapevolezza della finitezza e si manifestano come una presa di consapevolezza della morte e della finitezza proprie dell’età adulta. Imparare a convivere con l’angoscia di questa condizione, di cui i protagonisti del film non si liberano nemmeno nel finale dell’opera, è il processo di maturazione necessario per diventare adulti.
Anche Under the Silver Lake, nonostante le apparenti discontinuità con i due film precedenti, trova un posto preciso e cronologicamente coerente nell’opus di David Robert Mitchell. Il cambio di ambientazione, non più i sobborghi di Detroit ma i quartieri di Los Angeles contigui a Hollywood, e la presenza di un uomo apparentemente adulto come protagonista (Andrew Garfield), è un pretesto per portare avanti quei discorsi su malinconia, angoscia, finitezza e morte già presenti nei due film antecedenti.

The Myth of the American Sleepover (2010)
Confrontandosi direttamente con Hollywood, l’ambiente che fabbricando l’immaginario produce immortalità, Mitchell mette in scena il personaggio di un giovane uomo non cresciuto che si trova costretto a dover varcare la soglia che lo condurrà per davvero all’età adulta. Il protagonista di Under the Silver Lake, il cui passato è solo suggerito, è un giovane che ha esaurito le chances a propria disposizione per entrare a far parte del mondo che produce l’immaginario ed è dunque condannato all’insignificanza. Per non rassegnarsi a questa condizione di esclusione dà vita a una ricerca di messaggi nascosti e di complotti dentro ciò che ha plasmato il proprio immaginario.
Nonostante la complessità dell’intreccio del film, che sembra fare di tutto per disseminare indizi e suggestioni per poi rimescolare le carte, è evidente che Under the Silver Lake sia un coming of age travestito da neo-noir fuori tempo massimo, in cui le dinamiche proprie del genere ristagnano su loro stesse, e si contorcono producendo un eterno presente fatto di illusioni e di impossibili fughe dall’angoscia.
L’accettazione della finitezza e della morte viene combattuta proprio nel luogo che produce infinitezza e immortalità – il cinema rende eterni i volti delle proprie star – ma che, come contraccolpo, produce ancora più invisibilità in coloro i quali non riescono a viverlo da protagonisti. L’unica soluzione, per quella generazione a ridosso dei trent’anni con cui Under the Silver Lake si confronta, è l’edonismo che anestetizza l’angoscia della finitezza e dell’insignificanza e, come estremo, la ricerca di significanza e di senso in una morte cerimoniale e monumentale che possa essere ricordata nei secoli a venire.

Under the Silver Lake (2018)
La paranoia del protagonista di Under the Silver Lake, alla ricerca di segni e di messaggi, è anch’essa un vano tentativo di contrapporsi alla finitezza e all’angoscia che questa condizione porta con sé. Quella consapevolezza della morte con cui i personaggi di It Follows dovevano imparare a convivere per diventare adulti, è qui il più possibile negata, posticipata e rimandata, soffocata in illusioni e nel tentativo di rivelarle.
Il passaggio di soglia, che nel finale di Under the Silver Lake viene rappresentato proprio dall’ingresso di Andrew Garfield nell’appartamento della più anziana vicina, simboleggia l’accettazione da parte del protagonista della sua finitezza, della definitiva accettazione dell’angoscia che l’accompagna, ma anche della formazione – finalmente – di un’identità che non sia più plasmata dall’immaginario con cui il personaggio è immerso.
Abbiamo provato a evidenziare un comune denominatore in tre opere molto diverse tra loro, tralasciando altri elementi che si riscontrano nel cinema di Mitchell e che potrebbero essere abbandonati o recuperati anche in The end of Oak Street. Uno su tutti, che sarà certamente tradito dal film in uscita che vede come protagonista una famiglia, è l’assenza dei genitori che si riscontra in ogni sua opera.

It Follows (2014)
In The Myth of the american Sleepover le figure adulte sono pressoché assenti, in It Follows la genitorialità viene dapprima invocata come ancora di salvezza per poi essere in realtà veicolo di turbamento e di morte, in Under the Silver Lake l’invisibilità della madre cinefila di Andrew Garfield, che si manifesta solo con voce fuori campo o messaggi, fa il paio con i campi lunghi con cui viene messa in scena la vicina di casa del protagonista e un mondo in cui i padri sono letteralmente scomparsi.
Un altro tema, che invece sembra essere centrale in The end of Oak Street, è proprio quello della soglia fisica, rappresentata dalle case e dai quartieri-isole in cui le sue storie si svolgono. Gli ambienti dei tre film di Mitchell, infatti, sono dei micromondi in cui la contrapposizione fra interno ed esterno dà origine a dinamiche complesse che spesso mettono in crisi i dualismi e le facili dicotomie che compongono questa dialettica.
La macchina da presa di Mitchell, del resto, è abituata a carrellate, panoramiche e first-person-shot che donano agli ambienti – soprattutto gli esterni – un senso di ambiguità e di incertezza che viene accentuato anche da un frequente ricorso alla profondità di campo, rendendo lo spazio dell’azione liquido e fluido.Proprio l’acqua, del resto, è un altro tema ricorrente delle sue tre opere: un liquido amniotico che ben metaforizza la condizione di divenire e di potenzialità delle identità dei protagonisti dei film di Mitchell.

The end of Oak Street (2026)
E ancora, sarà interessante scoprire come si configurerà la cinefilia e il gusto retrò del regista americano, un gusto che spesso dà vita a paradossali anacronismi nella scelta dei film che i ragazzi di The Myth of the American Sleepover e It Follows guardano in tv e nei poster presenti nella stanza del protagonista di Under the Silver Lake.
Proprio nel film del 2018, tra l’altro, viene mostrato anche uno spezzone rielaborato del primo film di Mitchell. Non solo come citazione, ma nuovamente a supporto di quel discorso sulla finitezza e sulla malinconia – il protagonista interagirà con delle attrici fallite che hanno preso parte al film – che il regista dipana nelle sue tre opere. Testimonianza ulteriore di un insieme di opere che dialogano tra loro e che hanno molteplici punti di contatto e corrispondenze.
Solo la visione di The end of Oak Street potrà dirci se, dopo otto anni lontano dai riflettori, David Robert Mitchell saprà confermarsi come un regista in grado di abbinare con intelligenza e raffinatezza la propria filosofia e le proprie ossessioni ai meccanismi e alle regole dei generi. O se, invece, i tanti anni senza regie all’attivo abbiano cambiato, e magari fatto maturare ancora di più, il modo del regista di intendere il mondo e il cinema.
Chissà se il film in arrivo rappresenterà il rilancio per il regista o se, fra dieci anni, il nome di Mitchell sarà accostato ancora solo ed unicamente a un film universalmente acclamato.
Noi, intanto, attendiamo con trepidazione di rivederlo all’opera.